"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 19 luglio 2015

Gratitudine: una qualità da coltivare



Quante volte pronunciate la parola “Grazie” nella vostra giornata? Vi è mai capitato di riflettere sull’importanza di coltivare quotidianamente la vostra gratitudine per essere felici? In questo articolo scopriremo come la gratitudine porta apertura, calore, intimità e fa vivere meglio. Per esprimere gratitudine però, non basta semplicemente dire “Grazie!”.

Gratitudine e interdipendenza
Trovo interessante e spesso di sostegno un principio cardine della religione buddista, quello dell’origine dipendente nel quale viene spiegato come ognuno di noi esiste, così come è oggi, grazie all’aiuto e al sostegno di moltissime persone. Per cui niente esiste di per sé, ma tutte le cose sono intrinsecamente correlate e si influenzano.
Secondo questo principio tutto ciò che avviene nella nostra vita e intorno a noi, anche la cosa che a prima vista sembra scontata, come per esempio un tramonto, un treno da prendere, un sorriso non è per nulla scontato ma fa parte di una trama sottile che ci lega tutti. Ogni azione, ma direi anche ogni pensiero e parola, ha immancabilmente un effetto nell’ambiente e sugli altri esseri viventi, così come ogni azione, pensiero e parola compiuta dagli altri, anche apparentemente lontani da noi, in qualche modo influenza la nostra esistenza. Ognuno, senza eccezioni, appartiene a questa rete di sostegno reciproco, di cui ciascuno beneficia nella misura esatta in cui contribuisce a renderlo più ricco e armonioso. C’è un film molto interessante che rende bene questa idea. Si tratta di Babel (2006) in cui persone distanti tra loro migliaia di chilometri incrociano per qualche ora i loro destini sulla terra. Vi consiglio di vederlo.
Detto questo, provare gratitudine e apprezzare tutti gli esseri viventi, così come tutto ciò che ci circonda (cose, animali, piante, ecc.) dovrebbe essere un sentimento per così dire naturale. Ma è sempre così nella nostra vita? Direi proprio di no! Basta camminare per strada, guidare in mezzo al traffico, mettersi in fila alla posta. Maleducazione, irascibilità, lamentela e eccessivo criticismo regnano sovrani.
Vi invito allora a porvi questa domanda: da quando vi svegliate a quando andate a dormire, quale atteggiamento utilizzate nella vostra quotidianità?

Assenza di gratitudine uguale a infelicità
Esiste uno stretto legame tra la nostra infelicità (quel senso di malessere che ogni tanto ci attanaglia e quel senso di incompiutezza che a volte sentiamo) e la gratitudine, o meglio, l’assenza di gratitudine. Se ci soffermiamo a riflettere possiamo riconoscere questo aspetto dentro di noi. Gratitudine non è sentirsi riconoscenti per quello che abbiamo. Non importa quanto abbiamo, piccolo o grande che sia, possiamo comunque sentirci riconoscenti senza motivo. La gratitudine è una qualità del cuore, del Sé, e può esser attivata attraverso la nostra coscienza e la nostra volontà, scegliendo istante dopo istante che vita vivere, ma soprattutto con che tipo di atteggiamento. Non è la felicità a renderci grati, ma è la gratitudine a renderci felici, perché gratitudine significa provare grande pienezza, sentirsi compiuti, apprezzando esattamente ciò che è in ogni momento.
Quante volte nel corso della giornata ci capita di lamentarci o di brontolare rispetto a qualcosa accaduto al lavoro, o a casa con i nostri familiari? Come ci fa sentire questo atteggiamento? A cosa ci serve?
Il lamento, la critica, il brontolio, ci ha mai permesso di raggiungere qualche obiettivo degno di nota? Lamentarci con noi stessi ci ha mai fatto ritrovare una motivazione perduta? Lamentarci con gli altri ha mai cambiato la situazione? Rimanendo legati all’aspetto negativo di ogni cosa difficilmente cambieremo la nostra situazione e quella dell’ambiente che ci circonda.

La gratitudine fa bene
Ci vuole certamente un atteggiamento diverso, nuovo. Uno nuovo possibile ci viene offerto dalla gratitudine. La persona in grado di vivere la gratitudine apprezza ogni giorno che vive, e che sente come un regalo e non come un peso, comprende che la sua vita viene resa possibile e semplificata grazie agli sforzi degli altri. Anche quando accade qualche evento avverso trova ragioni e valori in grado di giustificarlo. Prova di frequente un senso di meraviglia e di stupore per ogni cosa che non dà mai per scontata.
Il Dott. Robert A. Emmons nel suo libro  “Thanks!: How Practicing Gratitude Can Make You Happier” ha raccolto i più recenti studi sulla gratitudine e sugli effetti tangibili che questo sentimento ha sul nostro umore e sulla nostra felicità di lungo termine.
Particolarmente interessante è uno studio che ha coinvolto 3 gruppi di persone per un periodo di 10 settimane: al primo gruppo fu chiesto di scrivere ogni settimana, per 10 settimane, 5 cose di cui erano stati grati nel corso dei 7 giorni precedenti. Al secondo gruppo fu chiesto di scrivere 5 problemi che avevano dovuto affrontare. Al terzo gruppo, infine, fu chiesto di scrivere 5 eventi che avevano vissuto.
Al termine dell’esperimento, utilizzando un test standardizzato per rilevare l’umore dei partecipanti, gli studiosi giunsero ai seguenti risultati: tutti gli appartenenti al primo gruppo (gruppo della gratitudine) risultavano essere mediamente il 25% più felici degli altri partecipanti.
Sarebbe curioso capire che caspita significa essere il “25% più felici”, ma scherzi a parte, è interessante notare come gli appartenenti al gruppo della gratitudine avevano dimostrato, in modo consistente, un atteggiamento più ottimistico nei confronti del futuro, un benessere generalizzato e addirittura la tendenza ad allenarsi circa un’ora e mezzo in più alla settimana rispetto agli appartenenti degli altri gruppi.
Potremmo commentare che non è certamente la scoperta dell’acqua calda. Da numerosi secoli infatti, svariate filosofie e religioni orientali sottolineano l’importanza di coltivare quotidianamente la nostra gratitudine. Per esprimere gratitudine però, non basta semplicemente dire “Grazie!”. La gratitudine è stata spesso chiamato il “fattore dimenticato” nella ricerca della felicità.
Quanti Grazie diciamo in maniera formale o spesso, senza neanche accorgercene, durante la giornata? Praticare la gratitudine significa assumere in modo costante un atteggiamento di “felicità ingiustificata“. Vi è mai capitato di essere felice per eventi o situazioni apparentemente usuali, banali? Di apprezzare per esempio il sole che sorge, il profumo di un fiore, il suono di una melodia o semplicemente la vostra salute?
La verità è che la gratitudine ci ricorda che possiamo essere felici adesso! Ora! E allora sentiamo che la nostra vita si amplia, si espande come quando facciamo un ampio respiro, in cui tutto fluisce, in cui siamo collegati alla nostra vera essenza, alla nostra anima. Attraverso la gratitudine diventiamo tutt’uno con ciò che ci è dato. Come se ci dicessimo “Questo è il momento che ho sempre aspettato. È ciò per cui vale la pena essere qui, ora!”. Sentiamo ogni cellula del nostro essere dire “Grazie!”. E il cuore si scalda, lo percepiamo proprio.
A proposito del cuore, alcuni studi hanno dimostrato che il cuore genera un campo elettromagnetico intorno a noi di alcuni metri di diametro. Incredibile no? Una misura dell’attività del cuore, che riflette questo stato emozionale, è chiamata variabilità del battito cardiaco e mostra le variazioni negli intervalli tra i battiti del cuore. Naturalmente è stato dimostrato che i tracciati dell’attività cardiaca sono differenti se i soggetti sono felici, arrabbiati, frustrati o tristi. Le emozioni negative causano un ritmo cardiaco incoerente, che ha un effetto dannoso sul nostro corpo: vengono rilasciati ormoni dello stress e cortisolo, il cuore batte più velocemente e la pressione sanguigna si alza. Al contrario, quando ci sentiamo grati, emotivamente equilibrati, produciamo un ritmo cardiaco coerente, un andamento calmo, uniforme dei ritmi cardiaci: il corpo aumenta la produzione di ormoni utili come l’ormone anti-invecchiamento DHEA, aumenta le funzioni cognitive e rafforza il sistema immunitario. Quindi la gratitudine, come altri sentimenti positivi, fa decisamente vivere meglio.

Gratitudine consiste nel riconoscere il valore delle cose
Il sentimento è solo l’aspetto più visibile della gratitudine. Essa è prima di tutto un’operazione della mente: consiste nel riconoscere in ogni momento il valore di ciò che la vita ci offre. Ciò che prima non aveva valore adesso ce l’ha e questo provoca la liberazione delle emozioni. Se riconosciamo il valore di ciò che abbiamo, ci sentiamo ricchi e fortunati. Se non lo riconosciamo ci sentiamo disgraziati e infelici. Il malcontento ci rosicchia dentro e la  critica e la lamentela diventano il rumore di sottofondo che accompagna le nostre giornate. Non a caso alcuni psicologi affermano che la depressione si sviluppa non tanto per ciò che ci succede nella vita, ma per ciò che diciamo a noi stessi giorno dopo giorno, il nostro monologo interiore. Se critichiamo continuamente noi stessi e gli altri, ciò che non va bene, non possiamo certo poi pretendere di essere gioiosi. La capacità di distinguere e riconoscere il valore anche in situazioni umili è essenziale per essere felici.
Nella nostra quotidianità però, ci comportiamo come se gratitudine e apprezzamento fossero le qualità da tirare fuori solo nelle occasioni molto speciali, come il servizio d’argento delle grandi feste. In una sua lezione al centro A.Me.Co. di Roma, Corrado Pensa parlava della gratitudine come polo opposto a dare tutto per scontato, che a sua volta è una forma d’indurimento, di rigidità e di chiusura. La gratitudine è il contrario del sentirsi dolorosamente in credito, di sentire spesso di non essere abbastanza, di non avere abbastanza, di non ricevere abbastanza. Tutte queste sono fonte di grande sofferenza per un individuo.
Spesso sono proprio i drammi della vita, nostri e degli altri, che ci aprono alla gratitudine. Perché se tutto va bene diventiamo come i bambini viziati che hanno ricevuto tanti regali e si annoiano. Per esempio guarire da una malattia ci fa apprezzare la salute, fare la pace con il proprio genitore ce lo fa apprezzare di più, quando siamo stati più vicini alla morte abbiamo sicuramente apprezzato di più la vita.
Forse è colpa della pigrizia o delle troppe preoccupazioni che ci martellano continuamente, ma si fa presto a dimenticare o ignorare ciò che ha valore. Però se protendiamo lo sguardo più in profondità, qualcosa d’interessante certamente lo troviamo. Nei meandri della nostra esistenza si celano doni insospettati che per tanti motivi (fretta, poca attenzione) non siamo ancora riusciti ad apprezzare. La gratitudine allora non diventa più un evento straordinario, eccezionale, ma un sentimento di base che porta apertura, calore, intimità.



venerdì 17 luglio 2015

Incontro con Rosellina Garbo - La fotografia, la danza e l'identità

 

Alcuni passanti brandiscono l’ombrello come fosse una baionetta. Bisogna guardarsene per non essere infilzati in un giorno di pioggia. Eravamo più o meno abituati a schivare i colpi, ma di recente è comparsa una nuova insidia urbana dalla quale difendersi, soprattutto nelle città turistiche: l’asta in cima alla quale si piazza il telefonino per scattare il selfie, la foto di se stessi che solo in minima parte è parente dell’ormai preistorico autoscatto. L’autoscatto, tranne quando sperimentato da artisti sommi, aveva quel non so che di fanciullesco e un po’ patetico nello studiare la posa e fare la corsetta dopo aver premuto il “grilletto”, con il rischio di entrare nell’inquadratura solo con uno zigomo o di assumere un’aria ebete. Era episodico, per immortalare grandi occasioni. Il selfie è quotidiano, quasi orario: lo si “posta”su Facebook e similari affinché gli altri possano commentare: bellissimo, con decine di punti esclamativi, anche quando il soggetto è uno scorfano spaventoso. Fissazione per l’immagine? Trionfo della superficialità totale? 

Non secondo Rosellina Garbo, ballerina classica e contemporanea e fotografa di scena del Teatro Massimo, in questo ordine, ma solo dal punto di vista cronologico perché fotografava ballando e, da quando si è ritirata, non ha mai smesso di danzare nella sua interiorità. “Il selfie apparentemente è una banalità - riflette, in una giornata palermitana molto azzurra e ventosa -. In realtà ti guardi nel contesto che vedi, vuoi appropriarti della tua immagine dentro le cose che ti piacciono. E’ un’affermazione di te in una società nella quale non sei. Questo tempo non dà la parte che ognuno reclama, la società non è di merito, ci fa essere sospesi in quello che l’altro non ti dà. Tutto, social inclusi, è il mondo delle non relazioni. Il selfie mi dà testimonianza di quello che ho vissuto. E se fai un selfie e sei felice? Se la tua autostima cresce? Che cosa può esserci di più forte della consapevolezza che non c’è scarto fra quello che senti dentro e la tua immagine? E’ più potente che essere fotografati”. 

Rosellina spiega che una ballerina è sempre in un selfie: “Nella danza formuli un giudizio severo su te stessa attraverso lo specchio. Devi imparare ad accettare quell’altra che guardi e che sei costretta a guardare. Tu che guardi sei l’anima e provi una frattura fra te e quel che vedi. Devi imparare a guardarti e accettarti nella forma del tuo corpo”. 

Rosellina è stata costretta a smettere di danzare nel 2006, dopo una serie interminabile di infortuni. L’ultima volta che ha ballato si è cimentata in una danza aerea a trentacinque metri di altezza a Taormina, durante il Taormina Film Festival. C’erano un sacco di celebrità ad ammirarla fra le quali un rapito Joseph Fiennes, ancora con l’aureola del successo di Shakespeare in love: “Non avevo mai ballato in aria, l’ho fatto per incoscienza ed è come se avessi completato il senso della potenza di sentirmi piena della fisicità. Quella notte, alzata in volo dal mare, attaccata a una mongolfiera a forma di luna, sola nel buio, in una dimensione inimmaginabile, senza più sentire la musica, assente dalla coreografia, mi concessi alla follia e alla forza. So che non potrò mai più vivere questo”. Tornata a terra, in un altro mondo, sentì Joseph Fiennes dire “Where is the moon? (Dov’è la luna? n.d.r.)”, negli occhi dell’attore inglese c’era l’emozione, lo sgomento. 

Lasciando il ballo e anche l’insegnamento del ballo, Rosellina aveva perso la sua identità di ballerina, quindi l’identità: “Esistevo in un’immagine, se tagli questo non rimane nulla. Da un secondo all’altro non ero più nessuno. Per inciso: la danza era arrivata con grande difficoltà nella mia vita. La mia è una famiglia di medici, ingegneri. L’idea del protagonismo per mio padre era inaccettabile. La prima volta che ho sperimentato la danza è stato a Cefalù, il luogo delle mie radici, bambina passavo ore di abbandono in mare, senza peso, dove il movimento era quello che volevo proprio perché l’acqua ti costringe a uno sforzo incredibile”. 

E’ stata la fotografia che le ha restituito l’identità: “Tutto quello che mi sta dentro ha costruito quello che sono quando fotografo e fotografandoti cercherò sempre quello che tu sei dentro in relazione con me. Fotografare è un modo forte di essere me stessa: adesso, se mi guardo dietro, penso che senza la fotografia mi sarei persa la parte più importante di me. La macchina fotografica mi permette di vivere il mio autismo. Io sono protetta, come le luci mi proteggevano quando ballavo sul palcoscenico. E mi sento legittimata ad essere invasiva”. 

La Garbo, e non parliamo di Greta, ha le ciglia lunghissime, uno sguardo che s’impone per il dolore che porta e la gioia che porge, un sorriso abbagliante. L’insieme è di un’intensità rara che richiede attenzione. Le sue parole sono precise e puntano all’essenza delle cose: “Nella danza sfidi le leggi della gravità, scardini tutto, ruoti il femore e sulla punta di un piede hai una base di appoggio di quattro centimetri e su quei quattro centimetri hai bisogno dell’energia che non può finire e dell’equilibrio. Anche la macchina fotografica apre mondi di equilibrio. In teatro fotografare crea gelosie, ma appena senti la tensione, sposti l’obiettivo su quelli che si sentono trascurati e subito tutto viene governato dall’armonia. Fotografare la scena è un privilegio enorme. Hai sempre a che fare con persone che devono attraversare in modo estremo la vita. Tu sei a contatto con gli attori, i cantanti, i ballerini che regalano la loro anima ai personaggi e viaggiano in tre ore nella vita intera. Quando fotografo non dico: ora faccio questo o quello. Entro in trance e non me ne rendo conto. Mi sento una rabdomante. Se Giulietta muore, io sono testimone di questa morte”. 

Fra gli incontri indimenticabili quello con Solène Fiumani, danzatrice e assistente di Matt Mattox. Energia interiore pura. A cinquant’anni, sdraiata per terra, apparteneva alla terra ed è schizzata come una scheggia a quaranta centimetri da terra. Quello con i bambini socialmente a rischio nelle scuole di frontiera, insegnante in un progetto per ridurre l’abbandono scolastico. “Il primo giorno sono entrata in classe e mi volevano dimostrare che non c’ero. Pensai: o muoio, o me ne vado, o mi fanno secca loro. L’unica arma potente che avevo era la loro stessa immagine. Li ho filmati: dimostravo subito quello che erano”. Non si devono essere piaciuti se, dopo essersi visti, hanno cominciato a dialogare con Rosellina, la Garbo.




Chi mi conosce sa della mia proverbiale distrazione da cose che potrebbero essere fondamentali, il nome di una persona e soprattutto il suo ruolo, la sua professione....zero, io sono zero, mi lascio trasportare da quello che sento, niente di piu. E così una sera a cena con amici, una donna accanto a me, parliamo, un feeling immediato, una beatitudine a inseguire e scambiarci il senso delle cose. Poi di getto, "ti va se io scrivo un articolo su di te?" Attimo di panico... Lei è una giornalista, non l'avevo capito. Un articolo su di me? Come potrebbe esserle chiaro quello che perfino io ancora stento a mettere a fuoco? Eppure sento che non c'è distanza tra il nostro sentire, mi sembra di conoscerla da sempre, di avere già attraversato i suoi spazi interiori, i suoi silenzi, la distanza del suo sguardo che riesce a proiettare ben oltre tutto... Un articolo su di me, diico di si. Continuo a guardare la luce dei suoi occhi, la libertà del suo pensiero, il non essere imbrigliata in nessun pregiudizio. Oggi è uscito l'articolo, solo una conferma a quello che era chiarissimo:
per esprimere intensità ed emozione devi averla dentro, come la bellezza, e allora, che tu possieda una macchina fotografica, una penna, uno strumento musicale, la tua ricerca negli altri può essere dettata solo da quello che possiedi e che quindi sai riconoscere. Francesca Joppolo ha una sensibilità rara, questa volta la foto l'ha scattata lei, al volo con la stessa velocità con cui un fotografo deve chiudere in un'immagine un racconto. E' proprio vero che non è mai lo strumento a guidarti, ma l'anima.
Le belle persone le trovi sul tuo cammino e lo capisci in una frazione di secondo che sono lì perché tu le possa incontrare.

Rosellina Garbo (FB)

martedì 14 luglio 2015

Il maestro Alberto Manzi e la sua trasmissione “Non è mai troppo tardi”.


In un passato non molto lontano la vigilanza bancaria italiana concedeva alle singole realtà aziendali una certa autonomia organizzativa. Si era in contesti basati essenzialmente sul cartaceo – si operava su macchine elaborative meccaniche - e le diverse istituzioni bancarie erano chiamate a redigere modulistiche più o meno elaborate, che consentivano alla Banca Centrale di assemblare i dati macro economici necessari a supervisioni delle singole realtà e/o complessive.
Le professionalità e le fantasie elaborative degli analisti del tempo sopperivano spesso alle necessità minimali di modelli di analisi antesignani ma che, all’epoca, erano sufficienti per avere cognizioni sullo stato economico e patrimoniale delle Banche. Di certo, i tracolli - che accadevano anche allora - procuravano spesso anche tanto fragore e i dissesti economico-finanziari delle vigilate non erano prevedibili con immediatezza.
A calmierare accadimenti negativi vi era però il fatto che la maggior parte del sistema del credito era pubblico, organizzato cioè secondo canoni e livelli di tale natura, dove gli utili finali venivano destinati a scopi benefici (es. casse di risparmio e similari) o direttamente allo Stato, in quanto partecipate.
Comunque, fino agli anni sessanta, il mondo bancario italiano era come a prima dell'avvento della televisione, dove dialetti locali corrispondevano ai fatti del vivere quotidiano, ma non erano coordinabili in un'unica immediata lingua-racconto.
Nella RAI, sul finire degli anni sessanta, un certo maestro Alberto Manzi, attuò un’operazione educativa rivoluzionaria con una trasmissione chiamata "Non è mai troppo tardi". Si trattava di una vera e propria classe scolastica che, via etere, si introduceva in tutte le case e che con una semplicità estrema facilitò in Italia l’uso generalizzato della lingua nazionale; tutto ciò senza intaccare più di tanto l’utilizzo dei vari dialetti, altrimenti incomprensibili ai più.
Nel sistema bancario, sul finire del decennio, un’analoga operazione fu attuata dalla Banca d’Italia, con l’introduzione della “Matrice dei conti” e dei relativi flussi informativi. L’avvento di computer e server, in grado di elaborare quantità di dati a velocità sempre più crescenti, associata ad una analisi capillare che a monte facevano confluire i flussi contabili opportunamente canalizzati, costituì di fatto l’operazione “Manzi” nel panorama economico-finanziario italiano.
Con il passare degli anni, progressivamente il sistema di vigilanza bancaria cominciò ad affinare la sua opera, con l’attuazione di flussi univoci, richiedendo dati sempre più dettagliati e via via più sofisticati.
La Banca Centrale diede un forte impulso e si pose a capo di un’azione di ristrutturazione complessiva nella riorganizzazione aziendale del mondo creditizio.
A quel tempo l’intera operazione, come può ben immaginarsi, risultò non semplice, stante anche la tipicità delle risorse umane dell’epoca che, in genere, non vedeva di buon occhio queste che per loro erano spesso “astruse diavolerie”, che smantellavano prassi ed abitudini consolidate, collaudate e pressoché automatiche.
Ricambi generazionali e l’evidente moral suasion dei risultati convinsero però sempre più gli amministratori e gli operatori di entrambi i versanti (vigilati e vigilanti) sulla genuinità e validità dei nuovi progetti innovativi. La nascita di complessi modelli di analisi dimostrarono la loro utilità sia nella vigilanza, ma soprattutto per le stesse aziende segnalanti.
I dati aziendali costituirono l’informativa di base indispensabile per attente e tempestive politiche gestionali e, se confrontati con i flussi di ritorno assicurati dalla Banca d’Italia o dalle associazioni di categoria, divennero fonti utili a diagnosticare lo stato di salute economico-finanziario selle singole realtà, anche in relazione alla concorrenza. Simulazioni ed altri complessi ed adattabili stratagemmi consentirono pure di delineare ipotesi di diverse possibili strategie e benefici o svantaggi derivanti dalle politiche praticabili.
Intanto però lo scenario incominciava a mutare. Le privatizzazioni e lo snaturamento originario delle istituzioni creditizie vigilate, l’internazionalizzazione di alcune di esse, le quotazione in borsa delle principali realtà ed una sempre più diffusa politica di accorpamenti e fusioni - non sempre eterogenee e salutari per tutte le parti coinvolte – hanno fatto sì che scopo principale delle banche è divenuto essenzialmente l’utile, da perseguire ad ogni costo e con tutti i mezzi: finanza creativa compresa.
Ne è derivata la proliferazione pressoché incontrollata di prodotti finanziari compositi, quasi virtuali e ricchi di componenti fortemente aleatorie. Lo sviluppo della “creatività informatica” nei prodotti d’investimento ha contribuito a creare utili spesso dopati e a causare dissesti imprevedibili, con perdite, talvolta notevoli, immediatamente visibili o più o meno occulte.
Parallelamente una forsennata corsa ad assicurare benefit spropositati a vari menagers - ed a tutti i componenti delle loro cordate - hanno favorito la creazione della babele finanziaria in cui oggi viviamo e che tanti danni ha e continua a produrre (1).
In tutto questo i sistemi di controllo sembrano aver perso il passo, producendo ritardi e vuoti nella gestione dei nuovi fenomeni. In poche parole, nel caso, il sistema economico-finanziario ha completamente perso di vista l’operazione del “non è mai troppo tardi” e gli organi di vigilanza con loro. Man mano che gli strumenti si andavano affinando si è anche assistito ad un altro fenomeno strano.
Facilitata da una certa sufficienza e supponenza da parte degli organi di vigilanza, ormai convinti che con lo sviluppo di sempre maggiori sofisticati strumenti di analisi cartolare fossero in grado di gestire e controllare al meglio il sistema economico-finanziario, si è sviluppata nell’area finanza una sempre maggiore spregiudicatezza, specie in realtà amministrate da esponenti e personaggi non pienamente avvezzi ai principi etici della “sana e prudente gestione”. 
Il sistema finanziario ed sui “fantasiosi analisti creativi” hanno sempre più proliferato e continuano ancor oggi a generare sofisticati prodotti, accettati supinamente dagli organi di vigilanza bancaria internazionale. Ciò in un contesto ricco di liquidità incontrollabili allocate in mercati offshore paralleli o diversi altri paradisi fiscali, nella maggior parte dei casi riconducibili a finanzieri anonimi, mafie e beneficiari di varie corruttele politico-affaristiche.
In tutto questo il fronte della vigilanza appare timoroso, con la paura di trasformarsi in una statua di sale, come la “moglie di Lot”,  e non si vede all’orizzonte alcuno sceriffo chiamato al soccorso: nessun “Maestro Manzi” contemporaneo utile allo scopo. Il serpente finanza (privatizzato o gestito come tale) ha intanto cambiato di fatto il proprio habitat e muta. Le banche adescate, immobilizzando le loro liquidità lontano dal credito sano, hanno perso di vista il loro obiettivo primario e si ritrovano impantanate in sofferenze virali frutto dell'attuale sistema.
Chissà, forse siamo a un punto che necessita il ripristino di regole certe, un “ritorno” alle origini, recuperando essenzialmente quell’analisi di base che consenta di verificare la qualità dei dati elementari. Se fosse ancora vivo il Maestro Alberto Manzi avrebbe potuto ribadire che …. “non è mai troppo tardi”.


Essec




(1)    Warren Buffett ha definito in una famosa frase i derivati come armi finanziarie di distruzioni di massa. Nel report annuale agli azionisti Buffet scriveva: « Se i contratti derivati non vengono collateralizzati o garantiti, il loro reale valore dipende anche dal merito di credito delle controparti. Allo stesso tempo, comunque, prima che il contratto sia onorato, le controparti registrano profitti e perdite -spesso di enorme entità- nei loro bilanci senza che un singolo centesimo passi di mano. La varietà dei contratti derivati trova un limite solo nell'immaginazione dell'uomo (o talvolta, a quanto pare, del folle) »


lunedì 13 luglio 2015

"Cartoline di una Gorgone" - Novembre 2013 - Sovera Edizioni



 

Cartoline di una Gorgone, opera prima di Mariastella Ruvolo edita da Sovera Edizioni nel novembre 2013, è un romanzo autobiografico scorrevole nella lettura, fitto ed intenso, dove il  tempo appare il protagonista centrale.


Una saga siciliana che, raccontando le tappe generazionali di famiglia, descrive le tessere di un mosaico complesso ed armonioso che costituisce, in fondo, il DNA di ciascuno di noi. 


Un racconto che si sviluppa per blocchi, cartoline appunto, tutti legati da un filo conduttore, con scenari e personaggi che sfilano come a teatro, con caratteristiche peculiari e illuminati ciascuno dalle luci del tempo.


Il tutto si articola in un quasi naturale fatalismo che accompagna le diverse figure e che risulta coerente con le logiche che generano i presupposti  nell’incontro ed il matrimonio quasi profetico dei suoi genitori.


Le storie si concentrano nel descrivere i protagonisti e gli accadimenti in chiave positiva. Anche le vicissitudini negative e amare narrate, leggibili come necessità di voler palesare all’esterno il fastidio vissuto, vengono sempre accettati e supportati da nobiltà d’animo; ciò a prescindere dalla unicità e dal ceto del soggetto di turno collegato. Fondamentali, a questo proposito, le figure apparentemente di sfondo che accompagnano la protagonista nel racconto: Nina e Michele.


La perdita dei nonni paterni, a diverso titolo, costituiscono tappe miliari di crescita. In un caso è il venir meno di una figura di riferimento, nell’altro un’apparente incomprensibile non accettazione che potrebbe, comunque, trovare una sua chiave logica. Non sono rari i casi di matrimoni precoci che si consumano lentamente nel tempo, sfociando in indifferenze o disistime lungamente occultate e che talvolta individuano, in maniera inconscia, anche bersagli  innocenti.


Nel racconto, il possesso dilazionato delle cartoline dal nonno appare pure esso emblematico. Sembra infatti rappresentare il desiderio che ossessiona la protagonista nel voler bloccare il tempo, per assicurarsi l’affetto di Nonno Giovanni, rimanendone aggrappata.


Ma il tempo, che è indifferente a noi, macina e nel suo cammino non concepisce l’eterno. La costante legge esistenziale da sempre ci toglie le cose a noi più care, in particolare le figure che ci hanno protetto e che in gioventù credevamo immortali. Il ritrovarsi le tante cartoline e foto in borsa rappresentano infine il passato.


L’ineluttabile irrompere della morte, associata all’accumulo d'esperienze, sembra costituire occasione per la catarsi e lo sdoganarsi verso una visione più realistica del mondo, nell’aprirsi alla vita, per esporsi alla luce del giorno e vedere emergere dalle fitte foschie mattutine un diverso panorama, ricco di colori, sfumature e di tanti dettagli.


Il libro consta di 140 pagine circa e, in caso di acquisto, i suoi 11 euro sarebbero soldi ben spesi.



ESSEC


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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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