"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 6 settembre 2015

Il rimedio è la povertà



Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. 
 
Troviamo utile pubblicare di tanto in tanto dei gioielli del pensiero. Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul "Corriere della sera" dal 1974 al 1975. Si trova nell'antologia "Dobbiamo disobbedire", a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi - media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente - uno schiaffo contro la nostra inerzia.

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest'altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima volta hanno scritto che sono "un comunista", per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di "consumare".
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c'è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall'altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d'accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di "classe". Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra "ideologia" nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell'acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.
Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è "comunismo", come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime "barche".
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l'olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l'uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l'illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
Il nostro paese è un'enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli "etichettati" che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani "comprano" ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l'hanno voluta disprezzare nell'euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro "qualità", la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c'è di tutto, vedi l'estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l'élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all'opposizione. L'obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più "corretta", come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell'Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l'enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

GOFFREDO PARISE (people.globalist.it - venerdì 28 agosto 2015)


Dalla Chiesa, filo sottile fra le stragi anni Ottanta e Novanta - Dalla Chiesa e gli altri. Ecco come hanno ucciso lo Stato

Venerdì 3 settembre 1982 ammazzarono Carlo Alberto Dalla Chiesa, 59 anni, generale dei carabinieri, da cinque mesi prefetto di Palermo. “A primo colpo, a primo colpo, ci dissi” – racconta Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera due anni or sono – “e ci siamo andati noialtri… Eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto, ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa …ta …ta ..ta. Ed è morto”. Poi osserva: “Gli hanno portato via tutto”, a proposito della cassaforte svuotata. Un segnale a chi ascolta e registra le sue conversazioni con il picciotto della Sacra corona unita, la spalla, assai probabilmente. L’ex capo dei capi non può essere rincoglionito al punto da scordarsi la consegna del silenzio, mai tradita da una vita. I dettagli dell’agguato hanno il compito di ricordare come stavano le cose quando era lui a comandare, l’osservazione aggiuntiva serve a far capire che “lui sa”, che non è solo un problema di Cosa nostra la presenza, invasiva, di Carlo Alberto Dalla Chiesa. E quasi a conferma della diversità del messaggio, il dialetto stretto, pulp fiction, per l’esecuzione del crimine, e la lingua italiana successivamente.
A 34 anni di distanza dall’eccidio – l’uccisione del generale Dalla Chiesa e di sua moglie, Setti Carraro a Palermo – c’è chi può affermare, legittimamente che si sa tutto su quell’agguato e i che i colpevoli sono stati puniti e chi, invece, può sostenere, altrettanto legittimamente, che sull’attentato la verità non è ancora venuta a galla e che i delitti eccellenti, numerosi ed eclatanti, degli anni Ottanta sono il più grande mistero della storia siciliana, unitamente alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, in cui furono uccisi Falcone e Borsellino.
La giustizia ha punito i killer di Dalla Chiesa – Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci – e i mandanti, i componenti della Cupola: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco. Ogni delitto compiuto in quegli anni ha il suo filone di indagini, inchieste accurate, investigatori di prim’ordine, ma non è stato mai messo insieme tutto quanto e indagato su una plausibile regia del crimine che ha spazzato via il capo del governo regionale, il rappresentante dello stato, i leader dei partiti di maggioranza (Dc) e opposizione (Pci), magistrati prestigiosi, alti ufficiali dell’arma e poliziotti di prim’ordine. Fosse successo in Colombia si sarebbe scritto di un golpe.
Una sorta di miopia, che copre come una appiccicosa nebbia, tutto quanto. Gli anni Ottanta chiudono una guerra di mafia che non ha confini siciliani e nazionali ed investe il cambio di regime in Usa (servizi, mafie di collegamento eccetera), gli anni Novanta si allacciano alle grandi trasformazioni politiche e finanziarie in Italia, in Europa e nel mondo. Bisogna mettere insieme tutto, riscrivendo il contesto, per analizzare correttamente gli eventi.
Non c’è un filo conduttore fra le stragi degli anni Ottanta e quelle degli anni Novanta, ma ci sono gli stessi protagonisti “secondari”, e cioè i grandi boss siciliani, che lavorano in proprio e per conto terzi, facendo – come si dice – un viaggio e due servizi.
Le modalità  dell’agguato a Salvo Lima permettono di stabilire analogie con alcuni delitti di mafia e gettano una luce sul passato: i killer uccidono Lima, ma risparmiano i suoi accompagnatori: è un po’ l’antico colpo di lupara, un’incisione chirurgica, il bisturi incaricato di eliminare il male senza danneggiare gli organi vicini. Gli assassini hanno il casco integrale, non possono venire riconosciuti, ma questo non è sufficiente per spiegare il bisturi, l’esecuzione «pulita». Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi delitti “inutili”; il riguardo nei confronti di chi non c’entra fa parte del passato; non sempre, certo: quando l’assassino deve eliminare il testimone, non c’è alternativa.
In realtà la legge la fa chi è incaricato di ammazzare e chi lo manda. Se il mandante pretende un lavoro «pulito», che non desti «allarme», allora sceglie un chirurgo, un uomo addestrato, freddo, con i nervi saldi. Un professionista, insomma. Altrimenti affida la vittima ad un macellaio. La crudeltà non c’entra. Contano solo gli obiettivi e gli uomini capaci di raggiungerli. Lo stato di necessità può dettare il tipo di esecuzione, ma alla fine, le abitudini del killer e dei suoi capi vengono fuori.
Pino Greco, conosciuto con il nomignolo «scarpuzzedda», ha ammazzato ottanta persone; pare che si «divertisse». I suoi crimini erano diventati riconoscibili, la sua crudeltà leggendaria, al punto da preoccupare il mandante, Totò Riina, che ne ordinò l’eliminazione. La responsabilità territoriale, le rivendicazioni lasciano il tempo che trovano. Individuare «la mano» sarebbe importante ma è difficile.  Per capire occorre esaminare anzitutto i grandi delitti. Perché solo questi? Semplice: gli altri sono affidati alla manovalanza, a uomini privi di «personalità; non si sono fatti la mano, hanno voglia di fare carriera nella “famiglia”; devono eseguire l’ordine, costi quel che costi. Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella fu freddato in auto. L’assassino lo colpì una prima volta, ferendolo; la pistola s’inceppò, il killer fu costretto a cambiare l’arma per sparare ancora. La moglie di Mattarella, la signora Irma, che gli stava accanto, fu risparmiata; pare anzi che il killer abbia spostato il suo braccio che cercava di coprire Piersanti, per evitare di ferirla. Identico il comportamento dei killer tre mesi dopo; la vittima è il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. L’esecuzione si svolge davanti a tre testimoni, la moglie ed una coppia di amici, che si trovano nell’auto della vittima. Il killer si avvicina all’auto, esplode alcuni colpi di pistola e si allontana. Lavoro «pulito». Non reagisce nemmeno quando l’amico di Reina gli spara, senza colpirlo. Ben diverso il comportamento degli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del commissario Cassarà, dei giudici Terranova, Scaglione e Saetta, del segretario regionale del Pci Pio La Torre: in tutti questi delitti i killer uccidono la loro vittima e quanti le stanno accanto con brutalità e ferocia inaudite.
Il giudice Rosario Livatino, in settembre del ’90, fu raggiunto con l’auto, inseguito e ucciso da tre, quattro uomini. Ferocia e determinazione, ma tecnica sicuramente diversa. Per il giudice Palermo (rimasto indenne), Chinnici, Falcone e Borsellino, Cosa nostra ha scelto il tritolo; ha voluto, proprio così, voluto, una esecuzione esemplare.
Il colonnello Giuseppe Russo fu ucciso il 20 agosto del 1977; si deve a lui la scoperta dei corleonesi, allora guidati da Luciano Liggio. Russo li inseguiva, li fiutava, li stava stanando. Lo ammazzarono mentre passeggiava nella piazzetta del borgo della Ficuzza, una volta Casina di caccia dei borboni, a pochi chilometri da Godrano e da Corleone. Era in compagnia dell’inseparabile amico, il professore Filippo Costa. I killer colpirono entrambi alle spalle, mentre il colonnello dietro il muro di una casetta accendeva una sigaretta. Costa avrebbe potuto essere risparmiato. Questo ragionamento indurrebbe a ritenere che Falcone e Borsellino  abbiano lo stesso mandante; il primo, in cui è caduto Lima, invece sarebbe stato compiuto da una mano diversa. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che gli artificieri hanno usato la stessa tecnica sia in Via D’Amelio quanto sull’autostrada di Punta Raisi.
La diversità con il delitto Lima, tuttavia, non induce a considerare separatamente i crimini. Il livello dell’azione criminale, i tempi ravvicinati, le responsabilità politiche di Salvo Lima e Giovanni Falcone costituiscono indizi di una volontà  comune, di una regia unica. Immagino un torneo di scacchi: alcuni giocatori sfidano i loro avversari applicando regole proprie, ma ogni mossa di ciascuno percorre il filo di una strategia univoca.
E’ un fatto incontrovertibile che lo Stato, in Sicilia, negli anni Ottanta e negli anni Novanta, sia stato “assassinato”. Chiamatelo pure golpe, visto che sono stati ammazzati tutti: i capi dei partiti di maggioranza e di opposizione, il capo del governo, i capi delle polizie e delle magistrature. Una carneficina sopportata con inspiegabile pazienza e incoscienza, perché i delitti sono stati compiuti uno alla volta e nessuno ha mai pensato di sommarli per offrire un quadro veritiero della realtà.
Mentre sulle “pagine” nere della repubblica – anni Ottanta e Novanta – leggiamo di golpe bianchi, rumori di catene, assalti al Viminale , preparati e non eseguiti (De Lorenzo, Borghese ecc.), di intrighi internazionali e terrorismi importati, la storia siciliana ci regala un selfie esemplare che per anni ci si è rifiutati di guardare con l’attenzione che meritava.
Che cosa ha impedito di vedere, di stare dietro alla regia comune piuttosto che ai moventi singoli che ogni crimine politico, mafioso o tutti e due, denunciava in modo clamoroso? I vincoli internazionali, la devianza e l’ambiguità dell’intelligence pro-tempore, i comparaggi istituzionali o i tradimenti di alcuni servitori dello Stato e delle istituzioni democratiche?
Le partite possono vincersi anche per demerito dell’avversario. La protezione assicurata a magistrati, uomini politici e di governo, poliziotti e carabinieri ha lasciato a desiderare in passato. Assassinare lo Stato, dunque, è apparso relativamente facile.
Un episodio esemplare e dimenticato è stato raccontato 23 anni fa dall’autista di Giovanni Falcone ad un giornalista del settimanale Epoca, dopo la strage di Capaci. L’orario di arrivo e l’itinerario dell’auto di Falcone erano conosciuti da molti, non esisteva una procedura di sicurezza, né un linguaggio in codice, né strumenti di comunicazione protetti.
Giuseppe Costanza, l’autista di Falcone, non era un poliziotto, ma un dipendente dell’amministrazione giudiziaria; non aveva svolto alcun addestramento e non era preparato a difendersi. E’ lui, tuttavia, l’uomo che organizza il rientro del magistrato in Sicilia. Non certo per sua scelta. «Sabato, 23 maggio. Alle 8,45, racconta Costanza,  chiamo Roma dall’ex ufficio istruzione del Palazzo di giustizia. No, non sul telefono cellulare. Chiamo il Ministero. Risponde la segretaria, che mi passa Falcone… Mi dice che sarebbe arrivato a Punta Raisi alle 17,45. Tocca a me avvisare la scorta. Nella stanza ci sono molte persone. Mi sposto nella stanza del giudice Leonardo Guarnotta, chiamo l’ufficio scorte, chiedo del dirigente. Non c’è, mi risponde una persona che dice di essere l’ispettore C… Affido a loro la comunicazione con l’orario di arrivo… L’elicottero non c’è più, una volta controllava dall’alto il percorso di Falcone… Il dottor Falcone ha due borse, ma non vedo il computer portatile che quasi sempre teneva con sé… Chiedo al dottore se vuole guidare perché so che la signora soffre il mal d’auto e preferisce sedere davanti, accanto a lui. Mette le borse nel bagagliaio, comunica la direzione al caposcorta, Antonino Montinaro e si mette alla guida… Falcone e la moglie non avevano allacciato le cinture di sicurezza. Non lo facevano mai…».
Durante il tragitto si svolge il cambio delle chiavi del cruscotto. «La macchina è in corsa, la spegne lasciando perfino la marcia innestata. E’ un attimo: estrae la mia chiave e infila la sua nel cruscotto, riaccendendo. L’auto, ancora in trazione, rallenta. Esclamo: ma che fa? Così ci ammazziamo. Ha il tempo di rendersi conto che ha commesso un errore. Non era mai successo prima: lui, così lucido di solito, non aveva pensato che la macchina rimaneva senza controllo, freni disattivati e sterzo bloccato. Si volta verso la moglie, che lo guarda stupita. Scuote la testa. Mormora: scusa… Se non avessimo rallentato, la bomba sarebbe saltata sotto di noi».
Tirando le somme, tre telefonate informano chi di dovere sulle intenzioni del magistrato. Falcone si mette alla guida di una blindata tutte le volte che vuole. Nessuna norma di sicurezza lo sconsiglia dal farlo; è affaticato, sovrappensiero, distratto; al punto da cambiare in corsa la chiave dal cruscotto.
Paolo Borsellino, ad alto rischio, non è meglio protetto: telefoni sotto controllo, assenza di vigilanza sul percorso e in Via D’Amelio. Senza un’informazione tempestiva da parte degli attentatori l’attentato di Via D’Amelio sarebbe stato impossibile. Borsellino si era recato il 18 luglio in casa della sorella per visitare la madre. Sarebbe stato improbabile un suo ritorno il giorno dopo, ma il commando lo aspettava; sapeva in anticipo. Così come sapeva in anticipo l’arrivo di Giovanni Falcone.
Il commando incaricato di uccidere Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre 1982, a cento giorni dal suo insediamento come Prefetto di Palermo, disponeva di “antenne” affidabili. L’attesero sulla strada che avrebbe percorso, eliminando quel “velleitario” tentativo dello Stato di scompaginare i piani di Cosa nostra, e dei suoi dante causa, in Sicilia. Sarebbe capitato, di lì a poco, altre volte.

Salvatore Parlagreco (Sicilia Informazioni - 3 settembre 2015 e 5 settembre 2015) 

 

sabato 5 settembre 2015

A Palermo c’era e non c’è

A Palermo c’era e non c’è

L’avvistamento di una cabina telefonica a Roma la scorsa settimana mi ha fatto riflettere sulle cose che facevano parte del paesaggio urbano, sulle abitudini, su alcuni luoghi e sapori che un tempo erano così consolidati da sembrare intramontabili e invece non fanno più parte della quotidianità. Avviene nelle nostre vite e anche per la nostra città.
A Palermo che cosa c’era e non c’è? Facciamo qualche esempio:
  • le pizzette di Giannettino a piazza Politeama;
  • le giostre al Foro Italico;
  • le bancarelle dei polipari e dei cozzari a Mondello;
  • le cabine montate sulle impalcature all’Acquasanta;
  • andare in discoteca il sabato pomeriggio;
  • lo stadio de La Favorita a un anello;
  • le insegne luminose delle bibite Trinacria;
  • i passaggi a livello in città;
  • le feste della goliardia per le matricole all’Università (con tanto di “papello”);
  • il bar Roney in via Libertà.
Continuate voi? ;)


 http://www.rosalio.it/2010/04/29/a-palermo-cera-e-non-ce/


venerdì 4 settembre 2015

LA RIFLESSIONE Palazzo Steri: la lunga notte dell’Inquisizione a Palermo

Barbara Mazzola. Dal suono può sembrare un nome padano, ma in realtà è una ragazza, tutto pepe, di Palermo. Per incontrarla occorre andare a visitare palazzo Steri, antica residenza dei Chiaramonte (tra le famiglie più influenti della Palermo del ‘300). Qui lavora come guida turistica e racconta che il palazzo fortificato (da cui il nome Steri, da Hosterium) è stato successivamente, dal XV secolo, residenza dei Viceré spagnoli e dal 1600 al 1782 sede del tribunale dell’inquisizione.
 
Lo scorso aprile Barbara, insieme con Carmela Catalano, Francesca Sommatino e Ornella Ferro, nei panni di alcune streghe hanno in pratica portato in scena la centesima replica di uno spettacolo per ricordare le sofferenze, le urla disperate, le pene e le torture, subite da chi è stato recluso nel carcere siciliano dell’inquisizione. Una sorta di singolarissima e intensa visita guidata serale, in quelle che furono per quasi due secoli le buie celle di una tremenda prigione che non lasciava scampo.
 
Vi finirono dentro anche preti e vescovi stando alle testimonianze rinvenute, sotto strati d’intonaco, su quei muri a seguito dei lavori di restauro che hanno consentito di riportare alla luce e, fortunatamente, conservare graffiti, versi, frasi e disegni: le testimonianze di un oceano di sofferenze patite in quella lunga notte della storia.
 
Fra coloro che vi furono rinchiusi, l’intensa rappresentazione dà risalto al caso di Diego La Matina, frate agostiniano giudicato eretico e finito al rogo. Della vicenda si occupò anche Leonardo Sciascia nel suo libro “Morte dell’inquisitore” (scritto nel 1964 e pubblicato da Adelphi). Una vicenda ancora oggi in buona parte avvolta in un mistero nel quale storia e racconti popolari continuano a fare a pugni. Tanto che lo stesso Sciascia ha scritto: “È un libro non finito, che non finirò mai”.
 
Di fra Diego La Matina si sa che nella prigionia a palazzo Steri, non la prima, durante un interrogatorio (o tortura) aggredì l’inquisitore, Juan Lopez de Cisneros, con i ceppi di ferro ai polsi, o forse con un arnese di metallo (il che accrediterebbe la tesi della presenza di strumenti di tortura). Lo uccise fracassandogli il cranio e così quello fu il drammatico epilogo di un ennesimo colloquio per ottenere la confessione della colpa di eresia. Pare che dagli archivi di Madrid sia emersa una nota con la quale la sede per antonomasia del temutissimo tribunale, la Spagna, si lamentasse per i metodi eccessivamente brutali usati a Palermo. Addirittura più realisti del re, a quanto pare.
 
In una delle sale è esposto un disegno a china di Renato Guttuso, nel quale un segno nero come il buio pesto di quelle celle racconta la fatale reazione. Un segno nervoso, scappato dalla mano, quasi a voler dare forma a una rabbia sociale che non fatichiamo a credere intatta verso un “problema” che tuttora stringe la Sicilia in una morsa soffocante. E, ovviamente, non si tratta del traffico, come, provocatoriamente, si dice nel film “Johnny Stecchino” di Roberto Benigni. Le pareti di palazzo Steri a Palermo continuano a raccontare una storia nella quale, nel nome dell’alleanza trono-altare, a lungo si sono tenute soggiogate menti e genti.

Un tempo nel quale il versante religioso di quel grumo di potere ci ha messo del suo per neutralizzare e disinnescare la carica inquietante e destabilizzante del messaggio evangelico. Per rendersene conto, basta sostare ancora oggi davanti all’affresco settecentesco “Fuga in Egitto” del fiammingo Guglielmo Borremans, in una delle sale del museo diocesano nel palazzo arcivescovile di Palermo. La fuga di Maria e Giuseppe per trarre in salvo il redentore dalla furia omicida di Erode (non proprio un antesignano del pensiero pedagogico), è iconograficamente ridotta a poco più di una scampagnata, con un tratto barocco perfettamente al servizio dell’ortodossia, qui celebrata anche esteticamente come una festa gioiosa di grazia bucolica.
 
Fra i pochi che potevano permettersi qualche libertà fuori dagli schemi, forse c’era lo scultore Giacomo Serpotta, magnifico solista della scultura a cavallo fra sei e settecento e non conosciuto fuori dall’isola come invece meriterebbe al pari di altri grandi nomi della storia dell’arte. Nella fastosa, ubriacante e straordinaria ridondanza di forme e volumi immersi nel candore estetico dello stucco, poteva permettersi di dire, come nell’oratorio del Rosario di Santa Cita, che a Lepanto non ha vinto in realtà nessuno – né cristiani né musulmani quindi – perché la guerra produce ovunque e sempre solamente miseria.

Dunque, elementi di riflessione, e non pochi, se si visita Palermo. Una città dalle mille, imperdibili, sorprese e contraddizioni. Nella quale il bello convive col brutto, il bene con il male, il giusto con l’ingiusto, in una contraddizione stridente e quotidiana, al tempo stesso, e nella quale il senso di contrasto è talmente inestricabile da sembrare metabolizzato coma la normalità. Forse specchio di un paese intero, che ha fatto della ricerca dissoluta del contraddittorio, del conflitto, dell’irrisolvibile contrasto e del provvisorio, la cifra sistemica di una normalità perennemente in bilico. Quasi un’inspiegabile e paradossale sfida alla stessa legge di gravità dell’umano.


 

mercoledì 2 settembre 2015

Palmira (Siria)


Sondaggi, se il Pd si allea con Ncd prende il 4% in meno (e forse perde le elezioni)


Rilevazioni dell'Istituto Piepoli per l'Ansa: in caso di alleanza con il Nuovo Centrodestra, i democratici crollerebbero dal 32% al 28%. E allo stesso tempo il M5s salirebbe dal 25,5 al 29, diventando in quel caso il primo partito. Se invece Renzi scegliesse come alleato Sel raggiungerebbe il 37%. Lega e Forza Italia hanno speranze di ballottaggio solo correndo insieme. Mentre un partito di sinistra non supererebbe il 13% 

Il Pd resta il primo partito a patto che non imbarchi il Nuovo Centrodestra. Mentre si moltiplicano ipotesi e retroscena su una eventuale alleanza-coalizione-ospitalità nelle liste democratiche di esponenti alfaniani e casiniani (leader compresi), il sondaggio dell’Istituto Piepoli per l’Ansa suggerisce ai vertici del partito del presidente del Consiglio di andarci molto, molto piano. Il Partito democratico, infatti, se oggi corresse da solo raccoglierebbe il 32,5 per cento staccando di parecchio il Movimento Cinque Stelle, lontano 7 punti. Se invece al Nazareno si decidesse di unire le forze con l’Ncd crollerebbe al 28. E soprattutto il flusso di voto – sempre secondo le rilevazioni di Piepoli – beneficerebbe proprio il M5s che diventerebbe primo partito, al 29 per cento. Questo vuol dire che potrebbero essere dolori anche al ballottaggio, dove i Cinque Stelle partirebbero in vantaggio. Insomma, come al solito, tutti a dire che le elezioni si vincono al centro, ma poi i numeri dicono tutt’altro: come minimo gli elettori “non capirebbero”.

Anzi, di più: l’istituto Piepoli ha realizzato anche lo scenario opposto. E cioè se il Pd stringesse un’intesa con Sel, che sembrerebbe un “alleato naturale” (e con cui ha formato una coalizione alle elezioni politiche del 2013): in quel caso i democratici totalizzerebbero il loro risultato migliore, raggiungendo il 37%. La cosa certa è che il 40 per cento pare lontano per tutti: questo vuol dire che il ballottaggio sembra – ad oggi – cosa certa.

Nel campo del centrodestra, se Forza Italia e Lega Nord si presentassero ognuno per conto proprio metterebbero insieme rispettivamente il 10 e il 15,5 per cento, ben lontane sia dal Pd sia dal M5s. E se si presentassero in un’unica lista (come spinge a fare l’Italicum che prevede una corsa tra liste e non tra coalizioni) oscillerebbero tra il 26 e il 27 per cento. In questo modo, se il Pd corresse da solo e non con quello che sembra il “fardello” Ncd, il centrodestra avrebbe speranze di arrivare almeno al secondo turno e giocarsi il ballottaggio con i democratici.

Altro scenario. Ncd si allea con Forza Italia, la Lega fa gara a sé: tutti rimarrebbero fuori dal rush finale per il ballottaggio: i berlusconiani finalmente riuniti non supererebbero il 13 per cento, mentre il Carroccio si fermerebbe al 18, lontano da qualsiasi valore di Pd e M5s. L’altro elemento certo è che Ncd – a oggi – sembra spacciato: il suo 2,5 per cento è insufficiente per entrare nel nuovo Parlamento “architettato” dall’Italicum. Dei “piccoli” ce la farebbero invece solo Sel e Fratelli d’Italia (entrambi arrivano al 4). 

Infine la sinistra-sinistra, un eventuale soggetto unico alla sinistra del Pd. Ad oggi non esiste e Sel più altri di centrosinistra non superano insieme il 5 per cento. Un nuovo partito prenderebbe – secondo l’istituto Piepoli – tra il 10 e il 13 per cento, buono per la rappresentanza parlamentare, ma evidentemente fuori da ogni gioco per la corsa alla vittoria e la speranza di governare.




sabato 29 agosto 2015

Il saluto di Ferruccio de Bortoli ai lettori del Corriere della Sera «I giornali devono essere scomodi»

Devo ai lettori del Corriere, una meravigliosa comunità civile, un piccolo rendiconto della mia seconda direzione. Ho avuto l’onore di guidare questa straordinaria redazione per dodici anni complessivi. Un privilegio inestimabile. All’editoriale Corriere della Sera fui assunto, giovanissimo praticante, la prima volta nell’ottobre del ‘73. La proprietà era ancora Crespi. I Rizzoli sarebbero arrivati l’anno dopo. Il Corriere era stato il mio sogno giovanile, è diventato la mia casa, la mia famiglia. Il rapporto di lavoro con gli editori pro tempore si conclude oggi, come è ormai noto da nove mesi. Il legame sentimentale con il giornale era e resta indissolubile.

Nell’aprile del 2009, al momento di assumere la seconda direzione, scrissi che il Corriere - lungo il solco della sua tradizione liberaldemocratica - ambiva a rappresentare «l’Italia che ce la fa». Credo che vi sia riuscito perché è stato indipendente, aperto e onesto. Ha svolto il ruolo che compete a un grande organo d’informazione, orgoglioso dei suoi valori e di una storia di ormai 140 anni. Ha dato spazio e rappresentatività a un’Italia seria, laboriosa, proiettata nel futuro e nella modernità. Il Corriere non è stato il portavoce di nessuno, tantomeno dei suoi troppi e litigiosi azionisti. Non ha fatto sconti al potere, nelle sue varie forme, nemmeno a quello giudiziario. Ha giudicato i governi sui fatti, senza amicizie, pregiudizi o secondi fini. E proprio per questo è stato inviso e criticato. Chi scrive ha avuto lunghe vicende giudiziarie con gli avvocati di Berlusconi, con D’Alema e tanti altri. Al nostro storico collaboratore Mario Monti - che ebbe, per fortuna dell’Italia, l’incarico dal presidente Napolitano di guidare il governo - non piacquero, per usare un eufemismo, alcuni nostri editoriali. Come a Prodi, del resto, a suo tempo. Pazienza.

Del giovane caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento. Il Corriere ha appoggiato le sue riforme economiche, utili al Paese, ma ha diffidato fortemente del suo modo di interpretare il potere. Disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche. Personalmente mi auguro che Mattarella non firmi l’Italicum . Una legge sbagliata. Ad alcuni miei - ormai ex - azionisti sono risultate indigeste talune cronache finanziarie e giudiziarie. A Torino come a Milano. Se ne sono fatti una ragione. Alla Procura di Milano si sono irritati, e non poco, per come abbiamo trattato il caso Bruti-Robledo? Ancora pazienza. L’elenco potrebbe continuare. 

Con il tempo, cari lettori, ho imparato che i giornali devono essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile. Scomodi anche quando sono moderati ed equilibrati come il Corriere . La verità è che i bravi giornalisti spesso ne sanno di più di coloro che vorrebbero zittirli. In questo Paese, di modesta cultura delle regole, l’informazione è considerata da gran parte della classe dirigente un male necessario. Uno dei tanti segni di arretratezza. Piaccia o no, le notizie sono notizie. I fatti sono i fatti, anche quando smentiscono le opinioni di chi scrive. E le inchieste sono un dovere civile, oltre che professionale. Perché le democrazie si nutrono di trasparenza e confronto, di attenzione e rispetto. Dove c’è trasparenza c’è riconoscimento del merito, concorrenza e crescita. Nell’opacità si regredisce. Una società democratica non deperisce solo se ha un’opinione pubblica avvertita e responsabile, alla quale - come diceva Luigi Einaudi, collaboratore del Corriere e presidente della Repubblica - devono essere forniti gli ingredienti utili per scegliere. Non solo nelle urne ma nella vita di ogni giorno. Conoscere per deliberare. L’opinione pubblica, architrave di una democrazia evoluta, è composta da cittadini con spirito critico non da sudditi che se le bevono tutte. E le opinioni vanno rispettate. Tutte.

Il giornale si è distinto in questi anni per aver promosso un tavolo costante di confronto fra idee diverse, salvo dire quando era necessario, la propria. Errori ce ne sono stati. E non pochi. La colpa è esclusivamente mia. Un esempio? I giornali dovrebbero tutelare di più le persone coinvolte in fatti di cronaca o inchieste. Non sono oggetti inanimati delle notizie o protagonisti involontari di una fiction . Hanno famiglie e sentimenti. La loro dignità va sempre salvaguardata e l’onore restituito quando è il caso.

Poche cifre, credo significative, sull’andamento in questi anni del sistema Corriere della Sera che ha raggiunto una vastità e complessità, come vedremo, non a tutti nota. Dal quotidiano - nelle sue diciassette edizioni locali, nelle versioni digitale e cartacea, online, e su smartphone - ai supplementi Sette , La Lettura , Corriere Economia , Io Donna , ViviMilano , Corriere Eventi , Corriere Innovazione , Living e Style . In un mercato assai difficile se non drammatico per l’editoria, il sistema Corriere ha realizzato nel 2014 un giro d’affari di poco inferiore ai 300 milioni, con una redditività dell’11%, in crescita rispetto all’anno precedente quando era stata del 9%. E questo nonostante il crollo degli introiti pubblicitari, diminuiti del 40% circa in sei anni. Efficienze e risparmi, negli ultimi due esercizi, sono stati pari a 45 milioni. La redditività della parte stampa è del 7 per cento, di quella digitale del 16. La casa editrice di libri e pubblicazioni collaterali a marchio Corriere è diventata in questi anni una delle principali del mercato italiano. L’anno scorso ha realizzato un fatturato di 30 milioni e un margine, in crescita, di 10.

Il Corriere conserva la sua leadership nella diffusione (carta più digitale) con 421 mila copie nella media del 2014. È quello che ha più lettori nei quotidiani d’informazione generalista. Nelle ultime due rilevazioni Audipress ha superato - e non accadeva da anni - il suo più diretto concorrente, con 2 milioni e 617 mila lettori giornalieri. Corriere.it , che ha rinnovato profondamente la propria offerta (non senza qualche problema tecnologico, che ammettiamo), con la diretta tv dei principali avvenimenti, ha circa 2 milioni e mezzo di utenti unici al giorno, più di 30 milioni di pagine viste. Straordinario il successo dei video: nel solo mese di febbraio gli streaming sul nostro sito sono stati 24 milioni, contro i 16 del nostro diretto concorrente. 

L’editoria digitale del Corriere ha conosciuto una fase di grande sviluppo. Dalle videoinchieste alle docufiction . Sono stati creati blog multiautore di rilevante successo (come la 27esima ora oggi anche radio), prodotte alcune importanti webseries (dalla Mamma Imperfetta al Viaggio di Vera , alla Scelta di Catia , all’ultimo La Resistenza di Norma ). L’intero sistema Corriere è presente su tutti i social network; su Twitter, per esempio, ha più di un milione di followers . Un cenno solo all’attività sociale. La onlus Un Aiuto subito , creata dal Corriere nel ‘97, è intervenuta, dopo tutte le più grandi sciagure, terremoti e inondazioni, a favore delle popolazioni colpite, impiegando i fondi ottenuti grazie alla generosità dei lettori (in totale oltre 40 milioni). Le realizzazioni sono documentate sul nostro sito.

Tutti questi risultati sono stati possibili grazie a una grande redazione, al condirettore Luciano Fontana, ai vicedirettori Antonio Macaluso, Daniele Manca, Venanzio Postiglione, Giangiacomo Schiavi, Barbara Stefanelli. Sono certo che con la nuova direzione il Corriere sarà ancora più autorevole, forte e innovativo. A tutti i colleghi, al direttore generale Alessandro Bompieri e al suo staff, va la mia gratitudine. Ai lettori, molti dei quali in questi giorni non mi hanno fatto mancare i segni della loro vicinanza, un grande e ideale abbraccio.

Ferruccio de Bortoli (fdebortoli2@gmail.com)
(Corriere della Sera - 30 aprile 2015)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)