"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 19 febbraio 2016

Due anni di governo Renzi: record di voti di fiducia e più spese



Dopo i fasti di Berlusconi, Monti e Letta avevano imposto una cura dimagrante che aveva iniziato a dare i suoi frutti, col taglio di varie centinaia di milioni. Ma con l'insediamento di Renzi le cifre impegnate da Palazzo Chigi sono tornate a crescere, fino a sfiorare i 3,7 miliardi.





Matteo Renzi lo ripete come un mantra: «La fiducia è fondamentale». Di certo il suo governo ne sa qualcosa: in due anni appena l’ha chiesta alle Camere 50 volte. In media ogni due settimane. Nessuno nella Seconda Repubblica è ricorso così tanto al voto blindato che, pena la caduta dell’esecutivo, tronca il dibattito parlamentare, fa decadere gli emendamenti e impone di approvare un provvedimento così com’è, prendere o lasciare. L’unica eccezione è quella di Mario Monti, che però era alle prese con inedite larghe intese e una crisi senza precedenti: 51 volte in un anno e mezzo. Con la notevole differenza, inoltre, che moltissime fiducie furono necessarie per varare leggi difficili da digerire come la riforma Fornero (che ne richiese otto), la Severino e il Salva Italia (cinque ciascuna), il decreto Sviluppo e la riforma fiscale (quattro).
Tranne alcuni casi particolarmente delicati come l’Italicum o il Jobs, il governo Renzi l’ha invece utilizzata per una vasta platea di provvedimenti, dal Milleproroghe alle missioni internazionali, dal decreto Stadi al Giubileo, dalle carceri all’Ilva. Spesso unicamente per fare prima, dal momento che la "blindatura" è stata posta 24 volte alla Camera, dove pure la maggioranza è amplissima. In pratica un terzo delle leggi sono state approvate in questo modo, come si evince dal dossier che Openpolis ha realizzato per l’occasione e che l’Espresso presenta in anteprima.


FIDUCIA DA RECORD - CLASSIFICA DELLA SECONDA REPUBBLICA

Dopo le critiche mosse, va tuttavia riconosciuto all'esecutivo di esservi ricorso molto meno in questo secondo anno di vita: "solo" 20 volte a fronte di 91 leggi. Ma nel complesso, se si escludono le decine di trattati internazionali ratificati, una mera formalità, la percentuale supera il 50 per cento.
Stesso discorso per i decreti, che da strumento di straordinaria necessità e urgenza da tempo si sono trasformati in un mezzo ordinario. Anche in questo caso, il governo Renzi è in linea con tutti i più recenti inquilini di Palazzo Chigi, avendone sfornato in media uno ogni due settimane. Proprio come l’ultimo di Berlusconi (2008-2011), all’epoca criticato duramente dal centrosinistra.


QUANTI DECRETI

Malgrado gli annunci rottamatori rispetto alle pratiche del passato, insomma, con Renzi è aumentato lo squilibrio di poteri a favore del governo. A tutto discapito del Parlamento, che riesce a mandare in porto meno dell’1 per cento delle proposte (impiegandoci peraltro più di un anno), contro il 29 per cento dell'esecutivo. Al quale bastano invece cinque mesi per veder approvato un ddl.


TEMPO MEDIO DI APPROVAZIONE DELLE LEGGI

Contrariamente alla vulgata sulla lentezza dovuta al bicameralismo, però, le Camere hanno dimostrato di saper lavorare assai celermente sui disegni di legge del governo. Dando il via libera, quando si trattava di temi caldi come le imprese o la giustizia, nel giro di un mese e mezzo appena.


DDL DEL GOVERNO - TEMPO MEDIO DI APPROVAZIONE DEL PARLAMENTO

In ogni caso il Parlamento non riesce ad avere voce in capitolo nemmeno quando un provvedimento non è blindato. Difatti solo una minima parte degli emendamenti vengono approvati, anche come conseguenza dell’ostruzionismo, che porta a presentarne migliaia (vedi la riforma Boschi): meno del 3 per cento hanno successo se sono presentati da deputati o senatori, contro il 47 per cento di quelli del governo.


IN ALTO LE SPESE

Dopo i fasti di Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta avevano imposto una cura dimagrante che aveva iniziato a dare i suoi frutti, col taglio di varie centinaia di milioni. Nel primo anno di insediamento di Renzi (il dato più recente disponibile) le cifre impegnate da Palazzo Chigi sono tornate a crescere, fino a sfiorare i 3,7 miliardi.


SPESE DI PALAZZO CHIGI

Ad aver registrato un autentico boom è il Segretariato generale, il cuore pulsante della Presidenza del Consiglio, che svolge opera di coordinamento e raccordo organizzativo tra le varie strutture: nel 2014 è costato 755 milioni, quasi il doppio rispetto a un anno prima. Fra chi è sceso in misura più significativa c'è invece la Protezione civile, con 2 miliardi e 288 milioni (168 milioni in meno, pari al 7 per cento).


UNA POLTRONA È PER SEMPRE

È tuttavia sul fronte dei posti occupati che si misurano i rapporti di forza all'interno del governo, passato in due anni da 61 a 63 poltrone fra ministri, vice e sottosegretari. E l'exploit maggiore va riconosciuto al Nuovo centrodestra, salito a 14 incarichi proprio col rimpasto attuato a ridosso del voto sulle unioni civili: due in più di due anni fa.
Un ruolo "governista a prescindere", quello di Ncd, confermato dal fatto che una gran parte dei suoi esponenti ha avuto almeno un altro incarico durante l'ultimo esecutivo Berlusconi, con Letta o con entrambi: il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, l'ex Maurizio Lupi (Infrastrutture), i viceministri Luigi Casero (Economia) e Antonio Gentile (Sviluppo economico), i sottosegretari Simona Vicari (Infrastrutture), Alberto Giorgetti (Economia), Gabriele Toccafondi (Istruzione), Gioacchino Alfano (Difesa) e Giuseppe Castiglione (Agricoltura).
Del resto lo stesso Angelino Alfano è stato ministro in tre degli ultimi quattro governi: alla Giustizia con Berlusconi e al Viminale con Renzi e Letta, di cui è stato anche vicepremier. Non male, per un partito che i sondaggi indicano a rischio sopravvivenza in caso di elezioni.

Paolo Fantauzzi (L’Espresso16febbraio 2016)

domenica 14 febbraio 2016

La riforma delle Bcc divide il governo, spacca il Pd e fa infuriare Federcasse. Nel mezzo interessi territoriali: è scontro tosco-emiliano

Sempre più, la croce del governo, si chiama banche. La mossa di Matteo Renzi divide il governo, fa arrabbiare una parte del Pd e fa infuriare la Federcasse, che parla di "incostituzionalità e disparità". La riforma delle Banche di credito cooperativo (Bcc) si avvia su un percorso accidentato. Approvata nella tarda notte di mercoledì scorso, concede ad alcune di esse, una decina in tutto su 376, la possibilità di non entrare a far parte della holding unica, prevista dal decreto. Requisiti richiesti? 200 milioni di patrimonio e il pagamento del 20% all'erario per trasformare la banca da pubblica in società per azioni. Secondo dei calcoli presto fatti, molte delle dieci banche sarebbe toscane. Sta di fatto che la proposta di non far confluire tutte la banche in una stessa holding era stata avanzata da alcuni segmenti della cooperazione, che nei mesi scorsi si erano mostrati piuttosto critici.
La decisione di accontentarli è stata presa poco prima dell'inizio della riunione. Ed è così che durante il Consiglio dei ministri è scoppiato un confronto piuttosto animato andato avanti per tre ore. Capofila contro il paracadute concesso dal premier è il ministro all'Ambiente, Gian Luca Galletti, di Area Popolare, spalleggiato dal collega di partito Angelino Alfano. Anche il ministro dei Trasporti Graziano Delrio (Pd) avrebbe avanzato qualche dubbio, salvo poi adeguarsi alla decisione presa dal Cdm. Non è un caso, tuttavia - fa notare qualcuno - se i più critici nei confronti della riforma siano dell'Emilia Romagna (dove si concentrano molte altre Bcc) come il ministro Galletti e l'ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Quest'ultimo in post su Facebook, ha bocciato l'intero impianto: "Sulla riforma delle Bcc è il caso di riflettere bene. Liberare le riserve di una cooperativa creerebbe un precedente molto serio. Si tratta infatti di colpire al cuore il concetto stesso di cooperazione".
La battaglia prende l'aspetto di un conflitto territoriale tosco-emiliano. Con emiliani da una parte e toscani dall'altra, non solo nel governo ma anche nel Pd. Anche se la riforma è stata approvata "salvo intese", ciò significa che potrebbero esserci anche alcune modifiche, non ci saranno stravolgimenti e la sostanza, come conferma il sottosegretario Luca Lotti, braccio destro e sinistro del premier, resterà tale: "A me sembra una riforma che aiuta il sistema e che aiuta a consolidare il sistema delle Bcc". Via libera quindi anche a quella parte del provvedimento che consente alle banche sopra i 200 milioni di patrimonio di non entrare nella holding. E tra queste ce n'è una in particolare. Mauro Benigni, direttore generale della Banca di Pisa e Fornacetta, gruppo Cabel, ha spiegato infatti che "l'unica banca del gruppo che potrebbe farlo è quella di Cambiano". Non si tratta di una Bcc qualunque, ma è la banca dove lavora e ha ricoperto ruoli dirigenziali Marco Lotti, padre del sottosegretario. Il presidente della banca di Cambiano, Paolo Regini, in un'intervista al Corriere fiorentino, nel dicembre scorso aveva parlato proprio di "riforma inevitabile" ma aveva detto chiaro e tondo: "Mi aspetto che vengano salvaguardate le autonomie delle banche sul territorio. In Toscana ci sono banche robuste e sane come la nostra, mescolarle con chi non ha esperienza non mi sembra virtuoso". Un messaggio molto chiaro rivolto al governo.
La battaglia, comunque sia, si sposta in Parlamento, oltre a una parte del Pd anche Forza Italia con Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta è contraria. Saranno le Aule di Camera e Senato a decidere se modificare o meno il testo. Ma viene fatto presente da alcuni deputati, che conosco bene questi dossier, che sarà complicato cambiare il testo: "Nella holding dovevano confluire tutte le banche, nessuna esclusa. Adesso ciò che è possibile fare è alzare la tassa per scoraggiare le Bcc a rendersi indipendenti".
L'urlo d'allarme viene lanciato a metà pomeriggio, quando ormai Lotti ha confermato che si andrà avanti, anche dal presidente dell'associazione nazionale delle Bcc, Alessandro Azzi, che si è detto sorpreso dalla decisione presa dal governo: "La soglia di 200 milioni non va bene, perché ci sono disparità nel trattamento e possibili rilievi di costituzionalità". Oltre alla battaglia parlamentare, all'orizzonte potrebbero esserci anche ricorsi.

 Gabriella Cerami (

 

sabato 13 febbraio 2016

Doveva morire Giulio perché l'Italia scoprisse il mostro Al-Sisi?

“Noi siamo le vergini dai candidi manti/sfondate didietro ma sane davanti/Nell’arte sovrana di fare i pompini battiamo le troie di tutti i casini”. Le ‘vergini dai candidi manti’ sono in questo caso i governi, i politici, i politologi, i geopolitici, gli intellettuali, i giornali, gli opinionisti, i commentatori, i giornalisti del mondo cosiddetto democratico che si accorgono solo oggi, colpiti da improvvisa folgorazione, di chi è il generale Abd al-Fattah al-Sisi e solo perché in Egitto è stato torturato e ucciso un giovane occidentale, sorte toccata ad almeno 1.500 oppositori, quasi tutti Fratelli Musulmani, nei tre anni di regime del raìs del Cairo. Sono gli eterni scopritori dell’acqua calda, quelli che pensano sempre che il mondo sia nato con loro. Naturalmente gli ‘scopritori dell’acqua calda’ sono troppo imbarazzati per non doverla in qualche modo intiepidire. Così mentre si ergono, petto in fuori, a inflessibili difensori dei ‘diritti umani’ e democratici si lasciano andare a disinvolte amnesie, dimenticanze, verità scritte a metà.
Intanto non ci voleva un particolare acume democratico per definire il colpo di Stato di Al Sisi un colpo di Stato. Visto che era stato rovesciato con la violenza il presidente eletto, Mohamed Morsi, nelle prime consultazioni libere di quel Paese dopo decenni di dittatura. Io lo scrissi a ridosso dei fatti nel novembre del 2013 (Egitto, l’assurdo processo a Morsi, Il Fatto 9 novembre 2013). Ma su questo dettaglio si preferì sorvolare. Ancora oggi c’è chi parla di “seconda dittatura dopo quella di Mubarak” sottintendendovi quindi anche il governo legittimo di Morsi. Che cosa aveva fatto costui per meritarsi di essere rovesciato da un golpe militare perpetrato, paradosso dei paradossi, da quello che era stato il braccio armato del dittatore Mubarak spazzato via dalle rivolte popolari di piazza Tahrir dell’inverno 2011? Aveva messo in galera gli oppositori, li aveva torturati, li aveva uccisi, aveva organizzato la repressione, instaurato la censura, proibito le manifestazioni (cioè tutte le cose che farà Al Sisi una volta insediatosi al potere) imposto la sharia? Niente di tutto questo. L’accusa al governo Morsi, in carica solo da un anno e mezzo, era di essere ‘inefficiente’ (se un’accusa del genere bastasse per legittimare un colpo di Stato, in Italia dovremmo farne uno all’anno). Ma a parte il fatto che era difficile pensare che in poco più di un anno il nuovo governo democratico potesse riparare i guasti di decenni di dittatura, è ovvio che chi in quegli stessi decenni era stato all’opposizione avesse bisogno di farsi un po’ di esperienza di governo. Anche questo, pudicamente, si sottace insieme a un altro fatto determinante. Come mai i Fratelli Musulmani avevano vinto le elezioni del 24 giugno 2012? Perché per trent’anni erano stati i soli, veri, oppositori del regime di Mubarak, pagando prezzi altissimi, con carcerazioni, torture, assassinii, desaparecidos o aparecidos cadaveri come quello di Giulio Regeni (mentre i cosiddetti ‘laici’, che tanto piacciono all’Occidente, se ne stavano al coperto). Per questo la popolazione egiziana li aveva premiati. Anche perché si sapeva che i Fratelli erano dei musulmani moderati e non dei fanatici integralisti (parecchi di loro lo diventeranno dopo andando a ingrossare le file dell’Isis).
Si è ripetuto in Egitto quanto avvenne in Algeria nel 1991 quando nelle prime elezioni libere di quel Paese, dopo trent’anni di una dittatura militare sanguinaria, il Fis (Fronte Islamico di Salvezza) sostanzialmente moderato, le vinse a grande maggioranza. Allora i generali algerini, con l’appoggio dell’intero Occidente, le annullarono con la motivazione che il Fis avrebbe instaurato una dittatura. In nome di una dittatura del tutto ipotetica si ribadiva quella precedente. E fu l’inizio di una guerra civile durata vent’anni. Insomma la lezione degli occidentali, predicatori di democrazia, è questa: la democrazia vale quando le elezioni le vinciamo noi o i nostri amici, altrimenti non vale.
Ciò che stava accadendo nell’Egitto del molto rispettabile e rispettato generale Al Sisi l’ho scritto in un articolo per Il Fatto del 31 gennaio 2015, dall’eloquente titolo: “Al Sisi, il criminale che piace all’Occidente”. Ora che anche i pettoruti democratici ‘last minute’ lo hanno scoperto non starò a ripetere quei dati, mi limiterò ad aggiornarli. I 6.000 prigionieri politici di allora sono arrivati nel frattempo 60 mila. Ma sono destinati a diventare ben di più visto che Al Sisi sta facendo costruire sedici carceri speciali.
Trovo infine oltremodo provinciale gettare la croce addosso a Matteo Renzi per certe sue imprudenti dichiarazioni ed esibizioni, che avevano, se non altro, l’obbiettivo di tutelare alcuni nostri interessi nazionali. Certo la politica estera non si fa con lo stile di Renzi o di Berlusconi, ma con quello di Andreotti che, legami con la mafia o meno (ma in Italia li hanno avuti tutti, persino l’integerrimo La Malfa, quello vero, Ugo) è stato l’ultimo nostro uomo di Stato. Il fatto è che l’intero Occidente, e non solo l’irrilevante Renzi, ha appoggiato e continua ad appoggiare il criminale Al Sisi. Che del resto è stato messo dove ora sta dagli americani che hanno fomentato una molecolare protesta di piazza contro i Fratelli Musulmani, per rovesciarli, e che da decenni, dai tempi di Sadat (l’ultimo capo di Stato egiziano a essere una persona onesta e perbene, insignito del Premio Nobel per la Pace insieme al terrorista Begin che nulla aveva fatto per meritarselo) foraggiano e armano l’esercito egiziano di cui Al Sisi era a capo ai tempi di Mubarak. Al Sisi serve all’Occidente, come oggi gli servono i pasdaran dell’Iran, che per più di trent’anni, senza alcuna ragione plausibile, è stato inserito nel famoso ‘Asse del Male’, e i peshmerga curdi che, tramite Saddam Hussein –quando ci serviva- e la Turchia abbiamo contribuito a massacrare per altrettanti decenni, per contrastare il fenomeno Isis che noi stessi abbiamo creato.
Di fronte a queste ripugnanti ipocrisie della ‘cultura superiore’, che si perpetuano da due secoli da quando risuonarono le sacre parole della Rivoluzione francese, libertè, legalitè, fraternitè, dando inizio nell’Ottocento al colonialismo sistematico, militare, politico, economico, uno comincia a chiedersi, come Grillo ma per tutt’altri motivi: io da che parte sto?



mercoledì 10 febbraio 2016

Nebrodi: "Un mare di colori, un oceano di nuvole"


Maxiprocesso a Cosa nostra: la mafia uccideva non solo d’estate



Trenta anni, ma sembra un secolo fa. Era un lunedì e c’era vento di tramontana, fuori dall’aula bunker dell’Ucciardone. Tutti in fila nel freddo per arrivare ai controlli di sicurezza ed entrare. Lunga fila e pioggerella. Tremila cronisti, centinaia di avvocati. Io avevo l’accredito per fare cronache per “Radio Popolare” di Milano e “il manifesto” di Roma e avevo 28 anni. Era poco dopo l’inizio di qualcosa, non solo per me. Mi guardavo intorno e vedevo un sacco di cose. Palermo/Italia era così (per chi non c’era o non sa, magari è utile capire).

La mafia uccideva non solo d’estate, Salvo Lima faceva l’eurodeputato ed era vivo, come anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che lavoravano in un ufficio non blindato in un palazzo di giustizia ancora smilitarizzato e con finestre blindate ma aperte direttamente sul quartiere popolare lì intorno. Il comune di Palermo era amministrato da una giunta strana, “anomala”: sindaco Orlando, uno dei pochi punti di “continuità” con oggi, e dentro c’erano tutti. Mezza Dc, movimenti, verdi, Pci, preti e ragazzini, sigle che a dirle ora un ragazzo non sa nemmeno di cosa parliamo. Un pacchetto di sigarette costava 750 lire, una lettera 22 usata e in buono stato valeva 40mila, lo stipendio di un operaio specializzato era sulle 500mila. Al giornale (che costava 650 lire) si telefonava per dettare il pezzo usando il gettone (200 lire) e dalla cabina pubblica. Bevevi un caffè con 500 lire.

Io vivevo in piazza Marina, centro storico, un quartiere bello, cadente e senza illuminazione la sera, a due passi dal rettorato (ex sede dell’Inquisizione) e al monumento che ricorda l’omicidio di Joe Petrosino: avevo l’auto targata CT e nel mio palazzo tutti avevano subito furti. Io no, nonostante fossi catanese, perché col figlio della prostituta che abitava al piano terra, venditore ambulante di audiocassette avevo un accordo: gli regalavo musica classica e lui mi faceva trovare musica napoletana sul sedile.

In Italia, l’inflazione viaggiava intorno al 25 per cento e a Palazzo Chigi c’era Bettino Craxi; Andreotti era dal 1983 ministro degli esteri. Lo chiamavano “pentapartito”. Il debito pubblico era l’equivalente di 800 milioni di euro e il Pil era di un miliardo di euro.

In quella fila, dalle 8 alle 10, del 10 febbraio ’86, tutti avevamo detto e scritto che quello era il primo processo alla mafia non solo militare: 474 imputati, da Michele Greco a Luciano Liggio e Totò Riina in giù. Prima di quel momento, i processi finivano quasi tutti in assoluzioni per insufficienza di prove oppure non arrivavano neanche in aula. Ora, eccoli i boss, tutti in gabbia.

I titoli della mazzetta di quella mattina raccontavano stupore, corrivo, fretta. “La mafia dietro le sbarre” (la Sicilia, Catania), “Cosa nostra nelle gabbie del bunker” (Corriere della sera, Milano), “Uomini di mafia, alzatevi” (Stampa sera, Torino), “Le gabbie piene di boss” (l’Ora, Palermo), “Entra la corte, silenzio” (Giornale di Sicilia, Palermo). Ma proprio quel giorno, nel pomeriggio a Firenze, le “nuove Brigate rosse” uccisero anche il sindaco Lando Conti, così l’indomani di quella lunga mattina in fila a Palermo, le due notizie si contesero l’apertura.

Nelle settimane precedenti a quella storica udienza, Falcone, Borsellino e i loro colleghi del pool antimafia dell’ufficio istruzione (Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta) erano finiti nel mirino di una brutta campagna di stampa: “giudici sceriffi”, li chiamavano alcuni notisti del “Giornale di Sicilia”, e li accusavano di diffamare la Sicilia con quelle accuse e quei boss trascinati in giudizio. “Nessuno tenti di strumentalizzare questo processo per diffamare la città”, avvertiva l’editore-direttore del Gds, Antonio Ardizzone. E molti contestavano come incostituzionale la legge Rognoni-La Torre che aveva introdotto le confische di beni mafiosi.

Intorno a quei magistrati, la mafia aveva fatto il vuoto: nell’estate 1985, era stato ucciso Ninni Cassarà capo della squadra mobile che aveva fatto le indagini alla base di quel processo. Era la “Palude”: l’allora vicedirettore di Repubblica, Giampaolo Pansa, chiamò così il clima che si respirava a Palermo e il suo editoriale uscì 4 giorni prima di quel 10 febbraio ’86. C’erano quei giudici e gli studenti medi a sostenere che la mafia esisteva e culturalmente comandava lì.

Per mesi, fummo reclusi a dare uno sguardo attraverso quel bunker a quella Palermo/Italia. C’era una assurda permeabilità col fuori. Otto mesi dopo l’inizio del dibattimento, l’8 ottobre, a Palermo uccisero un bambino di 11 anni. Due killer in moto, lo chiamarono e lo ammazzarono come un cane. Claudio Domino, si chiamava. Figlio di un piccolo imprenditore che aveva un appalto sulle pulizie nell’aula bunker. Poche ore dopo il delitto, una manifestazione della società andò deserta. E il giorno dopo quel delitto di un bambino fu evocato in udienza. Un imputato, Giovanni Bontade, chiese al presidente e ottenne la parola: “Non siamo stati noi. Non c’entriamo niente. Anche noi abbiamo figli…”. Disse così. Questa era la Palermo/Italia, nelle ore, giorni, anni in cui alcuni magistrati-ribelli per la prima volta nella storia giudiziaria italiana tentarono di mettere sotto processo la mafia militare e un primo pezzo di sistema politico-economico.

Siccome quel processo, sei anni dopo, finì non aggiustato (come pretendevano gli imputati mafiosi di quel lontano evento) e con condanne definitive in Cassazione, la mafia che “non uccideva bambini”, uccise Falcone e Borsellino. Ma questo, anche i ragazzi di oggi, ormai lo sanno e lo studiano nelle scuole.


p.s. Ho ritrovato un mio vecchio taccuino. Con questo appunto: “Sera del 9 febbraio 1986, domenica, vigilia di maxiprocesso. Tornando a casa a piedi, davanti al teatro Politeama, ho assistito alla seguente scena: un ragazzo barcollante, arriva, si siede e con gesti lenti e metodici si alza la manica. Tira fuori la siringa e il cucchiaio. Fiamma e tira su. Si buca, si stende per dieci lunghi minuti. Poi si scrolla, si rialza e va via. Tra la folla. Il maxiprocesso non lo citerà in giudizio ma parlerà anche di lui”.



Maxiprocesso a Cosa nostra, trent’anni fa la prima vittoria dello Stato. Ma chi stava con Falcone e Borsellino era ‘khomeinista’



Il 10 febbraio 1986 la prima udienza del dibattimento che avrebbe portato alle condanne definitive per la cupola mafiosa. Ma la battaglia culturale fuori dall'aula fu durissima. Dal Giornale di Sicilia al cardinale Pappalardo, l'ostilità diffusa verso la "giustizia spettacolo" creò un dizionario dell'impunità che resiste ancora oggi. Intanto nasceva il movimento antimafia, dalle manifestazioni studentesche alla colletta della Cederna per sostenere le spese delle parti civili. Per le quali era difficile trovare avvocati in Sicilia
Quel mattino del 10 febbraio 1986 andai a piedi, da solo, verso l’aula del maxiprocesso. A Palermo piovigginava. Stava giungendo finalmente il momento della verità. L’aveva preceduto una battaglia durata anni. Nei palazzi di giustizia ma anche fuori. Uno scontro culturale durissimo. Per la prima volta nella storia d’Italia un processo di mafia era diventato fatto nazionale (leggi la scheda). Vi arrivava l’onda lunga degli omicidi eccellenti degli anni settanta e degli anni ottanta, tra cui quello del prefetto dalla Chiesa aveva colpito il sentimento popolare per il ruolo avuto dalla vittima nella vittoria sul terrorismo. A Milano e poi a Bologna gli studenti delle medie superiori avevano organizzato assemblee oceaniche, migliaia di giovani, ce ne sono foto oggi impressionanti, facendo propria la domanda di giustizia.
Da Milano una giornalista con il gusto delle sfide, Camilla Cederna, aveva lanciato una sottoscrizione per aiutare economicamente nel processo i familiari, quasi impossibilitati a trovare avvocati a Palermo. Le toghe della difesa erano state monopolizzate dai 460 imputati e in ogni caso allora non era buon affare difendere gli innocenti contro i boss di Cosa Nostra. Vennero raccolti trecento milioni di lire tra professionisti e imprenditori. Parteciparono alla colletta anche le scuole, perfino i nostri operai meridionali emigrati in Germania. Nulla si sa di quello che è stato uno dei più grandi moti di solidarietà civile avuti nella storia di questo paese.
I due giudici che più di tutti ricordiamo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per ragioni di sicurezza erano dovuti andare nell’isola dell’Asinara a scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio. Loro costretti a vivere come latitanti mentre Totò Riina faceva nascere i suoi figli nel cuore di Palermo. La stessa domanda di giustizia era stata colpevolizzata, quasi fosse una anomalia insopportabile per la civiltà italiana (e in effetti un po’ lo era). Vennero coniati allora termini poi entrati nel vocabolario dell’impunità: giustizialisti, giacobini, khomeinisti (da Khomeini, l’ayatollah fondamentalista degli sciiti iraniani). Il “Giornale di Sicilia” pubblicò una vignetta contro lo sforzo economico compiuto dallo Stato per realizzare l’aula del maxiprocesso: vi si chiedeva a quanti palermitani si sarebbe potuto dare un lavoro con quei soldi. Diede fastidio anche l’attenzione mediatica. Lo stesso cardinale Pappalardo, quello della celebre omelia su Palermo “espugnata come Sagunto” “mentre a Roma si discute sul da farsi”, condannò la giustizia-spettacolo. Mentre il “Giornale” di Montanelli, che sempre aveva ammonito ad andare dai giudici piuttosto che denunciare in pubblico, davanti alla solennità del rito intimò (rivolto al sottoscritto), “e ora gli orfani tacciano”.
Senza contare le confessioni di Buscetta che avevano spazzato per sempre sia l’idea che la mafia fosse solo una mentalità, sia la convinzione che i mafiosi non potessero “pentirsi”. Tutto questo si condensava quel mattino in quel punto di Palermo. Arrivai e scoprii, superando uno sbarramento di polizia e carabinieri, che la cultura giuridica del tempo prevedeva un ingresso riservato per “imputati e parti civili”. Insieme, le vittime e i carnefici. Incontrai dentro le mie sorelle Rita e Simona e mio zio Romeo. E altri familiari. Mi guardai intorno. Una metà di quella sorta di immensa aeronave spaziale era composta di gabbie, riempite di mafiosi ora silenti ora urlanti, ricordo Liggio appoggiato alle sbarre come un signore. Vedendo quelle fisicità inscatolate pensai, non so perché, che nessuna condanna mi avrebbe reso giustizia. Lo pensai lì di colpo per la prima volta, dopo avere tanto atteso quel momento. Nessuno mi avrebbe restituito mio padre. L’unica vera giustizia sarebbe stata sconfiggere la mafia, solo così avrebbe vinto lui. Anche se sapevo perfettamente quanto fosse costato avviare quel processo e portarci quegli imputati.
Intuivo che i due giudici dell’Asinara avevano messo un’ipoteca sulla loro vita, mai avrei potuto però immaginare che sarebbero saltati in aria quasi insieme sei anni dopo. Vidi il presidente della corte, sapevo di dovergli essere grato perché aveva accettato quell’incarico dopo che una decina di coraggiosi colleghi si erano dichiarati malati o impossibilitati. Sembrava il meno indicato: veniva dalla giustizia civile e aveva una voce in falsetto. Si chiamava Alfonso Giordano. Sarebbe stato bravissimo. Pubblici ministeri vidi Giuseppe Ayala e Domenico Signorino, che avevo conosciuto durante un interrogatorio. Giudice a latere era Pietro Grasso. Sarebbe diventato il presidente del Senato.
Cominciò così uno dei più grandi e difficili capitoli della storia d’Italia. Anche donne del popolo contiguo alla mafia si costituirono parte civile. Il nuovo movimento antimafia accompagnò quel braccio di ferro, anche procedurale, in cui ebbero un ruolo decisivo i ministri della Giustizia, prima Mino Martinazzoli poi Virginio Rognoni. A metà del suo svolgimento venne lanciata la celebre, furibonda polemica contro “i professionisti dell’antimafia”, principale imputato Paolo Borsellino. Alla fine, per la prima volta, Cosa Nostra sarebbe stata condannata all’ergastolo in Cassazione. Anche se già in appello si sarebbe avuta la ripetizione dei consueti scempi. Una sentenza scandalosa. Per fortuna tutto fu rifatto. Giovanni Falcone da Roma, dove era andato nel frattempo con il ministro Martelli alla direzione degli Affari penali, vegliò contro i colpi di mano, i cavilli, le complicità di Cassazione. Gli sia reso onore anche per questo.



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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