"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 25 novembre 2016

ZAC - Cantieri Culturali della Zisa - Palermo: "Cuba. Tatuare la Storia" (Slide Show)


Scarpinato: “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”





Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.

In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.

Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.

Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

I fautori della riforma focalizzano l’attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto – potere di eleggere i senatori?

Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?

Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?

Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato?

Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?

Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.

La nuova legge elettorale nota come l’Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall’alto senza il voto popolare.

Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali cui si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati.

Gli elettori potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione solo se la lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone “nominate” dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.

Così, per formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a 100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti disponibili sono stati esauriti.

Ora poiché il premio di maggioranza previsto dall’Italicum attribuisce al partito vincitore delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi, ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di cento.

Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.

Ne consegue che ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati dalla somma dei partiti della minoranza nell’attuale panorama tripolare nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti alla Camera.

Se questa è la sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi l’ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Per spiegare come ciò si verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della riforma e dell’Italicum. 

L’articolo 2 comma 8 dell’Italicum stabilisce: “I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. In questo modo il voto per la forza politica “che si candida a governare” è anche il voto per il “capo della forza politica” che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

Ciò posto, tenuto conto che, come accennato, l’Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader. 

Si tratta di un numero di deputati che già di per se attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito.

Qualunque studioso di diritto societario sa bene che l’amministratore delegato di una azienda che detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l’intera azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso diverso.

La riforma costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio, l’art. 21 della Costituzione tedesca) che l’ordinamento interno dei partiti debba essere conforme ai princìpi fondamentali della democrazia e che garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.

Ma non finisce qui. L’Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la circoscrizione nella quale altrimenti al suo posto verrebbe eletto il candidato non gradito, che viene così escluso dalla Camera.

Grazie a questi congegni elettorali, lo stesso gruppo oligarchico che designa come capo del Governo il capo della partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.

Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.

Il capo del Governo/capopartito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli attribuisce il potere di dettare l’agenda dei lavori parlamentari con il meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere approvate entro 70 giorni.

Interessante notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di più l’attività legislativa del parlamento.

Alla sostanziale desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di quest’ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle minoranze che, sempre grazie all’Italicum, sono condannate per tutta la legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290 deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.

E ciò nonostante che nell’attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo. 

Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.

Azionando sinergicamente tali leve, il gruppo nell’assenza di ogni valido contro bilanciamento è in grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato, finalizzato a garantire l’autoriproduzione del gruppo oligarchico mediante la nomina ai vertici degli apparati che contano solo persone di provata consonanza politica e fedeltà.

Tramite questi e molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare, si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il cuore nevralgico dello stato.

Per giustificare la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere, serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si ritiene politicamente pagante esplicitare.

Si sostiene infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese. Quanto all’inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre 2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari a 57,7 milioni di euro, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la democrazia.

Il secondo argomento dei sostenitori del Si è – come accennavo – che la riforma è necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il bicameralismo paritario determina una patologico rallentamento del processo legislativo, ed in quanto l’attuale assetto costituzionale impedisce una governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide della globalizzazione.

Se questo è lo scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Si i problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece, troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.

Forse la completa assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di 500 marchi storici di tutti i settori strategici dell’industria nazionale?

Dall’elettronica, alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie, all’aerospaziale, all’agroalimentare, alla moda, l’elenco dei marchi passati al capitale straniero da la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale: Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi, Edison, Buitoni, Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc.

Forse la disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e l’emigrazione all’estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel nostro paese non hanno alcun futuro?

Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l’erogazione dei servizi sociali?

Ciascuno può allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali problemi.

Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.

Non basta. Gli uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall’altra.

In questa legislatura sono state sino ad oggi approvare 250 leggi di cui ben 200, pari all’80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio di una Camera all’altra, a seguito di modifiche. I tempi medi approvazione delle leggi sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la "doppia conforme", in 88 giorni.

Se una legge si incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. È pur vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi. Ma se si approfondisce l’analisi si comprende bene che le ragioni di questi tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione, per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.

Dunque ricapitolando le ragioni addotte dai sostenitori del Si per sostenere la necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.

Possiamo concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale ristagniamo? Non possiamo affatto sostenerlo. Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi.

Quel che merita riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro che hanno ideato questa riforma.

Quali sono dunque le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro politico e macroeconomico venutosi a creare nella seconda repubblica per fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso?

La risposta a questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività all’economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il potere di finanziare il rilancio dell’economia mediante spesa pubblica in deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile governare la politica economica di un paese.

L’esempio più evidente si trae dall’esperienza degli strumenti messi in campo dall’amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica verificatasi dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime.

L’amministrazione statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità nell’economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio dell’economia. Solo grazie a telai manovre, l’economia statunitense è uscita dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate dall’amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di diagnosi?

Perché ha ritenuto di dovere seguire un’altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.

Non ha potuto perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio – non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico neoliberista.

In altri termini il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i fautori del Si, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece ai grandi centri del potere economico e finanziario.

Connessione questa dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e da potenti multinazionali come consulenti o top manager.
Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Si, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell’ inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Si al prossimo referendum del 4 dicembre.

La politica, o meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.

Una esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5 agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i tempi e gli strumenti legislativi da adottare.

Dalla riforma della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva, alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.

È impressionante verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.

Quel che appare ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella inconsapevolezza della sua reale portata, della opinione pubblica e del mondo dei giuristi.

Mi riferisco a quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.

Una norma che ha introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche espansive di tipo keinesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale recessiva.

La vicenda in parola dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori del Si secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta l’iter legislativo e impedisce la governabilità.

Tutte le leggi indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in appena 16 giorni.
La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).

La vicenda esposta costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità democratica.

Quella che ho appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come sarà esercitato il potere in futuro se questa riforma costituzionale dovesse essere definitivamente approvata.

Non si tratta di un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese, rimediando:
“l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio” 

“le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”
In altri termini l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della Bce e alle pretese dei mercati.

In nome della esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle più potenti banche di affari internazionali e delle altre cattedrali della finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta la loro forza di pressione per sostenere il fronte del si, e per intimidire gli indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state utilizzate per sostenere le ragioni del Si nel corso di tutta questa campagna referendaria. Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale risolverà tutti i problemi del paese, grazie al fedele esecuzione delle indicazioni provenienti dalla governance europea.

I Riformatori affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del primo Novecento quando prima dell’ avvento della Costituzione del 1948, il potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse che detenevano il potere economico.

Era il tempo in cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato un instrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del padrone.

Quella triste stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano le migliori per concludere il mio intervento:

“Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente… credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno… che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani [….] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

* Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Palermo. Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione svoltosi al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016 .

Roberto Scarpinato (MicroMega, 24 novembre 2016)


mercoledì 23 novembre 2016

Una società che rifiuta la morte


La Scienza, nel suo inesausto tentativo di spazzar via dalla nostra vita tutto ciò che è umano, sta preparando altri piatti tanto appetitosi quanto avvelenati. Al lettore non sarà certamente sfuggito (sul Fatto ne ha parlato Caterina Soffici) il caso della ragazzina londinese di quattordici anni che si è fatta ibernare nella speranza di poter un giorno risuscitare attraverso la tecnica chiamata della criogenesi. Ma non è la sola, negli Stati Uniti ci sono già 200 persone criogenicamente ibernate e duemila in attesa di poter accedere a questa pratica. 

Si è parlato di costi, di profitti, di truffe nell’alimentare speranze illusorie. Ma il tema è assai più profondo. La nostra è la prima società che rifiuta la morte, la morte biologica, s’intende, che è inevitabile, da quella violenta si può sempre sperare di scapolarsela. La verità è che nella nostra società la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita, dichiarata pornografica. La morte è diventata il Grande Tabù, “il Vizio che non osa dire il suo nome” (altro che la pederastia di vittoriana memoria) tanto che non si osa chiamarla col suo nome nemmeno là dove parrebbe inevitabile. Basta leggere i necrologi: “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, “è terminata la giornata terrena” c’è di tutto tranne la parola morte ad indicare ciò che è realmente avvenuto (quando morì mio padre il necrologio fu affidato, non so perché dato che ero il più giovane della famiglia, a me e io ribellandomi a queste ipocrisie scrissi: “è morto Tal dei Tali”). 

Tutti questi interdetti e scomuniche significano una cosa sola: una paura della morte sconosciuta, in ugual misura, nelle società che ci hanno preceduto. E come diceva il vecchio e saggio Epicuro “muore mille volte chi ha paura della morte”. 

Nella società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la Natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma ne è la precondizione. Sapeva che non c’è la vita senza la morte. Sentiva di far parte di un tutto, di un destino più ampio, della sua famiglia, della comunità, della specie, della natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si scioglievano nell’eterno gioco del passaggio di testimone fra generazioni, fra i vecchi e i giovani. E quindi, anche se a nessuno è mai piaciuto morire, accettava, insieme alla vecchiaia (altro tabù contemporaneo), questo nucleo tragico dell’esistenza come lo chiamavano i filosofi quando esistevano ancora. 

Ma questi motivi che consentivano all’uomo di ieri di accettare la morte con una certa serenità, sono, capovolti, gli stessi che lo impediscono a noi. Noi viviamo lontani dalla Natura, a contatto con oggetti che non si riproducono ma semmai si sostituiscono, e alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, abbiamo perso il senso di un destino collettivo e quindi sentiamo la nostra morte come un evento radicale, definitivo, assoluto, esclusivamente individuale e quindi totalmente inaccettabile. 

Ma poniamo che i nuovi Frankenstein realizzino il loro obbiettivo. Ciò avverrebbe gradualmente. All’inizio ci sarebbero alcune centinaia di individui ‘resuscitati’, poniamo, dopo qualche decennio. Come ha notato anche il padre della sfortunata ragazza si troverebbero in un totale spaesamento, a fianco di figli lasciati bambini e ora ottantenni. Ma andiamo ancora avanti in questo delirio seguendo il mito dell’immortalità (almeno le religioni, un po’ più sapienti, l’avevano pensata metafisica, noi la pretendiamo fisica) e che gli scienziati completino la loro opera per tutti. Alla fine, se non altro per mancanza di spazio, non ci sarebbe più alcun rinnovo. Ci troveremmo di fronte ad una umanità pietrificata. E quindi, paradossalmente, l’immortalità porterebbe alla morte.



Cnel, perché al governo fa comodo abolirlo


La Costituzione italiana, all’art. 99, ha previsto il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro quale organo ausiliario dell’attività politica dello Stato in campo economico e sociale, con lo scopo di assicurare uno stabile ed effettivo collegamento tra gli organi politici e la società. 

Al Cnel, infatti, sono stati affidati compiti rilevanti e strategici ovvero: consulenza ed elaborazione di pareri su richiesta del Parlamento, del governo e delle Regioni; predisposizione di testi con osservazioni e proposte sulle leggi che riguardano i maggiori temi della politica economica e sociale; certificazione della rappresentanza sindacale secondo l’importante accordo interconfederale del 2014, predisposizione di rapporti periodici, studi ed indagini sui temi dell’andamento della congiuntura economica, del mercato del lavoro, della contrattazione, dell’immigrazione e della lotta alla criminalità; contribuzione al dialogo sociale come previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. 

Presso il Consiglio sono istituiti anche specifici organismi come l’Onc (Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale dei cittadini stranieri) e il Comitato Cnel-Istat che elabora gli indicatori di progresso e di benessere. Come sappiamo, l’eliminazione di questo organismo rientra tra le riforme costituzionali che, tra qualche giorno, saranno sottoposte al vaglio referendario. Se dovesse vincere il Sì, il Cnel sparirebbe definitivamente. 

Ora, è vero che l’efficienza del Cnel è stata messa in discussione anche considerando il numero complessivo dei consiglieri (oggi 64). Ma il Cnel è davvero un ente inutile e costoso? A leggere con attenzione i documenti e i dati pubblicati sul sito www.cnel.it sembrerebbe di no. 

Accesso civico e open data rappresentano il principale strumento per consentire ai cittadini di verificare l’effettivo rispetto dei principi di buon andamento ed efficienza della pubblica amministrazione e nel periodo dall’1.9.2014 al 1.9.2015 sono stati registrati oltre 1 milione e 500mila visualizzazioni e più di 200 mila sono gli utenti registrati. 

L’Archivio Nazionale dei Contratti Collettivi di Lavoro, il portale statistico della Pubblica Amministrazione, l’Organismo per l’immigrazione e tutti i documenti, le relazioni, le indagini e i rapporti elaborati rappresentano un patrimonio che, con l’abolizione del Cnel, sarebbe molto probabilmente destinato a perdersi sia nella sua dimensione storica sia per il futuro. 

La scelta di eliminare il Cnel anziché riformarlo (come suggerito dalle parti sociali) non comporta neppure una reale riduzione di costi della spesa pubblica. Negli ultimi anni vi è stato un ridimensionamento dell’organizzazione del Consiglio e della relativa spesa per i consiglieri. Mentre il costo del personale non sarebbe azzerato essendo previsto il passaggio dei circa 60 dipendenti presso gli uffici della Corte dei Conti con una spesa pari a 4/5 milioni di euro l’anno. 

Inoltre sull’organizzazione, il numero dei consiglieri e il gettone di presenza, si sarebbe potuto intervenire con legge ordinaria (un disegno di legge di “autoriforma” del Consiglio era già stato presentato il 19.10.2011 ed è consultabile nella sezione documenti del sito). 

E allora quale potrebbe essere la ragione di abrogazione del Cnel? Viene il sospetto che una ragione possa risiedere nel non voler leggere le relazioni e i pareri critici all’attività del governo o, peggio ancora, le richieste correttive delle manovre in atto. 

Ad esempio, con la relazione depositata il 7 novembre, in occasione dell’audizione in Commissione congiunta Camera e Senato, contenente le osservazioni al disegno di legge del bilancio dello Stato per l’anno finanziario 2017 e per il triennio 2017-2019, il Cnel mette in discussione la credibilità degli effetti della manovra di politica economica proposta dal governo che si basa sulla crescita dell’economia mondiale (al 3,3%) e dei mercati esteri rilevanti (2,6%) che dovrebbe portare un incremento del Pil in misura dello 0,4% sul totale del 39,1% invece previsto. 

Ma se la crescita non si verifica o se sarà inferiore quale copertura avranno le spese? Il Cnel suggerisce al governo di monitorare i cambiamenti sui mercati esteri e di mantenere un canale di comunicazione con la commissione Ue. E altri sono gli interrogativi che pesano nelle dieci pagine della relazione. La “manovra” di 27 miliardi è finanziata in deficit per più della metà dell’importo; in questo modo si spostano sulle generazioni future i relativi oneri. 

Si evita l’aumento dell’Iva inserendo tra le coperture le misure di contrasto all’evasione fiscale che dovrebbero, invece, essere contabilizzate ex post. Ci si chiede, leggendo il rapporto del Cnel, come mai il governo non considera affatto l’obiettivo di finanziare la fornitura di servizi alle famiglie, come suggerito nel rapporto La famiglia come motore del rilancio del Paese (6 luglio 2016 in www.cnel.it)? 

Come mai non tiene in considerazione, come base informativa, gli indici del progetto Benessere Equo e Sostenibile predisposto con l’Istat e concordato con le parti sociali (il rapporto Bes è pubblicato sul sito Istat)? E quale politica sociale il governo persegue con una manovra che abbandona la lotta alla povertà e alle disuguaglianze per le fasce di popolazione individuate nei rapporti Istat (anno 2015 del 14.7.2016) e Caritas (17.10.2016) e non prevede politiche per il Mezzogiorno e senza crescita per il Mezzogiorno non c’è crescita per l’Italia? E allora è forse proprio questo che il Governo vuole abrogare: la critica ragionata sui numeri, il dissenso, la verità… 

*Avvocato giuslavorista, attenta al diritto euro-unitario ed alla giurisprudenza delle Alte Corti, non trascuro la difesa nelle connesse materie di diritto penale. Dedico il mio impegno, negli organismi e nelle associazioni dell’avvocatura ed in altre non profit, per le azioni di genere e per la formazione e l’occupazione dei giovani e, più in generale, per la tutela dei diritti fondamentali. Nell’ultimo anno ho affrontato il tema dell’immigrazione con la Scuola Superiore dell’Avvocatura partecipando, quale componente senior, al gruppo di studio sul Progetto Lampedusa. La mia terra di nascita è la Calabria, la Sicilia quella di adozione. Vivo e lavoro a Messina ma adoro viaggiare.

sabato 19 novembre 2016

Io, astensionista, voto No, convinto dal fronte del Sì


Ora che si è quasi esaurita l’orgia sulle elezioni americane e sul controverso personaggio Donald Trump, in Italia l’attenzione torna a concentrarsi sul Referendum costituzionale. 

La Costituzione, qualsiasi Costituzione, non è un tabù. Risente del momento storico in cui è stata concepita. La nostra è stata varata alla fine della guerra, dopo la caduta del fascismo e ha fra i suoi intenti principali quello di impedire il riaffiorare di un ‘uomo forte’ ed è quindi fatta di una serie di pesi e contrappesi, di misure e contromisure, di istituzioni che dovrebbero controllare altre istituzioni, appesantendola fortemente in un’epoca-turbo in cui le decisioni devono essere prese il più rapidamente possibile. 

Ma in realtà la nostra Costituzione, come ogni altra Costituzione, è solo una mera e simbolica dichiarazione di intenti e di princìpi, in cui c’è tutto e il suo contrario per cui la si può piegare in un senso o in un altro sostituendola con la cosiddetta ‘costituzione materiale’, come è avvenuto in Italia e come ammette anche quel grande studioso della liberal-democrazia che è Giovanni Sartori (Democrazia e definizioni). Tant’è che in alcuni Paesi, molto pragmatici, come la Gran Bretagna si è rinunciato ad avere una Costituzione sostituendola con la ‘common law’. 

L’errore è alla base. Non si può porre una questione così complessa, che implica il cambiamento di decine di norme, sotto forma di referendum che vuole un netto Sì o un netto No a tutto il pacchetto. In aggiunta non si può fare una riforma di questo genere in quattro e quattr’otto perché al presidente del Consiglio gli è venuta la fregola del ‘cambiamento’. Ci vorrebbe come minimo un lunghissimo e ponderato esame parlamentare. L’Assemblea Costituente, in cui erano presenti i maggiori giuristi italiani, a cominciare da Meuccio Ruini che ne divenne presidente (“Commissione dei 75”), ci mise circa un anno e mezzo di lavori per preparare il testo che sarà alla base della Costituzione attualmente vigente promulgata il 1° gennaio del 1948. 

Inoltre le nuove norme sono formulate in termini talmente involuti da non essere comprensibili non dico al comune cittadino ma anche agli esperti. Marco Travaglio ha cercato di tradurre in italiano queste norme, ma è stata una fatica improba come trasformare un testo sanscrito in un linguaggio attuale. 

In realtà fatte tutte queste premesse, il Referendum costituzionale diventa una questione di lana caprina. E’ semplicemente un Sì o un No a Matteo Renzi e alla sua politica. E’ stato lo stesso Renzi, ubbriacato dal successo alle elezioni europee che con quelle italiane hanno poco a che vedere, a trasformare imprudentemente il Referendum costituzionale in un referendum su se stesso. Chi vuole che Renzi resti al suo posto voterà quindi Sì gli altri No. Anche se non è affatto certo che se vince il No Renzi se ne vada a casa come aveva inizialmente promesso (“mi ritirerò dalla vita politica”). Perché poi ha fatto marcia indietro dicendo che se il partito glielo chiede resta al suo posto. Adesso ha fatto finta di cambiare nuovamente idea (“non sono uno abituato a galleggiare”). Del resto che credibilità può avere un tipo che dice all’amico “stai sereno” e due giorni dopo gli sfila il posto? Se lo avesse fatto in un bar non avrebbe potuto più rientrarci. Da noi è diventato presidente del Consiglio. Questa è l’Italia, di Renzi e degli ultimi trent’anni. 

In verità si sarebbero dovute invertire le due questioni. Prima varare una legge elettorale che modifichi la precedente (il cosiddetto ‘Italicum’) e poi, semmai, pensare alla questione costituzionale. Perché almeno sapremmo qual è la consistenza dei partiti che a questa Costituzione dovrebbero poi porre mano. Oggi invece sono in campo partiti che non esistono più, come Forza Italia col suo presidente ottuagenario e in pieno marasma senile o Ncd che ha percentuali da albumina o misteriose neoformazioni come Ala o l’Udc del sempreverde Pier Ferdinando Casini, mentre non sappiamo la reale consistenza delle due formazioni che si giocano la partita, i Cinque Stelle e il Pd. Elezioni subito, questa è la questione. Tutto il resto è fuffa. 



venerdì 18 novembre 2016

Referendum costituzionale: silenzio, la senti la maggioranza?

 
Cara “maggioranza silenziosa”, ancora una volta torni a far parlare di te. Ancora una volta dagli Usa attraversi l’oceano e sbarchi nel Belpaese, tirata per la giacca dal premier Renzi. Già, perché sei l’alibi perfetto. Trump vince a valanga? Gli autorevoli editorialisti, analisti, commentatori, gli iperscientifici sondaggisti toppano clamorosamente le previsioni? Beh, è tutta colpa tua: la “maggioranza silenziosa” che si nasconde nella provincia americana, che sta chiusa in casa e non risponde a intervistatori e ricercatori e se lo fa mente; ma poi, in cabina elettorale, mette la croce dove meno te lo aspetti. Maledetta “maggioranza silenziosa”, muta, omertosa, capace di terremotare i destini del mondo senza schianti né lamenti. Sei davvero così? Esisti davvero? O sei piuttosto il segno della totale distanza dalla realtà? Non silente, ma resa silente, da chi non ha interesse a farti parlare, perché conta solo la “minoranza loquace” dei Palazzi del Potere e i suoi interessi? 

Parli solo nell’urna – dicono – o meglio, ti fanno parlare solo lì, e a quel punto tutti a stupirsi, a dar la colpa a te che non favelli prima, invece che a se stessi che non ascoltano. Prima in Gran Bretagna con la Brexit, poi negli Usa con Trump. 

Ed eccoti al fine in Italia. Il referendum rosicchia poltrone, fa temere cadute e così il premier si accoda: “La maggioranza silenziosa degli italiani sta con noi”, dice nel suo ultimo travestimento elettorale. Puntare su se stesso, sul “mi dimetto, non mi dimetto” non ha funzionato, e così il Ponte sullo Stretto, i bonus in manovra, la propaganda anti-europeista, il nuovo (Verdini) contro il vecchio (D’Alema), le lettere agli elettori…: il No nei sondaggi continua a crescere. E allora non gli resta che scommettere su di te: la “maggioranza silenziosa” degli astensionisti e di chi non risponde alle indagini demoscopiche voterà Sì. Andrà così? Quel No maggioritario nei sondaggi è falso come la vittoria della Clinton e ha ragione lui? Lo vedremo il 5 dicembre. 

Nel frattempo, fa riflettere che a evocarti sia il leader più chiassoso di sempre: possibile abbia dietro te, una maggioranza taciturna? Che la sua onnipresenza non ti dia la forza di manifestarti? Che manco i suoi numerosi e fidi segugi giornalistici riescano a stanarti? Che il suo controllo dell’informazione non ti offra microfoni per liberarti dall’afonia? E possibile che i tanti che aderiscono ai comitati del No, che affollano le manifestazioni del M5S e gli spettacoli di Travaglio, siano solo una minoranza gufa e rosicona? 

Soprattutto, fa riflettere che a evocarti sia il segretario del Pd, partito di sinistra (?) che ora si troverebbe sostenuto dalla stessa “maggioranza silenziosa” che “si vergognava a dire che votava per lo scudocrociato” (cit. Davide Ermini). Davvero, come per la Dc, ti vergogni oggi a dire che stai con Renzi? Certo non è una grande soddisfazione, né per te dover sempre censurare le passioni, né per gli ex Pci, dover pendere dalle tue labbra dopo averti combattuto per decenni. 

Cara “maggioranza silenziosa” sei dunque così? Esisti o sei solo un alibi, l’ennesima araba fenice (dove sia nessun lo sa) nella grande opera buffa composta dal premier?


 

giovedì 17 novembre 2016

Referendum, dimmi come voti e io farò il contrario




Pensavo fosse un referendum, invece era il trionfo del nemico del cuore. L’apoteosi del testimonial alla rovescia, vale a dire: trova nel mucchio chi ti è più antipatico, e fa’ l’esatto contrario. Alla faccia di qualsiasi spersonalizzazione, la consultazione del 4 dicembre sta diventando una specie di album delle figurine. C’è chi colleziona D’Alema e chi dà la caccia a Napolitano, chi scova una Elsa Fornero, chi un Renato Schifani, chi si bea di un Pomicino e chi gioisce per uno Scajola; valgono ovviamente doppio quelli che stanno fuori dalla politica, da Federico Moccia a Marco Travaglio per non dire di Oscar Farinetti. Ma per tutti è la distanza che conta: ciascuno cerca il volto sul quale misurare l’opposizione, più che l’identità. Basta una frase, un rigo appena. Magari il manifesto di Gianni Alemanno e Francesco Storace, o la locandina del trio Lorenzo Cesa-Michele Emiliano-Ciriaco De Mita, ed è finita. Era già successo con la corsa per il comune di Roma, nella lunga galoppata che ha preceduto la vittoria di Virginia Raggi.

Ma stavolta il meccanismo è persino più famelico. «D’Alema voterà no: quanto questo aiuterà le ragioni del Sì non lo so, ma secondo me molto...», sghignazzava già a fine estate Matteo Renzi, fregandosi le mani all’apparire del fenomeno. D’altra parte, a fronte di un D’Alema c’è sempre un Alfano, o un Verdini. Insomma, quanto ad appeal non va molto meglio, solo che si vede meno: perché i sì stanno tutti all’ombra di Renzi, quello che ha in mano la carta più importante. «Il meta-testimonial», lo chiama addirittura il sondaggista Nicola Piepoli, chiarendo che, per il ruolo che ha, il premier influenzerà molto un “mercato” sul quale per il resto vale la regola seguente: «È solo un terzo degli elettori a decidere dopo aver letto la legge: gli altri due terzi guardano chi c’è di qua e chi c’è di là».

Ecco perché la caccia al testimonial impazza al punto che hanno arruolato non solo Alba Parietti e Paolo Crepet, ma pure i Masai in Kenya. La ricerca di sponsor e contro-sponsor, del resto, è così spasmodica che la produttrice Simona Ercolani, curatrice fra l’altro della campagna del Sì, s’è resa invisa all’establishment dello spettacolo a forza di tampinare tutti per chieder loro di fare da testimonial. Alla Leopolda ha portato l’attore Alessandro Preziosi, ma una risposta implicita di chi non vuol schierarsi l’ha ottenuta da Fiorello. «Voto “forse”, se mi schiero mi lapidate», ha chiarito lui alle telecamere. Chi ha capito come gira, infatti, fa il testimonial silenzioso. Eppure, l’album è funzionale al quesito: la riforma è complessa, regolarsi rivisitando il proprio anti-pantheon personale aiuta i più.

Attenti al potenziale perverso - Funziona assai - secondo l’ultima tendenza è anzi il pendant di Renzi - il testimonial tecnocratico. Il fatto che ad esempio l’ex premier in loden Mario Monti abbia dichiarato di votare No, pare aver chiarito le idee a molti. Sebbene uno come Gianluigi Paragone (anche lui pro-No) si sia fatto perciò cascare le braccia: «Ditemi che è un patto segreto per far vincere il Sì», ha sibilato. Mentre l’ex premier e giudice della Corte costituzionale Giuliano Amato riserva al solo privato il suo favore alla riforma, molto piano (col No) c’è andato pure Lamberto Dini, un altro notorio agitatore delle folle. In punta di piedi anche Elsa Fornero, l’ex ministra più amata dagli esodati: «Sono orientata al Sì, ma ci penserò ancora», ha chiarito dimostrandosi particolarmente consapevole del suo potenziale perversamente attrattivo verso il fronte opposto.

Il dinosauro di nusco - «Quando abbiamo saputo del faccia a faccia Renzi-De Mita, chez Mentana, il primo istinto è stato quello di organizzare il sequestro di persona per rinchiudere l’anziano leader democristiano in un covo dotato di tutti i comfort, ma ben sorvegliato per impedire la fuga dell’ostaggio fino al cinque dicembre mattina». L’accogliente confessione riportata sul Fatto da Marco Travaglio, simpaticamente schierato sul fronte del No proprio come De Mita, riassume meglio di altre il sentimento di chi abbia in squadra un tale campione della prima Repubblica. L’ex presidente del Consiglio, oggi sindaco di Nusco, del resto, ha dimostrato anche in quella occasione tv di ambire a essere un anti-testimonial in senso autentico: più che interessato a convincere l’uditorio, sembrava concentrato a colpire Renzi e la riforma, a proposito della quale ha osato gli argomenti più hard («e chi ci va nel nuovo Senato, la terza scelta?»). L’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, nel gran giorno dell’adunata del No, non ha fatto meno spallucce: «Almeno di qua c’è chi sa leggere e scrivere», ha detto, col suo solito surplus di agitazione, a chiudere il discorso come se fosse seccato davvero.

Vengo anch’io - Ora: non è che invece nello schieramento avverso, da Giorgio Napolitano a Franco Marini, siano tutti ragazzini. Ma l’argomento del “vecchio arnese” non può essere brandito. Non certo da Massimo D’Alema, il quale in effetti, l’unica volta in cui ha provato a dire che sono gli anziani a votare sì, è stato respinto con perdite. Va a finire così che talaltri testimonial riescano miracolosamente a stare fuori dal tritatutto. Forse anche perché non danno troppo fastidio. Nessuno per esempio si mette a dire dell’ex leader Udc Pier Ferdinando Casini, che ritrova improvvisamente un ruolo nel dire il suo sì, anche se nessuno lo spinge ad andare in tv. Un destino simile ai fratelli Craxi, Bobo e Stefania. Arruolati entrambi per il Sì, ma in due comitati diversi. Senza eccessivo clamore.

Operazione vestito buono - C’è in effetti chi avendo persino più potere se ne sta acquattatissimo. Denis Verdini, per esempio. Che pure ha contribuito non poco alla nascita dei mitici comitati Liberi sì, quelli di Marcello Pera, ex presidente del Senato, e Giuliano Urbani, già ideologo e tessera numero due di Forza Italia. Nel weekend della Leopolda Verdini stava appunto a tre chilometri di distanza dal tempio del renzismo, ma si è guardato bene dall’avvicinarsi («altrimenti scattano gli allarmi», è stata l’osservazione). Denis si mimetizza («io non penso, io lavoro»), come altri cosiddetti impresentabili, tipo Vincenzo D’Anna: l’operazione ha anche un nome. La chiamano “vestito buono.

Mi si nota di più - Ci sono poi testimonial che finiscono per camminare sul baratro del proprio opposto. Di una perigliosa tendenza Boldrini, nel senso di scarso appeal (quando non franca respingenza) sugli argomenti sostenuti, rilevano soffra a tratti Maria Elena Boschi. Il tema di quanto sia produttiva la sua presenza mediatica è stato oggetto di riunioni, a Palazzo (era crollata nei sondaggi di gradimento anche per la vicenda di Banca Etruria). E comunque, anche adesso che è ricomparsa, si esibisce nella autodifesa: «Uh, quanto ci sono o non ci sono in tv: mi sembra il film di Nanni Moretti», ha detto intervistata da Corrado Formigli. Precisando poi di aver fatto cinquanta interventi sul territorio e almeno quattro confronti tv. Come a dire: non è vero che faccio perdere voti. Appunto.

Scajola a nostra insaputa - C’è chi questo problema non se lo pone affatto, che anzi da anni tenta per iperbole di fare il giro opposto (e qualche volta ci riesce pure). Il forzista Renato Brunetta, per dire, noncurante di quanto il tutto alla fine possa davvero giovare alla causa, twitta e socializza dalla mattina alle sei e mezza fino a sera, quando crolla - con Whatsapp aperto, si suppone. Fa tutto da solo, «e faccio meglio di Filippo Sensi e Jim Messina messi insieme», si è vantato con decisione. L’opposto insomma di quel Claudio Scajola che dopo aver scritto in primavera una lettera pubblica a Berlusconi per convincerlo al Sì, in autunno si è rifugiato anche lui nel No. Più che a sua insaputa, a insaputa di tutti gli altri.

Voleva una vita spericolata - C’è in effetti che il referendum ha risvegliato moltissimi, anche dall’irrilevanza. Mario Segni, l’uomo che nel 1994 ha perso il biglietto vincente della lotteria, ha raccontato il suo Sì con una passione pari al rimpianto di non aver accettato di fare il vice di Prodi (nel ’96). Luciano Violante, che ha abbandonato due anni fa il suo sogno alla Consulta dopo la ventesima fumata nera, ha referendariamente litigato con Armando Spataro pure dal barbiere Mimmo, a Torino. Ha preso posto di nuovo pure l’ex pm Antonio Ingroia, forse a segnalare che nonostante gli inciampi occorsi sin qui la sua storia politica prevede ulteriori capitoli, chissà. E pure non ha rinunciato alla pugna l’ex leghista Flavio Tosi, forse ringalluzzito dal fatto che Vasco Rossi avesse interdetto a Matteo Salvini l’uso politico di “C’è chi dice no”.

Convinto non troppo - In effetti, e forse è il frutto di questa stagione, si segnala una figura sin qui inedita: quella del testimonial apparente. O quantomeno enigmatico. Come Enrico Letta, che pure ha detto da tempo un convinto Sì ribadito «con forza», che però sembra contenere qualcosa che stride (forse è l’eventualità di uno #staisereno che aleggia). E il regista da Oscar Paolo Sorrentino: è andato con Renzi da Obama, ma richiesto di dire la sua, sul referendum si è sottratto con una specie di «devo ancora studiare». Nel suo “The Young Pope”, del resto, c’è un premier giovane, strafottente, che ha preso il 41 per cento, e vien definito dal Pontefice «uno che non farà mai ciò che dice». Ma le scene - fanno notare i renziani - son state girate tra il 2014 e il 2015. Quindi forse chissà, forse nel frattempo pure lui si è convinto.



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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