"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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venerdì 25 novembre 2016
Scarpinato: “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”
Il mio dissenso
nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per
ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.
In primo luogo
perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente,
cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla
più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa
Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella
vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i
poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.
Una diversa
Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha
inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini,
garantiti nella prima parte della Costituzione.
Basti considerare
che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che
sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso
svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema
democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Nella diversa
organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano
fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle
oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.
Poiché, come
diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così
vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus
oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta
la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui
comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei
cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.
I fautori della
riforma focalizzano l’attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di
ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario,
questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su
un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto
indispensabile espropriare i cittadini del diritto – potere di eleggere i
senatori?
Il bicameralismo
così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando
intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?
Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?
Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?
Forse uno degli
obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati
alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di
partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello
Stato?
Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?
Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?
Questo travaso di
potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma
anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi
che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.
La nuova legge
elettorale nota come l’Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta
della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il
potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall’alto senza
il voto popolare.
Questo risultato
viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di
autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali cui si
suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati
dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati.
Gli elettori
potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo
lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione
solo se la lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo
nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone “nominate”
dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.
Così, per
formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a
100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il
voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti
disponibili sono stati esauriti.
Ora poiché il
premio di maggioranza previsto dall’Italicum attribuisce al partito vincitore
delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno
portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi,
ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di
cento.
Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.
Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.
Ne consegue che
ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati
dalla somma dei partiti della minoranza nell’attuale panorama tripolare
nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri
rappresentanti alla Camera.
Se questa è la
sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare
come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi
l’ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della
rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare
una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed
esecutivo.
Per spiegare come
ciò si verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della
riforma e dell’Italicum.
L’articolo 2 comma 8 dell’Italicum stabilisce: “I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. In questo modo il voto per la forza politica “che si candida a governare” è anche il voto per il “capo della forza politica” che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.
L’articolo 2 comma 8 dell’Italicum stabilisce: “I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. In questo modo il voto per la forza politica “che si candida a governare” è anche il voto per il “capo della forza politica” che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.
Ciò posto, tenuto
conto che, come accennato, l’Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di
partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del
governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che
tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti
i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader.
Si tratta di un numero di deputati che già di per se attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito.
Si tratta di un numero di deputati che già di per se attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito.
Qualunque studioso
di diritto societario sa bene che l’amministratore delegato di una azienda che
detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l’intera
azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo
entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi
elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri
candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di
esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso
diverso.
La riforma
costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio,
l’art. 21 della Costituzione tedesca) che l’ordinamento interno dei partiti
debba essere conforme ai princìpi fondamentali della democrazia e che
garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire
nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se
stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di
cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi
ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli
esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.
Ma non finisce qui.
L’Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di
partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del
futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa
persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in
più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui
rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di
preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo
del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali
candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il
candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la
circoscrizione nella quale altrimenti al suo posto verrebbe eletto il candidato
non gradito, che viene così escluso dalla Camera.
Grazie a questi
congegni elettorali, lo stesso gruppo oligarchico che designa come capo del
Governo il capo della partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di
controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.
Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.
Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.
Il capo del
Governo/capopartito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei
modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli
attribuisce il potere di dettare l’agenda dei lavori parlamentari con il
meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere
approvate entro 70 giorni.
Interessante
notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di
iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di
più l’attività legislativa del parlamento.
Alla sostanziale
desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere
esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di
quest’ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle
minoranze che, sempre grazie all’Italicum, sono condannate per tutta la
legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290
deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.
E ciò nonostante
che nell’attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la
maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a
fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo.
Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.
Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.
Azionando sinergicamente
tali leve, il gruppo nell’assenza di ogni valido contro bilanciamento è in
grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli
apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle
Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai
vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si
pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato,
finalizzato a garantire l’autoriproduzione del gruppo oligarchico mediante la
nomina ai vertici degli apparati che contano solo persone di provata consonanza
politica e fedeltà.
Tramite questi e
molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare,
si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un
repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità
del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel
quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il
cuore nevralgico dello stato.
Per giustificare
la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i
promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non
ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere,
serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono
radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si
ritiene politicamente pagante esplicitare.
Si sostiene
infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della
politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese.
Quanto all’inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i
costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello
Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre
2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari
a 57,7 milioni di euro, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che
potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza
alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi
della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la
democrazia.
Il secondo
argomento dei sostenitori del Si è – come accennavo – che la riforma è
necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il
bicameralismo paritario determina una patologico rallentamento del processo
legislativo, ed in quanto l’attuale assetto costituzionale impedisce una
governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide
della globalizzazione.
Se questo è lo
scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Si i
problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità
dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece,
troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.
Forse la completa
assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e
a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di
500 marchi storici di tutti i settori strategici dell’industria nazionale?
Dall’elettronica,
alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie,
all’aerospaziale, all’agroalimentare, alla moda, l’elenco dei marchi passati al
capitale straniero da la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale:
Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi, Edison, Buitoni,
Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc.
Forse la
disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e
l’emigrazione all’estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel
nostro paese non hanno alcun futuro?
Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l’erogazione dei servizi sociali?
Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l’erogazione dei servizi sociali?
Ciascuno può
allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e
che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e
stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali
problemi.
Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.
Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.
Non basta. Gli
uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento
nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo
paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a
causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due
camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall’altra.
In questa
legislatura sono state sino ad oggi approvare 250 leggi di cui ben 200, pari
all’80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio di una
Camera all’altra, a seguito di modifiche. I tempi medi approvazione delle leggi
sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e
Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in
46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la "doppia conforme",
in 88 giorni.
Se una legge si
incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo
paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. È pur
vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi.
Ma se si approfondisce l’analisi si comprende bene che le ragioni di questi
tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre
ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione,
per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.
Dunque
ricapitolando le ragioni addotte dai sostenitori del Si per sostenere la
necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.
Possiamo
concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del
paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale
ristagniamo? Non possiamo affatto
sostenerlo. Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi
di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi.
Quel che merita
riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di
governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica
opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono
essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti
giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della
macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro
che hanno ideato questa riforma.
Quali sono dunque
le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro
politico e macroeconomico venutosi a creare nella seconda repubblica per
fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni
Novanta del secolo scorso?
La risposta a
questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti
indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono
essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e
obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la
moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività
all’economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il
potere di finanziare il rilancio dell’economia mediante spesa pubblica in
deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In
assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile
governare la politica economica di un paese.
L’esempio più
evidente si trae dall’esperienza degli strumenti messi in campo
dall’amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica
verificatasi dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime.
L’amministrazione
statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria
autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità
nell’economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro
rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando
con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio
dell’economia. Solo grazie a telai manovre, l’economia statunitense è uscita
dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso
periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate
dall’amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di
diagnosi?
Perché ha ritenuto
di dovere seguire un’altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.
Non ha potuto
perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del
sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio –
non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi
sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo
monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico
neoliberista.
In altri termini
il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità
nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i
fautori del Si, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di
governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave
deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica
economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro
organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi
prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo
monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza
democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece
ai grandi centri del potere economico e finanziario.
Connessione questa
dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali
organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che
provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari
internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e
da potenti multinazionali come consulenti o top manager.
Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Si, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell’ inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Si al prossimo referendum del 4 dicembre.
Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Si, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell’ inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Si al prossimo referendum del 4 dicembre.
La politica, o
meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli
strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri
decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai
diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.
Una
esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della
politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere
reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5
agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei
Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che
il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i
tempi e gli strumenti legislativi da adottare.
Dalla riforma
della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva,
alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della
Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.
È impressionante
verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente
realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si
sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in
larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.
Quel che appare
ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il
Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della
Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella
inconsapevolezza della sua reale portata, della opinione pubblica e del mondo
dei giuristi.
Mi riferisco a
quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di
bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.
Una norma che ha
introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella
costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche
espansive di tipo keinesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa
pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio
della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così
l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di
spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale
recessiva.
La vicenda in
parola dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori
del Si secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta
l’iter legislativo e impedisce la governabilità.
Tutte le leggi
indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio
passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in
appena 16 giorni.
La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).
La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).
La vicenda esposta
costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere
oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di
controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della
volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza
popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità
democratica.
Quella che ho
appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come
sarà esercitato il potere in futuro se questa riforma costituzionale dovesse
essere definitivamente approvata.
Non si tratta di
un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.
Nella relazione
che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge
testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese,
rimediando:
“l’esigenza di
adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance
economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio”
“le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”
“le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”
In altri termini
l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona
misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che
costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per
assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della
Bce e alle pretese dei mercati.
In nome della
esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore
inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma
costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle
più potenti banche di affari internazionali e delle altre cattedrali della
finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta
la loro forza di pressione per sostenere il fronte del si, e per intimidire gli
indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata
dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste
finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che
accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state
utilizzate per sostenere le ragioni del Si nel corso di tutta questa campagna
referendaria. Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono
controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale
risolverà tutti i problemi del paese, grazie al fedele esecuzione delle
indicazioni provenienti dalla governance europea.
I Riformatori
affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa
riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del
primo Novecento quando prima dell’ avvento della Costituzione del 1948, il
potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse
che detenevano il potere economico.
Era il tempo in
cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato un
instrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano
Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del
padrone.
Quella triste
stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che
resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e
dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime
e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione
del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella
seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato
frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano
le migliori per concludere il mio intervento:
“Io mi domando,
onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa
nostra Assemblea costituente… credo che i nostri posteri sentiranno più di noi,
tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova
storia: e si immagineranno… che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva
della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati
noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia
stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad
uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle
pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da
Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani [….]
Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si
trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva
per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata
la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la
resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento
volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro
sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli
uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri
morti. Non dobbiamo tradirli”.
* Procuratore Generale presso la Corte
d'Appello di Palermo. Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della
Costituzione svoltosi al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016 .
Roberto Scarpinato (MicroMega, 24 novembre 2016)
Roberto Scarpinato (MicroMega, 24 novembre 2016)
mercoledì 23 novembre 2016
Una società che rifiuta la morte
La
Scienza, nel suo inesausto tentativo di spazzar via dalla nostra vita
tutto ciò che è umano, sta preparando altri piatti tanto appetitosi
quanto avvelenati. Al lettore non sarà certamente sfuggito (sul Fatto
ne ha parlato Caterina Soffici) il caso della ragazzina londinese di
quattordici anni che si è fatta ibernare nella speranza di poter un
giorno risuscitare attraverso la tecnica chiamata della criogenesi.
Ma non è la sola, negli Stati Uniti ci sono già 200 persone
criogenicamente ibernate e duemila in attesa di poter accedere a questa
pratica.
Si
è parlato di costi, di profitti, di truffe nell’alimentare speranze
illusorie. Ma il tema è assai più profondo. La nostra è la prima società
che rifiuta la morte, la morte biologica, s’intende, che è inevitabile,
da quella violenta si può sempre sperare di scapolarsela. La verità è
che nella nostra società la morte è stata scomunicata, interdetta,
proibita, dichiarata pornografica. La morte è diventata il Grande Tabù,
“il Vizio che non osa dire il suo nome” (altro che la pederastia di
vittoriana memoria) tanto che non si osa chiamarla col suo nome nemmeno
là dove parrebbe inevitabile. Basta leggere i necrologi: “la scomparsa”,
“la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “è
mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, “è terminata
la giornata terrena” c’è di tutto tranne la parola morte
ad indicare ciò che è realmente avvenuto (quando morì mio padre il
necrologio fu affidato, non so perché dato che ero il più giovane della
famiglia, a me e io ribellandomi a queste ipocrisie scrissi: “è morto
Tal dei Tali”).
Tutti
questi interdetti e scomuniche significano una cosa sola: una paura
della morte sconosciuta, in ugual misura, nelle società che ci hanno
preceduto. E come diceva il vecchio e saggio Epicuro “muore mille volte
chi ha paura della morte”.
Nella
società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la
Natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la
morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma ne è la precondizione.
Sapeva che non c’è la vita senza la morte. Sentiva di far parte di un
tutto, di un destino più ampio, della sua famiglia, della comunità,
della specie, della natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si
scioglievano nell’eterno gioco del passaggio di testimone fra
generazioni, fra i vecchi e i giovani. E quindi, anche se a nessuno è
mai piaciuto morire, accettava, insieme alla vecchiaia (altro tabù
contemporaneo), questo nucleo tragico dell’esistenza come lo chiamavano i filosofi quando esistevano ancora.
Ma
questi motivi che consentivano all’uomo di ieri di accettare la morte
con una certa serenità, sono, capovolti, gli stessi che lo impediscono a
noi. Noi viviamo lontani dalla Natura, a contatto con oggetti che non
si riproducono ma semmai si sostituiscono, e alla cui sorte ci sentiamo
sinistramente omologhi, abbiamo perso il senso di un destino collettivo e
quindi sentiamo la nostra morte come un evento radicale, definitivo,
assoluto, esclusivamente individuale e quindi totalmente inaccettabile.
Ma
poniamo che i nuovi Frankenstein realizzino il loro obbiettivo. Ciò
avverrebbe gradualmente. All’inizio ci sarebbero alcune centinaia di
individui ‘resuscitati’, poniamo, dopo qualche decennio. Come ha notato
anche il padre della sfortunata ragazza si troverebbero in un totale
spaesamento, a fianco di figli lasciati bambini e ora ottantenni. Ma
andiamo ancora avanti in questo delirio seguendo il mito
dell’immortalità (almeno le religioni, un po’ più sapienti, l’avevano
pensata metafisica, noi la pretendiamo fisica) e che gli scienziati
completino la loro opera per tutti. Alla fine, se non altro per mancanza
di spazio, non ci sarebbe più alcun rinnovo. Ci troveremmo di fronte ad
una umanità pietrificata. E quindi, paradossalmente, l’immortalità
porterebbe alla morte.
Cnel, perché al governo fa comodo abolirlo
La Costituzione italiana, all’art. 99, ha previsto
il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro quale organo
ausiliario dell’attività politica dello Stato in campo economico e
sociale, con lo scopo di assicurare uno stabile ed effettivo collegamento tra gli organi politici e la società.
Al Cnel, infatti, sono stati affidati compiti
rilevanti e strategici ovvero: consulenza ed elaborazione di pareri su
richiesta del Parlamento, del governo e delle Regioni; predisposizione
di testi con osservazioni e proposte sulle leggi che riguardano i
maggiori temi della politica economica e sociale; certificazione della rappresentanza sindacale
secondo l’importante accordo interconfederale del 2014, predisposizione
di rapporti periodici, studi ed indagini sui temi dell’andamento della
congiuntura economica, del mercato del lavoro, della contrattazione,
dell’immigrazione e della lotta alla criminalità; contribuzione al dialogo sociale come previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.
Presso il Consiglio sono istituiti anche specifici organismi come l’Onc
(Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione
sociale dei cittadini stranieri) e il Comitato Cnel-Istat che elabora
gli indicatori di progresso e di benessere. Come
sappiamo, l’eliminazione di questo organismo rientra tra le riforme
costituzionali che, tra qualche giorno, saranno sottoposte al vaglio
referendario. Se dovesse vincere il Sì, il Cnel sparirebbe
definitivamente.
Ora, è vero che l’efficienza del Cnel è stata messa in discussione
anche considerando il numero complessivo dei consiglieri (oggi 64). Ma
il Cnel è davvero un ente inutile e costoso? A leggere con attenzione i documenti e i dati pubblicati sul sito www.cnel.it sembrerebbe di no.
Accesso civico e open data rappresentano il principale strumento per
consentire ai cittadini di verificare l’effettivo rispetto dei principi
di buon andamento ed efficienza della pubblica amministrazione e nel periodo dall’1.9.2014 al 1.9.2015 sono stati registrati oltre 1 milione e 500mila visualizzazioni e più di 200 mila sono gli utenti registrati.
L’Archivio Nazionale dei Contratti Collettivi di Lavoro, il portale
statistico della Pubblica Amministrazione, l’Organismo per
l’immigrazione e tutti i documenti, le relazioni, le indagini e i
rapporti elaborati rappresentano un patrimonio che, con l’abolizione del
Cnel, sarebbe molto probabilmente destinato a perdersi sia nella sua dimensione storica sia per il futuro.
La scelta di eliminare il Cnel anziché riformarlo (come suggerito dalle parti sociali) non comporta neppure una reale riduzione di costi della spesa pubblica. Negli ultimi anni vi è stato un ridimensionamento dell’organizzazione del Consiglio e della relativa spesa per i consiglieri. Mentre il costo del personale non sarebbe azzerato essendo previsto il passaggio dei circa 60 dipendenti presso gli uffici della Corte dei Conti con una spesa pari a 4/5 milioni di euro l’anno.
Inoltre sull’organizzazione, il numero dei consiglieri e il gettone
di presenza, si sarebbe potuto intervenire con legge ordinaria (un
disegno di legge di “autoriforma” del Consiglio era già stato presentato
il 19.10.2011 ed è consultabile nella sezione documenti del sito).
E allora quale potrebbe essere la ragione di abrogazione del Cnel?
Viene il sospetto che una ragione possa risiedere nel non voler leggere
le relazioni e i pareri critici all’attività del governo o, peggio
ancora, le richieste correttive delle manovre in atto.
Ad esempio, con la relazione depositata il 7 novembre,
in occasione dell’audizione in Commissione congiunta Camera e Senato,
contenente le osservazioni al disegno di legge del bilancio dello Stato
per l’anno finanziario 2017 e per il triennio 2017-2019, il Cnel mette
in discussione la credibilità degli effetti della manovra di politica
economica proposta dal governo che si basa sulla crescita dell’economia mondiale (al 3,3%) e dei mercati esteri rilevanti (2,6%) che dovrebbe portare un incremento del Pil in misura dello 0,4% sul totale del 39,1% invece previsto.
Ma se la crescita non si verifica o se sarà inferiore quale copertura
avranno le spese? Il Cnel suggerisce al governo di monitorare i
cambiamenti sui mercati esteri e di mantenere un canale di comunicazione
con la commissione Ue. E altri sono gli interrogativi che pesano nelle
dieci pagine della relazione. La “manovra” di 27 miliardi è finanziata
in deficit per più della metà dell’importo; in questo modo si spostano
sulle generazioni future i relativi oneri.
Si evita l’aumento dell’Iva inserendo tra le coperture le misure di
contrasto all’evasione fiscale che dovrebbero, invece, essere
contabilizzate ex post. Ci si chiede, leggendo il rapporto del
Cnel, come mai il governo non considera affatto l’obiettivo di
finanziare la fornitura di servizi alle famiglie, come suggerito nel rapporto La famiglia come motore del rilancio del Paese (6 luglio 2016 in www.cnel.it)?
Come mai non tiene in considerazione, come base informativa, gli indici del progetto Benessere Equo e Sostenibile predisposto con l’Istat e concordato con le parti sociali (il rapporto Bes è pubblicato sul sito Istat)? E quale politica sociale il governo persegue con una manovra che abbandona la lotta alla povertà e alle disuguaglianze
per le fasce di popolazione individuate nei rapporti Istat (anno 2015
del 14.7.2016) e Caritas (17.10.2016) e non prevede politiche per il
Mezzogiorno e senza crescita per il Mezzogiorno non c’è crescita per
l’Italia? E allora è forse proprio questo che il Governo vuole abrogare:
la critica ragionata sui numeri, il dissenso, la verità…
*Avvocato giuslavorista, attenta al diritto euro-unitario ed alla
giurisprudenza delle Alte Corti, non trascuro la difesa nelle connesse
materie di diritto penale. Dedico il mio impegno, negli organismi e
nelle associazioni dell’avvocatura ed in altre non profit, per le azioni
di genere e per la formazione e l’occupazione dei giovani e, più in
generale, per la tutela dei diritti fondamentali. Nell’ultimo anno ho
affrontato il tema dell’immigrazione con la Scuola Superiore
dell’Avvocatura partecipando, quale componente senior, al gruppo di
studio sul Progetto Lampedusa. La mia terra di nascita è la Calabria, la
Sicilia quella di adozione. Vivo e lavoro a Messina ma adoro viaggiare.
Aurora Notarianni (Il Fatto Quotidiano - 23 novembre 2016)
sabato 19 novembre 2016
Io, astensionista, voto No, convinto dal fronte del Sì
Ora
che si è quasi esaurita l’orgia sulle elezioni americane e sul
controverso personaggio Donald Trump, in Italia l’attenzione torna a
concentrarsi sul Referendum costituzionale.
La
Costituzione, qualsiasi Costituzione, non è un tabù. Risente del
momento storico in cui è stata concepita. La nostra è stata varata alla
fine della guerra, dopo la caduta del fascismo e ha fra i suoi intenti
principali quello di impedire il riaffiorare di un ‘uomo forte’ ed è
quindi fatta di una serie di pesi e contrappesi, di misure e
contromisure, di istituzioni che dovrebbero controllare altre
istituzioni, appesantendola fortemente in un’epoca-turbo in cui le
decisioni devono essere prese il più rapidamente possibile.
Ma
in realtà la nostra Costituzione, come ogni altra Costituzione, è solo
una mera e simbolica dichiarazione di intenti e di princìpi, in cui c’è
tutto e il suo contrario per cui la si può piegare in un senso o in un
altro sostituendola con la cosiddetta ‘costituzione materiale’, come è
avvenuto in Italia e come ammette anche quel grande studioso della
liberal-democrazia che è Giovanni Sartori (Democrazia e definizioni).
Tant’è che in alcuni Paesi, molto pragmatici, come la Gran Bretagna si è
rinunciato ad avere una Costituzione sostituendola con la ‘common law’.
L’errore
è alla base. Non si può porre una questione così complessa, che implica
il cambiamento di decine di norme, sotto forma di referendum che vuole
un netto Sì o un netto No a tutto il pacchetto. In aggiunta non si può
fare una riforma di questo genere in quattro e quattr’otto perché al
presidente del Consiglio gli è venuta la fregola del ‘cambiamento’. Ci
vorrebbe come minimo un lunghissimo e ponderato esame parlamentare.
L’Assemblea Costituente, in cui erano presenti i maggiori giuristi
italiani, a cominciare da Meuccio Ruini che ne divenne presidente
(“Commissione dei 75”), ci mise circa un anno e mezzo di lavori per
preparare il testo che sarà alla base della Costituzione attualmente
vigente promulgata il 1° gennaio del 1948.
Inoltre
le nuove norme sono formulate in termini talmente involuti da non
essere comprensibili non dico al comune cittadino ma anche agli esperti.
Marco Travaglio ha cercato di tradurre in italiano queste norme, ma è
stata una fatica improba come trasformare un testo sanscrito in un
linguaggio attuale.
In
realtà fatte tutte queste premesse, il Referendum costituzionale
diventa una questione di lana caprina. E’ semplicemente un Sì o un No a
Matteo Renzi e alla sua politica. E’ stato lo stesso Renzi, ubbriacato
dal successo alle elezioni europee che con quelle italiane hanno poco a
che vedere, a trasformare imprudentemente il Referendum costituzionale
in un referendum su se stesso. Chi vuole che Renzi resti al suo posto
voterà quindi Sì gli altri No. Anche se non è affatto certo che se vince
il No Renzi se ne vada a casa come aveva inizialmente promesso (“mi
ritirerò dalla vita politica”). Perché poi ha fatto marcia indietro
dicendo che se il partito glielo chiede resta al suo posto. Adesso ha
fatto finta di cambiare nuovamente idea (“non sono uno abituato a
galleggiare”). Del resto che credibilità può avere un tipo che dice
all’amico “stai sereno” e due giorni dopo gli sfila il posto? Se lo
avesse fatto in un bar non avrebbe potuto più rientrarci. Da noi è
diventato presidente del Consiglio. Questa è l’Italia, di Renzi e degli
ultimi trent’anni.
In
verità si sarebbero dovute invertire le due questioni. Prima varare una
legge elettorale che modifichi la precedente (il cosiddetto ‘Italicum’)
e poi, semmai, pensare alla questione costituzionale. Perché almeno
sapremmo qual è la consistenza dei partiti che a questa Costituzione
dovrebbero poi porre mano. Oggi invece sono in campo partiti che non
esistono più, come Forza Italia col suo presidente ottuagenario e in
pieno marasma senile o Ncd che ha percentuali da albumina o misteriose
neoformazioni come Ala o l’Udc del sempreverde Pier Ferdinando Casini,
mentre non sappiamo la reale consistenza delle due formazioni che si
giocano la partita, i Cinque Stelle e il Pd. Elezioni subito, questa è
la questione. Tutto il resto è fuffa.
Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2016)
venerdì 18 novembre 2016
Referendum costituzionale: silenzio, la senti la maggioranza?
Cara “maggioranza silenziosa”, ancora una volta
torni a far parlare di te. Ancora una volta dagli Usa attraversi
l’oceano e sbarchi nel Belpaese, tirata per la giacca dal premier Renzi.
Già, perché sei l’alibi perfetto. Trump vince a
valanga? Gli autorevoli editorialisti, analisti, commentatori, gli
iperscientifici sondaggisti toppano clamorosamente le previsioni? Beh, è tutta colpa tua:
la “maggioranza silenziosa” che si nasconde nella provincia americana,
che sta chiusa in casa e non risponde a intervistatori e ricercatori e
se lo fa mente; ma poi, in cabina elettorale, mette la croce dove meno
te lo aspetti. Maledetta “maggioranza silenziosa”, muta, omertosa, capace di terremotare i destini del mondo senza schianti né lamenti. Sei davvero così? Esisti davvero?
O sei piuttosto il segno della totale distanza dalla realtà? Non
silente, ma resa silente, da chi non ha interesse a farti parlare,
perché conta solo la “minoranza loquace” dei Palazzi del Potere e i suoi
interessi?
Parli solo nell’urna – dicono – o meglio, ti fanno parlare solo lì, e
a quel punto tutti a stupirsi, a dar la colpa a te che non favelli
prima, invece che a se stessi che non ascoltano. Prima in Gran Bretagna
con la Brexit, poi negli Usa con Trump.
Ed eccoti al fine in Italia. Il referendum rosicchia poltrone, fa
temere cadute e così il premier si accoda: “La maggioranza silenziosa
degli italiani sta con noi”, dice nel suo ultimo travestimento
elettorale. Puntare su se stesso, sul “mi dimetto, non mi dimetto” non
ha funzionato, e così il Ponte sullo Stretto, i bonus in manovra, la
propaganda anti-europeista, il nuovo (Verdini) contro il vecchio (D’Alema),
le lettere agli elettori…: il No nei sondaggi continua a crescere. E
allora non gli resta che scommettere su di te: la “maggioranza
silenziosa” degli astensionisti e di chi non risponde alle indagini
demoscopiche voterà Sì. Andrà così? Quel No maggioritario nei sondaggi è
falso come la vittoria della Clinton e ha ragione lui? Lo vedremo il 5 dicembre.
Nel frattempo, fa riflettere che a evocarti sia il leader più chiassoso di sempre:
possibile abbia dietro te, una maggioranza taciturna? Che la sua
onnipresenza non ti dia la forza di manifestarti? Che manco i suoi
numerosi e fidi segugi giornalistici riescano a stanarti? Che il suo
controllo dell’informazione non ti offra microfoni per liberarti
dall’afonia? E possibile che i tanti che aderiscono ai comitati del No,
che affollano le manifestazioni del M5S e gli spettacoli di Travaglio,
siano solo una minoranza gufa e rosicona?
Soprattutto, fa riflettere che a evocarti sia il segretario del Pd,
partito di sinistra (?) che ora si troverebbe sostenuto dalla stessa
“maggioranza silenziosa” che “si vergognava a dire che votava per lo
scudocrociato” (cit. Davide Ermini). Davvero, come per la Dc, ti vergogni oggi a dire che stai con Renzi?
Certo non è una grande soddisfazione, né per te dover sempre censurare
le passioni, né per gli ex Pci, dover pendere dalle tue labbra dopo
averti combattuto per decenni.
Cara “maggioranza silenziosa” sei dunque così? Esisti o sei solo un
alibi, l’ennesima araba fenice (dove sia nessun lo sa) nella grande
opera buffa composta dal premier?
Luisella Costamagna (Il Fatto Quotidiano - 16 novembre 2016)
giovedì 17 novembre 2016
Referendum, dimmi come voti e io farò il contrario
Pensavo
fosse un referendum, invece era il trionfo del nemico del cuore. L’apoteosi del
testimonial alla rovescia, vale a dire: trova nel mucchio chi ti è più
antipatico, e fa’ l’esatto contrario. Alla faccia di qualsiasi
spersonalizzazione, la consultazione del 4 dicembre sta diventando una specie
di album delle figurine. C’è chi colleziona D’Alema e chi dà la caccia a
Napolitano, chi scova una Elsa Fornero, chi un Renato Schifani, chi si bea
di un Pomicino e chi gioisce per uno Scajola; valgono ovviamente doppio quelli
che stanno fuori dalla politica, da Federico Moccia a Marco Travaglio
per non dire di Oscar Farinetti. Ma per tutti è la distanza che conta:
ciascuno cerca il volto sul quale misurare l’opposizione, più che l’identità.
Basta una frase, un rigo appena. Magari il manifesto di Gianni Alemanno e
Francesco Storace, o la locandina del trio Lorenzo Cesa-Michele
Emiliano-Ciriaco De Mita, ed è finita. Era già successo con la corsa per il
comune di Roma, nella lunga galoppata che ha preceduto la vittoria di Virginia
Raggi.
Ma
stavolta il meccanismo è persino più famelico. «D’Alema voterà no: quanto
questo aiuterà le ragioni del Sì non lo so, ma secondo me molto...»,
sghignazzava già a fine estate Matteo Renzi, fregandosi le mani all’apparire
del fenomeno. D’altra parte, a fronte di un D’Alema c’è sempre un Alfano, o un
Verdini. Insomma, quanto ad appeal non va molto meglio, solo che si vede meno:
perché i sì stanno tutti all’ombra di Renzi, quello che ha in mano la carta più
importante. «Il meta-testimonial», lo chiama addirittura il sondaggista Nicola
Piepoli, chiarendo che, per il ruolo che ha, il premier influenzerà molto un
“mercato” sul quale per il resto vale la regola seguente: «È solo un terzo
degli elettori a decidere dopo aver letto la legge: gli altri due terzi
guardano chi c’è di qua e chi c’è di là».
Ecco
perché la caccia al testimonial impazza al punto che hanno arruolato non solo
Alba Parietti e Paolo Crepet, ma pure i Masai in Kenya. La ricerca di sponsor e
contro-sponsor, del resto, è così spasmodica che la produttrice Simona
Ercolani, curatrice fra l’altro della campagna del Sì, s’è resa invisa all’establishment
dello spettacolo a forza di tampinare tutti per chieder loro di fare da
testimonial. Alla Leopolda ha portato l’attore Alessandro Preziosi, ma una
risposta implicita di chi non vuol schierarsi l’ha ottenuta da Fiorello. «Voto
“forse”, se mi schiero mi lapidate», ha chiarito lui alle telecamere. Chi ha
capito come gira, infatti, fa il testimonial silenzioso. Eppure, l’album è
funzionale al quesito: la riforma è complessa, regolarsi rivisitando il proprio
anti-pantheon personale aiuta i più.
Attenti al potenziale perverso - Funziona assai -
secondo l’ultima tendenza è anzi il pendant di Renzi - il testimonial
tecnocratico. Il fatto che ad esempio l’ex premier in loden Mario Monti
abbia dichiarato di votare No, pare aver chiarito le idee a molti. Sebbene uno
come Gianluigi Paragone (anche lui pro-No) si sia fatto perciò cascare le
braccia: «Ditemi che è un patto segreto per far vincere il Sì», ha sibilato.
Mentre l’ex premier e giudice della Corte costituzionale Giuliano Amato riserva
al solo privato il suo favore alla riforma, molto piano (col No) c’è andato
pure Lamberto Dini, un altro notorio agitatore delle folle. In punta di piedi
anche Elsa Fornero, l’ex ministra più amata dagli esodati: «Sono
orientata al Sì, ma ci penserò ancora», ha chiarito dimostrandosi
particolarmente consapevole del suo potenziale perversamente attrattivo verso
il fronte opposto.
Il dinosauro di nusco - «Quando abbiamo saputo del faccia a faccia
Renzi-De Mita, chez Mentana, il primo istinto è stato quello di organizzare il
sequestro di persona per rinchiudere l’anziano leader democristiano in un covo
dotato di tutti i comfort, ma ben sorvegliato per impedire la fuga
dell’ostaggio fino al cinque dicembre mattina». L’accogliente confessione
riportata sul Fatto da Marco Travaglio, simpaticamente schierato sul fronte del
No proprio come De Mita, riassume meglio di altre il sentimento di chi abbia in
squadra un tale campione della prima Repubblica. L’ex presidente del Consiglio,
oggi sindaco di Nusco, del resto, ha dimostrato anche in quella occasione tv di
ambire a essere un anti-testimonial in senso autentico: più che interessato a
convincere l’uditorio, sembrava concentrato a colpire Renzi e la riforma, a
proposito della quale ha osato gli argomenti più hard («e chi ci va nel nuovo
Senato, la terza scelta?»). L’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, nel
gran giorno dell’adunata del No, non ha fatto meno spallucce: «Almeno di qua
c’è chi sa leggere e scrivere», ha detto, col suo solito surplus di agitazione,
a chiudere il discorso come se fosse seccato davvero.
Vengo anch’io - Ora: non è che invece nello schieramento
avverso, da Giorgio Napolitano a Franco Marini, siano tutti ragazzini.
Ma l’argomento del “vecchio arnese” non può essere brandito. Non certo da Massimo
D’Alema, il quale in effetti, l’unica volta in cui ha provato a dire che
sono gli anziani a votare sì, è stato respinto con perdite. Va a finire così
che talaltri testimonial riescano miracolosamente a stare fuori dal tritatutto.
Forse anche perché non danno troppo fastidio. Nessuno per esempio si mette a
dire dell’ex leader Udc Pier Ferdinando Casini, che ritrova
improvvisamente un ruolo nel dire il suo sì, anche se nessuno lo spinge ad
andare in tv. Un destino simile ai fratelli Craxi, Bobo e Stefania. Arruolati
entrambi per il Sì, ma in due comitati diversi. Senza eccessivo clamore.
Operazione vestito buono - C’è in effetti chi avendo persino più
potere se ne sta acquattatissimo. Denis Verdini, per esempio. Che pure
ha contribuito non poco alla nascita dei mitici comitati Liberi sì, quelli di
Marcello Pera, ex presidente del Senato, e Giuliano Urbani, già ideologo e
tessera numero due di Forza Italia. Nel weekend della Leopolda Verdini stava
appunto a tre chilometri di distanza dal tempio del renzismo, ma si è guardato bene
dall’avvicinarsi («altrimenti scattano gli allarmi», è stata l’osservazione).
Denis si mimetizza («io non penso, io lavoro»), come altri cosiddetti
impresentabili, tipo Vincenzo D’Anna: l’operazione ha anche un nome. La
chiamano “vestito buono.
Mi si nota di più - Ci sono poi testimonial che finiscono per
camminare sul baratro del proprio opposto. Di una perigliosa tendenza Boldrini,
nel senso di scarso appeal (quando non franca respingenza) sugli argomenti
sostenuti, rilevano soffra a tratti Maria Elena Boschi. Il tema di
quanto sia produttiva la sua presenza mediatica è stato oggetto di riunioni, a
Palazzo (era crollata nei sondaggi di gradimento anche per la vicenda di Banca
Etruria). E comunque, anche adesso che è ricomparsa, si esibisce nella autodifesa:
«Uh, quanto ci sono o non ci sono in tv: mi sembra il film di Nanni Moretti»,
ha detto intervistata da Corrado Formigli. Precisando poi di aver fatto
cinquanta interventi sul territorio e almeno quattro confronti tv. Come a dire:
non è vero che faccio perdere voti. Appunto.
Scajola a nostra insaputa - C’è chi questo problema non se lo pone
affatto, che anzi da anni tenta per iperbole di fare il giro opposto (e qualche
volta ci riesce pure). Il forzista Renato Brunetta, per dire, noncurante
di quanto il tutto alla fine possa davvero giovare alla causa, twitta e
socializza dalla mattina alle sei e mezza fino a sera, quando crolla - con
Whatsapp aperto, si suppone. Fa tutto da solo, «e faccio meglio di Filippo
Sensi e Jim Messina messi insieme», si è vantato con decisione. L’opposto
insomma di quel Claudio Scajola che dopo aver scritto in primavera una
lettera pubblica a Berlusconi per convincerlo al Sì, in autunno si è rifugiato
anche lui nel No. Più che a sua insaputa, a insaputa di tutti gli altri.
Voleva una vita spericolata - C’è in effetti che il
referendum ha risvegliato moltissimi, anche dall’irrilevanza. Mario Segni,
l’uomo che nel 1994 ha perso il biglietto vincente della lotteria, ha
raccontato il suo Sì con una passione pari al rimpianto di non aver accettato
di fare il vice di Prodi (nel ’96). Luciano Violante, che ha abbandonato due
anni fa il suo sogno alla Consulta dopo la ventesima fumata nera, ha
referendariamente litigato con Armando Spataro pure dal barbiere Mimmo, a
Torino. Ha preso posto di nuovo pure l’ex pm Antonio Ingroia, forse a segnalare
che nonostante gli inciampi occorsi sin qui la sua storia politica prevede
ulteriori capitoli, chissà. E pure non ha rinunciato alla pugna l’ex leghista Flavio
Tosi, forse ringalluzzito dal fatto che Vasco Rossi avesse interdetto a
Matteo Salvini l’uso politico di “C’è chi dice no”.
Convinto non troppo - In effetti, e forse è il frutto di questa
stagione, si segnala una figura sin qui inedita: quella del testimonial
apparente. O quantomeno enigmatico. Come Enrico Letta, che pure ha detto
da tempo un convinto Sì ribadito «con forza», che però sembra contenere
qualcosa che stride (forse è l’eventualità di uno #staisereno che aleggia). E
il regista da Oscar Paolo Sorrentino: è andato con Renzi da Obama, ma
richiesto di dire la sua, sul referendum si è sottratto con una specie di «devo
ancora studiare». Nel suo “The Young Pope”, del resto, c’è un premier giovane,
strafottente, che ha preso il 41 per cento, e vien definito dal Pontefice «uno
che non farà mai ciò che dice». Ma le scene - fanno notare i renziani - son
state girate tra il 2014 e il 2015. Quindi forse chissà, forse nel frattempo
pure lui si è convinto.
Susanna
Turco (L'Espresso
- 16 novembre 2016)
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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)
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