"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 25 ottobre 2017

Indurre la gente a non andare a votare è il nuovo obiettivo della classe politica italiana




Vi sarete spesso chiesti come mai dei peones improponibili continuino a rappresentare partici politici in dibattiti e talk televisivi. Eppure basterebbe che le segreterie leggessero le reazioni che questi suscitano nei social per registrare il livello di insofferenza. Spesso l’indignazione nasce alla loro vista, prima ancora che pronuncino una sola parola.

Personaggi apparentemente ottusi, che in qualche caso forse lo sono veramente, sono inviati dai rispettivi leader ad incontri, comizi e quant’altro.

Come quando si imparavano le filastrocche da bambini, li senti ripetere - con le stesse cadenze - cantilene recitate con ritmi assillanti, assecondando la teoria che con il ripetere sempre le stesse cose si riesce ad indurre la gente ad assorbire infine le loro tesi. In effetti, la realtà ci dimostra che in molti casi funziona. In questo i sistemi formativi del berlusconismo hanno fatto scuola.

Seguendo metodi scientificamente collaudati, basati su efficaci tecniche persuasive che hanno profuso massima cura anche sull’estetica dei proponenti, ricordiamo ancora le frasi fatte, tutte uguali, recitate elegantemente da clonati “propagandieri” periodicamente alternati.

“Verità precostruite a tavolino” venivano reiterate metodicamente da bambine/i fenomeno con una tale bravura da farle apparire reali.

Con tali specialisti indottrinati della propaganda 2.0 il partito-azienda riuscì ad infoltire enormemente la fronda di sostenitori. Le vittime dei loro martellanti messaggi erano spesso anche vecchiette/i in buona fede, poiché vogliosi e speranzosi di reali cambiamenti.

Le tecniche di sovrastare la voce degli avversari, specie se questi ultimi cercavano di avventurarsi in tesi più articolate che meritavano, quindi, di un minimo di attenzione, riuscivano ad annullare efficacemente ogni messaggio contrario e ad indisporre a tal punto il teleutente da indurlo a cambiare canale. Spegnere era come precludere ogni possibilità all’avversario: era l’estremo rimedio per impedire riflessioni alle masse più attente.

Fin qui abbiamo parlato di “propaganda” attuata con metodi aziendali. Ovvero del marketing politico di nuova generazione.

Esaurito il filone e registrato il minimo storico nella attendibilità dei politici da parte dei cittadini, un nuovo metodo che avanza è quello di indurre l’elettore a disertare le urne.

Oggi, infatti, anche per i più bravi operatori del “marketing politico” appare sempre più difficile cercare di convincere la gente a votare per il proprio partito, quindi, confidando nello zoccolo duro costituito da tifoserie e supporters di parte, affollato da “professionisti che campano con/di politica” o interessati al sostegno per indubbi vantaggi derivanti dall’indotto amministrato, torna più utile non far votare la gente più che vederla sostenitrice di chi vuole scoperchiare i loro “vasi di Pandora”.

E’ una semplice questione matematica, se si indirizzano gli indignati e i delusi verso il non voto si abbassa la percentuale di votanti ma, paradossalmente, risulterà più probabile (per ciascun partito e a secondo dello spessore del proprio “zoccolo duro”) poter mantenere e forse anche incrementare la percentuale di voti in sede elettorale (magari nonostante debacle in termini di voti assoluti).

Al riguardo eclatante esempio è stato recentemente rappresentato dalla “rossa” Emilia Romagna, dove nonostante l’elevato astensionismo fatto registrare nelle ultime regionali si è vista una riconferma di un partito che ha avuto un vero e proprio crollo numerico di consenso elettorale.

Come già accennato, perseguendo tale ultima ratio, per un verso si disinnesca la possibilità d’incremento alle realtà politiche di opposizione, dall’altro aumentano crescite percentuali di realtà partitiche apparentemente contrapposte ma più simili alla loro specie, quindi possibilmente disponibili ad una comune gestione, rendendo fin anche possibili alleanze strategiche estreme, spacciandole magari pubblicamente per necessità indispensabili per la “governabilità” del paese.

Machiavelli sosteneva che in politica il fine giustifica i mezzi e, quindi, è valida qualunque strategia che funzioni. Fondamentale resta per il “Principe” evitare che qualcuno possa disturbare il manovratore.

Così, seguendo apparenti alternanze saranno sempre gli stessi a ricoprire gli incarichi pubblici, ad occupare i vertici e governare le strutture di sottogoverno, secondo diffuse e collaudate logiche collusive e spartitorie che hanno sempre più visto crescere e consolidare molteplici caste.

Al cittadino deluso ed indignato resterà l’illusione di non aver voluto partecipare allo scempio: Assoluta menzogna, poiché il non voto rafforzerà come sempre le minoranze, evidenti e occulte; lasciando libere le mani dei manovratori che da troppo tempo gestiscono indisturbati il vero potere.

Allora, immergiamoci nella mischia in ogni modo, secondo ogni credo e come propagandava il mitico Totò: “VotAntonio, VotAntonio, VotAntonio …….”

Buon voto a tutti!!!

© Essec 


Silenziare la movida può generare mostri


Salendo sul carro di una sentenza che ha condannato il Comune di Brescia a risarcire due residenti che si sono ritenuti danneggiati dagli schiamazzi provocati dai giovani all’uscita di alcuni locali del centro, il sindaco di Firenze Nardella, che non avrà fatto il boyscout come Matteo Renzi ma ne respira la stessa aria perbenista e ipocrita, già noto per essere stato il primo in Italia ad aver introdotto il reato di prostituzione, ha intenzione di inasprire i provvedimenti anti movida: divieto di vendita di alcol d’asporto e blocco di tre anni per i nuovi locali e i minimarket che dal 6 maggio scorso ha bloccato l’apertura di 54 nuovi bar. Dichiara Nardella: “      Il combinato disposto tra Brescia e la circolare Minniti indica la strada per misure sempre più restrittive”.
Il divieto di aprire nuovi locali rischia di dividere la città in settori, in ghetti, alcuni destinati alla movida e altri invece off-limits, e quindi i ragazzi non possono più scegliersi i luoghi del divertimento secondo il loro gusto e istinto ma devono radunarsi in qualcosa che somiglia a dei campi di concentramento decisi dall’Autorità (misure degne della Cina di Xi Jinping). Questa storia dei ghetti sta già cercando di introdurla l’assessore al Commercio di Torino, Alberto Sacco, che insegue l’ambizioso, quanto paranoico, progetto di “una vita notturna divisa per distretti enogastronomici”.
Dovrebbe essere arcinoto che il proibizionismo, come certe medicine, provoca effetti paradossi, cioè opposti al fenomeno che si vuole contrastare. Negli Stati Uniti, nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale, sotto la spinta di nobili e pie intenzioni (i promotori erano soprattutto dei religiosi integralisti) si bandì la vendita di alcol per una quindicina d’anni. Risultato: consumo di alcol, acquistato al mercato nero, in ascesa verticale insieme alla criminalità legata al mercato proibito. Quando in Unione Sovietica Gorbaciov (“distruggi un Impero e andrai a Sanremo”) salì al potere si mise in testa di limitare il consumo di vodka dei russi: nei ristoranti non si poteva servire vodka prima delle due del pomeriggio e la vendita negli spacci era limitata dalle due alle quattro. Risultato: fino alle due i ristoranti erano vuoti e dalle due alle quattro, intorno agli spacci, si creavano lunghissime file che si attorcigliavano, per interi isolati, intorno ai brutti grattacieli della nuova Mosca costruita da Stalin, e all’uscita dello spaccio il fortunato che era riuscito a procurarsi le tre bottiglie di vodka consentite le distribuiva agli amici e tutti insieme andavano allegramente a ubriacarsi nel primo giardinetto disponibile.
A parte il fatto che non è che i ragazzi prendano la bottiglia e se la vadano a bere chissà dove ma, soprattutto d’estate, si bevono il bicchiere appena fuori dal locale (si vada a dare un’occhiata al Cocoricò, il più famoso locale che sta fra Rimini e Riccione) bisognerebbe capire che i nostri giovani, privi ormai, e con buone ragioni, di passione politica, di idee per cui valga la pena battersi e ai quali è negata qualsiasi azione che esca dagli infiniti regolamenti, ordinanze, diktat, hanno bisogno, come vuole la vitalità della loro età, di un qualche sfogo. Noi adulti siamo diventati troppo insofferenti, nevrotici non sopportiamo alcun rumore: il bimbo del vicino che piange, il cane che ci zampetta sopra la testa, quello che abbaia, figuriamoci gli schiamazzi della movida. Credo che dovremmo, tutti, fare un bello stage in Siria o nel Kurdistan o in Afghanistan.
Comprimere la vitalità dei giovani, e la movida in assenza d’altro è un modo per esprimerla, può portare solo in due direzioni: o se ne fa degli smidollati, operazione già abbondantemente riuscita, o li si induce alla violenza vera. Non si può stare in pantofole a vent’anni.
L’aggressività è un elemento della vitalità e non può essere eliminata del tutto, si può solo canalizzarla in modo che non superi un certo livello di guardia. Volendo creare una società perfettina, asettica, sempre più astratta (oggi un ragazzo non può più nemmeno sfogarsi allo stadio, c’è “la discriminazione territoriale”) noi abbiamo dimenticato alcuni elementari che erano ben presenti alle civiltà che hanno preceduto la nostra ma che sono riconosciuti anche dalla moderna psicanalisi. Si potrebbero fare infiniti esempi di come alcune civiltà che noi riteniamo rozze e primitive riuscissero senza negarla a tenere l’aggressività sotto controllo. Ma ci limitiamo alla Grecia antica e all’istituto del ‘capro espiatorio’. Il ‘capro espiatorio’ era uno straniero o un meteco che veniva mantenuto e ben nutrito dalla polis. Quando in città, per qualche ragione, si creavano delle tensioni il ‘capro espiatorio’ veniva sacrificato per concentrare su di lui l’aggressività che stava pericolosamente emergendo. Come si chiama in greco il ‘capro espiatorio’? Si chiama pharmakos, medicina.



martedì 24 ottobre 2017

Tu chiamale, se vuoi, mozioni


Lungi da noi il proposito di infierire su Maria Elena Boschi, che ha già il grave handicap di essere Maria Elena Boschi. Però forse, e sottolineo forse, persino in Italia c’è ancora un limite alle bugie. Parliamo della famigerata mozione del Pd che chiedeva l’eventuale testa del governatore di Bankitalia. Famigerata non per le critiche a Ignazio Visco, meritatissime, ma per il pulpito da cui piovono: il Giglio Magico renziano, che sulle banche ne ha combinate più di Bertoldo in Francia. Siccome la mozione ha fatto infuriare tutti, non trova uno straccio di prestanome che ne rivendichi la paternità. A parte il capogruppo alla Camera, rag. Ettore Rosato, che però l’ha solo fatta propria per ragioni di ufficio; e la deputata ignota ai più Silvia Fregolent, che ci ha messo la prima firma, ma tutti sanno che non s’è mai occupata di Bankitalia in vita sua né mai prenderebbe una simile iniziativa senza che qualcuno gliela commissioni. 
Ieri il nostro Marco Palombi ha scritto che l’autrice del capolavoro è la stessa Boschi, unendo i puntini: la Fregolent è una fedelissima della Boschi; la Boschi era l’unico membro del governo a conoscere la mozione fin da subito, quando tutti gli altri big (a parte Renzi, si capisce) la ignoravano; la mozione non è mai passata per l’ufficio legislativo Pd alla Camera; era ignota al coordinatore delle mozioni Pd, l’orlandiano Martella; mai è stata discussa dagli organi ufficiali del partito; e soprattutto è stata trasmessa last minute al sottosegretario Baretta, che seguiva la cosa a Montecitorio per conto del governo, da una e-mail proveniente da Palazzo Chigi. Ieri abbiamo atteso per tutto il giorno una smentita della sottosegretaria, invano. Del resto, appena la Boschi smentisce qualcosa, si capisce subito che quel qualcosa è vero: tipo quando smentì Ferruccio de Bortoli sulla sua telefonata all’ad di Unicredit per il salvataggio di Banca Etruria, annunciando una querela poi mai vista. Infatti poi evitò di smentire il nostro Giorgio Meletti quando rivelò che nel 2014 aveva incontrato nella villa di Laterina (Arezzo) -assieme a suo padre Pierluigi, allora nel Cda di Etruria, e al presidente della banca aretina Giuseppe Fornasari – il presidente e l’ad di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli: forse perché anche quel fatto era vero. E non volle commentare la telefonata intercettata il 3.2.2015 del suo babbo che diceva a Consoli: “Io ne parlo con mia figlia, col presidente (Renzi, ndr) domani e ci si sente in serata”. 
Forse perché non c’era niente da smentire, salvo il suo giuramento alla Camera dei Deputati, il 18.12.2015, di non essere in conflitto di interessi per non essersi mai occupata di Etruria. Il 20 giugno il Fatto le inviò quattro domande su quei fatti e quel giuramento, ma in quattro mesi la sottosegretaria non ha trovato neppure il tempo per dirci che non avrebbe risposto. Ma mentire al Parlamento è ancor più grave che nascondersi alla stampa e all’opinione pubblica. E dal 18.12.2015 sono trascorsi 20 mesi ed emersi molti fatti nuovi. Dunque è il caso che le opposizioni riconvochino la statista di Laterina in Parlamento. E le domandino se ripeterebbe di non essere in conflitto di interessi per non essersi mai occupata di Etruria. 
Ora M5S e Mdp annunciano un’interrogazione al governo, a cui speriamo che risponda la diretta interessata. Spiegando, oltre a tutte le entrate a gamba tesa nell’affare Etruria, cosa le sia saltato in mente di dar l’assalto al governatore di Bankitalia che ha multato per ben due volte il suo babbo per la malagestione di Etruria; o, in subordine, smentire di averlo fatto e rivelarci – prove alla mano – chi è il vero autore della mozione della discordia. Se non andiamo errati, uno dei refrain delle “Leopolde” renziane ai tempi della scalata al Pd era il “principio di responsabilità”: bisogna sempre sapere chi fa cosa, perché i cittadini possono giudicarlo e poi premiarlo o punirlo nelle urne. Poi l’allegra brigata andò al governo e se ne scordò, tant’è che mai, neppure ai tempi di B., si videro tante leggi di incerta paternità, in cerca d’autore, figlie di NN. 
Siccome le leggi, come le mozioni, non si scrivono da sole, attendiamo ancora di sapere chi, a Natale del 2014, infilò nella riforma fiscale il condono “salva-B.” per le frodi. Chi inserì nella Manovra 2015 l’emendamento pro petrolieri tanto caro al fidanzato lobbista della ministra Guidi. Chi, nella primavera scorsa, ebbe l’ideona di dare ai derubati la licenza di uccidere i ladri in casa, ma solo nelle ore notturne. Chi, un mese fa, ha introdotto nel decreto del ministro Orlando la demenziale pretesa che la polizia giudiziaria e i pm non riportino più negli atti d’indagine le trascrizioni delle intercettazioni, ma solo i riassunti. E chi ha scritto la mozione anti-Visco. Dinanzi al fondato sospetto che la sottosegretaria abbia mentito al Parlamento per nascondere il suo conflitto d’interessi e conservare la cadrega, vale un principio etico che non sapremmo riassumere meglio di così: “Questa vicenda mi lascia un senso di tristezza addosso… è in gioco la fiducia verso le istituzioni. Io al suo posto mi sarei dimessa, c’è un punto grave in questa vicenda: che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici. Abbiamo perso un’altra occasione di fronte ai cittadini… Non è un problema giudiziario, ma politico”. Così parlò Maria Elena Boschi, a Ballarò e al Corriere, il 16 e il 24.112013. Formalmente ce l’aveva col conflitto d’interessi della ministra Cancellieri con la famiglia Ligresti. Ma, sotto sotto, stava già confessando il suo con la famiglia Boschi.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 22 ottobre 2017)


sabato 21 ottobre 2017

La falsa ribellione



 

C’è un'evidente ansia da campagna elettorale permanente, ben più che una preoccupazione per la sicurezza dei correntisti bancari e dei risparmiatori, nell'offensiva di Matteo Renzi contro il governatore della Banca d'Italia Visco. Non c'è alcun dubbio che il tema del risparmio, del credito e della solidità delle nostre banche agiti la pubblica opinione, che dopo i casi Monte Paschi, Etruria e Vicenza si sente esposta, raggirata e ben poco tutelata dai meccanismi e dagli istituti di salvaguardia del sistema. Quindi è comprensibile e persino doveroso che i leader trattino la questione in vista del voto, quando è il momento del rendiconto sul passato e degli impegni per il futuro. Ma Bankitalia non è l'Anas o la Cassa del Mezzogiorno: e delle banche si può discutere, e anzi si deve, ma senza gettare un'istituzione di garanzia nel tritacarne del vortice elettorale.
Che ci sia stato un problema di vigilanza allentata e di sorveglianza miope sulle fragilità che le banche italiane camuffavano è ormai fuori dubbio, perché tutti abbiamo sentito per troppi anni i controllori garantire sulla solidità certa dell'impianto, a partire da via Nazionale, e dallo stesso Governatore.
Ma se si considera che questa miopia viene da lontano, anche prima di Visco, nasce una domanda obbligatoria: dov'era la politica nel frattempo, che cosa capiva e che cosa faceva? Soprattutto, l'interrogativo è se la politica era dalla parte dei cittadini e dunque dell'interesse generale o piuttosto se era coinvolta negli ingranaggi più bassi che hanno rallentato e deviato il corretto procedere del mercato bancario: con una commistione insieme provinciale e onnipotente, che considerava il credito come un prolungamento della politica con altri mezzi, impropri ma utili a creare consorterie, consolidare confraternite, insediare nomenklature locali. Comperando consenso e potere, e inseguendo il conflitto d'interessi certificato dallo slogan "abbiamo una banca", piuttosto che la cornice di garanzia costruita con l'obiettivo di poter dire "abbiamo una regola".
Se si apre il libro delle responsabilità - in ritardo, con tutti i buoi già scappati e nutriti da un buon pascolo abusivo nel prato dei risparmiatori - il rendiconto deve essere dunque a 360 gradi e ogni soggetto politico e istituzionale della lunga stagione della crisi deve rispondere. A partire dalla Banca centrale, certamente, ma anche da chi ha avuto in questi anni responsabilità di governo e di indirizzo. Altrimenti si trasmette l'idea di un piccolo cortocircuito elettorale, con il giglio appassito che appicca l'incendio a via Nazionale perché non riesce a spegnere il fuoco che lo perseguita ad Arezzo.
E qui nasce un'altra questione, che va al di là della campagna elettorale e della stessa vicenda bancaria. Di fronte all'isolamento di cui ha parlato su Repubblica Stefano Folli, alla "biografia" civile di Bankitalia rievocata da Scalfari, Renzi ha infatti risposto ricordando che lui nasce rottamatore, e non intende cambiare. Forse non si è accorto che in questo modo ha evocato una natura più che una cultura, addirittura una postura mimetica invece che una politica. A parte la distorsione concettuale per cui la cosiddetta rottamazione per il segretario Pd si applica agli uomini, alle persone fisiche, e non ai loro progetti e alle loro azioni politico-programmatiche, viene da domandarsi quale sia l'universo di riferimento culturale di un leader se dopo tre anni di guida del governo è ancora prigioniero del ring agonistico di un wrestling sceneggiato che non finisce mai: dove lui e coloro che eleva di volta in volta ad avversari indossano maschere di comodo, sostituendo l'azione fisica all'azione politica.
Quando passa in rassegna il drappello d'onore della Repubblica, dopo aver ricevuto dal Quirinale l'incarico di formare il governo, anche lo sfidante più outsider si deve trasformare in uomo di Stato, facendosi carico di una responsabilità complessiva, che naturalmente interpreterà secondo la sua cultura e la sua vocazione politica. Renzi sembra fermo al ground zero della sua avventura nazionale. Senza avvertire che quella sfida iniziale ha portato nel sistema una fortissima tensione per il cambiamento, ma quando il cambiamento non si è realizzato la sfida permanente ha lasciato sul campo soltanto la tensione, che Gentiloni sta stemperando a fatica.
In questo ribellismo delle élite c'è la sciagurata illusione di inseguire il grillismo sui suoi temi, impiegando il suo linguaggio e mimando la sua riduzione della politica a continua performance, in una sollecitazione perenne dell'elettorato contro nemici ogni volta diversi, ma che evocano costantemente il fantasma della casta. È la costruzione succube di un universo gregario. Anche se in realtà Renzi insegue il se stesso delle origini, senza capire che proprio l'esperienza di governo dovrebbe aver arricchito il rottamatore trasformandolo in ricostruttore.
Resta una domanda: il Pd tutto questo lo sa? Ha mai discusso di questi temi? Ha mai chiesto al segretario di illustrare politicamente la sua cultura invece di limitarsi a esibire la sua natura? Ma arrivati a questo punto, proprio qui, si dovrebbe aprire la questione decisiva della natura del Pd: che resta l'unico segreto davvero custodito in Italia.



Vetri blindati, “limoni” e avocado




I vetri blindati e le facciate granitiche che caratterizzano le sedi delle banche  hanno rappresentato per molto tempo i segni fisici dell’intangibilità e della stabilità di queste istituzioni.  La loro austera e salda immagine aveva indotto una sorta di timore reverenziale nell’utenza che pure faceva fatica a comprenderne appieno le regole di funzionamento e il linguaggio, poco comprensibile ai non addetti ai lavori. Alcuni anni fa Roberto Benigni evidenziava scherzosamente questo concetto: a fronte di una richiesta di mutuo di cento milioni di lire veniva richiesta dal bancario una garanzia di un miliardo; il cliente perplesso rispondeva “ma ….se ho bisogno di una melanzana… l’ortolano… non ha mai detto ‘ha un miliardo di melanzane a casa?!’”.

Ad ogni modo le banche, pur criticate per il loro atteggiamento tendenzialmente autoreferenziale, simboleggiavano nell’immaginario collettivo il porto sicuro in cui valorizzare e ricoverare senza nessun timore i propri risparmi.

La reputazione delle stesse si è fortemente appannata su scala mondiale con il manifestarsi di comportamenti non certo irreprensibili di diversi operatori e la profonda crisi che ha colpito il settore, tanto che una copertina dell’Economist di qualche tempo fa riportava con ironia e tono accusatorio il termine “banksters”.

 Le conseguenze della crisi sono state nefaste; tanti risparmiatori (anche in Italia) hanno visto ridurre o azzerare i propri capitali e le banche sono state accusate di aver collocato strumenti finanziari che poi si sono rivelati “tossici” o, per usare un altro eufemismo, veri e propri “bidoni”.

Quest’ultimo termine richiama alla mente un famoso articolo di un economista premio Nobel (G.A. Akerlof) che descriveva, con riferimento al settore delle auto usate, il mercato dei “limoni”  (che è il termine  colloquiale con cui in Usa ci si riferisce ai “bidoni”). In estrema sintesi l’articolo evidenziava gli effetti delle "asimmetrie informative" tra il venditore (che conosce perfettamente lo stato delle auto usate) e l'acquirente (guardingo ma meno informato) e che  portano via via  al fallimento del mercato.

 Nel settore bancario l’esistenza di un intermediario qualificato, avrebbe dovuto risolvere il problema. Ciò, come racconta più di recente lo stesso economista in un libro (“Ci prendono per fessi”, Mondadori), scritto con un altro premio Nobel (R.J. Shiller), non è avvenuto. Gli autori illustrano le condizioni di non adeguata informazione al mercato che hanno consentito l’innesco di una crisi finanziaria globale, facendo riferimento con una metafora alla compravendita di un altro frutto, l’avocado, le cui qualità e giusto grado di maturazione non sono facilmente percepiti dagli acquirenti.

 L’esperienza dolorosa della crisi e, di conseguenza, regole più stringenti sulle condotte delle banche nonché una maggiore divulgazione di cultura finanziaria dovrebbero consentire di eliminare o, almeno, attenuare le condizioni di disparità informativa e i fenomeni di non corretta valutazione dei prodotti finanziari.

I suddetti autorevoli economisti descrivono comunque un sistema economico in cui sono connaturati  e quindi inevitabili i comportamenti ingannevoli e manipolatori: insomma “è l’economia moderna, bellezza”!  La dimensione  e la diffusione globale di tali fenomeni ci aiutano capire meglio anche la genesi di vicende nostrane che, pure con le loro non trascurabili connotazioni locali non scevre di polemiche e riprovevoli strumentalizzazioni politiche,  hanno origini lontane e (con)cause complesse.

In ogni caso, è necessario mantenere sempre alta la soglia di attenzione per evitare di passare da melanzane, “limoni” e avocado ad altri ortaggi o frutti che, apparentemente più salutari, potrebbero rivelarsi ancora un volta avvelenati!

p.t. (ottobre 2017)


martedì 17 ottobre 2017

Regionali Siciliane – Candidati e campagne elettorali




Qualche giorno fa mi sono ritrovato ad una premiazione per un concorso fotografico riservato a studenti di scuole medie. L’evento, organizzato dalla Sede regionale di una nota sigla sindacale, intendeva promuovere l’interesse alla fotografia dei giovani e, con una più che accettabile partecipazione di qualità, il concorso aveva visto classificarsi ai primi posti dei promettenti fotoamatori in erba.

Ma in Sicilia siamo prossimi alle elezioni, quindi non poteva mancare il politico di turno candidato che, nel caso, aveva anche sponsorizzato (ovviamente con sovvenzione pubblica) l’intera operazione.

Non sto a dire il nome o l’appartenenza politica, né mi scandalizzano tali prassi diffuse, ma mi preme puntualizzare alcuni punti dell’intervento inevitabilmente tedioso e supponente del candidato.

Il suo discorso sostanzialmente percorreva il solco dei “politicanti” di oggi, i quali, più che impegnarsi nei loro comizi a raccontare successi  e illustrare programmi e obiettivi futuri, evidenziano colpe degli altri. Nello specifico, dopo una lunga dissertazione su “pesca e agricoltura” tendente a focalizzare realtà marginali in un contesto più complesso pieno di disoccupazione diffusa, l’esperto politico ebbe a concentrarsi sui giovani che vanno all’estero, sostenendo che solo chi vive in famiglie abbienti può permettersi il “lusso” di emigrare in cerca di lavoro. Passi per eventuali studenti che, grazie alle famiglie, possono concedersi di andare a studiare all’estero (anche se, nel caso, il concetto di estero di oggi equivale al figlio studente alla Bocconi di Milano o alla Normale di Pisa degli anni passati), ma che i ragazzi plurilaureati in cerca di lavoro che si avventurano all’estero siano figli di “papà”, adattandosi peraltro a qualunque occupazione, è proprio troppo.

Lo stesso “politicante”, nel più classico dei lapsus froidiani, ebbe anche a dire che veniva “pagato per il suo lavoro” …… non già che, più volte rieletto, ricopriva da lungo tempo ruoli istituzionali finalizzati a svolgere delle funzioni politiche pubbliche, nell’interesse della collettività di “cittadini” e non di “sudditi” elettori ……

Un’ultima cosa …… l’oratore, adattandosi alle migrazioni mutevoli del “secondo come va il vento”, dicono che oggi sia approdato nella falange renziana ……. Dico io: non c’è da stupirsi.

Come propagandava il mitico Totò: “VotAntonio, VotAntonio, VotAntonio …….”

Buon voto a tutti!!!

© Essec 


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)