"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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venerdì 21 agosto 2020

“È meglio sposare una donna ricca, bella e intelligente che una donna brutta, povera e stupida”

 

“È meglio sposare una donna ricca, bella e intelligente che una donna brutta, povera e stupida”. Oppure: “Meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute piuttosto che vecchi, brutti, poveri e malati”. Erano queste alcune delle tante sentenze lapalissiane di Massimo Catalano, il filosofo dell'ovvio, che a metà degli anni Ottanta impressionava gli italiani con le sue banalità.

In qualche modo, con l’aggiunta di un tocco surreale, gli facevano da sponda, nel mitico gruppo di Arbore di “Quelli della notte”, i vari Pazzaglia, Laurito, Frassica e compagnia.

A pensarci bene, in qualche modo Catalano aveva anticipato i tempi di un costume che oggi va per la maggiore.

A sentire certi personaggi contemporanei - e in tutti i campi – si riscontra sempre più quella superficialità di analisi cui sfociano pensieri semplici, “alla Catalano” per intenderci, che allora erano di un sano cabaret che faceva sorridere e che è sempre piaciuto a quella fascia di popolo che tende a rimuovere con faciloneria tutti i problemi, specie se interessano solo gli altri.

Al mondo di esperti che si basa su cognizioni scientifiche si affiancano oggi opinionisti in grado di rispondere a qualunque domanda, a trovare risposte anche su questioni complesse e complicate, basandosi sostanzialmente su loro tesi "originali", molto spesso pure preconcette.

Ad esempio, mentre ieri la politica responsabile basava la sua azione di opposizione su articolati approfondimenti specifici e a tema che producevano financo “governi ombra”, oggi si fonda su slogan semplici che rispondono ai desiderata della massa, canalizzata a pensieri banali, con soluzioni che non prospettano alternative comprensibili e tantomeno fattibili. Basta parlare alla pancia ed il rutto è sicuro. Sigh!

Anche un recente discorso dell’ex Capo della BCE, già Governatore della Banca d’Italia, seguendo quella logica del banale ha ritrovato cassa di risonanza nella maggioranza dei media.

Ai tempi odierni sembriamo per lo più tutti concentrati a ricercare un nemico, per additarlo alla folla come responsabile dei nostri disagi. Per evidenziare quello che non va ma che è ovvio e che del resto vedono tutti, piuttosto che dare chiare prospettive per possibilità di nuovi sbocchi. Siamo tornati indietro di duemila e venti anni circa, quando alla folla veniva chiesto chi volesse che fosse liberato. Anche allora il ladrone ebbe la meglio.

In tutto questo i tanti social costituiscono una manna piovuta dal cielo. Dietro anonimati che alimentano impunità, i manganellatori di un tempo ora usano il nuovo mezzo di gogna e tutti prima o dopo lo utilizzano e magari talvolta ne fanno pure in qualche modo le spese.

I pifferai magici quindi abbondano, perché le masse deluse e scontente innalzano di continuo nuovi patiboli e cercano sempre nuove teste da mandare alla forca.

E la folla ne trova gaudio e si immortala in infiniti selfie, convinta che il tutto resti estraneo alla propria cerchia d’interessi.

Tornassero in vita “Catalano & Co.” sarebbero oggi il partito politico vincente. La pletora di seguaci quantomeno mostrerebbe sorrisi e non importa se da ebeti o meno, nei tantissimi selfie.

Buona luce a tutti!

 

 © Essec


mercoledì 19 agosto 2020

G. Vi racconto Gaber

 

In genere gli scritti che in qualche modo hanno a che fare con le biografie di autori, anche se dense di eventi e interessanti, alla lunga possono risultare un po’ noiosi.

Il libro dedicato alla storia del Signor G, realizzato per la Fondazione Gaber dopo oltre un decennio dalla scomparsa di Giorgio Gaber da Roberto Luporini, figlio del cugino di colui che ha accompagnato Gaber nella creazione del “teatro-Canzone”, costituisce invece un felice racconto ricco di aneddoti connessi al connubio dei due autori e non solo.

Nello storicizzare l’evoluzione creativa degli spettacoli portati in giro nei teatri nazionali, si evidenziano i dibattiti e i mutamenti socio-politici che hanno interessato un trentennio, sui quali, con una arguta ironia, talora anche romantica, surreale o cinica, Giorgio Gaber e Sandro Luporini hanno saputo imbastire e dipingere chiari e alquanto dettagliati paesaggi.

Sollecitato dalla moglie Dalia (figlia unica della coppia Gaber-Colli) Roberto Luporini (a sua volta figlio del cugino Sandro Luporini) ha saputo abilmente raccogliere anche confidenze, riuscendo a regalare al lettore un ruolo di spettatore attento, facendo sì che – alla fine - anche il suo ampio saggio costituisse una ulteriore partitura di uno spettacolo nuovo, questa volta però fatto con una narrazione fuori scena.

Ne deriva quindi che la documentazione sulla genesi del teatro-canzone e la sua evoluzione risultano così, oltre che complete, mescolate dall’umanità che intanto accompagna i due coautori che, con il trascorrere degli anni, si ritrovano sempre più complici e consolidati amici nella vita.

In alcuni capitoli, anche per meglio rendere comprensibile il contesto storico in cui si collocano alcuni scritti e canzoni, Roberto riassume pure in estrema sintesi i principali eventi che hanno interessato le contemporaneità del tempo, soffermandosi parallelamente sulle maturazioni/accadimenti che hanno interessato - unitamente e separatamente - Gaber e Luporini.

Alla fine ne risulta un bel racconto, scritto dal di dentro, che tramanda l’avventura a generazioni diverse; da chi ha vissuto in prima persona la complessa pulsione e passione creativa a chi ne ha avuto notizia solo dal racconto, facendone magari solo oggi la scoperta e anche oggetto di approfondimento.

Un libro che per i suoi contenuti induce ciascun lettore, infine, a riflettere anche su se stesso, sulle sue esperienze vissute, sul mondo che è stato e che è oggi, sui tanti valori e ideali, sui tanti incontri avuti, sul futuro rimasto da percorrere e su tutto quello che ancora ci resta.

Buona luce a tutti!

  © Essec

 

 

 

sabato 1 agosto 2020

Usi, abusi e liturgie. A chi tocca oggi il patibolo?



La foto del grande murales su Indro Montanelli apparso in questi giorni a Palermo – accompagnato da un suo testo – induce a fare qualche considerazione.
Intanto, per contemporaneità di datazione, la raffigurazione del Montanelli statuario mostra le tracce di vernice rossa che è stata riversata sulla figura bronzea ubicata a Milano, nello stesso luogo dove il giornalista venne gambizzato dalle Brigate Rosse, evidentemente per la sua attività di cronista.
Il testo di Indro Montanelli riportato nel murale recita: “La ragazza si chiamava Destà, aveva 12 anni: Particolare che mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei paesi tropicali a 12 anni una donna è donna e passati i 20 è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che oltre a opporre ai miei desideri una barriera insormontabile (ci volle per demolirla, un brutale intervento della madre) la rendeva del tutto insensibile.” Sulle informazioni di Destà (Segheneiti, Eritrea, 1923 - ?) viene specificato “vittima del colonialismo e del patriarcato. Comprata da Indro Montanelli al prezzo di 350 lire, durante l’aggressione fascista dell’Etiopia nel 1935”.
Sulla vicenda molti osservatori si sono autorevolmente pronunciati evidenziando la necessità di contestualizzare le epoche storiche per evitare che il "politicamente corretto" sfoci in attività puramente vandaliche e distruttive; nel caso di Montanelli qualcuno ha fatto notare che l'illustre giornalista nel rendere nota la sua storia non ha mostrato a distanza di tanti anni nessun segno di pentimento, ma ciò non giustifica in nessun modo un'azione di natura vandalica nei confronti della statua. 
La critica è doverosa e giustificata, la violenza anche nei confronti delle cose assolutamente no!
Tornando al titolo dell’articolo, nulla cambia nel tempo.
Assicurando continuità alle ritualità pagane, ogni giorno qualcuno indicherà la vittima sacrificale che più aggrada, magari seguendo la moda del momento, e tutti gli astanti si affolleranno per bere un po’ del sangue purificatore che assolverà da ogni peccato. E pure qualche credente terminerà il suo rito declamando la tipica clausola liturgica definitiva: “et in saecula e saeculorum. Amen!”

Buona luce a tutti!

 © Essec

P.S. Su input dell'amico P. e allo scopo di rendere più efficace il senso dello scritto, ho accolto il suggerimento di sintetizzare i concetti per non perdersi in dissertazioni articolate (e ci sarebbe molto da dire) che potrebbero esser presi a pretesto per polemiche infinite.

venerdì 31 luglio 2020

"Quando Palermo sognò di essere Woodstock"



Coinvolto dall'amico Nino Giaramidaro, mi ritrovo casualmente in un contesto che in qualche modo dovrebbe pure interessarmi. La presentazione in pubblico di un libro che rievoca la cronaca di un evento pop accaduto a Palermo negli anni settanta è un’occasione per ricordare una manifestazione che ha visto la città, quasi casualmente, essere per alcuni giorni la capitale della musica mondiale.
Nel 1970 si radunarono, infatti, a Palermo tanti musicisti e cantanti fra i più noti del tempo.
Nella mia memoria riaffiorano labili ricordi, non certo legati alla partecipazione come spettatore, ma al clamore che ebbe la manifestazione nella cronaca locale e dai fiumi di parole che fluirono nella carta stampata del periodo; con ricchi articoli del L’Ora e del Giornale di Sicilia, in particolare.
La partecipazione dei tanti protagonisti che, a vario titolo, furono direttamente coinvolti nell’avvincente performace musicale, oggi faceva da ampio corollario alla presentazione del saggio editoriale di Sergio Buonadonna.
Quest’ultimo, dal suo trespolo, dopo una sintetica introduzione, ebbe a lasciare ampio spazio a quei palermitani teenagers di allora che avevano ancora oggi delle cose da raccontare.
L’età media del pubblico in platea, salvo qualche eccezione, era in sintonia con quanto si andava a narrare. Triste? Non saprei.
Personaggi della Palermo di quel tempo, ora rileggevano delle pagine del libro di Buonadonna riesumando dalla loro memoria ricordi variegati, di ospitalità e di soggiorni atipici di quegli artisti inconsueti, magari rievocando aneddoti che forse anche loro avevano intanto smarrito.
I personaggi della Palermo bene, come è ampiamente risaputo, hanno sempre qualcosa da raccontare.
I salotti buoni di ogni città vivono spesso, infatti, frequentazioni esclusive di personaggi in voga e si ritrovano spesso anche a fare da mecenati a iniziative culturali alle quali, come sempre e in ogni epoca,  rimane tristemente sorda la politica.
Qualcuno ebbe anche delle belle parole per ricordare cantanti locali quasi esordienti che ebbero poi modo di affermarsi nel panorama canoro nazionale e non solo.
Dai contributi apportati dai convenuti venne anche fuori come l’input di origine nella nascita dei gruppi jazz a Palermo sia da ricollegare proprio alla manifestazione Palermo Pop 70, in particolare quella dell’ormai storico “The Brass Group”.
I fatti, che rievocavano accadimenti di cinquanta anni prima, per qualche attimo fecero riaffiorare fiumi di ricordi e soprattutto costatare, guardandosi intorno, lo stato della attualità decadente e non solo fisica, legata al tempo incollato in ciascuno dei presenti.
Come consolazione – e non cosa da poco - rimaneva il fatto di ritrovarsi ancora fra gli spettatori in platea o sul palco e di poter ancora presenziare, per ascoltare la lettura narrante di quelle tante storie.

Buona luce a tutti!

 © Essec




sabato 11 luglio 2020

“Tagli” è il titolo della nuova mostra fotografica di Carmelo Bongiorno




Ancora una volta la sollecitazione ricevuta da Pippo a partecipare all’inaugurazione di una mostra al Centro Internazionale di Fotografia, curato da Letizia Battaglia, si è rivelata felice e mi ha pure fornito l’opportunità di fare la conoscenza diretta con l’autore.
L’evento costituiva la prima iniziativa espositiva messa in opera dal Centro dopo il blocco delle attività culturali causato dal Covid.
Le oltre duecento persone intervenute al vernissage testimoniavano, oltre all’interesse per la mostra, già ampiamente pubblicizzata, la voglia dei tanti a voler intervenire.
Tra i molti partecipanti, oltre a Mario Zito, assessore alla cultura del Comune di Palermo fresco di nomina, c’era anche Melo Minnella e tanti fotografi e fotoamatori appassionati.
L’evento presentato dal catanese Carmelo Bongiorno, intitolato “Tagli”, articolava una serie di opere nell’ambito dei due ambienti espositivi principali del Centro ubicato nel complesso dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo.
Le immagini andavano a costituire principalmente un insieme di dittici in bianco e nero, pienamente conformi con la più ampia concettualizzazione del titolo che l'autore aveva assegnato al progetto.
I diversi racconti proposti, in qualche caso chiaramente allusivi o in altri solo lievemente accennati, concedevano sempre e comunque ad ogni osservatore ampi margini per poter contemplare le storie, personalizzandole - o nel caso completandole - secondo il proprio vissuto e le esperienze maturate.
Per la lettura complessiva delle fotografie, il libro realizzato dalla casa editrice “Postcart”, contestualmente in vendita, ha aiutato molto a meglio focalizzare in un unicum le tante concettualizzazioni - evidenti o metafisiche - che, apparentemente confuse in diversi tasselli assemblati rappresentativi di storie personali, costituivano inequivocabilmente delle pagine di un diario che l'autore aveva avuto necessità di scrivere attraverso immagini.
In qualche modo, per gli appassionati di letture di portfolio, la mostra costituiva anche un insieme di lavori tipici appartenenti al genere.
Bongiorno, con i suoi dittici, ha voluto molto probabilmente mostrare molto del suo vero modo di essere e raccontare particolari sue esperienze sedimentate nel tempo, presentando a tal fine esempi sia di tagli per lui definitivi che di altri che, forse, gli apparirebbero ancora sanabili. Per questi particolari aspetti, la visione di ciascun dittico o di parte di essi accosterebbe l’intera operazione a un prodotto prossimo alla “fotografia partecipativa”.
L’autore invia, infatti, messaggi a tanti destinatari, in qualche caso non più raggiungibili o ad altri che potrebbero ancora ricucire i tagli denunciati.
Del resto in tutte le immagini, le separazioni o divaricazioni, si appalesano con ogni evidenza, ma mostrando anche consistenze, materie, volumi, ombre, luci che alimentano anche l'esistenza di margini per una possibile ricomposizione, in taluni casi, ancora perseguibile.
Fratture forse recuperabili, sono mostrate molto chiaramente in una foto radiografica che documenta una ricostruzione di un tallone attraverso una protesi metallica e che, consciamente nel dittico, l'autore associa alla striscia di negativi che rappresentano immagini di un gruppo di famiglia.
In altri dittici c’è l’evidente voglia impossibile di voler fermare il tempo o quella di tornare indietro, in qualche caso fino voler ripercorrere la stagione più verde dell’essere bambini.
Tante pagine di desideri, memorie e esperienze si confondono, lasciando però tangibili le molteplici storie e i tanti desideri, raggiungibili forse o ormai destinati all’utopia.
Le foto in verticale colorate allocate poi in certi punti, appaiono come delle vere e proprie sottolineature, volutamente apposte dall’autore per evidenziare il pessimismo latente che è presente in tanti tagli.
Chi si trova a contemplare i puzzle esposti non può di certo rimanere indifferente, perché le separazioni proposte, magari, anche se in forma diversa, costituiscono una raccolta analoga che ciascuno osservatore conserva nel proprio intimo. Con ferite spesso completamente rimarginate ma ancora estremamente sensibili e non soltanto al tatto.
In conclusione si potrebbe dire che il risultato del progetto appare coerente con le soluzioni prefissate e, direi pure, che il messaggio – al di là delle apparenze - non risulta pessimista o tantomeno negativo, poiché tende a mostrare essenzialmente in maniera oggettiva lo stato delle umani cose.
Non ci sarebbe, a mio modo di vedere, altro da aggiungere. Credo che dissertare ancora potrebbe risultare, in questo caso, solo ridondante.
Non sfugge comunque la linea che distingue le due immagini e che in ogni dittico costituisce la sintesi della profonda sofferenza rappresentata in ogni pagina. Il suo colore rosso, del resto, non porrebbe dubbi sul vero significato attribuito sistematicamente dal fotografo a ciascuna separazione.
La mostra, perfettamente curata in ogni suo dettaglio dall'Arvis di Palermo e principalmente nelle persone di Pippo Consoli e Giovanni Nastasi, appare gradevolissima nell'estetica espositiva che pure intriga e induce a soffermarsi lungamente sulle opere.
Il Centro Internazionale di Fotografia dei Cantieri Culturali alla Zisa, in questo, si e dimostrata poi la location più appropriata e l'autorevole presenza e intervento all'inaugurazione anche di Letizia Battaglia ha rappresentato in tutto ciò la classica ciliegina che viene apposta su una torta ben confezionata e riuscita.
Buona luce a tutti!

© Essec

P.S. Per visionare alcune delle opere esposte accedere al link: https://vimeo.com/437539642 - Il video del vernissage e lo slide show della mostra è accessibile attraverso:  https://youtu.be/_jmJbKJarCs




mercoledì 24 giugno 2020

Qualcuno, diffidente, chiese intanto se eravamo per caso quelli dell’acqua



Ogni tanto capita che di punto in bianco l’amico Raffaele mi chiama per informarmi che sta andando a fare una sua supervisione perlustrativa a un luogo cittadino che regolarmente a me appare sconosciuto.
Architetto atipico, Raffaele è un appassionato di storia dell’arte, e in genere gli bastano pochi indizi per individuare un sito antico che, quasi sempre, oggi risulta inglobato in un miscuglio di edificazioni succedutesi nel tempo, lasciando intravedere però substrati e tracce che a lui risultano chiare.
Questa volta l’indizio era costituito da un muro situato nel centro storico e che in piccoli dettagli evidenziavano una manifattura databile intorno al millecento: periodo arabo-normanno, per intenderci.
La settimana prima, in compagnia di un suo amico, lui era già andato in avanscoperta e due signore del luogo che lo avevano ben accolto gli avevano fissato un appuntamento per oggi alle 10,30 per poter accedere al giardino retrostante di proprietà della Regione Siciliana. 
Con noi c’era il comune amico Ruggero e io partecipavo alla spedizione per fare delle fotografie al manufatto e cogliere, sotto le indicazioni dell’esperto architetto, i particolari necessari per poter procedere agli approfondimenti bibliografici del caso.
All’ora stabilita, con nostra sorpresa, però nessuno era presente in quel piccolo baglio che costituiva luogo d’appuntamento. 
Come si usa dire dalle nostre parti, finestre e porte erano “attangate” e non lasciavano trapelare presenze umane all’interno delle casupole. 
Noi, esperti del territorio, eravamo anche certi che qualcuno ci stesse ascoltando e controllasse pure ogni nostra mossa.
Non succedeva proprio nulla, nell'apparenza deserto assoluto, se non che un soggetto passasse noncurante ogni tanto in lontananza, lungo la strada principale, e lanciasse delle furtive viste a noi da lontano. Dopo qualche minuto i soggetti erano diventati due e discutevano apparentemente per questioni loro. Decidemmo di avvicinarli.
Dopo aver accennato su chi eravamo e parlato dell’appuntamento mancato, i due – assoluti conoscitori del territorio – indicarono con il rispettivo nome le due signore, il gruppetto quindi cominciò ad allargarsi e spuntarono infine pure le signore in questione. 
Dal nulla una diecina di indigeni cominciarono a disquisire sulla gestione urbanistica del posto e a chiederci lumi sulla nostra richiesta di fotografare un muro. Qualcuno, diffidente, chiese intanto se eravamo per caso quelli dell’acqua (ndr. funzionari dell’acquedotto cittadino), altri precisarono che i vari catenacci apposti erano a tutela degli abitanti, per evitare che estranei si potessero facilmente occultare negli ampi spazi liberi retrostanti.
In breve scoprimmo che l’accesso ai luoghi che ci interessavano erano completamente liberi e, come per incanto, lucchetti e catene che prima impedivano il passaggio erano ora scomparsi.
In una mezz’ora completammo il nostro sopralluogo, fotografammo tutti i particolari di cui avevamo bisogno e accertammo che effettivamente da alcuni scatti effettuati - secondo prospettive prima inaccessibili - davano prova di indizi certi sulle supposizioni pensate dell’amico Raffaele.
Contenti e soddisfatti ci allontanammo dal posto. 
Io, per come si erano svolti i fatti, andai però con il pensiero a quelle scene del film di “Amici miei”, in cui i protagonisti si spacciandosi per ingegneri, tecnici e quant’altro prospettavano abbattimenti e spropri e ristrutturazione dei luoghi.
Il sospetto che gli abitanti intervenuti non fossero rimasti pienamente convinti delle nostre buone intenzioni, basate su ricerche scientifiche per recuperare memorie di edifici di un tempo, ritengo che rimase.

 © Essec

domenica 14 giugno 2020

“La vita segreta del caos”


Secondo le intuizioni in origine teorizzate da Alan Turing, le manifestazioni generate da un elemento osservato come se si fosse davanti ad un essere vivente, mostrano una naturale produzione di tanti eventi - anche colorati - che spontaneamente si creano, prolificano e interagiscono.
Una moltitudine di segnali costituiti da cariche vibranti che, se immaginate anche come dei suoni, vanno a determinare dei rumori formati da una miscellanea di singole frequenze, corrispondenti a sommatorie multiple di forme differenti, di vite e materiali inerti che fanno da corollario.
Ogni singolo elemento costituisce così e di per sé un piccolo universo; tutto quanto un insieme.
Linee, vibrazioni, colori, calori, masse, etc... s’intersecano, si sfiorano, si toccano senza mai fondersi.
Si propagano dilatandosi, accennano a masse formate da frequenze differenti ma variegate, seguendo logiche proprie - con regole manifeste e occulte - navigando in un sistema infinito, che ci fa perdere nell’universo oscuro che tutto avvolge.
Secondo regole matematiche, talvolta univoche e semplici, che si ripetono e moltiplicano, incrociandosi, rimbalzando, deviando, contaminandosi.
E mentre tutto si propaga, singole unità che intanto invecchiano non muoiono nell’altro che continua a sua volta la catena, trasmettendo e condizionando così un rinnovo perpetuo che viaggia nel tempo e nello spazio.
Il nostro sguardo smarrito continua sempre a scrutare nel cielo, alla ricerca dell’origine o dell’orizzonte dei viaggi d’infinite stelle o dei residui sparsi nell’universo.
Il big bang o qualcos’altro posto a confine rimangono a noi inaccessibili, perchè superano l’immaginario della mente.
Queste scene visionarie non nascono come conseguenza di una cena pesante della sera precedente ma dalla rielaborazione onirica, apparentemente reale, di un interessante documentario (“La vita segreta del caos”) visto qualche tempo fa su input di un amico ….. allo stesso si assomma pure la sintesi di quel che è rimasto dalla lettura de "Il lungo racconto dell'origine" di Margherita Hach (Dalai editore - 2012).
Il video, della durata di 59 minuti, è presentato con la seguente didascalia: ”La teoria del caos ha un brutto nome. Evoca immagini di tempo imprevedibile, crolli economici e scienze sbagliate. Ma c'è un lato affascinante e nascosto nel caos, che gli scienziati stanno solo ora cominciando a capire. Si scopre che la teoria del caos risponde a una domanda che il genere umano ha fatto per millenni ... Come siamo arrivati qui? In questo programma il professor Jim Al-Khalili rivela la scienza dietro gran parte della bellezza e della struttura nel mondo naturale e scopre che, lontano dal fatto che sia magia o un'arte di Dio, è in realtà una parte intrinseca delle leggi della fisica.”
Disponendo d’un’ora di tempo, vale la pena vederlo, anche per farsi un’idea seppur approssimata di come siamo, cosa siamo, cercando di discernere, credenza e scienza, sacro e profano. Non ultimo per osservare e riflettere sulle origini del mondo e, conseguenzialmente, sul nostro modo di essere insomma.

© Essec



mercoledì 10 giugno 2020

"Ma allora la vera arte qual è?"



Tommasino, alla domanda che il padre gli rivolge in punto di morte, «Te piace 'o presepio?» ("Ti piace il presepe?"), alla quale egli in precedenza aveva sempre risposto di no con stizzita protervia, finalmente si "scioglie" e tra le lacrime gli sussurra un laconico sì.
Rappresenta la scena finale in “Natale in casa Cupiello”, un'opera teatrale tragicomica scritta da Eduardo De Filippo quasi un secolo fa.
Ma durante tutta la commedia erano stati tanti i momenti in cui il padre Luca aveva posto al figlio Tommasino quella rituale domanda, ricevendone però sempre la stessa risposta coerente “un me piace 'o presepio”. 
E non c’è nulla di male se ognuno di noi ha dei propri gusti e preferenze. La cosa prescinde dall’acculturamento intrinseco di ciascuno. Di sicuro l’ignoranza talvolta magari potrà porre dei limiti nel capire il significato profondo di certi simbolismi o messaggi, ma questo è anche il prezzo sociale che ogni assetto socio-culturale paga per la politica vigente o da tempo praticata.
L’argomento meriterebbe un maggiore approfondimento, ma la trattazione ci porterebbe troppo lontani da una questione più spicciola che si vuol invece attenzionare.
Nell’arte è già stato ampiamente dimostrato che le evoluzioni culturali ne hanno sempre condizionato l’espressione. L’andamento temporale della sua storia ne è una prova.
Una certa problematica nasce – e forse in ogni tempo - più da critici e docenti che dai praticanti e dagli osservatori più o meno educati che ne fruiscono la visione.
In più articoli si legge, con maggiore frequenza in tempi più recenti, della progressiva confusione che abbindola oggi l’arte con il mercato a essa strettamente connesso. 
Le gallerie e i critici sono spesso anche artefici di fenomeni spacciati come “culturali” ma che in verità celano solo speculazioni economiche e lotterie. Venditori abili riescono a piazzare prodotti che attirano investitori intenti ad accaparrarsi “oggetti” in qualche modo proiettati a crescite di valore. Veri e propri investimenti come quelli fatti in borsa, dove vale più la firma rispetto all’opera generata dall’autore. 
Al riguardo potrà tornare utile l'interessante libro di Sarah Thornton “33 artisti in 3 atti”, edito in Italia nel 2014 dalla Feltrinelli, che riesce a dare un quadro molto chiaro del fenomeno in argomento. In quarta di copertina è peraltro riportata la citazione fatta dall’artista messicano Gabriel Orozco - del quale pure si tratta nel saggio in questione - che, dopo aver letto il libro in forma di manoscritto, ha detto: “Siamo tutti ritratti in biancheria intima. Se non altro qualcuno di noi è riuscito a tenere le calze”. Il volume consta di circa quattrocento pagine, ma direi che per molti aspetti vale la pena leggerlo.
Non si vuole appesantire oltremodo l’argomento di per sé complesso. Però, concentrandoci esclusivamente sul versante generalmente contrapposto all’artista, costituito per lo più da critici, galleristi e osservatori acculturati, potrà esserci d'aiuto la trama di un’opera di quello che noi moderni potremmo appellare "amico Luigi", che ha sempre saputo splendidamente raccontare e descrivere le complessità e le molteplicità intime dell’essere umano. 
Circa il voler affermare a tutti i costi verità che rappresentano essenzialmente dei punti di vista, infatti, risulterebbe appropriato all’argomento lo “spirito concettuale” di Pirandello che, nella sua commedia del “Giuoco delle parti”, evidenzia la razionalità erudita, sottile e filosofeggiante del protagonista della vicenda (Leone Gala). Questi, pur riuscendo a ingarbugliare abilmente le carte (fino al punto da raggiungere il suo scopo ultimo e unico perseguibile), al termine dell'articolata e confusa vicenda, rimane però pienamente consapevole del fatto che da una vittoria illusoria si esce sempre sconfitti.
Un po’ come dire, che in certi casi si può anche tentare di trovare un modo per cadere in piedi, ma occorre sempre considerare la consistenza della superficie su cui alla fine si atterra. Nel caso ci si potrebbe accostare, per similitudine, a quella che tutti chiamerebbero una “vittoria di Pirro”? Chissà?
Per finire, in ogni caso, la domanda che ci si porrà - e per la quale le risposte non saranno mai univoche - rimarrà sempre quella: "Ma allora la vera arte qual è?".

Buona luce a tutti!

© Essec


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)