"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

Fotogazzeggiando

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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martedì 25 aprile 2023

"Il sol dell'avvenire", film di Nanni Moretti ..... per come l'ho visto io



Ho visto l’atteso film di Nanni Moretti. Un autore sempre interessante per la capacità di riuscire ad essere attuale nel focalizzare aspetti compositi del sociale.
Prendendo a pretesto l’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956, il film revisiona l’ideologia socialista di quel tempo, amalgamandola con la confusione ideologica che coinvolge oggi l’intera area politica della sinistra.
Come se non bastasse, si sviluppano in parallelo aspetti inerenti alla convivenza umana che toccano, talvolta solo accennandoli, problematiche che costituiscono allergie sociali diffuse, a prescindere e indipendentemente dalle convinzioni politiche.
Il regista Nanni Moretti dirige il suo film, inserendone un altro di regista - che è sempre lui – utile a sviluppare altri discorsi paralleli, fortemente proiettato all’interno di una dinamica che dipana visioni che talvolta appaiono quasi da Cinema d’essai.
Il gioco di Moretti è anche quello di cambiare e mescolare continuamente le carte del gioco, forse per confondere e lasciare al fruitore del film di leggere ciò riesce a vedere o che vuole.
Sono anche moltissimi gli argomenti affrontati o solo volutamente sfiorati, in un racconto concitato e, in alcuni momenti, stressante che mescola aspetti personali col sociale, psicanalisi e psicologia, egocentrismo e altruismo, sentimento e pragmatismo.
Ad accompagnare tutti i vari passaggi e le diverse componenti c’è anche l’utilizzo - mai casuale - di musiche e testi di canzoni che enfatizzano, anche per rafforzare di volta in volta l’aspetto che in quel momento si sta trattando.
La chiusura differente e imprevista, rispetto a quella programmata nel copione originario (del film nel film), costituisce forse anche quella che è la revisione finale raggiunta ormai dall’attuale realtà socialista, che sembra aver preso atto e assimilato quelle che sono state le tante scorie dell’utopia di un comunismo teorico, ogni volta divenuto - nella pratica umana - quasi sempre una semplice forma di dittatura.
Per chiudere, superbe, come sempre, le interpretazioni di Margherita Buy, Silvio Orlando e dello stesso Nanni Moretti.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

domenica 23 aprile 2023

T., il ritratto dello Zio... & ...



In un contesto affollato, dalla stanza adiacente, con la coda dell'occhio vedo quanto sta accadendo nel corridoio.
La mia macchina fotografica è spenta, colgo subito la foto, spero che la situazione rimanga per qualche secondo.
Il primo scatto è veloce, così per come era impostata la mia mirrorless.
La scena perdura e allora inquadro, ritaglio attraverso il mirino per meglio raccogliere l'insieme.
Chi sta fotografando con il suo cellulare sembra che stia quasi dialogando visivamente con il ritratto esposto.
Ci si confonde tra i tanti nelle stanze affollate e dopo alcuni minuti racconto a V. di aver forse fatto la mia foto del giorno e gliela mostro.
Le chiedo anche se conosce il soggetto che ho solo inquadrato di spalle.
Mi risponde: “ma certo, è la nipote di L.”.
Durante il vernissage della mostra, con me presente, alcuni minuti dopo V. dice a T. che ho realizzato una bella fotografia con lei protagonista.
Recupero l’immagine nello schermo della mirrorless, la mostro a lei che me la racconta.
Mi dice che nel suo contemplare l’immagine da fotografare intravvedeva il volto di sua madre, sorella del soggetto ritratto.
Era forse quello il motivo che, in qualche modo, mi aveva attratto, attivando subito la mia attenzione. Oltre alla composizione estetica il mio scatto era riuscito a catturare inconsciamente lo stato di contemplazione e il dialogo che, senza parole, stava intanto accadendo fra tre soggetti. La foto dello zio collegava un dialogo sotteso tra T, e due persone a lei care che erano assenti ..... e una delle due assenze era sua madre ancora vivente.
Quel momento fissato nella mia fotografia certamente racchiudeva in un click, un altro scatto più ricco; perchè intriso di tanti ricordi che, in quell’attimo fuggente di una suggestione, erano intanto ritornati vivi.
Sono la bellezza e il mistero racchiusi nella fotografia che, specie in ritratti a noi familiari, suscitano emozioni nella sua particolarissima potenza narrativa (Roland Barthes docet).

Buona luce a tutti!


© ESSEC

giovedì 20 aprile 2023

Come a voler fare un selfie ...... editoriale



Come a voler fare un selfie ...... faccio un po' di pubblicità a due iniziative editoriali che stentano a decollare ...... non escluso anche perchè forse giudicate non sufficientemente interessanti o per il semplice fatto che ormai scrivono tutti.

Per cercare di attrarre attenzione, propongo di seguito le prefazioni e le postfazioni di entrambe le iniziative editoriali. Magari potrebbero incuriosire qualcuno che così potrebbe più facilmente leggerle. Chissà? Boh?

Nel caso qualcuno volesse procedere all'acquisto, per quanto ovvio, preciso che l'ordine diretto fatto alla casa editrice comporta un maggiore ritorno economico (importante per l'intento benefico degli eventuali utili conseguiti).
https://susiledizioni.com/autori/clemente_toti--619.html

Buona luce a tutti!


© ESSEC

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Capita talvolta di sentire il bisogno di scrivere, ma non tanto per impegnarsi a svolgere un particolare compito “intellettualoide”, bensì per rispondere a un’esigenza propria di voler raccontare o semplicemente per rispondere così alla necessità di riordinare idee su certi argomenti.
Com’è risaputo la scrittura ha molto spesso un “potere liberatorio” che consente, anche, di mettere in fila una serie di aspetti su questioni di cui si intende trattare; in queste circostanze c’è poi il vantaggio che il tutto avviene senza interlocutori diretti che possano interagire e, quindi, distrarre. Lo scrivere, infatti, coinvolge solo se stessi, allontanando dal rischio di un contraddittorio sempre più fuorviante e pretestuoso e, quindi, molto spesso inconcludente.
Del resto il vizio che pervade la società di oggi è quello di parlare, parlare, e ancora … parlare ... bla, bla, bla, ... intervallati da … io, io, io … essenzialmente proferiti per esternare solo proprie convinzioni, non sempre supportate da analisi sufficienti, spesso basate sul sentito dire o da letture/ascolti di titoli di media, generici e privi di documentazioni valide o, ancor di più, da necessarie verifiche o approfondimenti.
Oggi sono pochi e sempre meno gli individui propensi a esercitare il buon ascolto. Minoranze praticano le letture e altre, se leggono, distorcono talvolta l’essenza dei messaggi o, peggio, non riescono a comprendere pienamente il senso reale di quanto hanno appena letto e il vero significato delle informazioni che credono di aver appreso.
Nella fotografia, che è anch’esso un fenomeno sociale sempre più praticato, oggi di moda e su cui emergono nugoli di “esperti”, accade pressappoco la stessa cosa.
Allora, da qualche tempo, ho trovato più utile dissertare, scrivendo su mie convinzioni, piuttosto che avventurarmi e perdermi in dialoghi con altri che – generalmente prevenuti e ricchi di certezze - quasi mai consentono di approdare a un utile costrutto.
Sulle cose che scrivo tempo fa un amico ebbe a osservare che “scrivo come parlo”; io l’ho preso da subito come un complimento e anche per questo ho continuato, divertendomi pure in questa mia nuova sperimentazione.
Nei capitoli che seguono, il lettore non potrà quindi attendersi di trovare specificità o testimonianze di conoscenze dottrinali, volte ad arricchire il “bagaglio nozionistico” sulla fotografia; per questo rimando a consultazioni di manuali specifici di taglio squisitamente scientifico o ad avventurarsi in altri libri particolari, magari scritti da professionisti bravi e ampiamente riconosciuti come tali.
Le mie dissertazioni, che l’amico Pippo definisce elegantemente “nugae”, costituiscono quindi una serie di appunti, dei veri e propri post-it sui quali ho annotato considerazioni semplici che talvolta non riguardano solo il mondo della fotografia; opinioni su questioni mai date per scontate o volte esclusivamente a essere pienamente condivise. Per questo motivo, intitolandolo, per l’appunto: “Fotogazzeggiando”, ho voluto attribuire al volume un titolo un po’ bizzarro, che vuole invitare principalmente il lettore a delle sue personali riflessioni e che non assegna agli argomenti trattati un valore definitivo o troppo impegnativo. Considerazioni opinabili e più dedite al cazzeggio insomma.
Buona lettura.
Salvatore Francesco Clemente

Ringraziamenti al lettore.

Da sempre, quando vado a visitare un luogo espositivo, non cerco mai di leggere le indicazioni sull’autore prima di averne contemplato l’opera, passando in rassegna per intero la proposta.
Di taluni artisti famosi si riconosce subito la mano, magari alla luce di reminiscenze scolastiche o nuovi studi, in altri casi si rimane subito attratti dall’efficacia del messaggio visivo.
Un analogo atteggiamento mi accade quando vado a scegliere un libro da leggere, specie se si tratta di uno scrittore a me sconosciuto.
In questi casi non mi lascio neanche catturare completamente dalla visione della figura che è stata apposta in bella mostra in copertina, per rendere accattivante il libro, e nemmeno dalla veloce lettura di quanto è generalmente riportato sinteticamente nella quarta di copertina, che in qualche modo tende a fornire gli elementi che secondo l’editore caratterizzano lo scritto.
La scelta che da subito mi fa capire l’eventuale affinità dell’autore ai miei gusti letterari è legata alla fluidità nella lettura della sola prima pagina, del saggio o del romanzo che sia.
La chiave di qualunque libro, a mio parere, sta nel fatto che leggerlo deve in ogni caso costituire in primo luogo un piacevole diletto, a prescindere quindi dal contenuto, e se poi anche lo scritto riesce pure ad arricchirci con un qualcosa che resti o che ci induca a riflettere è ancora meglio.
Se tu lettore sei arrivato fino in fondo a questa raccolta di semplici considerazioni e di piccoli aneddoti, mi ritengo lusingato, a prescindere da ogni eventuale messaggio che sono riuscito a trasmettere.
In conclusione trovo utile e mi piace ricordare quanto ha scritto, riferendosi al mondo dell’arte nel suo complesso, il famoso critico e curatore Francesco Bonami, nel suo libro “incontri ravvicinati nella giungla contemporanea”. Nell’argomentare sui tanti artisti che ha incontrato nel corso degli anni, tra le tante cose evidenzia tre aspetti. In particolare osserva che “il mondo dell’arte è un mondo a parte, è una piccola famiglia incestuosa, dove quasi tutti vogliono poche cose, sempre le stesse: successo, visibilità, soldi.” Inoltre dice che “il mondo dell’arte è come la sala degli specchi” dove “ognuno vede la propria immagine riflessa.” Infine afferma che “la giungla dell’arte, più che pericolosa è fastidiosa, molti dei suoi abitanti non mordono, ma pungono come insetti.”
Tutti i concetti sopra esposti dal Bonami mi sembrano pienamente condivisibili e, in qualche modo, abbastanza in sintonia con i contenuti, talvolta bizzarri, di questa raccolta.

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Parafrasando il tormentone di Natale in casa Cupiello “te piace ‘o presepe?” (Luca lo chiede al figlio Nennillo infinite volte. La risposta è sempre la stessa: NO!), sarebbe qui il caso di esordire chiedendo al lettore: “te piace ‘a street art?” Ma, perseguendo l’intento di voler sempre sperimentare coinvolgendo nell’operazione anche altri amici, ho avviato questo progetto che si aggancia con l’arte fotografica.
Da qualche tempo amo fotografare la street art che, come genere, in qualche modo si avvicina al reportage di strada, oggi più noto come street photography.
Diversi amici mi hanno più volte sollecitato a realizzare qualcosa utilizzando parte delle innumerevoli fotografie che continuo a raccogliere sul tema. Ma poiché ritengo che scrivere su materie che si conoscono poco, può risultare presuntuoso e che qualsiasi cosa si possa venire a dire potrebbe rimanere sempre parziale, esponendosi a posizionamenti di parte limitati, ho pensato di affrontare la questione, raccogliendo il suggerimento dell’amico Pippo, vestendomi cioè da “Flâneur”. È un termine francese, reso celebre dal poeta simbolista Charles Baudelaire, che indica il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio. Pertanto ho cercato di coinvolgere nell’operazione altri autori, cercando di raggruppare idee e impressioni variegate senza censure, su un fenomeno che ormai imperversa come un’affermata espressione artistica, ancorché oggetto di discussioni.
In progetti del genere, riuscire a trovare adesioni, con programmi peraltro indefiniti, risulta assai complicato ma, battendo e ribattendo, alcuni ci hanno creduto e hanno accettato di collaborare. Il tema fisso era per tutti, quindi, “la street art”, senza vincoli, indirizzamenti o suggerimenti. Ciascuno completamente libero di poter esprimere il proprio pensiero e di spaziare a proprio modo, mettendo magari a frutto esperienze e peculiarità specifiche, professionali e di vita.
Nessuna pretesa artistica dottrinale, quindi, o alcun inquadramento scientifico è stato previsto nell’approccio all’argomento e, come regola comune, quanto raccolto è stato lasciato integro secondo il conferimento originario.
A prodotto ultimato mi ritengo oggi soddisfatto del risultato sviluppato, perché ricco di varietà nei contributi, risultati pienamente rispondenti alle originarie aspettative. Credo, quindi, che l’operazione possa ritenersi riuscita, almeno per l’intento immaginato, avviato, come detto, con un largo canovaccio progettuale via via maturato in divenire.
Penso che, altresì, chi ha partecipato potrà ritenersi anch’esso soddisfatto nell’aver contribuito con un suo prodotto testuale, che ha consentito di costruire l’insieme pensato. Un ringraziamento va quindi a tutti i coautori, con l’auspicio di poter magari condividere una prossima analoga avventura che andremo a trovare, con idee e contributi nuovi meritevoli di sviluppo collettivo.

Postfazione

Cercando sul web, inserendo il termine “origine”, ci si imbatte su uno scritto articolato su Wikipedia, secondo cui “in ambito religioso e teologico, con il termine creazione si indica l’opera di una o più divinità che, per propria volontà, dà luogo al creato, ossia con un atto deliberato porta all’esistenza ciò che prima non esisteva. Questo processo potrebbe essere concepito come istantaneo, oppure esplicandosi in un cammino evolutivo più o meno complesso, riferibile sia all’origine del mondo che dei singoli esseri viventi”.
Escludendo l’accezione “divinità” e riconducendo il tutto a un aspetto laico, è bastato buttare una piccola pietra nel grande lago culturale in cui quotidianamente ci si abbevera e si naviga, per ottenere da un folto gruppo di amici i contributi necessari per realizzare un’opera, seguendo degli schemi meditati da tempo, che forse necessitava soltanto che qualcuno l’avviasse.
Quanto fin qui proposto vuole, in qualche modo, costituire un esempio sperimentale che intende mettere a confronto opinioni diverse su un fenomeno comune come quello individuato.
La scelta sulla tematica Street Art ha voluto anche essere un pretesto per facilitare la stesura di testi liberi, su un argomento oggi popolare che non ha ancora consolidato delle basi dottrinali e definito delle solide scuole di pensiero.
Qualcuno mi ha fatto notare che il modello assunto si sarebbe pure potuto anche applicare alla fotografia, alla creatività e all’arte in genere.
Forse, a mio parere, in questi altri casi sarebbero potuti venir meno le spontaneità di esprimere le proprie opinioni, muovendosi in campi e materie che già risultano dibattuti e definiti con ricche bibliografie di studiosi e critici d’ogni tempo.
La Street Art è un fenomeno molto attuale e relativamente giovane che, seppur oggetto di approfondimenti scolastici in tesi di laurea e in qualche sparuto libro, offre ancora ampissimi spazi per approfondimenti e discussioni.
Ringrazio vivamente, quindi, tutti i coraggiosi che hanno voluto cimentarsi, assecondando la mia idea di scrivere sulla materia e che non si sono creati alcuna inibizione nel manifestare un proprio punto di vista, pur consapevoli del rischio di esporsi a critiche e confronti.
A lavoro fatto, la sintesi di tutti i testi scritti, a mio parere, alla fine è riuscita a illustrare un argomento abbastanza ampio attraverso esposizioni variegate di idee e punti di vista liberi, concordati solo sulla indicazione del tema comune che si era chiamati a svolgere.
Il risultato della composita operazione può, ad ogni modo, tornare utile sia a chi è intrigato dal fenomeno che a coloro che non hanno mai osservato con attenzione le tante nuove correnti di pensiero artistico e le varie forme espressive non ancora definite, moderne e – anche per questo - in continua evoluzione.

P.S. Tutti i testi pubblicati in questo volume, come pure le fotografie sono state offerte gratuitamente dai rispettivi autori.
Chi ha aderito all’iniziativa condivide pure la proposta che, in caso di pubblicazione, sia prevista la devoluzione dei proventi economici netti, con versamenti periodici, all’organizzazione Onlus Emergercy (https://www.emergency.it/), una volta assorbiti i costi anticipati per le produzioni editoriali.

sabato 15 aprile 2023

Fotografia: Menabò di un portfolio intitolato “Pasqua”



Ogni volta che si accendono tanti piccoli flash verrebbe voglia di andare a scrivere reminiscenze che affiorano in modo naturale dalla mente; ricordi che focalizzano momenti del passato e che per ognuno costituiscono tessere del puzzle di un’esistenza.
Le tematiche di una vita sono sempre molte, variegate e per dare un senso compiuto ad ogni tema, occorre partire da punti ben precisi: i famosi incipit di base che avviano gli sviluppi di una narrazione.
La composizione dei fattori di una esistenza è articolata e variabile, dipinti con l’uso dei diversi colori dell'iride, corrispondente all’umore e al calore dei singoli momenti.
Variando si alternano e scompongono, infatti, tutti i raggi di luce che attraversano ogni goccia di quel flusso zampillante, irruento, calmo, che scorre e che si avvia per sfociare in un mare.
Monet, con la sua serie di celebri dipinti realizzati in diverse ore del giorno e in diverse stagioni, andava a raffigurare uno stesso particolare della Cattedrale di Rouen per evidenziare come le diverse condizioni di luce, che si andavano a riflettere sullo stesso punto del portale, con delle differenti temperature di colore riuscivano a creare immagini differenti.
Sono anche le varietà di colore che dipingono le tonalità di tutto quello che ci circonda, che danno un senso al reale e che connotano anche le fotografie per noi più rappresentative; che inglobano tante luci, con chiari e scuri, linee ed ombre, di disegni vari abbozzati, corretti, cancellati, definiti.
Nel corso di una vita, quel che rimane, come sintesi di ogni stagione, sono i tanti quadri che rappresentano periodi colorati e la ricchezza della collezione di ogni raccolta dipende dal vissuto rivisitato da ciascuno, con gli elementi descrittivi e l’uso dei colori deliberatamente scelti, casuali o più spesso indotti.
Alla fine della fiera, la mostra delle singole opere costituisce il portfolio fotografico reale di ciascuno; con le brillantezze, i contrasti, gli sfocati e i mossi che fanno da elementi di congiunzione nel filo concettuale che costituisce l’estrema sintesi di un libro scritto con la serie d’immagini proposte e che formano l’album dei ricordi.
In questi casi però, autore e lettore del portfolio si identificano nello stesso soggetto, per il semplice fatto che il creatore delle immagini si ritroverà a leggere fotogrammi di un percorso che racchiude un unicum dei suoi tanti eventi vissuti, compattatisi nel tempo.
Gioie, tristezze, valori, ideali, fortune, sfortune, consapevolezze o semplici casualità, opportunità, accadimenti, rappresentano i pretesti delle tante pasque rigeneranti, mentre le separazioni fra le fotografie - modellate nelle inquadrature, nel taglio, nell’editing o nelle episodiche scelte editoriali – sono le punteggiature che intervallano la grammatica e la sintassi d’ una serie complessa di esperienze.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

venerdì 14 aprile 2023

ARVIS Palermo - Incontro con l’Autore: Tony Gentile



Accogliendo l’invito dell’Arvis di Palermo, per presentare l’ultimo suo libro fotografico "Sicilia 1992 - Luce e memoria", edito da Silvana Editoriale, Tony Gentile – palermitano DOC – ha intrattenuto i tanti appassionati presenti regalando aneddoti e tanti aspetti della sua navigata professione di fotografo.
L’incontro con Tony Gentile è stato in realtà una Lectio Magistralis e le due ore di conferenza, risultate coinvolgenti, hanno suscitato un’attenzione che ha visto trascorrere molto velocemente il tempo.
L’atmosfera che caratterizzava l’ambiente ha forse pure condizionato l’esposizione, apparsa pacata e amicale, ricca e generosa di molteplici dettagli e particolari.
Nei dialoghi finali non è potuto certamente mancare anche un accenno alla diatriba giudiziaria che lo ha coinvolto e che ha riguardato la tutela dei diritti d’autore per la famosissima immagine di Falcone e Borsellino. Una fotografia, facente parte di una serie di scatti con un unico rullino analogico di trentasei pose e realizzata nel 1992, che è divenuta di fatto un’icona internazionale, utilizzata dai media (e non soltanto) per ogni manifestazione antimafia o a supporto d’ideali di giustizia.
Lo stesso 1992 è anche l’anno in cui Gentile inizia a collaborare con l’agenzia di stampa internazionale Reuters. La sua attività professionale di fotografo aveva preso avvio presso il Giornale di Sicilia di Palermo nel 1989.
Per gli appassionati di fotografia e chi avrà curiosità di ascoltare i variegati e interessanti argomenti trattati nell’incontro potrà accedere al documento integrale che è stato postato su You Tube.
Personalmente ho avuto l’impressione di cogliere nell’atteggiamento rilassato di Gentile ostentato durante l’evento, lo stesso animo generoso mostrato da Ferdinando Scianna durante l’incontro con quest’ultimo avuto con gli studenti all’Università di Palermo. Momenti della famosa empatia. Anche qui, infatti, Tony Gentile si è manifestato come un fiume in piena, desideroso di trasmettere quanto più possibile a chi era interessato ad approfondire e cogliere i risvolti che ispirano e condizionano l’arte fotografica.
Anche la sua vecchia amicizia con i fondatori dell’ARVIS avrà forse agevolato la sua ampia disponibilità al racconto, ma pure la composizione dell’auditorio, fatto prevalentemente da concittadini, invitava a far riesumare tante vicissitudini e ricordi.
Dopo aver raccontato il percorso che aveva ispirato la edizione rivisitata del suo primo libro ("La Guerra, una storia siciliana" edito da Postcart), Gentile ha ampliato il suo discorso, proponendo un ricco carosello fatto di tante sue altre immagini celebri, molte delle quali realizzate da inviato per la Roiters, una delle principali agenzie fotografiche a livello mondiale.
Come accennato all’inizio, anche per l’atmosfera venutasi a creare, nel corso delle due ore d’incontro che sono sembrate volare, Tony Gentile è riuscito a mostrare in modo palpabile l’entusiasmo che lo ha sempre ispirato e animato nell'attività di fotografo.
Nelle conclusioni, mostrando in una slide gli oggetti che costituiscono il suo armamentario fisso, le sue parole sono pure perfettamente coincise con affermazioni in più occasioni enunciate da Ferdinando Scianna, incentrate sul fatto che il fotografo, in quanto tale e a prescindere delle sue eventuali preferenze, non potrà mai porsi come uno “specialista di settore”; perché, per definizione, deve sempre saper rispondere e affrontare qualsiasi genere fotografico, per riuscire a produrre ciò che la professione - di volta in volta o solo occasionalmente – necessita e richiede.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 12 aprile 2023

"Fiori di Campo" di Marina Galici - Fino al 22 aprile in mostra alla Biblioteca Storica Comunale di Palermo



L’articolo di Nuccio Condorelli su Lisetta Carmi, pubblicato nella rubrica “Raccontare per Immagini”, potrebbe pienamente adattarsi a descrivere l’essenza della personale fotografica “Fiori di Campo” di Marina Galici, inaugurata ieri dal “CollettivoF” e che permarrà fino al 22 aprile alla Biblioteca storica comunale di Palermo (mostra visitabile dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, il mercoledì dalle 9 alle 17).
Sono infatti moltissimi i punti che accomunano la narrazione per immagini proposta dalla Galici rispetto al modo di raccontare usato dalla Carmi.
Le fotografie di Marina Galici esposte rappresentano in modo esaustivo un ampio panorama dell'ormai stanziale popolo Rom, descrittive del loro mondo e non solo.
Gli apparenti semplici scatti in mostra, accomunano sintesi di estetiche e sentimenti che formano, di fatto, un tutt’uno esaustivo dell’identitario di una comunità complessa quale quella degli Zingari. 
Ogni fotografia esposta viene a costituire, pertanto, la pagina di un racconto ricco di dettagli e spesso intriso di significati.
Le figure e gli ambienti non vengono colti per enfatizzare apparenze, poiché quanto fotografato di regola va oltre quello che il nostro occhio riesce a vedere.
La lettura di chi osserva è costantemente portata ad ampliare il discorso che, volutamente, il più delle volte rimane solo accennato; mentre l’editing dell’intera operazione è confezionato in modo tale che ciascuno venga chiamato a implementare il racconto, seguendo l’istinto della propria sensibilità e le conoscenze della propria cultura.
“Fiori di Campo”, con il termine “campo” inteso, come riferito dalla stessa Galici quale “estensione piana” o “ghetto”, è pertanto una mostra fatta sì d’immagini esplicite ma che, al contempo, intrigano molto.
La visita della mostra coinvolge, inducendo a vedere e rivedere ogni fotografia più volte (peraltro nella location espositiva, forse non a caso, il circuito quasi simbolico del percorso di lettura induce proprio a questo), per poi riscoprire ad ogni passaggio sempre nuovi dettagli, che avviano a riflettere e, magari pure, a ripensare ai tanti preconcetti che nell’ordinario condizionano il nostro vissuto quotidiano.
Più in generale, in merito ai contenuti e ai significati espliciti e concettuali dell’arte fotografica, se è vero che la fotografia è stata inventata in Francia e ha avuto pieno sviluppo negli Stati Uniti d’America del primo novecento, è anche vero che la cultura fotografica era già da molto tempo presente e pienamente applicata (in forma pittorica, almeno) nella più antica iconografia europea, con tutto quello che ciò comporta.
Le realizzazioni prevalentemente scientifiche e documentaristiche che hanno caratterizzato l’evoluzione americana non potranno pertanto mai costituire un unico punto di riferimento quale incipit d’espressione artistica e gli utilizzi tecnologici fatti dai fotografi europei ne testimoniano del resto lo spessore e la valenza.
Al riguardo, nella presentazione della mostra di Marina Galici è ben esplicitata la sua componente autoriale che, con le sue sequenze, ha quasi innescato un rito teologico e mistico proposto in chiave decisamente laica.
La narrazione fatta del suo lavoro - nato quasi per caso nel 2011, ultimato con lo sgombero del Campo Rom di Palermo avvenuto nel 2019 e solo in apparenza leggero - include introspezioni e rivisitazioni di convinzioni assunte per certe; risultando gradevole e comprensibile, perché intenta a raccontare ambienti che, ancorché pensati con diffidenza, con le sue foto mostrano la realtà raccolta, con fotografie mai rubate ovvero viste dal buco della serratura.
Una recensione sul libro “Le cinque vite di Lisetta Carmi” di Giovanna Calvenzi, tratta alcuni degli argomenti accennati e che sono stati ampiamente esposti dalla Galici durante il vernissage della mostra.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

venerdì 31 marzo 2023

Studio: parallelismi e convergenze



La street art, quella veramente di strada, annovera, oltre che artisti bravi a disegnare, anche intellettuali che riescono a comunicare attraverso i loro segni dei concetti, rendendoli facilmente comprensibili con un loro linguaggio visivo che spesso li identifica.
Capita, quindi, di riconoscere spesso l’autore di un murales ancor prima di leggerne la firma.
La comunicazione oggi più immediata e efficace è certamente quella fotografica, che è alla portata di tutti e più facile da realizzare grazie a tecnologie (hardware e software) che consentono, anche con semplici cellulari, di generare in un lampo creatività anche originali e quasi impensabili.
Ma in merito a creatività e fantasia non secondario è quanto viene fatto da taluni graffitari che, specie se impegnati nel concettuale, seguono dei filoni ideologici che hanno un impatto immediato, quasi fulminante, per qualsivoglia lettore.
Come spesso capita, ogni progetto articolato per essere efficace necessita di uno studio preventivo e molti artisti (fotografi, pittori, registi e altri performer ancora) si dotano di piccoli taccuini dove annotano idee e abbozzano schizzi su quanto immaginano di andare poi a realizzare. Chi ha praticato una qualsivoglia esperienza artistica conosce bene l’argomento.
Al Maxxi di Roma, in una mostra antologica di un autore italiano affermato, alle innumerevoli foto di grande formato si accompagnavano anche una serie di taccuini dell’artista, aperti proprio nelle pagine afferenti al progetto correlato. L’osservatore poteva così capire, con ogni evidenza pratica, il concepimento dell’elaborazione grafica originale, su come quell’idea era stata ideata, con tutte quante le fasi di studio che, in qualche modo, avevano già fotografato idealmente l’immagine successivamente prodotta con un solo scatto.
È un fenomeno noto, da sempre praticato a tanti livelli e per molte delle discipline che prevedono bozze e approfondimenti per realizzazioni che includono aspetti complessi. Del resto certi studi di Leonardo da Vinci, per esempio, testimoniano l’analisi minuziosa che stava alla base dei suoi tanti capolavori.
Non può, quindi, per nulla meravigliarci se anche certi artisti di street art socialmente impegnati procedano con analoghe prassi nell’ideare le proprie opere. 
A tal riguardo mi piace tornare a segnalare un breve slide show su lavori storici di Nemo’s (https://youtu.be/5aSTTP8VCqc), da me realizzato qualche tempo addietro, utilizzando una serie di immagini rese pubbliche e che a quel tempo risultavano postate dall’autore nella sua pagina web.
La visione delle sequenze che s’incrociano affascina ed è più che sufficiente per capire l’intero processo che spesso accompagna la realizzazione di talune opere artistiche.
Analogie simili sono presenti in tanti autori che spaziano nei vari ambiti creativi e generalmente rari sono i fenomeni collegati a delle estemporaneità che risultano frutto solo del caso.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

giovedì 30 marzo 2023

Nel portfolio fotografico, in ogni caso, tutto è oggetto di dibattito e confronto



Non poteva esserci alcun dubbio. La dottrina associata al garbo, che costituiscono una costante nelle lezioni del Prof Torresani, hanno colpito ancora; lasciando l’ennesimo segno sul come una passione può essere goduta più proficuamente attraverso spensieratezza e allegria.
Un week end che, condensando in un unicum: teoria, pratica, dritte, supervisione e le necessarie modifiche apportate dall’esperto docente, ha in ultimo prodotto una serie di portfolio fotografici centrati e appaganti per tutti.
L’esordio per chi si accingeva a praticare questa branca fotografica, ha pure rivelato delle attitudini naturali prima sconosciute che, per quanto ideato e prodotto, ha costituito una positiva sorpresa.
In ogni caso, il “cum grano salis” che il Prof Giancarlo Torresani ha richiamato più volte, in special modo riguardo al giusto dosaggio delle immagini che sono necessarie a completare un messaggio, hanno sottolineato l’attenzione preminente del mantenere un equilibrio fra linguaggio visivo e idea progettuale sottostante. Dosaggio fondamentale che è stato oggetto di dimostrazione pratica nell'ottimizzare i risultati dei quattordici lavori presentati dai partecipanti, come prova pratica dell'aspetto più proficuo del work shop.
Chi era più addentro all’argomento conosceva bene quelli che sono i rischi più ricorrenti quando ci si avventura a preparare un portfolio. Un’attenzione particolare è stata, quindi, posta sull’editing delle foto che ogni partecipante aveva precedentemente scelto per il proprio lavoro, eliminando - con giustificati motivi condivisi - ripetizioni, ridondanze, o curando cromie, rimodulando la successione delle sequenze.
Il tutto fatto sempre con la partecipazione attiva e il pieno coinvolgimento non solo del proponente ma anche valutando i pareri che venivano espressi dagli altri autori, in qualità di spettatori.
Tutti i partecipanti, incrociandosi nei ruoli, hanno infatti assistito alla revisione di ogni singolo portfolio, potendo sempre interagire con il docente per concordare le soluzioni ritenute più opportune.
Per quanto ovvio, quindi, al temine del terzo giorno tutti sono rimasti ampiamente soddisfatti del lavoro svolto, in base ai percorsi comuni che avevano portato ai singoli risultati.
Per la cronaca, il tema prevalente dei portfolio preparati durante il corso è stato quello documentario, anche perché il più facile da poter realizzare in mezza giornata, ma non è mancata la narrativa tematica e anche, per taluni aspetti, la narrativa artistica.
C’è stato chi ha utilizzato fotografie d’archivio e chi, invece, ha realizzato il proprio portfolio con immagini estemporanee, seguendo l’idea di un progetto o utilizzando i risultati di escursioni fotografiche "aperte", senza avere aprioristicamente un’idea ben precisa.
Le diversificazioni che ne sono derivate hanno pertanto anche offerto moltissimi spunti su come è possibile ideare un portfolio fotografico, curando i molteplici aspetti necessari a rendere fluido un racconto.
Alla fine del work shop ciascuno è rimasto pienamente soddisfatto e contento per gli apprendimenti acquisiti, avendo potuto partecipare dal di dentro a tutte le fasi che identificano una prassi fotografica che oggi va per la maggiore ma che, per ovvi motivi, rimane complessa.
Scuole di pensiero si incrociano sull’argomento portfolio e le continue innovazioni via via introdotte vanno ad allargare sempre più i confini schematici sottostanti, che introducono, oltre a nuove regole, inclusioni di elementi visivi che non sempre si attengono ai canoni classici e specifici tipici di una fotografia.
Ma ci sta, poiché nel campo artistico tutti i paletti non sono mai fissati in modo rigido. Anzi, vengono spesso spostati in relazione alle temporalità e al pensiero culturale prevalente del momento.
Resta importante il poter riconoscere quella creatività che conferisce un senso a tutto ciò che chi realizza e che ci si accinge a proporre.
Nel portfolio fotografico, in ogni caso e in particolar modo, tutto è sempre oggetto di confronto e soggetto ad un eventuale dibattito, per cercare di addivenire a risultati comunque mai assoluti, che lasciano a ognuno la possibilità di un giudizio personale (condivisibile o meno, a questo punto, poco importa).

Buona luce a tutti!

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giovedì 23 marzo 2023

Rosiconi si nasce e non c’è rimedio



Ci sono dei tipi che non sanno godersi tranquillamente le opportunità che offre la vita.
Per gli occhi strabici che si ritrovano, sono sempre portati a guardare gli altri in modo strano, quasi mai rapportandosi in modo diretto e, piuttosto che concentrarsi a contemplare le positività che li circondavano, sprecano il loro tempo a rosicare.
Un gruppo di perenni scontenti, si riconobbero e si ritrovarono ad associarsi, per cercare di eccellere nella comune passione fotografica con un impegno collettivo.
Erano certi del fatto loro e più che convinti che, loro esclusi, la mediocrità e il banale erano le qualità circolanti che andavano per la maggiore.
Nella realtà associativa che avevano appena creato, pur restavano soggetti validi e preparati in funzione degli obiettivi prefissati, per le continue distrazioni verso valutazioni e giudizi non richiesti, rischiavano di alimentare inimicizie e causare insuccessi.
Il continuo rosicare, di fatto, restava una prassi comune che nessuno di loro, purtroppo, smetteva mai di praticare.
Eppure non erano dei giovincelli e le esperienze di vita avrebbero già dovuto da tempo insegnare il sano principio del “vivi e lascia vivere”. Un metodo salutare che implica il distogliersi dal guardare sempre in cagnesco l’opera altrui e, magari, cercando di curare meglio ciò che di positivo era più alla portata.
Ma, purtroppo, la maledetta erba del vicino è quella sempre più verde e, in un mondo in cui spesso l’invidia ci mangia vivi, vedendo solo difetti in ciò che sta attorno, si rischia solo di disperdere il tempo utile disponibile.
Un caro amico mi ricordava sempre che bisogna fare il passo basandosi sulla falcata della propria gamba. Adeguarsi alle proprie caratteristiche e peculiarità, accettando con serenità e coscienza la reale consistenza di talento che madre natura ci ha individualmente concesso.
Del resto l’operare che per i dotati risulta un qualcosa di leggero e naturale, in altri meno talentuosi comporta sempre notevoli sforzi, anche nella sostanziale copiatura, finalizzata a riuscire a raggiungere almeno quello stesso livello: il duello indomito di Salieri per l'odiato e invidiato genio naturale di Mozart.
Scioccamente, in questi casi assai frequenti, non viene mai minimamente preso in considerazione il fatto che potrebbe risultare meno stressante il godere del talento altrui, magari concentrandosi a sviluppare quell’analisi critica volta a valorizzare gli aspetti di eccellenza che non è a nostra portata ma che ci circonda e che esiste indipendentemente da noi.
Ma purtroppo rosiconi è un difetto innato e, anche se molti poverini si concentrano nel camuffare, si tradiscono sempre con l’impegno volto alla continua ricerca di possibili difetti ....... nell’opera altrui ....... recitando al contempo quel monotono mantra - declamante e insopportabile - dell’io,io,io,io.
Ripetendo con costanza la fiaba di Biancaneve e della Strega matrigna, per taluni è quindi un continuo rispecchiarsi sui social, con patologie evidenti: “specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”.
Oggi, anzi, queste opportunità sul web sono la finestra ideale per chi è dedito a pratiche insane, con algoritmi che facilitano affinità, incontri e ulteriori potenziali virtuali amicizie tossiche.
Mentre intanto aumentano follower, like e tanti cuoricini.

Buona luce a tutti!

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martedì 21 marzo 2023

"Andiamo al cinema" (Slide Show)



Link per lo slide show: "Andiamo al cinema" https://youtu.be/gMQ7uohE9Y8

A Palermo la creatività non ha confini. La street art continua con delle nuove installazioni e le formule adottate sono variegate e continue.
Con questa logica i graffitari e gli artisti di street introducono nei quartieri nuove opere che abbelliscono il territorio, arredandolo con un museo all'aria aperta che si implementa e viene messo a disposizione dei palermitani e dei tanti turisti che ogni giorno affollano la città.
La raccolta proposta in questo slide show sfrutta delle strutture abbandonate inserendo locandine originali di artisti dediti a creare anche delle storie.

Buona luce a tutti!

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sabato 18 marzo 2023

Anche Enrico Scaglia fin da piccolo aveva in mente di fare il fotografo



Mercoledì scorso al Circolo Fotografico Fincantieri-Wärtsilä di Trieste era in programma un incontro con Enrico Scaglia (fotografo che vive e opera a Trieste da cinque anni e titolare dell'omonima Accademia), intitolato «Una questione di testa: una vita passata a fotografare senza macchina fotografica». All’evento pubblico era possibile accedere anche attraverso collegamento in streaming.

Più volte, durante l’incontro è stato fatto cenno a Francesco Cito e non a caso, anche per il semplice fatto che pure Scaglia nasce fotografo per intenzione determinata fin dalla tenera età. Si rimanda, al riguardo, alla prima puntata di “Photo Chi Scatta” dedicata a Cito che “impara a fotografare scoprendo i grandi fotografi”.

Nel piacevole pomeriggio in cui ha intrattenuto i soci, Il primo concetto posto in risalto come incipit è stato quello di indicare i quattro momenti (intitolati: penso, cerco, vedo, scatto) che costituiscono la base per costruire una fotografia conscia e ordinata.

Il talento poi, che con dosi differenti è presente in ognuno, abbinato alla pratica consente di comprimere i tempi di elaborazione, velocizzando l’attuazione delle singole fasi.
Per meglio esemplificare quest’aspetto ovvero che, l’esercizio permette poi al fotografo di accelerare l’elaborazione attuativa dei quattro aspetti, Scaglia ha portato come paragone calzante ciò che è attinente alla pratica nella guida di un’auto, che viene quasi ad automatizzarsi nel tempo.
Tutti i principianti incontrano, infatti, delle difficoltà nel coordinare le tante azioni (durante l’apprendimento di scuola guida si avranno problemi nel pensare contemporaneamente ad abbassare la frizione, azionare la leva di cambio, stare attenti alla strada, verificare gli specchietti retrovisivi, stare attenti al semaforo e alla segnaletica in genere, essere pronti ad azionare i freni, etc.). È poi la prolungata pratica, come sappiamo tutti, quella che porta ad automatismi quasi inconsci, determinando una assuefazione alla contemporanea gestione del composito insieme combinato.
Un altro esempio è anche stato quello che paragona l’apprendimento dei principi della fotografia alla primordialità della natura umana, con il gattonare e fare i primi passi nel camminare eretti; fasi che rappresentano esperienze indispensabili e necessarie per assicurarsi certezze in quella deambulazione futura dell’età adulta.

Tornando all’attività più strettamente fotografica, prima di procedere per realizzare un’immagine alla base occorre maturare l’idea di ciò che si intende fare. Ne deriva che la fotografia da realizzare deve essere, pertanto, prima pensata ed è dopo aver sviluppato un pensiero che si si viene a mettere in funzione quel “serbatoio personale” (che assomma tecnica, cultura, sentimenti, anima, cuore, pancia) corrispondente alle specifiche peculiarità di ciascuno.

Poiché la foto costituisce un mezzo con il quale raccontarsi o raccontare, anche l’ambientazione è elemento importante per far prevalere la base del pensiero che sta all’origine.
Il linguaggio utilizzato (grammatica e sintassi) è la chiave per inviare consciamente un messaggio, con l’intento di creare e stabilire un parallelismo in un contesto culturale tra chi crea l’immagine, chi l’ha commissionata o con chi è comunque chiamato a leggerla.
Eventuali carenze d’informazione generano l’ignoranza (che può caratterizzare anche una delle singole parti in causa), che però può pure aleggiare anche nei casi di eccessi (d’informazioni per l’appunto) che rischiano di confondere nell’assicurarsi certezze, impedendo sostanzialmente di padroneggiare a pieno tutte le potenziali opzioni disponibili, che rischiano di rimanere solo in teoria accessibili.

Altra affermazione portata avanti da Scaglia, anch’essa importante, è stata quella secondo la quale solo durante la ripresa si vede la foto. La giusta lettura in fase di scatto fa sì che, al fotografo, non occorrerà poi apportare modifiche sostanziali nella successiva fase di post-produzione.

Lo stato d’animo di chi fotografa è anch'esso un elemento fondamentale, così pure l’empatia che il fotografo è chiamato a mettere preventivamente in campo. In funzione di quest’ultimo aspetto è stato posto l’accento sull’utilità di focali diverse nell'uso degli obiettivi; raffigurando l’esempio di come talvolta può tornare anche conveniente ricorrere a un grandangolare - per avvicinarsi al soggetto/scena – per poi utilizzare un teleobiettivo, allo scopo di agire in un “campo già sminato” da eventuali imbarazzi o diffidenze preesistenti da subito notate.

Del tutto non trascurabile e, in caso, occorre porre molta attenzione all’effetto attinente ai neuroni specchio, che il fotografo potrà neutralizzare anche con l’esperienza e la piena conoscenza delle tecniche specifiche dell’hardware di cui dispone.
Lo stesso dicasi, riguardo alle conoscenze e alla cultura fotografica generale, qualora si venga chiamati ad esprimere un giudizio critico su una fotografia - o un insieme di esse – nei casi occasionalmente richiesti.

Scaglia ha anche sostenuto che la fotografia analogica dovrebbe essere posta alla base di ogni didattica, anche per la lunghezza dei tempi di cui la stessa necessita.
Stabilita la sensibilità della pellicola che si intende usare, la formula costante è sempre d x t = E (dove D sta per il diaframma, t corrisponde al tempo, “E” costituisce un risultato costante determinato e indispensabile che deve corrispondere alla quantità di luce necessaria per catturare l’immagine che si intende realizzare).
Peraltro, l’agire e il pensare in analogico favoriscono anche la memoria storica, sia per il lasso dei tempi necessari alle diverse azioni ed elaborazioni mentali che precedono ogni scatto, che per il minore numero di fotogrammi consentiti da una pellicola/rullino.

Per concludere, in questo breve incontro non poteva non essere posto l’accento anche sull’editing fotografico, dove, anche qui, il “serbatoio” personale è chiamato a esercitare un ruolo di sintesi importante (il famoso “serbatoio personale” che si ha in dotazione e che è stato curato nel tempo).
Al riguardo è stato nuovamente tirato in ballo Francesco Cito con la sua tesi della fotografia “ruffiana”, pensata per compiacere sé stessi e assecondare le attese del destinatario finale. Ma questo è un altro aspetto che merita una più ampia argomentazione.

Buona luce a tutti!

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P.S. Nel suo canale You Tube (Photo chi scatta) Enrico Scaglia, si definisce “un fotografo che ama la fotografia e che vuole condividere e trasferire le proprie esperienze” e chiude dicendo che “se vuoi imparare a fotografare prima devi imparare a guardarti intorno ed a capire come la fotografia si è evoluta.”
Per chi volesse ulteriormente approfondire su Francesco Cito, si rimanda alla sua Lectio svolta a TrapanInPhoto del novembre 2022, con la partecipazione del critico fotografico Maurizio Garofalo.

martedì 14 marzo 2023

“Così è se vi pare” anche in fotografia



Un aspetto frequente in fotografia è il caso in cui un lavoro di portfolio viene ad assume dei canoni prossimi al reportage, con una sequenza prevedibile che non offre spunti diversi da quelli che appalesa l’evidenza logica.
C’è chi sostiene che nella sequenza delle immagini occorre intramezzare degli elementi di discontinuità (quasi rottura) e altri che teorizzano sulle tessere di una composizione che, in un portfolio, non devono mai essere delle fotografie troppo definite.
In entrambi i casi, a loro dire, le immagini proposte devono in qualche modo anche prestarsi ad una certa ambiguità, in modo da risultare duttili e idonee a definire interpretazioni completabili con letture diverse.
La sinossi andrebbe, quindi, solo a costituire l’incipit di una storia ed è al lettore di turno che compete l’onere di sviluppare la narrazione completa; valutando, contestualmente, la coerenza e la valenza della grammatica e della sintassi usata dall’autore proponente, pure evidenziando possibili ridondanze e ripetizioni.
In relazione a ciò, potrebbe quasi risultare indifferente il percorso scelto per alimentare il racconto. Se attraverso specifici scatti realizzati ad hoc, in funzione del progetto immaginato, o l’andare ad attingere alle tante fotografie d’archivio, per scegliere quelle immagini attinenti e funzionali alla storia.
A questo punto sembrerebbe che l’aspetto più importante potrebbe essere la formula di sviluppo da adottare per articolare il portfolio.
Nelle diverse lectio gli esperti ci propongono tante possibili tematiche da poter sviluppare.
Nel libro edito da Postcart nel 2015, che costituisce un documento organico su quanto già teorizzato sul tema portfolio fotografico, Augusto Pieroni fornisce delle precise indicazioni su quelle che sono “costruzione e lettura delle sequenze fotografiche”; con schematizzazioni che aiutano anche ogni autore nel severo percorso di editing delle immagini da selezionare per un progetto.
Di recente Silvano Bicocchi ha anche esposto sei tipologie di portfolio fotografici, distinguendoli secondo una contenutistica:

- documentaria,
- narrativa-tematica,
- narrativa-artistica,
- creativa,
- concettuale,
- post-fotografica.

Per rendere comprensibili le anzidette distinzioni, ha pure mostrato delle esemplificazioni corrispondenti ai progetti sviluppabili secondo ogni specifica tipologia.
Può così capitare che nuove formule di portfolio possano anche rivolgersi oggi più alla grafica, o che si ricorra a forti manipolazioni digitali (con photoshop o ad altri stratagemmi e strumentari compositivi), enfatizzando - magari all’occorrenza e oltremodo - le storie visualizzate nell'intento d’approssimarsi il più possibile alle sinossi scritte. Perfino allontanandosi anche dall’uso standardizzato di quelle che costituivano una volta le peculiarità dei fotogrammi di base.
È anche vero che nella creatività e nell’arte in genere tutti i potenziali vincoli sono relativi e, pertanto, “così è se vi pare” avrebbe appuntato Luigi Pirandello soffermandosi sull'argomento (1), e …. poiché anche nei dibattiti e confronti paritari “ogni testa è tribunale”, in ogni caso ciascuno resterà sempre libero di poter ideare ciò che vuole per cercare di sostenere quella che per lui è la sua ragione.
Nell’occasione evidenzio un aspetto abbastanza comune, che capita di frequente a molti di noi quando ci ritroviamo ad assumere il ruolo di discente.
Capita che nell’assistere alle lezioni, seguendo il chiaro schema logico del docente, al momento tutto ci appare comprensibile e quasi quasi fino al punto che, in relazione a quanto appreso, qualsiasi argomento trattato potrebbe sembrare facilmente accessibile. Nel nostro caso, anche riguardo all’adozione della formula che può apparire più idonea nell’attuazione di un progetto ideato, da realizzare attraverso un portfolio fotografico.
Ma, passato l’attimo legato all’immediato apprendimento, cimentandosi poi all’andare a realizzare l’opera, si scopre che tra la teoria e la pratica permane una bella differenza; sorgono molti dubbi e incertezze, fino a rimanere spesso attoniti e impotenti pur nell'intento di voler proseguire. Per non parlare degli immancabili "bios cognitivi" che possono poi venire a condizionare la formulazione di un nuovo progetto; ma questa è un'altra storia.
Nulla di nuovo sotto il sole quindi, succede un po’ a tutti e costituisce una cosa normale anche l'insuccesso, che deve essere accettato e al quale presto molti di noi si abituano tranquilli.

Buona luce a tutti!

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(1) L'inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri.

lunedì 13 marzo 2023

Letture di portfolio all'ARVIS di Palermo



Uno dei compiti dei Circoli fotografici è anche quello di proporre occasioni per creare opportunità atte a consentire confronti, introducendo novità per allargare conoscenze.
Molti appassionati di fotografia frequentatori di social, specie negli ultimi tempi, avranno avuto sicuramente modo di notare un certo fermento nelle attività e, in quest’ottica l’ARVIS di Palermo sta portando avanti da qualche tempo una serie d’iniziative diverse e nuove rispetto all’attività principale dedita alla formazione didattica, economicamente necessaria per la sussistenza.
In questa dinamica, tante proposizioni di nuovi associati hanno avviato una serie di eventi per una utenza vasta, rivolta anche ai corsisti e allargata, quindi, anche ai non soci.
L’esperienza maturata con l’occasione del 74° Congresso nazionale FIAF 2022 aveva sollevato un certo interesse per la sezione portfolio (branca della fotografia che intende raccontare per immagini delle storie); in relazione a ciò, l’ARVIS, ha quindi voluto generare una prosecuzione volta a offrire ai tanti appassionati una ulteriore occasione.
Nella giornata di domenica 12 u.s. tre lettori (Brigida Lunetta, Michele Di Donato e Gianni Nastasi) si sono quindi prestati a esaminare, durante una intensa mattinata, una serie di proposte presentate da fotoamatori provenienti anche da fuori provincia.
Le letture hanno messo in luce lavori diversificati e l’ambiente ridotto ha consentito a tutti di poter visionare e assistere anche all’esame dei lavori presentati dagli altri.
Quest’ultimo aspetto, unito all’ambiente sereno venutosi spontaneamente a creare, ha favorita la buona riuscita dell’evento. Realizzando i presupposti pensati come ideali, per consentire ai partecipanti di allargare conoscenze e eventualmente apprendere nuovi concetti utili a migliorarsi o a meglio perfezionare l’approntamento dei futuri portfolio fotografici da ideare.
In relazione alla riuscita dell’operazione e stante la presenza stanziale di diversi fotoamatori interessati al settore, Palermo - con l’ARVIS nello specifico - potrebbe certamente proporsi per costituire un nuovo polo fisso adatto a organizzare altri appuntamenti del genere.
L'operazione potrebbe affiancansi alle altre realtà istituzionalizzate che da tempo già operano in Sicilia (a Trapani, nel catanese, nel ragusano e nel siracusano), allargando l'offerta per maggiori sviluppi e ulteriori possibilità di letture.

Buona luce a tutti!

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giovedì 9 marzo 2023

E ...... vaiiiiiii!



Qualche tempo fa ebbi a scrivere in merito a taluni fotoamatori che, una volta raggiunto un livello di successo per loro soddisfacente, da quel momento s’impigriscono ripetendo produzioni simili, seguendo cliché statici e sostanzialmente quasi uguali. 
Oggi, dialogando con un noto fotografo è venuto fuori questo problema che di frequente latita. 
La questione s’incentrava sulla domanda posta in riferimento a chi oggi potesse suscitare interesse nel panorama fotografico locale.
La risposta categorica enfatizzava la piattezza di una moltitudine di ex belle promesse che, lungi dall’esporsi a novità e sperimentazioni, continuano a proporre solite solfe; al punto tale che, confrontando tante produzioni di un arco ventennale e oltre, le rispettive fotografie prodotte sembrano essere state scattate quasi in un unico momento.
Eppure l’arte si baserebbe sulla continua ricerca creativa e la fotografia, che si annovera fra le forme sperimentali più disponibili, non ha nulla a che vedere con l’idea di non rinnovarsi nel trovare nuovi spunti e modi diversi d’interpretare l’immagine.
Per taluni il successo conseguito induce spesso a congelare come in un ghiacciolo l’attimo fuggente, con un fotogramma stampone unico da ripetere all’infinito, magari con piccole varianti, come si avesse a che fare musicalmente con un motivetto unico gradevole che, una volta riscosso un successo, fosse unicamente da ripetere in loop.
Anche se la solita minestra è molto apprezzata da molti, pure i bravi cuochi amano inventarsi portate nuove, innovandosi e, nel caso, anche ricorrendo all’utilizzo diversamente combinato delle stesse materie prime, seguendo anche le nuove opportunità offerte.
Il timore di rischiare e mettere in dubbio uno standard ormai omologato non può costituire un traguardo fino a indurre inaccettabili prudenze e soffocanti afasie.
In tutto questo i tanti concorsi fotografici e l’ossessione per accaparrarsi stelle e stellette non aiuta di certo.
In conclusione, per chi vanta allori senza proporre rinnovi, sarebbe un po’ come andare a concentrarsi nel tarare “in manuale” il proprio cervello creativo su rigidi canoni. Con una impostazione iperfocale o impostando il tempo di un centoventicinquesimo in caso di pieno sole, con diafframma 16 e ISO 100, con la sola attenzione di riparametrare all’occorrenza i valori di tempo e diaframma - per assicurare la giusta esposizione - in caso di nuvolo o altre varianti e, eventualmente, l’ulteriore aggiunta di una quinta (naturale, architettonica o altro) per assicurarsi una profondità, anch’essa standard, che in genere induce l’osservatore a concentrare verso un unico punto la maggiore attenzione (sezione aurea).
In fondo per chi è portato ad adagiarsi sugli allori ripetendo sempre una omologazione standardizzata di se stesso (senza avere neanche l’estro innovativo di Andy Warhol) è, come si usa dire, un modo per avvalorare il tipico detto “fatti a nomina e va curcati”.
E …….. vaiiiiiii!

Buona luce a tutti!

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mercoledì 8 marzo 2023

Silvano Bicocchi - e non solo lui fortunatamente - docet!



Ieri sera ho seguito in streaming ancora una volta Silvano Bicocchi che, invitato dal Circolo fotografico “Il Grandangolo” di Parma per illustrare i fondamentali di ciò che è un portfolio fotografico, ha esposto in maniera esaustiva e apparentemente semplice ciò che in verità semplice non è affatto.
Come mi capita sempre nell’ascoltare altri appassionati capaci di affabulazione didattica (e qui i nomi da citare sarebbero fortunatamente molti: Pippo, Giancarlo, Daniela, Isa, Eletta, Enzo e tanti altri), assistere alla lezione è risultato gradevole, anche perché chi è pienamente padrone della materia - e capace di saper trasmettere cultura - agisce come faceva Paganini, con argomenti differenti, senza ripetersi mai.
Certo i fondamentali sono comunque gli stessi ma le esposizioni hanno sempre delle varianti di partitura e di nuove note e chiavi sonore, tanto da rendere viva l’attenzione in ogni occasione.
Questa premessa vuole anche introdurre alla così detta “capacità creativa” di chi si propone a manifestarsi in una qualsivoglia espressione artistica e la fotografia può anche annoverarsi fra le forme d’arte accessibili.
Per essere attore in qualunque disciplina - e in special modo in campo artistico - occorre avere un’idea da proporre, il desiderio di voler comunicare con una espressione interpretativa che sia conforme alla propria indole (pittura, scultura, installazioni e fotografia anche).
Di certo una certa dose di edonismo ci dovrà essere e pure un pizzico di egocentrismo (però, come si dice quando si dosa il sale nelle pietanze, per quanto basta).
Una pratica prioritaria per ogni artista – o presunto tale - dovrebbe essere quella di saper ascoltare (per poi interpretare) e osservare il più possibile le produzioni altrui; questo sia per trarne nuovi spunti, nel caso da sviluppare personalizzando, che per affinare il proprio linguaggio espressivo, oltre che per cercare di leggere e capire quanto l’altrui opera ha voluto intendere con ciò che propone. E qui non ha alcuna importanza, eventualmente, l’espressione artistica in cui ci si imbatte. Del resto è anche ampiamente risaputo che ciascuno riesce a immaginare, creare, vedere e leggere quello che oggettivamente gli consente il bagaglio culturale e gli strumenti di cui è dotato.
Tornando alla capacità didattica, mi vengono in mente alcuni esempi di esperienze avute assistendo a spettacoli teatrali, dove in relazione alla capacità interpretativa degli attori e dei registi in primis, opere conosciute potevano anche assumere vesti completamente diverse e talvolta più coinvolgenti.
Emblematica l’esperienza di aver visto al teatro Nazionale di Roma i “Sei personaggi in cerca d’autore” dal vivo, recitata in chiave moderna tra gli altri da uno splendido Enrico Maria Salerno che veniva a rendere originalissima, attuale e quasi rivoluzionaria (per ambientazione e costumi moderni) una versione classica tante altre volte riproposta (anche in TV) da Romolo Valli.
Un testo teatrale che, peraltro, ognuno può indubbiamente leggere, a forma di romanzo, in modo autonomo, immaginando da sé le scene e sviluppando a proprio modo di pensare il dramma narrato dal grande Luigi Pirandello.
Tutto questo per dire che anche se nel caso specifico dell’evento del Circolo parmense, pur venendo a trattare del portfolio fotografico con una didattica di fondo sempre uguale, l’interpretazione dialettica di chi si poneva oggi ad esporre costituiva un punto qualificante per riuscire rendere comprensibili i concetti di fondo.
Un altro punto, a mio modo di vedere essenziale, è anche quello che, anche se non tutti possono imporsi o essere riconosciuti come artisti o attori, certamente tutti possono godere delle opere altrui.
Gli spettacoli di ogni genere, gli eventi e i luoghi di cultura offrono oggi - e fortunatamente per noi occidentali - una miriade di opportunità per arricchirsi e assorbire i tanti input culturali che ci vengono – anche in maniera subliminale – trasmessi da interpreti, sceneggiatori e registi sempre diversi.
Certo non tutte le ciambelle possono risultare fragranti o gustose, poiché ogni preparazione dipende dagli ingredienti e il gradimento è collegato anche ai gusti e alle preferenze di ciascuno.
Per chiudere un po’ il cerchio di questa argomentazione assai più complessa che si viene a proporre, forse in modo eccessivamente semplicistica, si potrà comunque dire che, in un mondo affollato da milioni di telefonini e dove tutti i genitori vedono tanti piccoli Cartier-Bresson nei pargoli stressati da molti click, poi ci sarà una selezione naturale (con tanti morti e feriti).
Coloro che non avranno opportunità o modo di esprimere il proprio pensiero e una parte preponderante di quelli che si erano anche proposti come artisti, avranno altre infinite occasioni per apprezzare - come osservatori – le fantasie e il genio creativo degli altri.
In qualche modo l’appagamento potrebbe risultare sostanzialmente uguale e pieno se a base ci sarà la passione (nel caso specifico per la fotografia); mettendo da parte, ovviamente e necessariamente, quel narcisismo (e il noiosissimo mantra auto ripetuto dello “Io,Io,Io”) che infaustamente si nasconde nelle menti di ognuno di noi e che, alimentando un alone di perenne tristezza, si propone e concentra talvolta a ricercare solo possibili difetti in tutto quello che è realizzato dagli “altri”.
Silvano Bicocchi - e non solo lui fortunatamente - docet!

Buona luce a tutti!

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martedì 7 marzo 2023

Attenzione a clausole e condizioni



Nel cercare di trovare qualche foto che potesse raccontare l’evento, negli scorsi giorni, durante una marcia della pace promossa da trentacinque istituzioni scolastiche della provincia, ho incontrato dei fotoreporter freelance in azione.
I freelance sono liberi professionisti che forniscono i loro servizi in base a un contratto oppure per un singolo progetto. Aziende di ogni tipo e dimensione possono assumere freelance per avviare o completare un progetto o un'attività.
Parlando con alcuni di loro ho avuto conferma come i reportage fotografici per i media sono affidati sempre più a soggetti che collaborano, anche contemporaneamente, con svariati committenti, secondo le richieste che necessitano per un servizio.
La domanda che mi è venuta spontanea, tenuto conto che taluni di loro operavano con reflex in dotazione - assegnategli per la circostanza - è stata quella di chiedere se delle immagini che andavano a realizzare conservassero il copyright, ovvero se delle stesse ne mantenessero la piena proprietà per eventuali utilizzi altri, o se invece erano vincolati a cedere tutti i diritti al referente secondo un compenso.
La risposta mi informava che non c’è mai una regola fissa e che il tutto dipende dagli accordi occorsi con il committente.
Ci sono casi in cui l’immagine è realizzata in nome e per conto del richiedente che si configura come un vero e proprio “datore di lavoro” e anche il caso in cui si vanno a riversare le immagini di reportage realizzate secondo criteri che il fotografo ritiene opportuni.
Anche se non ne ho fatto domanda, è evidente che nel primo caso si è di fronte ad una delle variegate forme di prestazioni lavorative subordinate (manifeste o camuffate nel marasma legislativo del job act), magari con un compenso fisso che pure potrebbe essere inclusivo di tutto (vitto, alloggio e viaggio compresi); mentre nel secondo caso il prezzo pattuito sarà certamente più ridotto e magari simile a una prestazione di lavoro autonomo in senso stretto.
In campo fotografico però le differenze non sono tanto trascurabili, specie per i diritti di proprietà sull’immagine.
Magari all’inizio si potrebbe restare lusingati dall’opportunità e ai corrispettivi economici che vengono offerti grazie al proprio talento ma, per i fortunati che potranno raggiungere il successo, non si vede quanto poi il gioco possa avere valso la pena.
Lo sfruttamento commerciale immediato e futuro potrebbero, infatti e in taluni casi, tornare indietro come boomerang negativi, specie quando chi avrà avuto modo di affermare pubblicamente il proprio talento potrebbe poi riscontrare la beffa di essere citato come autore di quella foto importante, per la quale però l’agenzia o chi per essa incassa ogni royality immediata e futura.
Anche quella grossa problematica sui diritti d’autore, distinta fra l’immagine riconosciuta opera d’arte o come semplice documento di cronaca (con differenti durate dei diritti di copyright) è un’altra storia interessante. Anche se afferisce a una questione più fortemente legata alla contingenza politica e al potere delle lobby editoriali e mediatiche che dominano il momento. 

Buona luce a tutti!

© ESSEC

sabato 25 febbraio 2023

Le Bandiere arcobaleno riportano solo la scritta o il simbolo pace



T. Olà G., anche tu qui?
G. Certo. È un evento importante questo di oggi.
T. Indubbiamente, si respira l’aria di una politica pulita.
G. A proposito, vai a votare per le primarie?
T. No di certo, sono lontano da quella disputa.
G. Ma nel caso chi ti piacerebbe di più fra i due?
T. Nel caso avrei optato per la donna, il governatore lo vivo come un novello Mussolini.
G. Ma che dici .....
T. Ricordati che le origini del Duce erano socialiste. Io nascevo di area centrista e ora, come idee, mi ritrovo spesso collocato più a sinistra della sinistra.
G. In effetti io sono stata da sempre militante dell’estrema sinistra.

Il breve dialogo era stato con un’amica fotografa che, incurante della sua veneranda età, volava leggera tra la folla, richiamandomi per certi aspetti quella Luciana Castellina che ha lungamente rappresentato l’attivismo politico sano che ha fortemente caratterizzato una parte della nostra generazione.
Oggi trentacinque istituti del palermitano, aderendo ad una marcia della pace, annoveravano generazioni composite dell’universo scuola, creando un clima che intende infondere, nonostante tutto, positività e speranza. Al corteo partecipano classi che rappresentano simbolicamente l’intero arco del mondo studentesco, dalle elementari all’università.
Anche delle classi di bimbetti di una scuola dell’infanzia, partecipano da dietro il portone di una villa cittadina dove si trova ubicata il loro plesso scolastico, e salutano agitando le loro manine il corteo che transita.
I manifestanti, che marciano lungo un asse di Palermo assai ridotto (che va da Piazza Politeama ai Cantieri Culturali alla Zisa), espongono cartelli fantasiosi e correlati ai rispettivi livelli d'istituto scolastico d’appartenenza, accompagnati da professori e maestre che gestiscono da docenti l’ordinato scorrere del serpentone festoso.
Allegrie e musica si intervallano ai proclami inneggianti alla pace, in dispregio delle guerre.
Bambini di scuole elementari e medie si susseguono nel leggere - con l’uso dell’altoparlante - temi scritti sul tema pace preventivamente vagliati, intervallandosi con dei brani musicali.
Cori cantano, oltre a Bella ciao, note canzoni pacifiste di Bob Dylan, Jhon Lennon ed altri ancora.
Diverse sono le immagini del Mahatma Gandhi sui cartelli o in striscioni, ma non mancano neanche frasi di Nelson Mandela. Completamente assenti sono i partiti politici.
Le Bandiere arcobaleno riportano solo la scritta o il simbolo pace.
Alla marcia sono presenti anche rappresentanze di comunità islamiche, gruppi di colore e d'ordini religiosi impegnati.
Nelle scolaresche si mescolano le diverse etnie grandemente integrate nel tessuto sociale panormita.
Ma anche se mancano bandiere del Che con sfondo rosso, sono tanti gli anziani nostalgici che partecipando alla marcia riassaporano l’ebrezza delle loro adesioni alle manifestazioni di un tempo.
Personalmente credo di avere respirato fra i miei coetanei quello stesso tipo di aria che avevo inalato a Roma, durante un corteo delle Sardine che, partendo da Piazza Repubblica, si erano radunati a Piazza San Giovanni. Anche li serpeggiava con evidenza la voglia di riscatto di tanti che erano avviliti perchè delusi da personaggi e dai rispettivi partiti di riferimento.
Nell’arco di un paio d’ore l’operazione registrava a pieno il suo successo. Raggiunta la meta il corteo veniva a sciogliersi.
Ad ognuno rimanevano le impressioni positive per un profondo ripudio di tutti i manifestanti ad ogni qualsivoglia forma di guerra.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 22 febbraio 2023

La Fotografia come gioco e strumento di cultura



Fortunatamente la mente umana ha previsto fra le contorte elaborazioni esistenziali anche il gioco. Un escamotage che consente spesso di sfuggire in qualche modo dalle realtà meno desiderate e che aiuta a distrarsi da preoccupazioni che si presentano anche pesanti.
La fotografia è per molti di noi un trastullo giocoso che consente di cavalcare l’immaginazione, sia ponendosi come soggetti attivi che da osservatori di quanto ciascuno "osa" proporre, noncurante delle considerazioni altrui.
Partendo dal significato stesso della parola gioco, l’enciclopedia dice che corrisponde a “qualsiasi esercizio, singolo o collettivo, cui si dedichino bambini o adulti per passatempo o svago o per ritemprare le energie fisiche e spirituali: giochi all'aperto, infantili, di società”. Ammonisce anche, attraverso proverbi, che “ogni bel gioco dura poco”, così come “ogni scherzo o divertimento, anche piacevole, vien presto a noia.”
Lo stesso dizionario recita anche che si tratta spesso di “competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali e il cui esito dipende in maggiore o minor misura dall'abilità o dalla fortuna: il gioco dell'oca, dei birilli, della dama, del poker. In senso figurato (dal gergo dei croupiers): il gioco è aperto, i giochi sono chiusi (les jeux sont faits), a proposito dei momenti iniziali o conclusivi di una operazione o competizione specialmente politica.”
Non si può che condividere entrambe le citazioni, soprattutto se si vuol mantenere nei giusti canali l’oggetto e l’intenzione finalizzata al gioco in sé stesso.
La fotografia è uno strumento tecnologico che in breve tempo ha sorpassato l'espressività innovativa introdotta a suo tempo dalla scrittura.
Come tale può essere vissuto come una forma sofisticata di trastullo ma, se mal gestita, può costituire uno strumento pericoloso che può condizionare negativamente il pensiero delle masse.
L’importanza della Fotografia è del resto riconosciuta e, specie in politica, costituisce anche un’arma di propaganda efficace e penetrante. Tanto si è detto e si continua a dire in proposito.
Il linguaggio dell'immagine, ormai collaudato, sta anche alla base del marketing commerciale che, al di là dei contenuti espliciti, condiziona attraverso i così detti "tagli" (specie se escludenti o parziali rispetto al reale), i colori, gli ammiccamenti, le pose evidenti o nascoste e tanto altro ancora.
Consci delle peculiarità e della natura che possono caratterizzare il fenomeno, almeno nella pratica hobbistica della fotografia, sarebbe assai salutare il mantenersi entro i “confini” correlati al gioco, inteso come gioiosità, trastullo, narrazione positiva, competizione culturale, forma di arricchimento con gl’interscambi naturali che con le diversificazioni alimenta.
Tutto il resto lasciamolo fuori, per aiutarci a vivere e a non avvilire ulteriormente un’esistenza egocentrica che crede da tempo d'essere “a immagine e somiglianza”.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

P.S. La foto in copertina l'ho intitolata "Maschera". Chissà quanti erano riusciti a vederla (come gioco di ricerca fotografica, quanto meno)

lunedì 20 febbraio 2023

Commento suscitato dall'articolo di Gerardo Coppola pubblicato su Economia & Finanza Verde



"In qualche modo le considerazioni di questo articolo costituiscono quasi un parallelo con le tesi sostenute da Thomas Fazi sulla politica economica nel volume “Una civiltà possibile – La lezione dimenticata di Federico Caffè”, edito da Meltemi.
Fazi, dopo aver fatto un ampio escursus nel substrato formativo dell’economista, pure approdato in Banca d’Italia e fermo sostenitore del pensiero keynesiano, conclude mestamente il suo libro, soffermandosi sulle sovrapposizioni sociali incompatibili ormai venutesi a creare tra la Costituzione italiana e i Trattati europei vigenti, cui il nostro paese aderisce.
Le tante incongruenze tra i diversi principi, portano quasi a manifestare una dicotomia difficilmente conciliabile con quei valori chiari ai padri fondatori della Repubblica italiana.
Una sottolineatura in blu evidenzia, anzi e pone come fondamentale spartiacque, il famoso divorzio fra Tesoro e Banca, che fece venir meno lo strumento di politica economica principale, volto a creare elasticità e temporanei tamponamenti nella gestione ai fabbisogni di tesoreria statale e nelle politiche sociali conseguenti.
Il venir meno di quelle preziose autonomie per far fronte alle esigenze finanziarie del paese, in qualche modo corrisponde oggi al venir meno – stante accentramenti di compiti e funzione alla BCE – di una serie di strumenti usati dalla Banca d’Italia; specie nell’assorbimento di realtà bancarie patologiche e nell’inglobamento delle crisi nascenti nell’universo bancario nazionale più in generale. Principale obiettivo della Banca Centrale era sempre stato quello di assicurare stabilità all’intero sistema. (In funzione di ciò sono stati tanti i sarcofagi di cemento che nel tempo, come per Chernobyl, hanno bloccato diverse centrali nucleari andate fuori controllo).
Come per il sistema Europa palesa già da tempo - e con molta evidenza - anche la politica sociale limitata alle Banche nazionali, ha sconvolto la disponibilità di collaudati strumenti, agili e flessibili, utilizzati a risolvere con immediatezza l’insorgere di crisi.
Il tutto, sempre nell’interesse generale volto alla tutela costituzionale del risparmio e orientato alla “sana e prudente gestione” del credito assurta come un faro.
La complessità di tante culture sociali differenti comporta - però e come sempre – dei compromessi che non sempre trovano logiche nella storia degli specifici e radicati pensieri autoctoni locali.
Per non dilungarsi oltre, il “Bail in” bancario e la guerra in Ucraina d’oggi, ad esempio e a prescindere dal pensiero di ciascuno, costituiscono evidenti vincoli insormontabili (in parte dei veri spartiacque) che limitano le diverse autonomie e condizionano, pur non risultando pienamente aderenti alle democrazie di tutti quanti i paesi consorziati.
Ci sarebbe tanto altro da dire su molte altre cose, ma ci si astiene.
Forse sarebbe opportuno solo tornare a ripensare e riflettere su quanto ci accade e da vicino. Anche perché si mantiene confuso l’orizzonte verso cui si sta velocemente andando." (Commento suscitato dall'articolo di Gerardo Coppola, pubblicato su Economia & Finanza Verde https://www.economiaefinanzaverde.it/2023/02/18/dentro-la-storia-della-vigilanza-di-bankitalia-in-compagnia-di-gianni-toniolo/ )

Buona luce a tutti!

© ESSEC

P.S. La foto in copertina l'ho intitolata "Sei fotografi in cerca d'autore". Ispirandomi a Luigi Pirandello che, come spesso capita con intellettuali e sottili pensatori, era troppo avanti rispetto ai tempi in cui ha vissuto.

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Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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