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martedì 6 gennaio 2009

LA BANDA DELLA MAGLIANA, LA P2, I SERVIZI, LA DESTRA EVERSIVA

Il 16.10.1981 cadeva in un agguato il latitante Balducci Domenico, noto boss della c.d. banda della Magliana, quartiere periferico di Roma. Nell'ambito delle indagini per far luce su tale episodio, emergeva che tale organizzazione criminale, di eccezionale pericolosità, aveva in posizione di vertice tale Pippo Calò, latitante da oltre un decennio, processato in questi giorni a Palermo poiché indicato come componente la "cupola" mafiosa. Dagli accertamenti raccolti in più processi, emergeva che la banda della Magliana aveva rapporti di reciproco scambio di favori con estremisti di destra, nonché con personaggi del mondo economico-finanziario quali, fra gli altri, Flavio Carboni e Roberto Calvi e con personaggi appartenenti ad apparati deviati dello Stato tra i quali Francesco Pazienza ed esponenti del vertice dei Servizi Militari deviati. Tra l'altro, emergeva che Pippo Calò aveva alloggiato, contemporaneamente a Francesco Pazienza, in Porto Rotondo, in ville messe a loro disposizione da Luigi Faldella (ord.-sent. 8.11.1985, G.I. Palermo) e che Balducci, benché latitante, volava anche su tragitti intercontinentali, su aerei gestiti dalla Compagnia Aeronautica Italiana (CAI) di proprietà del SISMI (sent. C. Assise Roma del 29.7.1985). Risultava così che la peculiarità di quella struttura criminale risiedeva «nell'essere un punto di emergenza, uno snodo tra l’attività delinquenziale più brutale e la successiva indispensabile sistemazione finanziaria degli enormi introiti dell'organizzazione. Co me pure emergeva la caratteristica di essere un punto di riferimento per le varie associazioni criminose, cui sembra essere in grado di fornire ogni tipo di facilitazione, dalla assistenza alla sistemazione logistica. Insomma, un terribile punto di aggregazione e di sostanziale controllo di tutte le altre forme associate criminali» (requis. 4.6.1985 P.M. Roma in proc. pen. n. 2549/82: il tutto è citato in ord. catt. P.M. Firenze 9.1.1986, proc. pen. c/Calò Giuseppe ed altri imputati della strage del 23.12.1984, verificatasi sul treno Napoli-Milano m territorio di S. Benedetto Val di Sambro). Nel processo relativo alla strage del 2 agosto 1980 (strage alla stazione di Bologna. NDR) ed in maniera più diretta nel processo relativo al delitto di calunnia pluriaggravata a carico di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, attraverso una serie di testimonianze, emergeva un quadro assai preciso del ruolo ricoperto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 da tale organizzazione criminale. Semerari, Gelli, Magliana Lucioli Fulvio, interno alla banda della Magliana tra il 1978 e la fine del 1981, riferisce: «... Il prof. Semerari era lo psichiatra di fiducia della banda. Ha fatto perizie per Selis, D'Ortenzi e probabilmente anche Colafigli. Un giorno venne da noi D'Ortenzi, detto “Zanzarone”, era il 1978, per dirci che Semerari ci proponeva di collocare delle bombe, credo a Roma, e di effettuare alcuni sequestri di persona, dandoci un elenco di nomi. Ci prometteva di far uscire le persone eventualmente arrestate per questi fatti, come del resto era già riuscito a fare con D'Ortenzi e con Selis messi fuori grazie alle perizie psichiatriche di favore. Ci fu un periodo, a Roma, in cui Semerari riceveva tutte le nomine di perizie psichiatriche dai giudici. Comunque anche se era perito di parte, il suo giudizio era talmente autorevole che nessun perito di ufficio lo contestava... Probabilmente Semerari, uomo dell’ultradestra, ci propose attentati con bombe per conto della sua area. Io e Selis rifiutammo la proposta che ci fece D'Ortenzi per conto di Semerari. I nomi delle persone da sequestrare sarebbero stati riferiti a D'Ortenzi da Semerari solo a condizione che avessimo accettato di fare alcuni attentati...». Il teste ricostruisce altresì, senza conosceme il nome, il sequestro di persona subito da Aleandri ad opera di quell'ambiente, specificando i nomi dei sequestratori - fino ad allora non riferiti dall'Aleandri per la pericolosità che tuttora incute quella organizzazione - e le cause del sequestro, su cui si tornerà. Sul sequestro è Aleandri, che ne fu la vittima, a ricostruirlo nei seguenti termini: «Conobbi, per il tramite di Semerari Aldo, che me lo presentò, un personaggio di spicco della malavita romana, certo Giuseppucci Franco, detto Franco "il Negro". Questi mi chiese di custodirgli delle armi in un luogo a mia scelta. Avvenne che componenti del gruppo "Costruiamo l'Azione", ignorando la provenienza di queste armi, le prelevarono a mia insaputa. Quando il Giuseppucci me le chiese, io dovetti sostituirle con altre armi tra le quali, non posso escludere, ci fosse il "Mab"..., che verrà poi ritrovato al ministero della Sanità, dove venivano occultate armi della Magliana, di Egidio Giuliani, dei "neri" Romani». Aleandri conferma poi un'altra circostanza riferita da Lucioli; egli afferma: «Nel 1978 Fabio De Felice e Semerari mi proposero di interessarmi di reperire notizie su persone da sequestrare a scopo di estorsione, poiché loro avrebbero provveduto a passare le notizie ad ambienti della malavita organizzata romana» (al P.M. Bologna, 30.11.1984 e 11.3.1985). Inoltre, «Semerari, oltre alla richiesta di armi ("un fucile a pompa ed una pistola silenziata da parte di ambienti della camorra napoletana facente capo a Pupetta Maresca"), in quella stessa occasione ("tra la fine del 1978 e gli inizi del 1979 in presenza di De Felice Fabio") mi propose di trovare un elemento in grado di gambizzare o ammazzare, non ricordo bene, un rappresentante di auto di Napoli dietro pagamento di un congruo compenso...». Più tardi «... mi sentii dire da De Felice che egli, il Pariboni e il Semerari avevano prelevato dalle mie armi... un fucile a pompa ed una pistola e l'avevano fatti pervenire a Napoli...». Contemporaneamente, Semerari stringeva rapporti con ambienti dei Servizi di sicurezza: «Semerari parlava con una certa facilità dei suoi rapporti con i "Servizi", alludendo a persone che ricoprivano specifici ruoli professionali e che contemporaneamente svolgevano rapporti informativi con i Servizi. Ricordo, a tal proposito, che più volte fece riferimento al col. Michele Santoro, suo amico e frequentatore (v., in proposito, deposizione Santoro al P.M. Bologna, 8.2.1985) della sua abitazione, come di persona in collegamento con i Servizi segreti; più volte mi parlò anche del suo collega Ferracuti come di persona collegata alla C.I.A.» (il che confermerà egli stesso al P.M. Bologna, il 21.11.1985). Sul punto, vi saranno le dichiarazioni di Era Renato (6.3 e 12.3.1985), che aveva un rapporto informativo con il Semerari, dopo la sua cattura ed il suo rilascio ad opera della magistratura bolognese, per conto del col. Cogliandro del SISMI, che confermerà pienamente la circostanza. Inoltre, Semerari, come si rileva dalla sua agenda e dalle dichiarazioni del teste Falchi Romano, aveva rapporti con vertici delle gerarchie militari e di Pubblica Sicurezza dello Stato, dirigeva scuole di specializzazione per ufficiali dell'Arma e funzionari di Polizia. Contemporaneamente, utilizzava quei delicati incarichi per scopi eversivi, come in occasione del tentativo di consegnare, nel 1977, in Rebibbia, al detenuto Pier Luigi Concutelli, una pistola per favorirne l'evasione, il che non gli riesce solo perché il Concutelli era stato trasferito poiché scoperto in un precedente tentativo di fuga (l'episodio, riferito da più testimoni, trova conferma anche in una missiva sequestrata al Semerari e speditagli dal Concutelli). Allo stesso modo, Semerari era massone, piduista, ed aveva contatti diretti con Licio Gelli. Tali affermazioni risiedono nei seguenti elementi di prova: 1) II neuropsichiatra Ferdinando Accornero, massone dal 1945, che lo ebbe come assistente, afferma che «Semerari era iscritto alla massoneria e in seguito ho sentito negli ambienti massonici che era passato alla P2 tramite i suoi rapporti con Gamberini», intimo di Gelli e costantemente presente nelle affiliazioni alla P2 (al PM Bologna, 11.2.1985). 2) L'ing. Francesco Siniscalchi, come il primo "massone democratico" e principale fonte interna d'informazione delle deviazioni piduiste, riferisce che «Semerari venne "iniziato" alla massoneria nella "Loggia Pitagora" di Roma che faceva capo a Palazzo Giustiniani. Nel corso degli anni '60, il suo fascicolo personale venne avocato dalla Corte centrale del Grande Oriente a seguito di una procedura di carattere disciplinare; da allora si sono perse le tracce di quel fascicolo. Intorno al 1969 venimmo a sapere che il prof. Semerari era stato messo in contatto con Licio Gelli tramite il Gran Maestro Gamberini. Preciso che all'epoca non si parlava ancora di Loggia P2, né di Licio Gelli, ma di un "raggruppamento" che si riuniva nello studio dell'avv. Roberto Ascarelli in Piazza di Spagna n. 9. Quando esplode lo scandalo P2 con il sequestro delle schede, Semerari si mostrò intimorito e si mise in contatto con l'avv. Cuttica, già di Piazza del Gesù e poi passato all'orecchio" del Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, all'epoca gen. Battelli... che aveva origini di destra e non ha mai smentito di aver fatto parte delle brigate repubblichine...» (al P.M. Bologna, 23.3.1985). Peraltro «è noto come Semerari sia stato il perito del noto malavitoso Berenguer della anonima sequestri, difeso dall'avv. Gianantonio Minghelli, segretario della P2, proveniente dalla Loggia "Lira e Spada" ed appartenente al gruppo degli avvocati denominato "soccorso nero". L'avv. Minghelli fu anche difensore di Adriano Tilgher, che a me risulta essere il fratello del Tilgher indicato nelle liste massoniche piduiste. È altresì noto come l'avv. Minghelli, imputato per il riciclaggio del danaro dei sequestri di persona tra cui quello del figlio di Ortolani, venne poi prosciolto con formula dubitativa senza che il P.M. interponesse appello. Altrettanto notori sono poi i rapporti tra l'anonima sequestri marsigliese e Pier Luigi Concutelli. All'atto del suo arresto, Bergamelli, che faceva parte della stessa organizzazione di sequestratori, fece riferimento ad una "grande famiglia" che lo avrebbe protetto e fu indicato, in diversi articoli di stampa, come frequentatore di una loggia massonica di Ventimiglia» (Siniscalchi, loc. cit). Semerari, come si è detto, era massone. Anche tale risultanza è assolutamente certa poiché proviene da una discussione interna all'esecutivo di Palazzo Giustiniani, del 6 settembre '80, all'indomani dell’arresto dello psichiatra, che, come si legge nel verbale, viene definito «fratello», «incriminato per la strage di Bologna», sostenendosi che «in realtà egli è un ideologo le cui idee strampalate sono state messe in pratica da un gruppo di pazzi, poiché il modo con cui è stata attuata la strage dimostra che essa è stata opera di pazzi patologici...» e che dunque non è possibile coinvolgere la intera massoneria nelle attività terroristiche, che vengono date per scontate, del Semerari (v. verbale giunta esecutiva 6.9.1980, all. al rapporto Digos Bologna 3.6.1985). Costui era inoltre piduista ed in stretto contatto, da anni, con Licio Gelli. In proposito vanno richiamate le precise affermazioni testimoniali dei due "massoni democratici" Accornero e Siniscalchi di cui sopra. Va poi rilevato come, accertatasi la appartenenza a Palazzo Giustiniani del Semerari e non essendo figurato il suo nominativo nei piè di lista sequestrati al Grande Oriente, ne consegue necessariamente, come afferma la Commissione d'inchiesta in presenza di tali casi, che il fascicolo personale sia stato richiamato direttamente dal Maestro Venerabile della P2. Ma vi è di più: vi è cioè la prova dei rapporti diretti tra Semerari e Gelli: si fa riferimento, innanzitutto, alla testimonianza di Geirola Giacomo, frequentatore, amico e cointeressato in commerci vari con Raffaello Gelli, figlio del Maestro Venerabile, sin dal «settembre-ottobre 1978» (al P.M. Firenze, 19.6.1981), tanto che è al corrente di una serie di episodi, che diversamente non avrebbe potuto conoscere (tra l'altro, fa riferimento, analogamente alla Lazzerini (al P.M. Bologna, 2.4.1985, pag. 11), all'irriducibile odio di Gelli verso l'avv. Ambrosoli, riferendo al teste la frase «questo è uno che parla troppo, vedrai che la smette!» (al P.M. Firenze, 19.6.1981). Un giorno, «parlando con il Raffaello, gli riferii che sotto le armi, a causa di un incidente, avevo subito un danno neurologico al capo e gli chiesi se era possibile, anche tramite sue conoscenze, avviare una pratica per il riconoscimento della invalidità. Il Gelli mi disse che conosceva, il padre, il prof. Semerari di Roma, professionista esperto in questo ramo...» (al P.M. Firenze, 20.6.1981); con maggiore precisione, al G.I. Bologna, il teste riferisce che «tra la fine dell'aprile e l'inizio del maggio 1980, quando era in corso una istruttoria a mio carico... Raffaello Gelli... ebbe a dirmi di non preoccupami (del processo) in quanto lui e suo padre disponevano di un amico che era psichiatra a Roma ed era molto introdotto nell'ambiente giudiziario... Mi disse che potevo ricorrere al Semerari perché era una persona fidata alla quale essi si rivolgevano quando ne avevano bisogno perché era disponibile; scherzosamente, e alludendo alle remote simpatie del Semerari per la sinistra, ed al fatto che anch'io mi professavo di sinistra, aggiunse: "era uno dei suoi, però si è rinsavito"...» (26.6. e 6.7.1981). Infine vi è la prova documentale di tali rapporti: sulla sua agenda, alla data del 12.6.1980, venne trovato un appunto che indicava un incontro, alle ore 16.00, tra Semerari e Gelli: il docente ha più volte tentato di nascondere il valore di quell'appunto, affermando che esso si riferiva ad un suo collega, tal prof. Gilli. Ora, a parte che la grafia, inequivocabilmente, indica nel Gelli la persona interessata a quell'incontro, va detto che, sentito il Gilli, questi ha obiettato un’impossibilità materiale e professionale ad un incontro del genere. Dice, categoricamente, in proposito il prof. Gilli, che non ha alcur interesse a mentire, che dal 1956, epoca di uno scontro verbale sui sistemi scientifici con il collega, «non ho mai avuto occasione d’intrattenermi con lui, data anche la sincera antipatia che provavo io nei suoi confronti e lui nei miei... escludo nel modo più assoluto di avere mai avuto colloqui telefonici con il predetto. Consultando la mia agenda, rilevo che il 12.6.1980 (v. rel. servizio) era un venerdì e che il giorno 8 precedente era iniziata la sessione di esami di medicina legale presso l'Università di Torino ove allora insegnavo... Escludo, quindi, di avere incontrato o parlato con il Semerari in qualunque modo il giorno 12 giugno 1980. Prendo atto che, sulla base di una annotazione rinvenuta nella agenda di Semerari, nella quale figura la scritta "Gelli ore 16", lo stesso Semerari avrebbe dichiarato che l'annotazione si riferisce a me, ma evidentemente egli ha mentito su tale punto. Non ho mai dato il mio numero di telefono a Semerari» (al G.I., 28.5.1985). Semerari inoltre, rappresentò, grazie alle sue perizie di comodo ed alla impunità che ne derivava a taluni componenti di tali orga nizzazioni, il filo conduttore, uno degli elementi di continuità tra la banda della Magliana e la banda dei "Francesi". Esatta appare, dunque, la affermazione del suo collega dr. Falchi Romano, direttore sanitario dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, che ebbe a conoscerlo bene per ragioni professionali: «Semerari era al centro di molteplici rapporti: dalla malavita era considerato l'apice, ed egli, che ha periziato i più pericolosi elementi della malavita organizzata, era certamente in grado di chiedere contropartite per la sua opera di perito che, a volte, svolgeva anche gratuitamente, come mi risulta personalmente. In tal modo egli era in grado di ottenere da questo ambiente affiliazioni e disponibilità per i suoi scopi personali e politici. Egli, inoltre, aveva rapporti stretti, oltre che con boss malavitosi, anche con i più accesi fascisti e, poiché era portatore di ideologie antisemitiche e anticomuniste, ho avuto più volte la convinzione che egli tendesse ad amalgamare il mondo della eversione di destra con quello della malavita organizzata, dentro e fuori dal carcere. Questo progetto di riorganizzazione eversiva grazie al Semerari otteneva appoggi dappertutto... Mi diceva, anche, che quando invitava personaggi di spicco, tra cui vertici giudiziari, alle battute di caccia nella sua tenuta, partecipavano anche a tali battute malavitosi del calibro di D'Ortenzi ed altri. In verità tale affermazione mi fu fatta non dal Semerari, ma dal D'Ortenzi. Il D'Ortenzi, al pari di altri boss malavitosi romani come Selis, Provenzali, Amici, Sgobba, Proietti e Colafìgli (di questi ultimi due non ho notizie dirette) furono prosciolti tramite l'azione di Semerari; così anche Scala Francesco, fra gli autori del sequestro Fabbrocini, venne prosciolto per vizio di mente, nonostante la mia perizia d'ufficio affermasse che lo Scala era sano di mente» (al P.M. Bologna, il 6.12.1984). Come si vede, vi è un incrocio preciso tra le dichiarazioni provenienti da ambienti così diversi, nel dar credito e certezza alla funzione del Semerari, così come delineata dal dr. Falchi. Ne consegue che risulta provato che Semerari, al centro di un progetto eversivo ben preciso che in qualche modo cementava in un unico potenziale antistatuale il neofascismo di "Costruiamo l'Azione", del "M.R.P.", di "Ordine Nuovo", con le organizzazioni malavitose non soltanto romane, di estrema pericolosità sociale, che era al centro di progetti di attentati dinamitardi, di sequestri di persona, traffici di armi, in grado di assicurare la impunità a trafficanti di stupefacenti, sequestratori di persona, terroristi, grazie alle sue influenze sui vertici della magistratura romana, aveva altresì da tempo rapporti massonici e personali con il capo della Loggia P2 Licio Gelli, peraltro persona influente in tali organizzazioni criminali. Si pensi che Aleandri già faceva la spola tra ordinovisti e Loggia P2, e che Gelli, comparso nell'anticamera di Occorsio alla vigilia del suo assassinio, per la inchiesta sulla banda dei Marsigliesi (l’episodio lo ricorda Cioppa ed è ripreso dalla Conmissione d’inchiesta, ma vedi anche Battistini al G.I. 9.4.1986 Lazzerini, Siniscalchi, Accomero etc.), aveva collegamenti con Abbruciati e Diotallevi, feroci capi della Magliana che «lavoravano per conto della P2» (si pensi al ferimento di Rosone, nel corso del quale perse la vita Abbruciati, all'omicidio Pecorelli e all'omicidio dell’on. Mattarella, di cui si iniziano a scorgere taluni squarci e venrità su cui v. infra) ed erano cointeressati in giri finanziari molto elevati, specializzati nel riciclaggio del danaro proveniente da gravissimi delitti sopra indicati. [...]


Fonte: dalla requisitoria dei pubblici ministeri Libero Mancuso e Attilio Dardani, 15.3.1986 (Istruttoria dell'autorità giudiziaria di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980)


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