Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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sabato 31 ottobre 2009

...l'odio è un legame tra un individuo ed un altro. E’ quindi simile all'amore e, in quanto tale, altrettanto intenso...

L'odio

(Liceo Scientifico Isacco Newton di Roma)

ANDREOLI: Oggi parleremo dell'odio, un sentimento che sia nell'individuo,sia nelle società modifica il comportamento e porta ad azioni estreme. Guardiamo la scheda.
PRIMO LEVI: Non sono facile all'odio: lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo e preferisco che le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione. Per questo motivo non ho mai coltivato l'odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, per quanto posso vedere, l'odio è un sentimento personale: è rivolto contro una persona, un nome o un viso. I nostri persecutori nazisti non avevano viso, né nome: erano lontani, invisibili, inaccessibili; prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Dopo la guerra, inoltre, il nazismo e il fascismo sembravano giustamente e meritatamente tornati nel nulla, svaniti come un sogno mostruoso, così come spariscono i fantasmi al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore o volere vendetta contro una schiera di fantasmi? Non molti anni dopo, l'Europa e l'Italia si sono accorte che questa era un'ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall'essere morto, era soltanto nascosto, stava facendo la sua muta per ricomparire in una veste nuova, un po' meno riconoscibile e un po' più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, che esso stesso aveva provocata. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze e connivenze, provo la tentazione dell'odio con una certa violenza. Ma io non sono un fascista: io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all'odio antepongo la giustizia.
STUDENTE: Buongiorno. Tutti abbiamo visto, direttamente o indirettamente, come l’odio possa intrecciarsi con rapporti personali ed essere quindi, in qualche modo, legato all'amore. Lei non pensa che, in questi casi, l'odio possa rappresentare l'incapacità di accettare un'altra persona?
ANDREOLI: Innanzi tutto l'odio è un legame tra un individuo ed un altro. E’ quindi simile all'amore e, in quanto tale, altrettanto intenso. Se nell'amore una persona sente di aver bisogno dell’altra fino a pensare di non esistere senza di essa, quest’ultima diventa quasi un'ombra che lo segue. Così accade nell'odio: la persona odiata occupa lo spazio mentale, colui che odia non sa più considerare tutto ciò che rimane e si fissa sul suo oggetto di odio. Amore e odio sono quindi dei legami tra due persone che spesso risultano interscambiabili: sovente si finisce per odiare intensamente una persona che in passato abbiamo molto amato. Ma può succedere anche l'opposto: si può amare una persona che prima si odiava. Sicuramente avrete sentito parlare della sindrome di Stoccolma: a volte un individuo che viene sequestrato da un gruppo di rapitori può innamorarsi o del gruppo o di qualcuno del gruppo e, in tal modo, finire per amare il nemico. L’odio è in primo luogo un legame fortissimo paragonabile all'amore. E’ chiaro che gli effetti dell'odio sono ben diversi da quelli dell'amore, esiste tuttavia una figura intermedia tra i due: il geloso. La gelosia è data dall’odio verso qualcuno che si pensa possa espropriarci del nostro oggetto d'amore: anche l'odio, quindi, può avere a che fare con la difesa dell'amore. Esso ha certamente degli effetti sconvolgenti sul singolo o sulle società – ad esempio su di un popolo o su una razza - però mantiene un volto umano: è un qualcosa con cui tutti abbiamo a che fare e dobbiamo quindi imparare a conoscerlo bene per poterlo dominare. Non bisogna mai operare una distinzione tra un "cattivo" – ossia chi odia - ed un "buono" - chi ama - perché la storia dell'umanità è formata da individui che prima amano e poi odiano e viceversa.
STUDENTESSA: Innanzitutto volevo dire che, secondo me, a volte l'odio è determinato da un amore troppo esclusivo e possessivo: come esempio si potrebbe citare la rivalità fra Caino e Abele, oppure l'odio-amore di Catullo per Lesbia. Le vorrei chiedere: in che misura, secondo Lei, le relazioni che intrecciamo durante la nostra infanzia con la gente che ci circonda - principalmente con i nostri genitori - determineranno il modo di relazionarci con gli altri?
ANDREOLI: I sentimenti sono qualcosa di molto deciso. Se andiamo ad analizzare le persone che dicono: "Quella persona mi ha fatto del male, ma io cerco di capirla e di perdonarla" osserviamo che, nonostante esse abbiano la volontà di perdonare, dal punto di vista psicologico possiedono una carica negativa - di odio, appunto - nei confronti di chi ha procurato loro del dolore: si tratta di un sentimento molto deciso, che però viene attutito dalla ragione. Nella scheda Primo Levi diceva: "La ragione deve controllare l'odio". Io penso che la razionalità sia sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazione dell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi. Quando affermiamo: "Io amo molto quella persona, ma se quella persona volesse anche amare un altro sarebbero problemi suoi" non stiamo dicendo la verità: se veramente siamo innamorati di qualcuno, tenderemo a considerarlo un oggetto essenziale per la nostra vita e difficilmente potremo condividerlo con altri. Allo stesso modo è difficile affermare: "Mi è odioso e mi ha fatto del male, però gli voglio anche un po' di bene". Ciò che chiamiamo "razionalizzazione" è solo una maniera per mascherare e per farci accettare di più un sentimento molto duro. Come nasce l'odio? Tu hai fatto riferimento alla vita infantile, ed in effetti il periodo che va dai zero ai tre anni si rivela straordinariamente importante per lo sviluppo del soggetto e per il comportamento che avrà negli anni successivi. In questo periodo, infatti, si sviluppa un importantissimo processo di individuazione e separazione: a tre anni deve essersi completata quell’evoluzione grazie alla quale il bambino finisce per sentirsi un individuo, ovvero un qualcosa di distinto dagli altri e sicuro di sé. Tanto più un individuo sarà sicuro di sé, tanto meno tenderà ad aver paura e a pensare che gli altri gli possano far del male.
STUDENTE: Buongiorno professore. Primo Levi ha avuto un’esperienza altamente drammatica durante la prigionia nei campi di concentramento e ha sempre dovuto vivere con il ricordo di questa prova. Sappiamo, però, che si è suicidato proprio perché non ha potuto reggere il ricordo di un'esperienza così traumatica. Secondo Lei si è ucciso perché la ragione non è comunque riuscita a lasciar vivere l'uomo, oppure per paura di un ritorno del fascismo e del nazismo, magari sotto una forma diversa e più pericolosa?
ANDREOLI: Non è facile trovare le motivazioni per un suicidio, credo però che l'esperienza vissuta da un uomo della sensibilità di Levi – un’esperienza condivisa da milioni di persone - abbia a che fare con la fine in maniera drammatica perché in essa l’odio si è fuso con la morte: ha dapprima segregato e poi distrutto. Ritengo che anche un razionalista come Levi, un uomo che continuava a dire: "La ragione riuscirà a dominare l'odio" abbia sentito questo limite: sicuramente egli non ha più avuto la sfortuna di rivedere i campi di concentramento, ma quanto odio ha potuto osservare nella nostra società, sebbene non così estremo? Guardiamola anche noi. In questa società l'odio, anche se mascherato, è molto forte: detestiamo la persona che ci vive vicino, detestiamo chi ci è antipatico o ciò che non conosciamo, non sopportiamo una pelle di colore diverso... In fondo credo che, dopo averne parlato per tanti anni, Levi si sia ritrovato di fronte ad una società non più così estrema, ma neanche così mutata. Certo, non ci sono più i forni crematori – ovvero l’eliminazione fisica – ma rimane la violenza psicologica, che uccide la nostra personalità anche se il nostro corpo resta vegeto. In questo momento storico ritengo che la solitudine sia proprio il racconto di soggetti ben vestiti e con un corpo funzionante, ma psicologicamente morti: la loro personalità non trova contatti, non dialoga. Credo che la morte di Primo Levi ci lasci il senso del dolore e la consapevolezza dell’esistenza di una società intrisa di odio; in questa società Levi ha passato molti anni della sua vita e ha potuto constatare che il dolore e l'odio, nonostante la shoah e i campi di concentramento, non erano scomparsi.
STUDENTE: Tutti parlano dell'odio come di un sentimento che distrugge qualsiasi tipo di rapporto. Ma l'odio nei confronti delle ingiustizie non potrebbe dare un contributo al miglioramento della società?
ANDREOLI: Esiste un imperativo che non è mai stato ampliamente applicato: la capacità di amare il proprio nemico. Credo che il messaggio più strabiliante - incluso nel discorso cristiano - non consista tanto ne "l’amare il prossimo tuo come se stesso" – quanto nel dire: "Ama il tuo nemico". Sarebbe una spinta verso l’amore invece che verso l’odio: "Se hai intravisto il tuo nemico da odiare, comincia ad amarlo". Se riuscissimo a perdonare e ad amare chi ci ha fatto del male, vivremmo in una società migliore: sarebbe forse l'espressione più ampia possibile dell'amore e andrebbe addirittura oltre la giustizia, perché per quest’ultima il colpevole va condannato.
STUDENTE: Non crede che bisognerebbe operare delle differenze tra le varie forme ed intensità con cui l'odio si manifesta? Quest’ultimo potrebbe essere uno stato d'animo passeggero oppure un’ossessione da cui non ci possiamo liberare…
ANDREOLI: Hai perfettamente ragione. Penso comunque che bisognerebbe sottolineare che, quando si odia, non è possibile dire: "Odio al 50% o al 20%": se si odia, si odia. Ovviamente si cercherà di attutire questo sentimento per renderlo più accettabile a noi stessi, anche se c’è un tipo di odio che potremmo definire "esistenziale" – ovvero che tutti possiamo provare in qualche momento della nostra vita - che consiste nella reazione immediata verso chi ci ha fatto del male. L’odio non più esistenziale è quello che sfocia nella patologia e che si trasforma in un'idea ossessiva: non si abbandona mai il tentativo di eliminare l’oggetto che si odia, quasi fosse una liberazione. In questo caso il sentimento negativo diventa sistematico e muta in delirio. Facciamo un esempio: il delirio di persecuzione è quella condizione mentale a causa della quale una persona crede che tutti vivano per fargli del male; si può arrivare persino a rifiutare un bicchiere d’acqua offerto dalla propria madre pensando che quest’ultima ci voglia avvelenare. Il delirio ci fa vedere tutto il mondo contro di noi e per questo non solo dobbiamo odiare il mondo, ma dobbiamo anche difendercene, perché altrimenti ci potrebbe eliminare. Non giudicate male nessuno di coloro che, dopo aver subito una forte ingiustizia, tiene un atteggiamento di odio verso chi gli ha provocato quella situazione. Il problema è che riesca ben presto a razionalizzare e a modificare questo forte sentimento per dargli una soluzione diversa da quella che porta ad uccidere.
STUDENTE: Abbiamo parlato di odio anche in termini di violenza nei confronti di qualche altro individuo, ma qual è la causa che spinge una persona ad odiare se stesso?
ANDREOLI: Se analizziamo ciascuno di noi, troviamo al nostro interno due dimensioni che la vecchia impostazione freudiana – "vecchia" non solo perché le opere di Freud hanno ormai cento anni, ma anche perché certe sue teorie sono state superate - distingueva in "io attuale" e "io ideale". In altre parole Freud affermava: "C'è un "Marco" di oggi e un "Marco" ideale". Ciò vuol dire che una persona potrebbe avere una percezione del proprio io che non corrisponde ai suoi desideri: "Non mi piaccio, mi sento timido, se mi confronto con un altro mi pare di non avere le sue stesse caratteristiche". Naturalmente l'io ideale non è utopico, non desidera essere un cavallo. L'io ideale è "l'io possibile", consiste nella possibilità di immaginarsi nel futuro diversi da come si è oggi. Da ciò può nascere un conflitto tra l'io attuale - la condizione in cui si è adesso - e l’io ideale. Se una persona trova che il suo io attuale sia così lontano da pensarlo irraggiungibile, può persino arrivare ad odiare se stessa e a scaricare contro di sé una forza distruttrice. Possiamo dire che ci si può odiare proprio perché non ci si piace oggi e si pensa che non sia possibile cambiare. Recentemente è stata portata avanti un'indagine in cui abbiamo cercato di scoprire quale fosse la paura più frequente nei ragazzi della vostra età. La ricerca è stata fatta nelle scuole della mia città, Udine, ed è risultato che la paura più forte della vostra età è quella di non piacersi e di non piacere. C’è timore di non essere accettati dal gruppo dei pari, ad esempio, e di esserne esclusi. Ciò costituisce un "piccolo odio" verso il proprio io attuale che può portare anche a condannarsi.
STUDENTESSA: Buongiorno. Tutti sappiamo che l'odio può nascere dai pregiudizi: mi chiedo se sia però possibile che quest'odio, dovendo la gente di continuo interagire con persone diverse da essa, possa affievolirsi o anche scomparire.
ANDREOLI: Io sono del parere che l'odio sia essenzialmente un sentimento attraverso il quale il soggetto si accorge di avvertire una repulsione per l'uno o per l'altro individuo. Sono convinto che quest'odio possa sempre essere mitigato attraverso la conoscenza e la ragione, o anche attraverso la mera considerazione delle pene che verranno inflitte a chi non rispetta le persone - anche quelle che risultano odiose. Oltre a questo sussiste un elemento di immediatezza come per la simpatia o l'antipatia. Pensiamo agli insegnanti – o anche a voi alunni – che, arrivati in classe, si dicono: "Quello mi è simpatico". In qualche modo essi avvertono che nei confronti dello studente al primo banco – ad esempio - nutrono una sorta di fiducia, mentre verso lo studente dell'ultimo sentono un po’ di sfiducia. Certo l’insegnante in questione dovrà cercare di mitigare le sue sensazioni per far sì che la simpatia non lo porti a commettere qualche ingiustizia, ma questo sentimento rimarrà. La stessa cosa può succedere allo studente nei confronti dell’insegnante. Oggi a questi fatti diamo delle spiegazioni. Gli esseri umani hanno una memoria visiva dei volti, benché parte della stessa memoria sia di tipo genetico come per tanti altri animali: se un’antilope non avesse nella memoria l'immagine del muso di un leone, non potrebbe imparare per esperienza che il leone è cattivo, perché verrebbe soppressa prima. Geneticamente abbiamo acquisito una serie di immagini di fronte alle quali, per difenderci, reagiamo con la fuga. Nell'uomo questa memoria viene arricchita attraverso l'esperienza: nei primi anni di vita, per esempio, si percepisce la figura della madre, ed il suo volto viene legato ad esperienze positive, mentre altri volti potrebbero essere connessi a sensazioni negative. Quando cerchiamo di capire perché quell'insegnante abbia in simpatia un certo ragazzo o viceversa, spesso scopriamo il sentimento positivo è dato dalla somiglianza dell’individuo in questione con il volto di una persona cara: anche la simpatia e l'antipatia vengono in qualche modo collegate ad esperienze di sicurezza o di paura. Possiamo quindi dire che alla base dell'odio c’è anche la paura di essere trattati male, o addirittura di essere uccisi.
STUDENTE: Volevo chiederLe: è possibile e, soprattutto, è giusto non odiare? Il non odiare non potrebbe essere una mancanza nei nostri confronti? Non ci potrebbe rendere indifesi verso agli altri?
ANDREOLI: Se tu mi chiedessi se è possibile non odiare, ti risponderei di no, perché il sentimento dell’odio non dipende da noi. Una volta che si prova l'odio lo si può dominare e razionalizzare, si può anche pensare che non sia giusto odiare. Il problema è di riuscire a far sì che l'odio – ovvero un sentimento - non si trasformi in azione, perché potrebbe sfociare nell’omicidio, nell’eliminazione. E’ una sensazione che tutti siamo destinati a provare: la diversità sta nell’intensità con cui la si percepisce e nella sua trasformazione dal sentire all’agire. Sicuramente l’odio ha anche un carattere difensivo: se l’antilope non provasse una sensazione di "odio" nei confronti del leone, ne diventerebbe la preda. Ma la nostra grandezza sta proprio nello scegliere di non provare odio; non si può dire: " C'è una generazione di uomini che ha odiato e c’è una generazione di uomini che non ha odiato", si può semmai affermare che c'è stata una generazione di uomini che ha odiato e che ha creato i campi di concentramento e c’è stata - e c’è tuttora - una generazione di uomini che ha odiato, sì, ma non solo non ha creato i campi di concentramento: ha anche cercato di stabilire amicizia, solidarietà e cooperazione. Noi siamo in grado di trasformare l’odio e di non applicarlo alla brutalità.
STUDENTESSA: Ma allora Lei cosa intende per odio? Ha affermato che tutti amiamo e odiamo, però io non credo di odiare niente e nessuno…
ANDREOLI: Innanzi tutto sono molto felice che tu non odi, ma cosa intendo dire quando affermo che tutti odiamo? Voglio dire che in qualche momento della nostra esistenza possiamo essere vittime di una tale situazione di ingiustizia o di frustrazione da provare ciò che viene chiamato "odio esistenziale". Pure se non ti conosco, penso che anche tu di fronte a certe condizioni - che non ti auguro di vivere – potresti provare dell’odio. Pensiamo ad una madre a cui abbiano violentato il figlio di tre anni: credo sia del tutto umano, da parte sua, avvertire un sentimento di odio, che, ripeto, non coincide con l’omicidio, bensì con un sentimento di forte antagonismo che possiamo anche controllare.
STUDENTE: Lei ha detto che l'odio e l'amore sono due sentimenti estremi, ma se risulta in parte possibile controllare l’odio e se non sempre esso si manifesta al massimo della sua forza, allora non si può classificarlo come un sentimento estremo, assoluto. Io penso che, come diceva prima la mia compagna, si può amare senza ricercare un amore ossessivo. L'amore può anche non essere maniacale, così come l’odio può non portare all’omicidio.
ANDREOLI: E' vero: c'è chi perdona immediatamente, chi ama coloro che gli hanno fatto del male. Le risposte possono essere molto differenti da individuo a individuo, ma io non sono così convinto che ci possano essere diversi "gradi dell’amore". Sicuramente ci può essere "affetto", "amicizia" o quant’altro, ma l'amore è quel legame che ti appare essenziale, senza il quale si ha la sensazione di non essere più in grado di vivere. L'amore ha a che fare con la morte: una delle interpretazioni del significato della parola "amore" – benché sia una versione discussa - è che quest’ultima derivi dall’alfa privativo di "morte": a-morte, l'amore come difesa, come privazione della morte. Ammettendo che questa sia una delle interpretazioni etimologiche della parola, mi sembra che esprima bene che quest’ultimo è un legame essenziale: se non si avverte questa "essenzialità", penso si stia provando un altro sentimento. Ed è per questo che prima ho detto: "Sul piano del sentimento siamo molto decisi: all'origine o sentiamo, o non sentiamo. Non c'è mediazione." La mediazione avviene dopo, quando agiamo su questo sentire: ci può persino essere una persona molto innamorata che non si dichiara e fa finta di non esserlo.
STUDENTE: Ma io non mi riferivo ad un amore scolastico, ad un amore estivo o cose del genere. Penso che anche un amore essenziale vada oltre la necessità del possesso e contro il bisogno di possedere la persona che si ama, perché in esso si antepone la libertà dell’oggetto d’amore. Lei ha fatto una distinzione tra amore e amicizia: ritengo però che il mio discorso sia valido anche per l’amicizia.
ANDREOLI: Ti auguro di prenderti una cotta folle, domani mattina, e poi ne riparliamo. Tramite essa vedresti che ciò che distingue l’amicizia dall’amore è proprio l’esclusività. Tu introduci nel discorso molti elementi di razionalità: la libertà, la giustizia e così via. Ritengo che tutto ciò sia giusto e ti prego di continuare a fare così. Ma io parlo di sentimenti: il sentire che una persona ti è indispensabile non ti lascia tanto spazio per altre considerazioni. L'amicizia è solidarietà, è un rapporto fondamentale che al giorno d’oggi sta tornando ad essere molto importante, ma manca dell’essenzialità, tant'è vero che si può avere un amico contemporaneamente ad un grande amore: sono due cose diverse. Le sfumature a cui ti riferivi appartengono più alla sfera della razionalità che a quella del sentimento, di un qualcosa che viene prima della razionalità.
STUDENTE. Io Le auguro, invece, che domani riesca trovare un amico, perché non penso che Lei conosca l'amicizia.
ANDREOLI: Spero, però, che non mi auguri di innamorarmi di un amico ....perché altrimenti non sarebbe un sentimento chiaro. Comunque io accetto la tua sfida: domani mattina spero di trovare un amico.
STUDENTESSA: Le volevo chiedere: quali sono i motivi, oltre all'invidia o all'ignoranza, che possono far nascere l'odio?
ANDREOLI: Bisogna operare una distinzione tra l’odio individuale – quello provato da una persona che detesta un'altra persona - e l'odio sociale – presente tra i gruppi di una società. Per quanto riguarda il primo tipo, ci sono molte ragioni che possono far insorgere questo sentimento e sono legate, essenzialmente, alla propria esperienza e ai propri pregiudizi: la radice dell'odio individuale va ricercata nella storia delle singole persone. Quando, invece, andiamo ad analizzare gli odi sociali, razziali o, genericamente, tra i gruppi, abbiamo bisogno di confrontarci con la storia, ossia con una cultura che è stata imposta storicamente e che ha lasciato delle grosse ferite portatrici di odio. Credo abbiano ragione quanti dicono che la lotta tra due popolazioni o tra due classi di una stessa popolazione, non potrà mai risolversi con la guerra, perché quest’ultima creerebbe ulteriori ferite e porterebbe altro odio. L'odio tra nazioni – che le generazioni non più giovani hanno sentito e che spero voi sentiate molto di meno - ha una motivazione storica: chi ha vissuto l'esperienza della guerra – ho passato la mia infanzia durante la guerra - non c'è dubbio che si porti dietro dei ricordi che fomentano i pregiudizi. Per questo si parla di "cultura" del nemico: se in una società domina l'idea che chiunque non faccia parte del nostro clan è un potenziale nemico, ciò porterà ad un atteggiamento non solo di sfiducia, ma addirittura di odio. L'odio sociale si vince cambiando la cultura di una società.
STUDENTE: Dalla scheda filmata abbiamo notato che, secondo Levi, la ragione può prevalere rispetto all'odio. Secondo altri, invece, l'odio offusca la ragione. Se parliamo di odio, quindi, parliamo di uomo, mentre se parliamo di animali ci riferiamo all'istinto di sopravvivenza e alla spinta a prevalere rispetto agli altri animali. Ma a me non sembra così: penso che l'odio umano sia comunque e sempre la volontà di prevaricare gli altri.
ANDREOLI: Tentiamo di fare una distinzione schematica tra ciò che avviene nelle specie non umane e ciò che avviene nell'uomo. Nel primo caso si tende a parlare di "aggressività" di una specie nei confronti dell'altra specie – negli animali non umani è raro trovare aggressività all'interno della propria specie. Parlando dell’uomo, invece, ci riferiamo alla "violenza", intendendo dire che l’uomo ha la possibilità di andare contro elementi della propria specie: la sua violenza è intra-specifica. Non c'è dubbio che l'uomo sia l'animale che ha maggiormente sviluppato l'odio nei confronti dei propri simili. Ma hai ragione tu, perché lo scopo è sempre lo stesso: l’eliminazione del soggetto che si odia. Pensiamo alle guerre che ci sono in questo momento, ad esempio ai Balcani: nei Balcani è possibile trovare della gente che odia il proprio fratello perché quest’ultimo è di una diversa confessione religiosa. La capacità di odiare il proprio simile è uno degli elementi che deve essere controllato, e Levi è nel giusto quando dice che la ragione può aiutarci a controllarlo, ma solo a controllarlo. Uno psichiatra, ovvero una persona che si occupa di sentimenti - direbbe: "Non pensiate di poter eliminare questo sentimento, perché esso fa parte della nostra espressività. " Credo che la grande delusione di Primo Levi sia stata proprio nell'aver constatato che la ragione ha fallito questo scopo.
STUDENTESSA: Vorrei sapere che relazione c'è tra un odio di tipo "istituzionale" e l'odio privato delle singole persone, e se il primo possa in qualche modo sfruttare il secondo.
ANDREOLI: L'odio dell'individuo e l'odio della società. Hai ragione: il singolo risente della cultura del gruppo. Pensa ad uno stadio di domenica ed agli ultrà che lo popolano. Se ci mettessimo a parlare col singolo individuo che fa parte della Curva Sud - non so se dappertutto ci sia una Curva Sud, nella mia città è così –, egli affermerebbe di non odiare nessuno, ma se lo stesso individuo si ritrovasse nel bel mezzo di un forte scontro che coinvolge il suo gruppo, per lui tutto diventerebbe accettabile o giustificabile. Il singolo, all'interno di un gruppo è in possesso di un odio che risente di quello degli altri, come se questo sentimento fosse endemico. Ecco perché è necessario che ciascuno di voi stia molto attento a far sì che il proprio modo di sentire non venga scambiato con quello che è il modo di sentire del gruppo.
STUDENTESSA: Quindi si può anche rischiare di perdere la propria personalità all'interno di un gruppo?
ANDREOLI: Certo. Addirittura si può arrivare a comportarsi con odio in quanto membri di un gruppo mentre, presi singolarmente, non trovare nessuna giustificazione personale per quell’odio. Ho portato un oggetto da mostrarvi: un pallone. Alcuni psicologi sostengono che il fascino del pallone sta nella sua somiglianza col seno materno, ovvero con un elemento di sicurezza e di identificazione vitale. Eppure quest’oggetto anima tutti i sentimenti negativi delle varie Curve Sud, oltre a quelli che sussistono tra i giocatori in campo. Il pallone, che dovrebbe semplicemente essere una modalità di gioco, diventa quindi una vera e propria arena in cui esprimere odi e fare guerra.
STUDENTE: Le volevo chiedere il significato dei restanti oggetti che Lei ha portato oggi.
ANDREOLI: Ho portato un cappio perché esso mi forniva l’occasione per sottolineare come l’odio possa persino essere legiferato: il potere si ritrova ad eliminare qualcuno pensando addirittura di agire secondo giustizia. Tramite esso vi volevo ricordare che non si può mai giungere a giustificare l'odio fino a provocare la morte di un individuo, neanche attraverso la giustizia, ovvero con la pena di morte. Nessun uomo ha diritto di uccidere un altro uomo: è semplicemente odio mascherato da giustizia.
STUDENTE: Fino a che punto l'odio può impedire la formazione di una società non più competitiva bensì cooperativa?
ANDREOLI: Io credo che le società possano svilupparsi e progredire seguendo, invece che la cultura del nemico, della competizione e dell'odio, una cultura della cooperazione. Attraverso la competizione si pensa che per affermarsi si debba eliminare l'altro. Nella cooperazione, invece, non si afferma mai il singolo, bensì il gruppo. Per la prima esiste solo l'individuo vincente, e manca totalmente la consapevolezza della sofferenza dei perdenti: l’essere perdenti crea delle frustrazioni a causa delle quali spesso si reagisce in maniera violenta. Nella cooperazione, invece, il singolo è un elemento dell’unità-gruppo. Facciamo l’esempio della classe: essa potrebbe essere vista come una unità con dei risultati di gruppo, o potrebbe venire considerata come una collezione di 20 io in lotta tra di loro, con esclusi e non esclusi, bravi e meno bravi. Il secondo modello porta necessariamente ad un eccessivo agonismo.
STUDENTE: Stavo cercando su Internet dei siti inerenti alla nostra discussione. Non ne ho trovato nessuno sull'odio in particolare, ma ho scovato qualche pagina dedicata all’odio razziale: quasi tutti i comuni d'Italia, infatti, organizzano delle campagne di informazione contro il razzismo. A parte queste iniziative, ho trovato diverse raccolte di articoli, interviste e interventi di tutto il mondo, in cui il tema viene trattato anche da personaggi noti. C’è pure un sito italiano: un Osservatorio sul razzismo con l'obiettivo di informare e di organizzare per tutta l’Italia dei convegni e delle mostre sul tema. Penso sia molto interessante vedere come su Internet ci siano parecchi siti di questo tipo…
ANDREOLI: Certo. Gli esempi che tu hai scovato costituiscono dei tentativi per mutare la cultura dominante - ossia una cultura dell'odio – in una cultura della cooperazione. Ben venga Internet, ma soprattutto ben vengano le discussioni tra di voi, i vostri tentativi di capire gli altri, invece che di odiarli o di eliminarli.
Vi ringrazio molto.

Vittorino Andreoli - Il Grillo (26/11/1998)


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