"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 22 settembre 2010

Addio vecchie lampadine. Nel futuro dell'Ue solo led, alogene e fluorescent

Da questo mese non sono più in vendita le lampade tradizionali da 75 watt. Entro due anni i bulbi smerigliati scompariranno del tutto dai negozi rimpiazzati dai nuovi modelli a basso consumo. L’Unione europea manda in pensione le lampadine a incandescenza per sostituirle con le lampade a basso consumo energetico, più durature, economiche e di minore impatto ambientale. A partire da inizio settembre è scattato per tutti i negozi dell’Ue il divieto di commercializzare le vecchie lampadine da 75 watt, eccetto se vendute in stock, mentre già da un anno non si trovano più sul mercato quelle da 100 watt. Stessa sorte spetterà tra dodici mesi ai 60 watt, seguite a settembre 2012 dai 40 e 25 watt. L’addio al modello tradizionale, con bulbo di vetro e filo di tungsteno, è effetto di due regolamenti comunitari a favore dell’ambiente. Obiettivo: risparmiare circa 80 terawattora entro il 2020 (pari alla produzione annua di 20 centrali elettriche da 500 megawatt) e ridurre le emissioni di CO2 di circa 32 milioni di tonnellate l’anno.

Più luce con meno energia. Entro due anni le uniche lampade in circolazione saranno a basso consumo energetico. Si potrà scegliere tra alogene, lampadine a incandescenza migliorate di classe B e di classe C, lampadine fluorescenti compatte, lampadine a led. Le luci di nuova generazione richiedono fino all’80% in meno di energia e durano fino a 10 volte di più, permettendo a ciascuna famiglia di risparmiare dai 25 ai 50 euro all'anno sulla bolletta dell'elettricità.

A incandescenza migliorate. Classe B: grazie a un rivestimento a infrarossi hanno un’efficienza del 45% superiore rispetto alle lampade a incandescenza. Tuttavia il vantaggio riguarda solo il basso voltaggio, mentre le lampadine a tensione di rete si possono usare solo con un trasformatore. Classe C: sono composte da una capsula alogena all’interno di un bulbo di vetro, durano il doppio delle lampadine tradizionali con la stessa qualità di luce.

Le fluorescenti compatte. In commercio fin dagli anni 80 rendono quanto i vecchi bulbi smerigliati ma hanno un’efficienza di gran lunga superiore: durano da 6mila a 15mila ore. Un loro difetto è che spesso non si accendono all’istante, dopo aver premuto l’interruttore occorrono almeno 3-4 minuti per brillare del tutto. Inoltre contengono mercurio liquido e perciò rientrano tra i rifiuti pericolosi da smaltire in luoghi appositi all’interno di sacchetti sigillati. In caso di rottura sarà necessario areare la casa per disperdere le emissioni nocive e raccogliere il mercurio dal pavimento aiutandosi con nastro adesivo.

Le nuove alogene. A differenza delle alogene standard a bassa tensione, che possono raggiungere massimo l’efficienza della classe C (e pertanto rimarranno in commercio fino al 2016), le lampade alogene di nuova generazione contengono gas Xenon e si basano su una tecnologia recente che consente un risparmio del 25%. La loro efficienza va progressivamente migliorando. Test condotti da Altroconsumo su alcune marche tra le più diffuse (Auchan, Carrefour, Ikea, Megaman, Osram, Philips, Sylvania) hanno dimostrato che non si accendono in ritardo e hanno una resa dei colori molto più fedele alla realtà rispetto al passato.

Led, i diodi a emissione di luce. É la tecnologia più all’avanguardia oggi, ma ancora poco diffusa. Queste lampade sono efficienti quanto le fluorescenti compatte, non contengono mercurio e durano ancora più a lungo. In futuro potrebbero sostituire tutte le tipologie di lampade attualmente esistenti.

Erika Tomasicchio (Kataweb.it - 21 Settembre 2010)


martedì 21 settembre 2010

Vita con Delt

Credo di non averne bisogno, e anche Delt, l'elfo che vive sotto il sedile di guida della mia auto, la pensa come me. Ci facciamo certe discussioni su parecchi temi di attualità, come la situazione politica italiana o la crisi economica mondiale, e difficilmente il mio amico riesce a farmi cambiare idea.
Prometto che il giorno in cui ci riuscirà, gli permetterò di guidare la mia auto, anche se non ha ancora conseguito una patente valida nel nostro mondo: e poi secondo me è pure un po' miope.

Le Formiche Elettriche

lunedì 20 settembre 2010

Lettera a Gianfranco Fini

Caro Gianfranco,
il distacco con il quale hai evitato di commentare la sceneggiata taorminese di Silvio Berlusconi, lo capisco profondamente ma devo confessarti di non condividerlo fino in fondo.
La volgarità delle parole di Storace e la gravità di quelle di Donna Assunta, in una cornice da taverna da parte dei tanti “nuovi ascari” della fiamma accorsi, merita, infatti, più di una riflessione da parte nostra.
Ancora una volta il disprezzo ostentato nei nostri confronti da uno come Storace, indagato per la mala gestione della sanità laziale e da te miracolato con la nomina a Ministro e le parole durissime di chi abbiamo contribuito a far eleggere Presidente del Consiglio suonano allucinanti mentre ancora alcuni dei nostri utilizzano toni melliflui e dorotei sui nostri rapporti con il Pdl e sulla priorità assoluta di offrire uno scudo giudiziario al Premier.
Allora, Gianfranco, voglio dirti con chiarezza e affetto: non ci sto a sposare ancora la tesi della congiura giudiziaria contro Berlusconi.
E mentre con i dossier e i giornali di famiglia continua e si fa ancora più grave il metodo Boffo nei tuoi e, in prospettiva, nei nostri confronti, non sopporto più le sofferte riflessioni e le trovate giuridiche di qualche amico al fine di provare a garantire impunità nei confronto di chi, potendo, ci cancellerebbe dalla scena politica.
Non ci sto a sopportare con rassegnazione attacchi e lezioni di moralità politica nei nostri confronti dai difensori di alcune delle figure più torbide della storia repubblicana e da chi cerca di mettere insieme, con ogni mezzo, deputati disposti a tutto.
Gianfranco, tu sai bene, ed è il tuo più grande insegnamento, che per costruire una grande forza nazionale, legalitaria, Repubblicana e Costituzionale, dobbiamo far si che i mezzi siano all’altezza dei fini: allora va bene il sostegno al programma votato dagli elettori, ma riempiamo immediatamente di contenuto politico il senso delle “mani libere su tutto il resto” che abbiamo rivendicato.
Serve immediatamente una rigorosa norma anticorruzione, e non è più rinviabile la concessione di diritti pieni di cittadinanza a tanti bambini e ragazzi nati in Italia da genitori regolarmente qui residenti e che si sentono, e sono, “nuovi italiani”. Allo stesso tempo non è più rinviabile una rigorosa iniziativa politica e parlamentare sulla libertà d’informazione e sul conflitto d’interesse.
Eppoi occorre porre rimedio con il reperimento di adeguate risorse, agli enormi problemi della scuola pubblica, della ricerca e dell’Università se vogliamo costruire percorsi di superamento del declino nazionale, come attenzione e sostegno non potranno mancare a misure straordinarie adeguate per le forze dell’ordine e per la magistratura.
Essenziali poi nuove politiche culturali e ambientali, al fine di salvaguardare e rilanciare il più grande patrimonio, e la più grande risorsa dell’Italia.
Lo spazio politico che possiamo aprire, restando fedeli alle nostre radici ma con “capacità dinamica” di interpretare una “certa idea dell’Italia” è enorme, come enorme è la stima che gli italiani onesti hanno nei tuoi confronti.
Serve però liberarsi subito da tatticismi eccessivi e moderatismi privi di progetto e andare finalmente in campo aperto a parlare all’Italia profonda in modo semplice e coerente.
Solo così varrà la pena di percorrere questa nuova avventura politica.
Con l’ambizione di poter costruire un’Italia diversa e liberata da cricche, prepotenti e ascari.

Fabio Granata (Il Fatto Quotidiano - 20 settembre 2010)

Le sabbie mobili di Berlusconi

Testo:

Buongiorno a tutti, questo sarà un autunno caldo non soltanto per la politica, ma anche per le inchieste giudiziarie di mafia e politica che inevitabilmente si intrecciano con la vicenda del Governo, i giornali fanno finta di non capire, le televisioni nascondono, ma la ragione principale per la quale Berlusconi sta cercando disperatamente di comprare parlamentari per riempire il vuoto che potrebbe lasciare Fini non riguarda i destini del paese, riguarda i suoi destini giudiziari.

Berlusconi e Dell'Utri indagati per strage - E' per quel 5% del programma in 5 punti che lui ha proposto alla sua coalizione e che i finiani hanno detto di non condividere, che lui sta cercando i voti da riempire il buco aperto dai finiani e quel 5% si chiama scudo. Si chiama scudo che attualmente lo riguarda per processi probabilmente destinati comunque alla prescrizione con il Processo Mills e Processo Mediaset, non credo invece per il terzo processo, il Processo Mediatrade che riguarda fatti talmente recenti che è abbastanza difficile immaginare che possano prescriversi in tempi brevi, ma soprattutto quello scudo che lui vede lontano, potrebbe riguardare le nuove accuse di mafia che stanno piovendo un po’ dappertutto e che hanno portato nel silenzio e nell’indifferenza generale alla riapertura, l’estate scorsa, l’estate del 2009 dell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993, quella che fu aperta a Firenze a suo tempo e poi fu archiviata a suo tempo, l’archiviazione risale al 14 novembre 1998 e era l’indagine nella quale Berlusconi e Dell’Utri erano indagati per concorso nelle stragi di Milano, Firenze e Roma del 1993, indicati come autore 1 e autore 2, sapete che le archiviazioni non sono proscioglimenti nel merito, l’archiviazione vuole dire che non c’è stato il tempo per completare le indagini in tempo utile e quindi al momento dello scadere dei termini e delle indagini, non ci sono elementi sufficienti per chiedere il giudizio. Archiviazione significa che il fascicolo va in freezer pronto a essere estratto e riattivato in presenza di qualunque elemento nuovo, è quello che è successo l’estate dell’anno scorso, quando Spatuzza raccontò dei suoi colloqui con Giuseppe Graviano, il quale gli aveva confidato che quello di Canale 5, Berlusconi e il nostro compaesano, Dell’Utri ci hanno messo l’Italia nelle mani, confidenza che Spatuzza dice di avere ricevuto da Giuseppe Graviano al Bar Doney gennaio 1994, 2 mesi prima delle elezioni e pochi giorni prima del discorso televisivo della discesa in campo del Cavaliere.Di fronte a questi nuovi elementi forniti da Spatuzza i magistrati hanno riaperto l’indagine, hanno indagato per un anno e questa estate hanno chiesto una proroga di un altro anno e l’ho ottenuta dal G.I.P., segno che ci sono elementi per continuare a indagare su chi? Su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che sono attualmente, mentre stiamo parlando, indagati a Firenze per concorso nelle stragi del 1993, capisco che qualcuno di voi farà tanto di occhi, perché nessuno lo sa, perché l’hanno scritto pochi giornali questa estate e poi se ne sono subito dimenticati, essendo invece ben più interessati alle vicende della Cucina Scavolini del quasi cognato di Gianfranco Fini, mentre noi inseguivamo la lepre della Cucina Scavolini, Berlusconi e Dell’Utri sono indagati per un anno e lo saranno per un altro anno, visto che la proroga ottenuta dal G.I.P. dura ancora un anno e poi si dovrà comunque chiudere l’inchiesta o con una richiesta di archiviazione o con rinvio a giudizio, indagati per concorso nelle stragi, il Presidente del Consiglio in carica e il Sen. Marcello Dell’Utri, chiaro? Che non significa che siano colpevoli, significa che c’è un’indagine per strage nei confronti del Presidente del Consiglio e del Sen. Dell’Utri, forse la notizia meriterebbe qualche eco in più, visto che oltretutto già nella richiesta di archiviazione, nel provvedimento di archiviazione del 1998, i magistrati scrivevano cose piuttosto interessanti, per esempio 7 agosto 1998 il Procuratore aggiunto di Firenze Flerie e i sostituti Chelazzi, Nicolosi e Crini e l’allora sostituto procuratore della Procura antimafia Piero Grasso, poi diventato Procuratore di Palermo e poi ancora Procuratore nazionale antimafia, firmavano la richiesta di archiviazione per autore 1, autore 2 cioè Dell’Utri e Berlusconi e scrivevano “La natura e la durata del rapporto tra Berlusconi, Dell’Utri e i capi della mafia non ha mai cessato di dimensionarsi, almeno in parte sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale” e scrivevano sempre i PM di Firenze più Grasso che erano stati raccolti molteplici e univoci elementi a sostegno della tesi secondo cui Cosa Nostra ha appoggiato la nascente Forza Italia in cambio di interventi sulla normativa di contrasto alla criminalità organizzata, ma questo non bastava a dimostrare che ci fosse un nesso tra Berlusconi e Dell’Utri che fondavano Forza Italia e la campagna stragista che accompagnò e forse accelerò la discesa in campo del Cavaliere e quindi scrivevano “Resta privo di rappresentazione il dato che consenta di definire con esattezza i termini dell’interrelazione tra il dinamismo militare di Cosa Nostra e le iniziative d’accordo adottate nell’organizzazione, quale risultante del dinamismo politico” e quindi il G.I.P. Giuseppe Soresina firmò il Decreto di archiviazione, scrivendo che l’ipotesi iniziale d’accusa e cioè che Dell’Utri e Berlusconi siano stati tra i mandanti occulti delle stragi del 1996, aveva addirittura incrementato la sua plausibilità nel corso dell’indagine, ma non si erano raggiunti elementi sufficienti per chiedere un rinvio a giudizio, ora quell’indagine che già nel 1998 il G.I.P. scriveva avere aumentato la plausibilità della tesi accusatoria è stata riaperta evidentemente perché c’è di più, ci sono le parole di Spatuzza e evidentemente ci sono anche dei riscontri già trovati dai magistrati, i quali altrimenti non avrebbero potuto chiedere la proroga delle indagini, se in questo primo anno di lavoro non avessero trovato elementi che li inducono a andare avanti, questo è lo stato dell’arte, questo non lo sa nessuno, tranne i fortunati lettori di alcuni rarissimi quotidiani che ne hanno parlato questa estate e i fortunati voi che state seguendo questo Passaparola e che venite a sapere un fatto piuttosto agghiacciante che in questo momento il nostro Capo del Governo, tra le altre cose, è indagato per strage insieme al Sen. Dell’Utri. Non chiacchiere, ma documenti scritti - Ma c’è un’altra indagine che è quella della Procura di Palermo che sta per portare a sviluppi piuttosto interessanti, anche qui quasi nel silenzio generale, ogni tanto esce qualche articoletto di qua o di là, ma manca completamente un’informazione proporzionata alle dimensioni di quello che sta venendo fuori e alla gravità dei fatti che stanno venendo fuori.Non stiamo parlando delle chiacchiere di Ciancimino, stiamo parlando delle carte che Ciancimino e ultimamente anche sua madre, la vedova di Vito Ciancimino già Sindaco mafioso di Palermo, già complice del sacco di Palermo, già arrestato e condannato per mafia grazie al pool di Falcone e Borsellino, il figlio e la moglie di Vito Ciancimino non stanno facendo chiacchiere, stanno portando carte che erano disseminate in una serie di cassette di sicurezza, archivi sparsi per il mondo, sparsi in varie case, astutamente Vito Ciancimino e i suoi familiari non tenevano tutto in un solo posto, lo tenevano un po’ sparpagliato in giro per il mondo perché, il perché lo si vede quando arrivano le carte e stando alle ultime notizie pare che le carte più interessanti dell’ultima ondata di quelle arrivate alla Procura di Palermo e di Caltanissetta siano proprio quelle fornite dalla madre di Massimo Ciancimino, dalla moglie di Vito Ciancimino, una signora che si chiama Epifania Scardino, vedova Ciancimino. Partiamo da un assegno, un assegno di cui si ebbe notizia per caso da un’intercettazione telefonica, il 5 marzo del 2004 Massimo Ciancimino era sotto intercettazione perché i magistrati di Palermo stavano indagando sul tesoro del padre, ipotizzavano che il figlio si fosse dato da fare per riciclarlo, allora gli hanno messo il telefono sottocontrollo e pochi giorni prima di perquisirgli la casa a Mondello, hanno sentito Massimo Ciancimino parlare con la sorella Luciana, anche lei ovviamente figlia di Vito Ciancimino, in famiglia sono politicamente divisi, Massimo era un po’ più verso il centro-sinistra, Luciana pare sia vicina al centro-destra, questo per spiegare quello che si dicono. Luciana racconta a Massimo che l’ha cercata un certo Gianfranco, probabilmente dal contesto della telefonata si intuisce che Gianfranco è Gianfranco Micciché, all’epoca coordinatore di Forza Italia in Sicilia e futuro Ministro e Gianfranco l’aveva invitata alla convention per festeggiare di lì a poco i 10 anni della vittoria di Forza Italia alle elezioni del 1994, quelle del 27 marzo, qui era il 5 marzo, quindi mancavano 3 settimane all’evento e lei era stata invitata da Gianfranco a questa convention che si doveva tenere proprio a Palermo. Allora dice Luciana a suo fratello che Gianfranco in quell’occasione le farà conoscere Berlusconi, Massimo, il fratello di Luciana, le risponde che potrebbe approfittarne – ne fa una battutina allusiva – per restituire l’assegno di 35 milioni che Berlusconi aveva versato al papà, a Don Vito, il quale l’aveva conservato in una carpetta con tanto di firma del Cavaliere Silvio, un assegno risalente agli anni 80, vediamo la telefonata, Luciana dice a Massimo “Minchia, mi telefonò Gianfranco, mi arriva un messaggio “il 27 marzo a Palermo per i 10 anni di Forza Italia e viene Silvio Berlusconi, è stata scelta Palermo perché è la sede più sicura, saremo 15 mila” sapete che loro decidono prima quanta gente c’è alle convention, 15 giorni prima già lo sanno! Allora ci scrivo questo messaggio a Gianfranco “rincoglionito a chi lo dovevi mandare questo messaggio? Secondo me sbagliasti!” lei dice ma davvero volevi invitare proprio me a questa festa, mi risponde Micciché che è veramente un elegantone “suca mezz’ora fa mi chiama, minchia ma sei una merda”, vedete com’è elegante Micciché nei confronti delle signore, “io ci dissi – dice Luciana – perché sono una merda?” dice Micciché “L’ho mandato a te, siccome so che lo vuoi conoscere” quindi l’invito era proprio indirizzato a te, perché so che tu Luciana Ciancimino vuoi conoscere Silvio Berlusconi, il fratello risponde “digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro” se vedi Berlusconi digli che gli ridiamo quell’assegno, se lo rivolesse… Luciana ride “chi il Berlusconi?” e Massimo “sì ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà” Luciana “ma che cazzo dici?” Massimo “certo”, Luciana “del Berlusca?” Massimo “sì di 35 milioni, se lo si può, glielo diamo!” nella perquisizione che viene fatta qualche settimana dopo a casa di Ciancimino, i Carabinieri cercano questa carpetta con l’assegno di Silvio Berlusconi a Vito Ciancimino, anni 80 di 35 milioni ma non lo trovano, dopodiché sapete che quella perquisizione è oggetto di accertamenti perché pare che i Carabinieri che l’hanno fatta siano entrati più per non trovare le cose che per trovarle, comunque ufficialmente risulta che quella carpetta non è stata trovata e quindi questo assegno diventa una specie di leggenda, alcuni dicono “ma è una leggenda metropolitana, è una delle tante fanfaronate di Massimo Ciancimino, questo chiacchierone che inventa, che condisce…” invece no, l’assegno è venuto fuori, dove? Dalle carte che ha ritrovato la vedova di Ciancimino, la Signora Epifania Scardino, quest’ultima è stata sentita questa estate dalla Procura di Palermo e ha portato una serie di carte, compresa la fotocopia di quell’assegno di 35 milioni di lire firmato dal nostro attuale Presidente del Consiglio, ma ha portato anche altre cose che dimostrano rapporti societari e affaristici tra l’ex Sindaco mafioso di Palermo e il nostro Presidente del Consiglio, perché è importante questo? Intanto è importante perché ne aveva già parlato Massimo Ciancimino del fatto che suo padre gli aveva confidato che negli anni 70/80 lui, Vito Ciancimino, i costruttori mafiosi Bonura e Buscemi e Stefano Bontate avevano investito un sacco di soldi nelle aziende televisive e edilizie di Berlusconi Milano 2. Berlusconi è rincorso dal suo passato - Tutti a dire: ah non è vero, non è possibile etc., a parte il fatto che le stesse cose hanno raccontato Filippo Rapisarda sui capitali mafiosi che arrivavano a Berlusconi negli anni 70/80 tramite Dell’Utri, l’hanno raccontato molti pentiti di mafia, quindi non è il primo a raccontare queste cose Massimo Ciancimino.C’è la famosa perizia contabile del dirigente di Banca d’Italia Giuffrida fatta per conto della Procura di Palermo in cui si dice che dei soldi che hanno capitalizzato le finanziarie che controllavano la Fininvest tra gli anni 70/80 non si sa da dove arrivino almeno 350 milioni di Euro, calcolati al valore di oggi, misterioso donatore, Berlusconi che si avvale della facoltà di non rispondere, invece di dire chi gli ha dato quei soldi. Ma si poteva dire: chiacchiere Rapisarda chiacchiera, i pentiti chiacchierano, Massimo Ciancimino chiacchiera, c’era un appuntino trovato nel libro mastro della famiglia mafiosa di San Lorenzo, quella comandata dal boss Salvatore Biondino che faceva anche da autista a Riina che segnando gli introiti della cosca, in questo bigino, da una parte segnava gli introiti del pizzo, le estorsioni e dall’altro segnava i regali e alla voce regali c’era un solo regalo, c’era una cifra con scritto 1990 Canale 5, quindi è una prova documentale che i mafiosi della famiglia di San Lorenzo ricevevano denaro con la causale Canale 5, chissà cosa vuole dire, forse il permesso di piazzare certe antenne che servivano alla Fininvest a trasmettere a Palermo. Adesso però non abbiamo più soltanto parole o un libro mastro di dubbia interpretazione, abbiamo carte sui rapporti tra Vito Ciancimino e Silvio Berlusconi, prima che Berlusconi diventasse politico, quando era ancora un palazzinaro e un editore televisivo, portate non più da Massimo, ma dalla vedova Ciancimino, la Signora Epifania Scardino, la prima carta è un pizzino, è un pizzino che nel 2001, questa pare la datazione, adesso si stanno facendo accertamenti più precisi sull’età della carta su cui è scritto questo pizzino, che Don Vito Ciancimino nel 2001, pare, manda a Bernardo Provenzano, chiamandolo “caro ragioniere” in cui si parla esplicitamente di Berlusconi, cosa dice in questo pizzino Ciancimino a Provenzano nel 2001, quando Provenzano è libero, è il capo della mafia perché Riina è in galera da 7 anni e Berlusconi sta per tornare o è appena tornato al governo, 2001 e quando c’è il 61 a 0, tutti i collegi uninominali della Sicilia vanno a Forza Italia e quando negli stessi mesi, poche settimane dopo le elezioni politiche c’è il cappottone di Totò Cuffaro a capo del centro-destra che va a fare il governatore della Sicilia, questo è il 2001. Nel pizzino a Provenzano, Vito Ciancimino scrive “dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo – poi aggiunge sempre nello stesso pizzino Vito Ciancimino parlando con il capo della mafia Bernando Provenzano – caro rag., bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate e di risolvere i problemi giudiziari” questa volta che vanno al governo che si occupino anche di leggi ad mafiam per noi, non soltanto per loro! Perché Ciancimino era agli arresti domiciliari, 75 milioni a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo di quei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, sembra che Vito Ciancimino dica a Provenzano: hai ricevuto quei 100 milioni che ci manda Berlusconi? Bene, 25 li dai a mio figlio, sono per me, 75 li dai a Benedetto Spera, che è il braccio destro di Bernardo Provenzano.Cosa sono quei 100 milioni ricevuti da Berlusconi di cui si parla in quel pizzino? C’è un versamento fisso, mensile, trimestrale, semestrale di Berlusconi a Ciancimino? Cos’è quella suddivisione, il 25% va a Ciancimino e il 75% va a Benedetto Spera, in cambio di cosa? Da quanto dura questa abitudine di pagare la mafia da parte di Berlusconi, cosa sono dividendi di vecchie quote azionarie? Sono regali? Tangenti? Mistero, certamente sono qualcosa di diverso rispetto all’assegno degli anni 80 di cui parlano Massimo Ciancimino e sua sorella, perché negli anni 80 Berlusconi non era in politica, era in politica Ciancimino nella Democrazia Cristiana, per un certo periodo anche nella corrente andreottiana. Berlusconi Cavaliere, Ciancimino in galera - Sta di fatto che a quei tempi Ciancimino come racconta suo figlio e adesso anche sua moglie, aveva investito capitali nelle società di Berlusconi, dice la vedova Ciancimino che il marito incontrava negli anni 70 Berlusconi a Milano, ma poi alla fine quando lui entrò in politica Ciancimino si sentì tradito dal Cavaliere. Poi ci sono dei soldi in contanti, quelli di cui parliamo a proposito del pizzino datato pressappoco 2001, abbiamo l’assegno anni '80 quando Ciancimino fa politica e Berlusconi è imprenditore e abbiamo il pizzino del 2001 quando Berlusconi è politico e Ciancimino è detenuto ai domiciliari e c’è sempre Berlusconi che paga o Ciancimino o addirittura secondo me quello che si legge nel pizzino Provenzano, questo è lo stato dell’arte, naturalmente con il contorno di qualche altro documento, Ghedini appena sono uscite le notizie su questo pizzino e su questo assegno e su questi soldi ha subito detto che sarà la Magistratura a dimostrare che mai il Presidente Berlusconi ha avuto contatti diretti o indiretti con Vito Ciancimino di cui all’epoca non conosceva neanche l’esistenza, è strano che uno che non conosce l’esistenza di Vito Ciancimino gli mandi un assegno da 35 milioni negli anni 80, è una cifra importante, non è come 35 milioni del 2000, siamo negli anni 80, quindi secondo Ghedini mai Berlusconi ha avuto rapporti diretti o indiretti con Vito Ciancimino di cui non conosceva all’epoca neanche l’esistenza o con suoi familiari, né tanto meno ha avuto rapporti economici e sarà agevole provarlo in giudizio, non sarà mica tanto agevole perché se c’è un assegno firmato da Berlusconi e conservato da Ciancimino, quello è proprio la prova che invece ci sono rapporti diretti e anche economici e non con i familiari, con lui e a questo punto l’assegno viene fuori. L’assegno viene fuori perché è notizia di qui giorni che la Signora Ciancimino, la vedova ha trovato e consegnato ai magistrati quel famoso assegno che stava nella carpetta del Marito e di cui parlavano i due figli nella telefonata intercettata, è un assegno da 35 milioni di lire che risale, secondo la datazione che è stata fatta al periodo che va tra il 1979 e il 1983, proprio gli anni in cui arrivano finanziamenti ben più enormi di quello, nelle casse della Fininvest, quindi da una parte le società di Berlusconi ricevono enormi capitali, forse anche dalla Sicilia, dall’altra Berlusconi fa un assegno da 35 milioni per Vito Ciancimino, vedete che è come se uno investisse i suoi capitali e poi ricevesse dei dividenti, tutto da dimostrare naturalmente, ma questo flusso incrociato di soldi che arrivano dalla Sicilia, forse secondo molti racconti, nelle casse delle società di Berlusconi e dall’altra poi ritornano indietro sotto forma di assegni a Ciancimino, è abbastanza curiosa. Ma c’è di più, perché in quegli anni Ciancimino utilizzava questi soldi per, questa è la dizione di uno dei suoi appunti: acquisto tessere periodo 79/83, acquisto tessere cosa vuole dire? Che comprava tessere fasulle della Democrazia Cristiana per vincere i congressi e sbaragliare la concorrenza in Sicilia e a spese di chi comprava queste tessere? Secondo le carte che sono state portate dalla Signora Epifania Scardino, le tessere le comprava con soldi di Berlusconi, non solo l’assegno ma si parla anche di un altro versamento in contanti di 25 milioni e altri soldi ancora, sempre in contanti e assegni, avrebbe ricevuto Ciancimino per comprare tessere fasulle da Giuseppe Ciarrapico e Gaetano Caltagirone, due impresari, imprenditori, palazzinari, quello che volete, romani molto legati a Andreotti, mentre stranamente Berlusconi risultava legato a Craxi, ma era trasversale evidentemente. Oppure Don Vito aveva ottimi motivi per fargli sputare fuori dei soldi, chi lo sa! C’è un altro pizzino, anzi un altro appunto che Massimo Ciancimino attribuisce a suo padre, Vito, nel quale il padre Vito scrive e questo è il periodo già in cui Vito è deluso da Berlusconi perché Berlusconi l’ha fatta franca, ha fatto fortuna, è diventato un big dell’impresa e poi della politica, mentre lui invece è finito in galera, condannato e questo Ciancimino non riesce a sopportarlo, infatti scrive in uno sfogo scritto a macchina “io, Dell’Utri e Berlusconi siamo figli della stessa lupa – aggiunge – io sono un perseguitato, io sono stato condannato e loro Berlusconi e Dell’Utri assolti per questioni geografiche” cosa vuole dire “questioni geografiche”? Aggiunge nei suoi appunti Vito Ciancimino che il vero perseguitato è lui, non Berlusconi e dice “ho aiutato Dell’Utri e Berlusconi nell’impresa edilizia a Milano 2 negli anni 70/80, insieme a altri costruttori mafiosi, come Buscemi, Bonura etc., quello che Berlusconi ha fatto a Milano, io l’ho fatto a Palermo – scrive Ciancimino – ma a lui l’hanno fatto Cavaliere del Lavoro e a me mi hanno arrestato!”Capite che con questo materiale in mano che non sono chiacchiere, ma sono assegni e pizzini e lettere e pezzi di diario che accompagnano e aiutano a spiegare quegli assegni e quei versamenti, i Magistrati hanno di che fare un salto di qualità e Berlusconi ha di che fare un salto sulla sedia.Ancora una volta il suo passato minaccia di raggiungerlo proprio nel momento più difficile proprio dal punto di vista politico per lui e se è così difficile è anche perché è molto preoccupato perché sente sul suo collo il fiato del suo passato che sta un’altra volta per raggiungerlo, naturalmente di tutto questo nella stampa libera e indipendente e nella televisione libera e indipendente non si parla e quindi ne parliamo noi perché siamo qui a posta, passate parola!

Marco Travaglio (Passaparola del 20 settembre 2010)


“The Bordello state”, vedi alla voce mignottocrazia

La rivista Foreign Policy dedica un lungo articolo all'Italia, descrivendo un paese immorale e sconfitto. Il senatore Paolo Guzzanti l’aveva più prosaicamente chiamata mignottocrazia e in Italia se ne parla da tempo. In inglese si dice The “Bordello State”, lo stato bordello, e il copyright spetta a Foreign Policy - prestigioso bimestrale che può vantare Samuel Huntington tra i suoi fondatori e personaggi come Moises Naim, Francis Fukuyama o Eric Hobsbawm nelle sue pagine. Al bordello italiano la rivista ha dedicato un lungo articolo lo scorso 14 settembre. E se la parafrasi di Dante non è delle migliori – “nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province, ma bordello” è l’originale – il messaggio è arrivato chiaro e forte , tanto da scatenare una mezza lite con l’ambasciatore italiano negli Stato Uniti, Giulio Terzi, che si è detto indignato per il paragone. La citazione dalla Divina Commedia non nasconde la trafila di giudizi. Scrive James Walston, professore di Relazioni internazionali all’Università america di Roma, nel suo lungo articolo: “Donne e uomini, giornalisti e professionisti, hanno dato via le loro menti e i loro principi, anziché i loro corpi”. Ma anche quelli servono: “Alcune donne arrivano in Parlamento attraverso una camera da letto” scrive Fp senza mezzi termini. In realtà l’articolo è una lunga analisi della politica italiana, ben oltre i suoi vizi e vizietti. Scrive infatti Walston: “Dalla fine di luglio manca una chiara leadership, ma nell’ultimo periodo l’assenza di orientamento è diventata parossistica”. E aggiunge: “Berlusconi ha passato la gran parte del mese di agosto a minacciare elezioni anticipate solo per far rientrare il riottoso Gianfranco Fini”. E qui Dante si spiega: “Citarlo, lo ammetto, è l’ultima risorsa di un furfantello o di uno scribacchino pigro, ma questa citazione è troppo calzante per non farlo”. Quanto alla politica estera, scrive ironico, i successi con l’amico Putin e il leader libico Gheddafi non hanno impedito “l’imbarazzante scena di navi donate dall’Italia alla Libia che sparano su un peschereccio italiano”.

Politica & Palazzo | di Redazione Il Fatto Quotidiano - 19 settembre 2010

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Leggi l’articolo su Fp

Citando Dante è , lo ammetto, l'ultimo stazione di villeggiatura di un mascalzone o almeno lo scriba indolente. Ma questo, da Purgatorio, * è troppo non appropriato da utilizzare. Tradotto , si legge : «Ahimè schiava Italia, albergo di dolore, di una nave senza nocchiero in gran tempesta , non una regina delle sue province , ma un bordello . "E 'stato anche il titolo di un libro di Paolo Sylos Labini pubblicato postumo nel 2006, Sylos Labini non era soltanto uno degli economisti più illustri d'Italia, ma un uomo di assoluta integrità , che costantemente e molto apertamente rifiutato di compromesso con Power (anche "potere" con una piccola "p" ). Il suo ultimo lavoro descritto, analizzato e criticato l' Italia di cinque anni fa. " Perché abbiamo caduto così in basso ? " ha chiesto. "Io esorto i miei concittadini per svolgere un esame critico inflessibile della nostra coscienza civica , se vogliamo salire dall'abisso . "Il suo appello è stato più o meno la difesa di un economista dell'economia di mercato e delle sue regole , che difendono la comunità contro sfrenato potere economico e politico . Primo ministro italiano e miliardario Silvio Berlusconi massicci conflitti di interesse hanno fatto una beffa di queste norme. Oggi l'Italia è stata battuta dalle tempeste ancora più interne, così come l'ovvio quelli economico internazionale, da allora, il primo residenze ministro bordelli sono diventati - e non solo metaforicamente. Soprattutto, la nave dello stato sta per essere senza timone . Così ho non sono l'unica persona in Italia, citando Dante in questi giorni. C'è stata una mancanza di una chiara leadership dopo la fine della Luglio, ma nel corso degli ultimi quindici giorni la mancanza di direzione è diventata parossistica. Per la maggior parte del mese di agosto , Berlusconi minaccia le elezioni al fine di portare Gianfranco Fini, il ribelle ex alleato che ha rotto con il primo ministro in luglio e formò il suo partito, e ai suoi seguaci di tacco . Poi, quando i sondaggi hanno mostrato che l'unico vero vincitore in un voto anticipato sarebbe Umberto Bossi e il Nord League, che favorisce l'autonomia per l'Italia del nord - e, peggio, che c'era una buona possibilità che Berlusconi non vincere una maggioranza al Senato - ha iniziato a marcia indietro . Questi ultimi pochi giorni, le sue dichiarazioni pubbliche , ancora una volta riferimento a "tre anni di più per di effettuare le grandi riforme . "L'obiettivo immediato è quello di una mozione sostegno di un piano in cinque punti riguardanti l'economia , il Mezzogiorno , fiscale federalismo , giustizia e sicurezza. La questione più controversa è " giustizia ", che per Berlusconi significa dare lo stesso l'immunità dai procedimenti giudiziari ( "per andare avanti con il compito di governare ", dice ). Decentrate di spesa poteri sono fondamentali per la Lega Nord, ma altri nel centro -destra sono preoccupati che parti più povere del paese perderà sostegno. Berlusconi si vanta continuamente che la sua conduzione personale straniero politica è l'invidia di Europa, ma la realtà è diversa e, come controproducente come gran parte della sua politica interna. La scorsa settimana , ha usato la sua presenza al Cremlino organizzata Global Policy Forum a Yaroslavl , in Russia, di prendere un colpo a Fini (senza nominarlo ) , dicendo che ci sono stati alcuni che avevano creato " piccolo politico imprese " (aziendine) In Italia , poi ha fatto la denuncia ennesima che "Giudici comunisti "sono stati l'arresto di lui e il suo popolo dalla disciplina e, infine, per il berretto da il benvenuto a effusive dittatore libico Muammar Gheddafi due settimane fa , è venuto l' affermazione importante che i suoi ospiti il primo ministro Vladimir Putin e il presidente Dmitry Medvedev erano " dono di Dio per la democrazia "( peccato che il Economista aveva battuto lui con un fumetto mostrando il vero amore di Putin della democrazia e della stampa). Di più ancora imbarazzante è stata la notizia che una delle guardia coste italiane - donati della Libia lancia aveva mitragliato un battello da pesca italiana . Nel frattempo, Berlusconi guai domestici si moltiplicano. Il redattore di uno dei propri elaborati, Vittorio Feltri in Il Giornale, Ha criticato il primo ministro di questa settimana di essere indeciso e privo di leadership. Peggio ancora, il suo gradimento personale sono al 37 per cento (-4,9 punti percentuali dal Giugno), con il suo Popolo della Libertà Partito di sotto del 30 per cento (dal 33,2 per cento in giugno e 37,4 per cento nelle elezioni del 2008 ), secondo una prima Settembre Demo sondaggio. Sapremo se il Proposta " tre anni più ha qualche possibilità sorta alla fine del mese quando la Camera dei Deputati, Camera bassa del Parlamento d'Italia , dibattiti di Berlusconi piano in cinque punti e le votazioni su di esso. Nel frattempo , il primo ministro sembra essere a fare shopping , sperando di raccogliere indipendenti per compensare la perdita di disertori a Fini - ha bisogno di 19 ad avere una maggioranza sicura.

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La polemica politica sul Sole 24 Ore

L'eterno ritorno dal trasformismo

Viviamo tempi di grande cambiamento. Di grande trasformazione. Anzi: trasformismo. E dunque di grande continuità, nel Paese di Depretis, del Gattopardo, della Dc e del "consociativismo". Dove da settimane si assiste al tentativo di formare un nuovo gruppo parlamentare, che entri nella maggioranza di governo. Il reclutatore è l'onorevole Nucara, (sedicente) repubblicano (col tempo, si sa, le antiche sigle, anche le più gloriose, perdono significato), su incarico del premier.
Il quale, per primo, aveva sollecitato la transumanza di parlamentari di altri gruppi verso la maggioranza. Garantendo riconoscenza e ricchi premi. Cioè, la ricandidatura e la rielezione. Magari qualche carica di sotto-governo. Alcuni parlamentari contattati parlano di altri incentivi, più concreti e diretti. Insomma, si è aperto una sorta di mercato. Anzi, forse esiste da sempre, visto che pressioni del genere pare ce ne siano state anche al tempo del governo Prodi. Il premier, riferendosi alle nuove reclute, ha obiettato che non si tratterebbe di pentimento - o di trasformismo. Le conversioni più numerose, infatti, riguarderebbero parlamentari già eletti con la maggioranza. In questo caso, però, non si capirebbe perché vi sia bisogno di reclutarli. Se non perché nel centrodestra sono confluiti gruppi locali e personali, uniti da interessi puramente elettorali. Oggi, però, il gruppo dei "responsabili" - così si definiscono, con molta autoironia inconsapevole, i convertiti - è divenuto utile, per neutralizzare l'azione di Fini e Fli. I quali appaiono, al premier, "irresponsabili". Anzi: "dissennati", come li ha definiti sabato. Anche se sono alleati del Pdl e di Berlusconi. Fino a prova contraria.
Insomma, siamo in uno "Stato di confusione". Fondato sul "voto di scambio". Così, Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, oltre 30 anni fa, definirono la conquista - e l'acquisizione - degli elettori attraverso l'offerta di benefici individuali. Solo che oggi il "voto di scambio" si è trasferito dalla società al Parlamento, dove si pratica e si professa apertamente. Non vogliamo, in questa sede, fare esercizio di sdegno. Peraltro utile e salutare, in tempi nei quali lo sdegno sembra divenuto un atteggiamento démodé. Ci interessa invece indicare, succintamente, i fattori che hanno accelerato la trasformazione trasformista del Parlamento.
1. La prima causa riguarda, ovviamente, il sistema politico italiano. Incapace di generare maggioranze stabili, in grado di governare. E opposizioni forti, in grado di proporre e garantire l'alternativa. La coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi ha conquistato la maggioranza parlamentare più ampia nella storia della seconda Repubblica. Non è bastato, se due anni dopo è alla caccia di nuovi deputati e senatori. Per bilanciare Fini, peraltro eletto nel partito di maggioranza relativa, il Pdl, che non c'è più. Non lo dice solo Fini. La pensa così circa un terzo dei suoi elettori, secondo i quali sarebbe meglio tornare ai partiti di prima: Forza Italia e An (Sondaggio Demos, 7-10 settembre, 1176 casi).
2. Il premier, peraltro, non ha intenzione di aprire la crisi. Teme che si formino altre maggioranze a sostegno di altri governi (cosiddetti tecnici). Ma soprattutto teme il voto anticipato. Così, invece di ri-conquistare gli elettori, preferisce conquistare nuovi parlamentari. Con il voto di scambio.
3. Ovviamente, questo gioco è reso possibile dalla debolezza dell'opposizione. Non riesce a fare opposizione a questa iniziativa e, in genere, all'azione di governo. Nella fase di maggior divisione del Pdl e di Berlusconi, non trova di meglio che dividersi a sua volta.
4. Tra i fattori più importanti di questa degenerazione c'è, sicuramente, l'assenza del principio di "responsabilità" degli eletti. I quali non sono e non saranno mai chiamati a "rispondere" direttamente e personalmente del proprio operato. Questa legge elettorale ha abolito ogni tipo di legame fra eletti ed elettori. Non ci sono le preferenze, non ci sono collegi uninominali, dove il rapporto con il territorio e la società è diretto. Il destino dei parlamentari è in mano ai leader e alle segreterie nazionali. A cui spetta la costruzione delle liste. Naturalmente bloccate.
5. È, inoltre, difficile dimenticare la debolezza dei valori, dei programmi, dei progetti su cui si fondano i partiti. Ridotti, perlopiù, a oligarchie distanti dalla società. O ad aggregati al servizio di un leader. Privi di fondamento dal punto di vista sociale, territoriale e dell'identità. Per chi ne fa parte, i vincoli etici e di rappresentanza rischiano di contare meno degli interessi e delle convenienze personali.
Questa fase di trasformazione trasformista produce alcune conseguenze significative. Ne indichiamo due.
a. La prima agisce sul piano civico e sociale. Gli italiani: non hanno mai avuto grande fiducia nella politica e nei politici, nello Stato e nelle istituzioni. Questa deriva trasformista non fa che accentuare questo atteggiamento. Non ci si scandalizza quasi più di nulla. In particolare, si è affermata la convinzione che tutto sia lecito, pur di governare. Che le maggioranze si possano fare e disfare a piacimento. È solo questione di prezzo. Che le elezioni non servano. Tanto poi, in Parlamento, tutto si fa e si disfa. Maggioranze e partiti. Al di fuori di ogni responsabilità politica e personale. È solo questione di prezzo.
b. La seconda richiama direttamente l'ambito politico. Questo mercato dei parlamentari, nel caso il governo dovesse cadere, giustifica la ricerca di maggioranze diverse. Magari a sostegno di governi tecnici e di emergenza. (Lo ha affermato anche Casini a Sky, intervistato da Maria Latella.)
Infine, una considerazione. Se il Parlamento rappresenta i cittadini, se la maggioranza di governo rappresenta la "volontà popolare". E se la rappresentanza, in fondo, è come uno specchio. Allora è meglio che lo specchio vada in mille pezzi. In altri termini: occorre cambiare questa legge elettorale, che alimenta l'irresponsabilità degli eletti. Con ogni mezzo. Per non perdere gli occhi e l'anima guardandosi allo specchio.

Ilvo Diamanti (La Repubblica - 20 settembre 2010)

domenica 19 settembre 2010

Vendola: «Un premier gay? C'è già stato»

«Un gay è già stato presidente del Consiglio. Era un democristiano». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel), intervistato da Enrico Lucci nell'appuntamento speciale con «Le Iene Show» in onda domani alle 21.10 su Italia 1. Vendola parla a tutto campo delle primarie, del suo programma, del Pd, di Berlusconi e anche della propria vita privata. Perché vuoi le primarie nel centrosinistra?, chiede Lucci. «Perché il centrosinistra - spiega Vendola - è in uno stato comatoso. Possono essere un principio di rivitalizzazione». E ancora: quando si andrà a votare? «Prossima primavera», risponde Vendola. Perché gli italiani dovrebbero votarti? «Perché sentono che sono una persona autentica». Qualche parola, sollecitato dalle domande, anche su Massimo d'Alema: D'Alema, gli viene chiesto, ti è sempre contro. Tu per lui cosa provi? «Affetto», risponde Vendola. A proposito del comunismo, Vendola afferma che oggi si definirebbe «come un uomo della sinistra». E ancora: sul premier Berlusconi. La sua virtù, secondo Vendola «è di saper vivere con cordialità i rapporti con gli avversari». Cosa non ti piace di Berlusconi? «Dire una cosa per significare l'esatto contrario. La manipolazione del vocabolario». Infine, la sua vita privata: Sei un gay? «certo», risponde. Un gay può diventare Presidente del Consiglio? «Lo è già stato». Chi? «Non lo dirò neanche sotto tortura». Di che partito era? «Democristiano». Infine, il presidente della Regione Puglia spazza via ogni dubbio sul suo orecchino di cui tanto si continua a parlare: se servisse per vincere lo toglieresti l'orecchino? «No. Sarebbe un modo per camuffarmi». (fonte: Ansa)

Una settimanella buona (ma neanche tanto) 11-17 settembre

Sabato 11 settembre 2010

- Per ricordare l’attentato alle Twin Towers, il mondo ha osservato 4 minuti di silenzio. Si sentiva soltanto Berlusconi che sparava cazzate da Mosca.

- Brunetta sostiene che, senza Napoli, Caserta e la Calabria, saremmo il primo paese d’Europa. D’accordo, ma poi quanto cacchio dovremmo farlo lungo il Ponte sullo Stretto!?

- Inchiesta P3: i magistrati vogliono convocare Berlusconi. Per riuscire a parlarci, però, si dovranno far raccomandare da Verdini e Dell’Utri.

Domenica 12 settembre 2010

- Berlusconi oggi ha raccontato una barzelletta su Hitler. Anche perché tutti gli altri dittatori sono amici suoi.

- Festival di Venezia. La Parietti inciampa sul tappeto rosso e cade rovinosa-mente. La protesi è riservata.

- Bossi spera che Fini torni da Berlusconi in ginocchio. E no, Umberto, quello semmai sarebbe Bocchino…

Lunedì 13 settembre 2010

- Paparatzinger ribadisce il suo no a qualsiasi unione che non sia tra uomo e donna. A queste parole, Padre Georg è scoppiato a piangere.

- Berlusconi assicura che i mascalzoni del PdL sono stati cacciati. Ha preso lui l’interim.

- I veltroniani smentiscono un’eventuale scissione. Ma ognuno a modo suo.

Martedì 14 settembre 2010

- Arrivano venti nuovi deputati per il PdL alla Camera. Si riconoscono dal ciondolo a forma di farfallina.

- Per Napolitano è un bene se il Governo prosegue il suo mandato. Voglia di lavorare saltami addosso, eh!?

- Penelope Cruz è incinta da 4 mesi. Ma non guardate me.

Mercoledì 15 settembre 2010

- Ieri Napolitano ha dichiarato: “Il ricorso al popolo non è un balsamo per ogni febbre”. D’accordo, ma sempre meglio della supposta del Dr. Berlusconi!

- La Ducati regala due moto a Papa Ratzinger. Il problema ora è: come ti vesti!?

- La Gelmini si dice favorevole alla lettura della Bibbia nelle scuole. La consiglie-rei soprattutto ai precari che credono ancora in un miracolo.

Giovedì 16 settembre 2010

- Per un guasto al finestrino l’aereo del Premier è stato costretto a un atter¬rag-gio d’emergenza. Il pilota non se l’è sentita di continuare sapendo quanto a Silvio diano fastidio le correnti.

- Sarkozy e Berlusconi insieme contro i Rom. Devono essersi impauriti per quella storia che gli zingari rubano i piccini.

- RAI. Non passa in CdA il decalogo di Masi. A nulla gli è valso giurare che gliel’aveva dettato un roveto ardente.

Venerdì 17 settembre 2010

- Nel suo incontro con la Regina Elisabetta, Paparatzinger ricorda che gli inglesi si opposero al nazismo. Non gliel’ha ancora perdonata.

- Berlusconi rinuncia al comizio a Piazza Duomo previsto per il 3 ottobre: una brutta notizia per i venditori di souvenir.

- Leggera scossa di terremoto in Puglia. Così leggera che agli amici di Balducci non gli è scappato neanche un sorrisino.

Il Fatto Quotidiano: Archivio cartaceo | di Vergassola e Melloni

Don Vito & Silvio

Ciancimino senior scriveva: "Io, Dell'tri e indirettamente Berlusconi figli dello stesso sistema".“Siamo figli della stessa Lupa”.

Fa impressione leggere il documento che accomuna il sindaco di Corleone, il senatore palermitano e – indirettamente – il premier sotto le mammelle dello stesso sistema politico-mafioso. Se il documento che Il Fatto pubblica sarà attribuito dai periti a ‍Vito Ciancimino, come sostiene la sua famiglia, questa frase entrerà nella storia dei rapporti tra mafia e politica. I documenti sono stati consegnati nelle scorse settimane ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo dalla signora Epifania Scardino in Ciancimino. Decine di fogli scritti a macchina e in parte annotati con una calligrafia che somiglia a quella del consigliori di Bernardo Provenzano. ‍Don ‍Vito ricostruisce i suoi rapporti imprenditoriali con Dell’Utri e Berlusconi e si scaglia contro i magistrati, colpevoli di avere condannato lui mentre Dell’Utri è stato prosciolto e Berlusconi è addirittura divenuto Cavaliere. Secondo Ciancimino Jr quei fogli risalgono al 1989 e ora sono studiati con attenzione dalla Scientifica per verificarne l’attendibilità. Dopo mesi di interviste e verbali sugli investimenti del padre e dei suoi amici costruttori Franco Bonura e Nino Buscemi (poi condannati per mafia) nei cantieri milanesi di Berlusconi ora arrivano le carte. E si scopre che il figlio di ‍don ‍Vito era così spavaldo quando parlava dei tempi lontani in cui Berlusconi girava per Milano armato perché aveva ben presenti gli appunti del padre. Basta rileggere le vecchie interviste per scoprire che le sue parole ricalcano quelle uscite all’improvviso dai cassetti di mamma Epifania. ‍Vito Ciancimino nelle lettere racconta di avere investito nelle imprese di Berlusconi ricavandone miliardi di vecchie lire. I magistrati hanno chiesto alla scientifica di fare presto. Se gli appunti fossero riscontrati, in teoria, il nome di Berlusconi potrebbe tornare sul registro degli indagati.

Ora che Il Fatto pubblica le carte su Berlusconi consegnate ai pm di Palermo dalla famiglia Ciancimino, si comprende perché Massimo Ciancimino, l’infamone come lo chiama Totò Riina, non deve andare in Rai. Il direttore generale Masi non gradisce le sue interviste. “C’è un veto contro di me”, dice al Fatto il figlio di don Vito. “Fin quando parlavo di Provenzano e dei mafiosi mi sopportavano. Ora che ho cominciato a parlare dei documenti su Berlusconi, la Rai mi vuole oscurare”.
Gli appunti presentati recentemente da sua madre ai magistrati di Palermo contengono rivelazioni su Silvio Berlusconi. Davvero sono stati scritti da suo padre?
Sì. Sono scritti a macchina e annotati di pugno da mio padre. Mia madre li ha presentati quando i pm di Caltanissetta mi hanno perquisito. Probabilmente il procuratore Sergio Lari dubitava di me e mia mamma ha pensato di aiutarmi portando queste carte ai pm perché confermano quello che avevo già dichiarato.
Nell’appunto consegnato ai pm, che Il Fatto pubblica, suo padre punta il dito contro Berlusconi e Dell’Utri e parla dei soldi siciliani investiti nei cantieri milanesi del Cavaliere. Cosa ci può dire?
Nulla, c’è un’indagine in corso. Comunque non scrivete che mio padre accusa Berlusconi. Il suo obiettivo polemico è la magistratura. L’appunto è uno sfogo nel quale don Vito, dopo la conferma in appello della confisca dei suoi beni, si infuria per il trattamento diverso ricevuto rispetto a Berlusconi.
Nell’appunto consegnato da sua madre si legge una frase di questo tipo: ‘Sia io, Vito Ciancimino, che altri imprenditori amici abbiamo ritenuto opportuno su indicazione di Dell’Utri investire in aziende riconducibili a Berlusconi. Diversi miliardi di lire sono stati investiti in speculazioni immobiliari nell’immediata periferia di Milano’.
Mio padre era arrabbiato perché lui e Berlusconi avevano subìto un trattamento diverso solo e unicamente per motivi geografici. Papà quindi non invocava la condanna di Berlusconi ma era convinto che se anche lui fosse stato indagato a Milano, come Dell’Utri, sarebbe stato assolto.
Al Fatto risulta che l’appunto si conclude con una considerazione sui soldi investiti a Milano da suo padre nei cantieri di Berlusconi. Quei soldi, si legge nell’appunto, hanno fruttato miliardi a don Vito che poi sono stati sottoposti a confisca. Mentre a Berlusconi – secondo l’appunto di suo padre – nessuno contestava nulla. A che anno risalirebbe questo scritto?
Probabilmente il 1989. In quel tempo Berlusconi era celebrato da tutti e mio padre si vedeva privato dei suoi miliardi. Papà considerava ingiusta questa disparità.
L’avvocato Niccolò Ghedini ha già smentito le indiscrezioni su queste carte. Il Cavaliere sostiene di non avere mai conosciuto suo padre.
In un secondo appunto consegnato ai magistrati da mia madre si parla di finanziamenti elettorali di Caltagirone, Ciarrapico e Berlusconi a mio padre. Mia mamma ha ricordi diversi su Berlusconi. Saranno i magistrati a stabilire la verità.
Forse è di queste rivelazioni che ha paura il Direttore generale della Rai Mauro Masi?
C’è un bando nei miei confronti da quando ho cominciato a parlare di Berlusconi. Le mie rivelazioni fanno paura perché permettono di ricostruire la continuità del rapporto tra imprenditori e mafia dai tempi del banchiere Sindona a quelli dei palazzinari legati alla Dc. Fino ai rapporti finanziari del 2000.
Il veto di Masi non sembra il problema più grande per lei in questo periodo. L’espresso ha raccontato ieri la conversazione intercettata in carcere tra Totò Riina e il figlio Giovanni. Il boss dice che lei e suo padre siete degli infami e che lei mente per salvare il patrimonio.
Riina, sapendo di essere intercettato, dice tre cose. Innanzitutto smentisce che Provenzano lo abbia tradito e in questo modo mantiene la pax mafiosa all’interno di Cosa Nostra, utile a tutti per fare affari. Poi dice che è sempre lui il capo dei capi. Infine, punta il dito contro di me lanciandomi le stesse accuse di Dell’Utri. Entrambi dicono che mento per salvare il tesoro di mio padre.
Lei ha paura?
Non sono un incosciente e capisco i messaggi di Cosa nostra. Riina e i suoi amici, a sentir lui – sarebbero vittima dei pentiti. Eppure non se la prende mai con uno di loro ma punta sempre il dito contro di me. Quello che sto dicendo colpisce al cuore Cosa Nostra perché ho rivelato il tradimento di un boss all’altro. Il giudice Falcone diceva che la mafia non dimentica. Non sarà oggi e non sarà domani, ma arriverà il giorno in cui me la faranno pagare.

Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2010)

sabato 18 settembre 2010

VIETNAM Le illusioni perdute della guerra di popolo

Nel 1975 mi capitò d' essere uno dei pochissimi testimoni occidentali d' un avvenimento storico che segnò la vita della mia generazione: la fine della guerra in Vietnam. Su quella esperienza, a caldo, con le emozioni ancora a fior di pelle, scrissi un libro che uscì col titolo Giai Phong! La liberazione di Saigon. Il volume che il lettore ha ora fra le mani è la ristampa di quel libro preceduto dal mio diario di corrispondente al fronte pubblicato per la prima volta col titolo Pelle di Leopardo nel novembre 1973. È passato più d' un quarto di secolo da quando quei due volumi videro la luce e il tempo non ha fatto uno dei suoi soliti, strani scherzi: ha cambiato me, ma non i libri. Come una immagine fotografica congelata nell' immobilità dell' istantanea, Giai Phong! in particolare riflette ancora l' entusiasmo di quei giorni, è pieno delle speranze che la rivoluzione aveva suscitato. Io invece, avendo vissuto il resto di quella e altre storie, sono diventato, com' è naturale e giusto, un' altra persona: scettica di tutte le promesse politiche e sospettosa di ogni tipo di rivoluzione. «Allora ti eri sbagliato?» mi si chiede spesso. Al fondo di questa domanda c' è una provocazione che merita una risposta, e la risposta è sostanzialmente: « No». I fatti di poi non possono mutare i fatti di prima e quel che è successo in Vietnam dopo la fine della guerra non può cambiare il giudizio sul significato del conflitto in sé. Per la mia generazione fu soprattutto una questione di moralità. Da una parte c' erano i vietnamiti che combattevano una guerra di indipendenza, la stessa che avevano combattuto da quando, un secolo prima, i francesi erano sbarcati sulle loro coste ed avevano fatto dell' Indocina una colonia; dall' altra c' erano gli americani che avevano rimpiazzato i francesi nel loro tentativo neocolonialista, che non avevano alcuna ragione di immischiarsi negli affari di un Paese così lontano dal loro e che non avevano perciò alcun diritto «di distruggerlo per poterlo salvare ». Ogni generazione cerca degli eroi con cui identificarsi, degli eroi a cui ispirarsi. Per la mia furono i vietcong. Fra gli americani con la loro sofisticata, tecnologicissima macchina da guerra e i contadini-guerriglieri, la scelta era fin troppo facile. I princìpi nei quali credevamo erano semplici: ogni popolo doveva scegliere il proprio destino, ogni società doveva essere soprattutto umana e giusta. La rivoluzione vietnamita prometteva questo. Il Vietnam era esattamente così: da un lato c' era un reale, presentissimo, visibile, oppressivo regime appoggiato dalla potenza militare americana; dall' altro c' era una dura, spartana e moralissima rivoluzione che prometteva pace e una vita migliore per tutti. Per questo lo slogan «Uno, dieci , mille Vietnam» fu per anni sulla bocca di milioni e milioni di giovani che in tutto il mondo manifestavano contro ogni fase della «sporca guerra» americana. La rivoluzione non faceva paura. Anzi. Per giunta, quando arrivò a Saigon e finalmente mise fine alla guerra, la rivoluzione si presentò esattamente con la faccia che molti avevano sognato: era gentile, comprensiva, compassionevole. Alcuni avevano temuto che i guerriglieri, una volta presa Saigon, avrebbero scatenato un bagno di sangue, avrebbero allineato i loro nemici davanti ai plotoni di esecuzione. Non avvenne niente del genere. Invece di chiedere vendetta i nuovi detentori del potere parlarono di fratellanza e di riconciliazione nazionale. I primi rivoluzionari che entrarono a Saigon avevano l' aria di onesti, sinceri combattenti di una causa che improvvisamente sembrò giusta persino ad alcuni dei loro più accaniti avversari. Nei tre mesi in cui mi fu permesso di restare in Vietnam l' esperienza quotidiana della rivoluzione fu incoraggiante, a volte persino esaltante. Avevo l' impressione di qualcosa di nuovo e affascinante che veniva alla luce, qualcosa di magico come la vita di un neonato. C' era nella rivoluzione un aspetto catartico, purificante, che non poteva lasciare indifferente un osservatore. C' era un senso di «giustizia è fatta» nel vedere una società marcia e corrotta messa sotto sopra, nel vedere i prepotenti di ieri esautorati e la parola data alle vittime. Giai Phong! è il resoconto di quel periodo . Riflette l' atmosfera, lo spirito di quel tempo. Un anno dopo la edizione originale, in Italia il libro venne ristampato in una versione abbreviata da adottare nelle scuole. In Vietnam Giai Phong! venne prima pubblicato a puntate da un quotidiano e poi distribuito come libro fra i quadri del partito comunista e dell' esercito. Una volta, nelle Filippine, telefonai alla famiglia di Ninoy Aquino che era ancora in prigione. Cercavo di presentarmi quando venni interrotto: «La conosciamo. Ninoy non fa che citare il suo libro». Lui stesso, prima di essere assassinato, mi scrisse una nota per dirmi quanto Giai Phong! l' aveva aiutato nel fargli credere nella possibilità di una rivoluzione dal volto umano. Anni dopo, alcuni amici thailandesi mi h an raccontato che molti degli studenti di Bangkok andati a raggiungere la guerriglia comunista avevano il mio libro fra le poche cose che si eran portati nella giungla. Dinanzi alla realtà di ciò che è successo in Vietnam dopo il 1975, mi sono senti to spesso un gran peso sulla coscienza all' idea che Giai Phong! venisse utilizzato per propagare un mito che s' era sgonfiato e che continuasse ad alimentare speranze che s' erano rivelate penose illusioni. La sola cosa che potevo fare era continuar e a scrivere: scrivere su ciò che succedeva in Vietnam, scrivere su come i rivoluzionari si comportano quando sono al potere. L' ho fatto ogni volta che mi si è presentata l' occasione: in Vietnam e altrove. È così che l' essere stato l' autore di Gi ai Phong! non mi impedì di descrivere come la gente, che avevo pensato avesse una sorta di superiorità morale, l' aveva perduta e come i «liberatori» si erano trasformati in oppressori. Nel 1976 le autorità comuniste di Hanoi mi permisero di tornare in Vietnam in occasione del primo anniversario della loro vittoria. Per due settimane viaggiai in macchina da nord a sud attraverso un Paese dove la gente, nonostante la propaganda sulla riunificazione, era ancora profondamente divisa, dove non c' era stata alcuna riconciliazione nazionale, e dove i «perdenti» venivano trattati come paria, mentre i «vincitori» avevano assunto i privilegi, l' arroganza e tutti gli altri difetti di quelli che avevano spodestato. Le così dette «nuove zone economiche» altro non erano che campi di concentramento, mentre la tanto vantata rieducazione s' era rivelata una trappola in cui centinaia di migliaia di potenziali oppositori politici erano stati abilmente attirati. Quando, in visita ufficiale in una prigione, fui messo dinanzi a una orchestrina composta da violinisti ex ufficiali dell' esercito di Thieu che per dimostrare la loro gioia di essere rieducati avrebbero suonato per me un quartetto di Mozart, mi rifiutai di prender parte a quelle farsa e ne l libro dei visitatori scrissi che dovunque ci fossero delle sbarre la mia simpatia andava sempre a quelli che ci stavano dietro. Tornai in Vietnam ancora due volte e ogni volta trovai il Paese in condizioni peggiori. Andando a far visita agli amici e ai conoscenti di un tempo - con tutti che si guardavano costantemente alle spalle per vedere se venivano pedinati o spiati - mi fu facile rendermi conto di tutto quello che non era stato fatto, di tutto quel che era stato sprecato, di tutto quello che era andato storto. I rivoluzionari non avevano portato alcuna giustizia, a meno che questa significasse semplicemente mettere in basso ciò che era in alto e rimpiazzare una dittatura con un' altra. La qualità della vita sembrava peggiorare di volta in volta: povertà, corruzione, inefficienza dilagavano. Su ogni argomento che cercavo di affrontare, dalla Cambogia al numero della gente che arbitrariamente era ancora detenuta, le autorità mentivano con una spudoratezza che rasentava il ridicolo. Il mio migliore amico, Cao Giao, venne arrestato e tenuto per mesi in isolamento in una cella senza luce dove ogni giorno gli veniva data una ciotola di riso piena di formiche che lui si accorgeva di mangiare solo quando nel buio le sentiva correr gli sulla faccia. Il Pen Club internazionale condusse una campagna per la sua liberazione, ma le autorità comuniste lo rilasciarono solo quando era chiaro che stava morendo di cancro e aveva ormai pochissimo da vivere. Cao Giao era uno di quelli che la rivoluzione aveva fatto sognare; ma per lui come per tantissimi altri vietnamiti la polizia rivoluzionaria con le sue tattiche di terrore era diventata un incubo come la polizia del vecchio regime. La rivoluzione non aveva mantenuto nessuna delle sue promesse e governava la gente con una crudeltà che divenne spaventosamente apparente quando migliaia di vietnamiti si buttarono, o vennero buttati, in balia del mare su barche pericolanti in cerca di un rifugio. Scrissi di tutto questo e presto, come era già avvenuto ai tempi di Thieu, venni dichiarato persona non grata e messo sulla lista di quelli a cui venne impedito di entrare nel Paese. Non me ne dispiacque. In Cina, per aver scritto cose simili sul regime comunista, nel 1984 venni arre stato, rieducato per un mese e alla fine espulso. Anche lì la rivoluzione aveva avuto un diverso inizio e giornalisti come l' americano Edgar Snow avevano scritto con grande simpatia di Mao e della presa di potere da parte dei comunisti. Eppure in Cina - come in Vietnam e in verità come ovunque - la rivoluzione era presto andata a male, s' era rivoltata contro la gente, e il bambino che sul nascere era apparso così bello e attraente s' era presto rivelato un mostro dal cuore di pietra. Che libro scriverei oggi se mi capitasse di assistere a quello che vidi nel 1975? Certo non lo stesso libro, visto che oggi non sono più la stessa persona di allora, non sono più quel giovane ottimista, sorridente e speranzoso raffigurato coi sandali di gomma dei vietcong nella foto sul retro della copertina. E come potrei essere lo stesso dopo essere passato - e solo da testimone, fortunatamente - attraverso tutte le disgrazie, i massacri, i tradimenti degli ultimi venticinque anni di storia asiatica, d ai killing fields di Pol Pot, ai giovani cinesi assassinati inermi sulla piazza del Tienanmen, alla delusione della people's power revolution di Cory Aquino nelle Filippine, allo strangolamento della democrazia in Birmania e ora all'ondata di materialismo che spazza via quello che non era ancora stato distrutto dalle bombe e dagli iconoclasti? Io non sono lo stesso uomo di venticinque anni fa, così come il mondo non è lo stesso di allora. La vita di oggi non è più dominata dai conflitti ideologici, non ci sono più contrastanti visioni del futuro e non più diverse interpretazioni della storia. La sola voce che oggi si sente rintronare è quella autoincensantesi dei vincitori della Guerra Fredda. Nessuno marcia più per nulla e niente sembra più rivoltare la coscienza della gente. In questo senso mi fa piacere che Giai Phong! e Pelle di Leopardo, da tempo esauriti e introvabili, tornino a vedere la luce grazie al mio editore Mario Spagnol, che poco prima di morire decise di ristamparli.

Tiziano Terzani (9 ottobre 2000)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)