"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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domenica 3 luglio 2016
sabato 2 luglio 2016
Brexit, il mondo è caduto dalle nuvole
Isteria. Indignazione. Catastrofismo. “Lesa maestà”. La
scomposta reazione mondiale all’esito del referendum britannico stupisce.
Perché le avvisaglie erano molte. Eppure si continua a tuonare contro i
populismi, dimenticando che è l'involuzione autoritaria della politica
continentale ad aver spinto gli inglesi fuori dall'Unione. L'unico modo per
superare la crisi dell'Europa non è criminalizzare la Brexit ma infondervi
democrazia, abbandonando il dogma dell'austerità neoliberista.
Ma i cavalli dei cosacchi non si stanno abbeverando a Trafalgar square né la svastica sventola su Buckingam palace. Eppure proprio questo verrebbe da credere stando alla reazione, ai limiti dell'isteria, all'esito del referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea. I mitici “mercati” (sempre al plurale, e sempre “razionali”) hanno bruciato in un giorno, dopo il voto, 2.000 miliardi di dollari, più dell'intero prodotto interno lordo annuo dell'Italia.
Ma i cavalli dei cosacchi non si stanno abbeverando a Trafalgar square né la svastica sventola su Buckingam palace. Eppure proprio questo verrebbe da credere stando alla reazione, ai limiti dell'isteria, all'esito del referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea. I mitici “mercati” (sempre al plurale, e sempre “razionali”) hanno bruciato in un giorno, dopo il voto, 2.000 miliardi di dollari, più dell'intero prodotto interno lordo annuo dell'Italia.
Ora i britannici hanno sì compiuto una scelta critica, ma in
definitiva non hanno fatto che rescindere il contratto di adesione a
un'associazione internazionale, già piuttosto malconcia di per sé. Ammettiamo
pure che per qualche oscura ragione i “mercati” non avessero previsto l'esito
del voto. E allora? Per decenni i cantori della globalizzazione ci hanno
frastornato le orecchie raccontandoci che il capitale si è deterritorializzato,
che non ha più radici, che è gioiosamente nomade come un soggetto di Guattari o
di Rosi Braidotti, che è apolide e in perpetuo movimento. Perciò, se anche i
quartier generali di banche, assicurazioni e fondi d'investimento dovessero
emigrare da Londra in un'altra global city,
siamo sicuri che i mercati nella loro infinita razionalità troverebbero una
residenza vivibile per continuare a macinare profitti.
Né è spiegabile la ben orchestrata indignazione europea che
questo voto ha suscitato. Mutatis mutandis, se la Scozia si fosse separata
dall'Inghiterra (e magari lo farà), sarebbe stata una lacerazione ben più grave
e dolorosa, visto che scozzesi e inglesi hanno condiviso la stessa nazione, la
stessa lingua, lo stesso impero coloniale per più di trecento anni, ma certo
non avrebbe suscitato l'indignazione che ha sollevato la Brexit, che pure ha
deciso la separazione di un'unione durata solo 43 anni, ma mai davvero
celebrata e tanto meno consumata, senza comunità di progetto e di obiettivi (il
Regno unito non ha mai fatto propria la carta fondamentale dei diritti europei,
ha aderito solo a quelle norme del trattato di Lisbona che non contraddicono la
sua legislazione, e così via). Il Regno unito non fu uno dei fondatori
dell'Unione europea e anzi ha sempre remato contro, sempre recalcitrante; ma
ora improvvisamene l'Europa scopre che la Gran Bretagna era il suo socio più
importante e che senza di lei la catastrofe incombe.
Anche all'interno dello stesso Regno unito la reazione è
stata tutt'altro che british. La sola
proposta di far ripetere il referendum è assai più che balzana. Immaginate se
in Italia nel 1946 i monarchici avessero voluto far ripetere il referendum che
instaurò la repubblica, o se nel 1974 la Chiesa cattolica avesse lanciato una
campagna di massa per far replicare il referendum che aveva rifiutato
l'abrogazione della legge sul divorzio. Non solo è insensato, ma è una sfida
alla democrazia e costituisce un precedente pericolosissimo, dalle conseguenze,
queste sì, incalcolabili. Sulla proposta di ripetere il voto ha scritto
Wolfgang Munchau sul Financial Times:
“Non riesco a immaginare una singola misura che produca più acrimonia, più
divisione e più danno economico della decisione di ignorare un voto
democratico”. Eppure questa proposta letteralmente eversiva è stata appoggiata
con giulivo entusiasmo dai più benpensanti organi di stampa europei, dalla Repubblica alla Süddeutsche Zeitung.
Dietro la proposta di ripetere il voto, si delinea, neanche
tanto nascosta, l'idea di invalidare la volontà popolare. È quel che l'Europa
fece esattamente un anno fa con Atene quando cancellò il voto dei greci nel
loro referendum sull'austerità. Allora la Troika decise di chiarire al mondo
che le schede elettorali i greci potevano usarle solo come carta da toletta e
che la volontà popolare non ha alcun potere di fronte alla superiore volontà
dei banchieri, dei mercati e delle cancellerie. I greci erano abbastanza deboli
da dover ingoiare questo pitone salato (altri rettili avrebbero ingerito in
seguito). Con il Regno unito l'Europa ha provato la stessa mossa: costringere
la classe politica inglese a vanificare il voto britannico. Solo che
l'Inghilterra non è la Grecia (la Grecia non siede nel Consiglio di sicurezza
dell'Onu, non è la quinta economia al mondo, non ha un arsenale atomico, non è
un ex impero coloniale, non ospita il più importante centro della finanza
mondiale). Ma ciò non vuol dire che alla lunga non si riesca ad annullare il
voto britannico, come si è annullato quello greco.[1]
La definizione più precisa della scomposta reazione mondiale
alla Brexit è quella di “lesa maestà”.
Gli inglesi hanno osato sfidare, “ledere” il volere dei
partner europei, della grande finanza, del padronato industriale, della potenza
imperiale (gli Usa). È questa sfida all'ordine costituito che ha mandato tutti
nel pallone e ha fatto dare a tutti di matto. Se avessero potuto, avrebbero
emanato una lettre de cachet per l'intero
popolo inglese per rinchiuderlo tutto nell'equivalente odierno della Bastiglia.
Eppure le avvisaglie c'erano. Intanto in Gran Bretagna, dopo
Edward Heath nel lontano 1973, nessun politico nazionale ha mai osato esporsi
come europeista convinto. Nessun premier si è mai dichiarato fautore dell'Unità
europea, semplicemente perché sapeva che avrebbe perso voti. C'era chi era poco
o molto antieuropeista, come i laburisti Wilson e Callaghan, i conservatori
Thatcher, Major e Cameron, o più possibilista verso l'Europa come Tony Blair.
Il consenso nazionale era che la Gran Bretagna avrebbe dovuto far parte del
mercato unico europeo, ma mai e poi mai di un'entità politica europea (e questo
consenso è durato solo finché persino la semplice appartenenza al mercato unico
non ha significato anche frontiere aperte agli immigrati europei).
In secondo luogo, per 40 anni con i tabloid in testa – ma non
solo –, la stampa britannica – anch'essa controllata da quel gran capitale che
oggi recrimina – , ha martellato l'opinione pubblica inglese descrivendo
l'Europa come l'origine di tutti i mali, come la pretesa di legiferare sui minimi
aspetti della vita degli inglesi (litri invece di pinte, chili invece di
libbre), come una burocrazia stolta, tracotante, pignola e parassita.
Da tempo frequento la Gran Bretagna (e non solo Londra, a
differenza di molti) e mai ho sentito una voce che spingesse per più Europa. Al
massimo, invece degli insulti, un silenzio pudico. Perciò non aveva la minima
possibilità di successo una campagna basata sul ricatto della paura: “o
l'Europa o la catastrofe”. Scrive sempre Munchau a proposito della reazione al
voto: “Gli anti-Brexit sono ancora intrappolati nella seconda delle cinque fasi
del lutto: la fase della rabbia. La prima fase è il rifiuto, che è quella in
cui sono rimasti durante tutta la campagna: negavano persino la possibilità che
la parte opposta potesse vincere e negavano il disastro politico di una campagna
basata sul Progetto Paura”.
L'antieuropeismo inglese è così radicato che nel 2012, solo
quattro anni fa, uno dei padri spirituali dell'Unione politica europea, Jacques
Delors, invitava Londra a lasciare l'Europa: “Se i britannici non seguono la
tendenza che va verso una maggiore integrazione nell'Unione europea, potremmo
malgrado tutto restare amici, ma in un'altra forma”, “una forma come quella
dello spazio economico europeo”, o un accordo di libero scambio”.[2]
Perciò nel voto di uscita dall'Unione l'unica cosa che
stupisce è lo stupore che ha suscitato. Tutti caduti dalle nuvole.
Questo stupore, questo sdegno è stato condito dal solito,
ennesimo vituperio del populismo. E sempre più si dimostra che questa
categoria, “populismo”, è totalmente inutile da un punto di vista euristico.
Anzi, essendo usata come puro insulto, impedisce di capire quel che sta
succedendo e funziona da paraocchi perché veicola solo un malcelato disprezzo
per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre
bestiale, sempre preda dei demagoghi. En passant, fu la
Santa Alleanza monarchica e reazionaria che in nome dell'amore imprigionò i demagoghi, come avvenne con i
Decreti di Carlsabd (1819) e per l'Hambacher Fest (1832) con la vituperata (ma
oggi rivalutata) Demagogenverfolgung (“persecuzione
dei demagoghi”).[3]
Usando la categoria del “populismo” qualunque evento viene
letto in chiave regressiva, di ritorno al tribalismo, ricaduta nella barbarie. O tempora, o mores!
È ancora sotto i nostri occhi il sorrisino sprezzante con cui
ci è stato annunciato che i fautori del Restare (in Europa) erano giovani,
colti, agiati (magari anche belli), mentre i fautori della Brexit erano poveri,
ignoranti e anziani.
Tutto vero, mi si obietterà, ma intanto chi è uscito
vincitore dalla Brexit in Inghilterra è Nigel Farage, leader dell'Ukip (United
Kingdom Independence Party) e in Europa Marine Le Pen del Front National
francese. A parte il fatto che la Francia non ha aspettato la Brexit per far volare
il lepenismo: già 14 anni fa, nel 2002, il candidato della sinistra Lionel
Jospin fu estromesso dal secondo turno delle elezioni presidenziali che si
giocarono tutte a destra tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, va rilevato
che questo spauracchio dell'estrema destra è curiosamente selettivo e viene
sbandierato solo in alcuni casi e mai in altri. Il fascista Viktor Orbán in
Ungheria non preoccupa nessuno, come viene tollerato che in Polonia governi
l'altrettanto fascista partito Prawo i Sprawiedliwość
(Diritto e Giustizia) di Jarosław Aleksander Kaczyński; mentre si regalano
miliardi di euro a un aspirante dittatore come il premier turco Recep Tayyip
Erdoğan (leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che tiene l'Europa
sotto ricatto aprendo e chiudendo il rubinetto dei rifugiati, mentre imprigiona
oppositori e chiude giornali critici.
Non solo, ma con la “vibrata indignazione” nei confronti del
populismo, ci si esime dal capire perché in Francia i comuni delle banlieues rouges siano passati da
giunte di sinistra a giunte lepeniste, perché a Roma le borgate e le roccaforti
del Pci siano tutti passate ai 5 Stelle.
Questa narrazione ci fa dimenticare che a votare per la
Brexit è stato il proletariato inglese in massa, sono state le aree del declino
industriale, mentre a votare per l'Europa sono stati i quartieri bene, i centri
finanziari, i suburbi residenziali delle classi agiate. E ci fa regalare la
Brexit alla destra. Mentre è vero l'inverso (non il contrario) e cioè che è
l'involuzione autoritaria della politica continentale, lo svuotamento
progressivo della democrazia sia a livello nazionale, sia a livello europeo ad
aver spinto gli inglesi fuori dall'Europa.
Non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la
crisi dell'Unione europea a provocare le spinte all'uscita. Come ha scritto
prima del voto un lettore della (assai di sinistra) London
Review of Books,[4]
“La Ue di cui la Gran Bretagna è membro, è la stessa Ue che ha brutalizzato il
popolo greco. È la stessa Ue che attualmente, con un piccolo aiuto della Nato,
cerca di respingere i disperati rifugiati dalla Siria, dall'Afghanistan,
dall'Eritrea e da altrove. È la stessa Ue che sta conducendo trattative segrete
sul Ttip (il trattato commerciale transatlantico), sul Ceta (Ue-Canada
Comprehensive Economic and Trade Agreement) e Tisa (Trade in Services
Agreement), trattati che mirano a rafforzare il ruolo delle corporations multinazionali e a
scalzare le regole che proteggono le persone da esse. I socialisti non
dovrebbero scusarsi per lanciare una campagna indipendente e internazionalista
contro l'Ue”.
Resto convinto che se l'Europa non avesse trattato la Grecia
come ha fatto, se non avesse dato questa brutale dimostrazione di come si
schiaccia una volontà popolare in nome di ragioni sovranazionali, forse il voto
inglese sarebbe stato diverso. Non ci rendiamo conto che di quest'Europa è
restato ben poco da difendere. Destra e sinistra propongono le stesse
politiche, tanto che spesso, come in Italia e in Germania, governano insieme,
mentre in Francia la politica di Hollande è indistinguibile da quella di
Sarkozy. Non sono i partiti cosiddetti populisti a svuotare la democrazia, ma è
lo svuotamento della politica a produrre le scelte elettorali a cui assistiamo.
Cosa deve fare un elettore che non la pensa come i benpensanti moderati unanimi
gli impongono di pensare? Sono decenni che la sinistra non offre più soluzioni
“di sinistra”, ma fa propria la vulgata neoliberista secondo cui l'equità
costituirebbe un ostacolo all'efficienza economica (e quindi, all'inverso,
l'ingiustizia va ricercata per avere un'economia più “efficiente”).
Non so se per opportunismo, calcolo, per vocazione o per
convinzione, ma Angela Merkel è stata nell'ultimo decennio la regista della più
grande controrivoluzione sociale a livello continentale che l'Europa abbia mai
visto. L’Ue della Merkel ha fatto a livello europeo quello che alla Thatcher
non era pienamente riuscito in ambito inglese: lo smantellamento dello stato
sociale, l'annientamento dei sindacati, lo sbriciolamento della sinistra
politica. Negli ultimi 10 anni in tutti i paesi, Germania compresa, la
diseguaglianza è cresciuta (l'indice Gini è aumentato), in tutti i paesi
(Germania compresa) i cittadini delle fasce basse hanno perso potere d'acquisto
e hanno visto scemare il loro tenore di vita. Le protezioni sociali sono state
smontate, le possibilità di ascensione sociale stoppate. A un numero sempre
crescente di giovani è stato letteralmente scippato il futuro.
Perciò l'unico modo per superare la crisi dell'Europa non è
criminalizzare la Brexit, non è tuonare contro i populismi o il ritorno al
tribalismo. È infondervi democrazia, è invertire rotta nelle politiche sociali,
abbandonare il dogma dell'austerità neoliberista. Solo così saranno sottratti
argomenti all'euroscetticismo. A meno di non ritenere che la ricetta giusta
fosse quella ironicamente suggerita da Bertold Brecht quando lesse che il
segretario generale dell'Unione degli scrittori della Ddr, di fronte ai moti
operai del 1953 aveva detto: ”Il popolo ha tradito la fiducia che il governo
gli aveva riposto: ora dovrà lavorare il doppio per riconquistarla”. Brecht
disse “Non sarebbe più facile se il governo sciogliesse il popolo e ne
nominasse un altro?”[5].
NOTE:
[1]
Anche Etienne Balibar ha accostato Brexit e vicenda greca su Libération del 27 giugno: “la
debolezza della Grecia, abbandonata da tutti coloro che logicamente avrebbero
dovuto sostenere le sue rivendicazioni, ha portato a un regime di esclusione interiore; la forza
relativa del Regno unito (che può contare su solidi appoggi in seno all'Ue)
porterà senza dubbio a una forma accentuata di inclusione
esteriore”.
http://www.liberation.fr/debats/2016/06/27/le-brexit-cet-anti-grexit_1462429.
[2] “Delors invite Londres à
quitter l'UE”, L'Express del 28 dicembre 2012.
http://www.lexpress.fr/actualite/politique/jacques-delors-invite-le-royaume-uni-a-quitter-l-union-europeenne_1203673.html
[3]
Sempre di passaggio, potremmo far osservare agli implacabili censori del
populismo, che nel vertice a tre con i leader di Canada e Messico, il 29
giugno, di fronte al messicano Peña Nieto che appunto attaccava il populismo,
il presidente Usa Barack Obama abbia rivendicato questa nozione e abbia detto “Io
sono populista”. https://www.youtube.com/watch?v=4le6FhgZBHg
[4]
Vol. 38, n. 7, 31 marzo 2016, Letters.
http://www.lrb.co.uk/v38/n07/letters
[5] Nach dem Aufstand des 17. Juni
Ließ der Sekretär des Schriftstellerverbands
In der Stalinallee Flugblätter verteilen
Auf denen zu lesen war, daß das Volk
Das Vertrauen der Regierung verscherzt habe
Und es nur durch verdoppelte Arbeit
Zurückerobern könne. Wäre es da
Nicht doch einfacher, die Regierung
Löste das Volk auf und
Wählte ein anderes?
Marco
D’Eramo (http://temi.repubblica.it/micromega-online/brexit-il-mondo-e-caduto-dalle-nuvole/
-
1 luglio 2016)
lunedì 27 giugno 2016
Brexit, populisti o democratici a chi?
Comunque la si pensi, la Brexit un merito lo ha di sicuro:
imporci un cambio di prospettiva, farci vedere le cose da un altro, spiazzante
punto di vista.
Populista chi? Ammesso e non concesso che il temine “populismo” –
cioè attenzione al popolo e alle sue esigenze, esaltazione dei suoi valori –
sia necessariamente negativo, sono più populisti l’Ukip e i conservatori pro Leave,
che hanno cavalcato i sentimenti antieuropei e soprattutto anti-immigrazione;
oppure Cameron, che ha promosso il referendum sull’uscita dall’Ue nel 2014 (all’indomani
del successo di Farage alle Europee), lo ha promesso per vincere le elezioni
nel 2015 e poi lo ha realizzato nel 2016, non prima di aver cercato di disinnescarlo,
ottenendo da Bruxelles trattamenti speciali su welfare, immigrazione,
politica economica e finanziaria? Non è populista un premier che usa un
referendum così importante per mero calcolo politico interno (essere rieletto
contro gli euroscettici dentro e fuori il suo partito)? Solo che poi il popolo
ha scelto altrimenti.
Disastro quale? L’uscita dall’Ue o la permanenza nell’Ue? Non sappiamo
ancora quali saranno le conseguenze reali del Leave, che peraltro
avverrà non prima di due anni, ma gli economisti – gli stessi che hanno
già dato pessima prova di sé, non prevedendo la crisi globale e non formulando
ricette efficaci per uscirne – ipotizzano scenari nefasti. In compenso, i
cittadini europei conoscono perfettamente i costi del Remain, con tutti
i sacrifici insiti nelle politiche di austerity: licenziamenti, tagli
delle pensioni, riforme del lavoro con abolizione di diritti, vincoli alle
imprese… In Italia la legge Fornero, il bail-in, il Jobs Act, i paletti al Made
in Italy agroalimentare. La Grecia, che giusto un anno fa disse no
al piano dei creditori internazionali per poi alzare bandiera bianca, continua
ad avere il debito pubblico e il tasso di disoccupazione più alti d’Europa
(24,2%).
Cattivi chi? L’Ue o i governi nazionali, che vendono alle
rispettive opinioni pubbliche decisioni che hanno concorso a prendere? Che
tagliano l’art. 18 “perché l’Europa ce lo chiede”, ma non realizzano il
reddito di cittadinanza anche se “l’Europa ce lo chiede”? Sono cattivi ed
egoisti i cittadini britannici, che scelgono l’exit perché spaventati
dall’arrivo dei migranti, o la grande e civile Ue che non riesce a dimostrarsi
solidale di fronte a una migrazione – e a una strage in mare – epocale, che non
riesce a gestire l’arrivo di 250mila uomini, donne, bambini, mentre paesi ben
più piccoli come Giordania e Libano fanno fronte a oltre 1 milione di profughi
ciascuno?
Democratici chi? La Brexit è stata illuminante anche per capire
la concezione della democrazia di molti nostri rappresentanti istituzionali e
commentatori. Se la sono presa con gli elettori, rinnegando nei fatti il metodo
democratico, con aberrazioni tipo: “Ho paura che la democrazia si possa perdere
se usata male” (Monti), “Elettori disinformati producono disastri epocali. Per
votare servirebbe esame di cittadinanza” (Gori), “Brexit. I limiti della
democrazia diretta: il popolo è sovrano ma non necessariamente consapevole e
sapiente” (Castagnetti), “Certo la democrazia diretta non è infallibile”
(Lavia, L’Unità), “Si è creata un’assurda convinzione basata sul fatto
che quello che viene deciso a maggioranza sia democrazia” (Zevi, giornalista).
Fino alle apoteosi sul presunto voto dei vecchi britannici contro i giovani (in
realtà solo 1 giovane su 3, il 36%, ha votato): “Invece di vietare il voto alla
gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?” (Dini, Vanity
Fair, ritwittato dall’ex Min. Melandri), e il capolavoro del docente di
Demografia all’Università Cattolica di Milano Rosina, che ha parlato di
“necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne
valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro
di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia”. Gli anziani (che per
Rosina non hanno né figli né nipoti, dunque sono egoisti, meschini, al loro
confronto Ebenezer Scrooge è un chierichetto) dovrebbero votare solo su
pensioni, sanità ed eutanasia? Che sinceri democratici a giorni alterni: se il
risultato è quello sperato gli elettori sono maturi e consapevoli, diversamente
sono un branco di ignoranti; se c’è il referendum sulle trivelle “Astensione”,
se c’è quello costituzionale “Al voto!”; se vince il sì “Trionfa la
democrazia”, se vince il No “Trionfa il populismo”. ItExit.
domenica 26 giugno 2016
In Europa non vogliono ascoltare
Secondo i miei calcoli, dal 2009 alla fine del 2016, l’Italia avrà perso 1000 miliardi
a causa di politiche economiche assurde imposte dall’euro, dai Trattati
Europei, e dalle pressioni tedesche avallate – a volte persino con
entusiasmo – dai nostri autoproclamati ‘europeisti’. I nostri
disoccupati hanno finito i risparmi e ora vivono grazie agli aiuti dei
parenti, nel migliore dei casi. Il debito pubblico continua ad aumentare, pur in una situazione congiunturale favorevole (petrolio, euro, tassi d’interesse bassi); la sanità e l’istruzione vengono di conseguenza tagliate.
Le banche italiane, fino a pochi anni fa fra le più sane al mondo,
scricchiolano, per la sottostante crisi delle imprese. Tutto questo è
peggio di un crimine: è un errore. E il panorama non è molto diverso in altri paesi europei.
La rabbia della gente è pienamente giustificata. In economia c’è la domanda e c’è l’offerta. Una crisi di offerta è difficile da curare. Ma una depressione della domanda può essere curata rapidamente,
come ho spiegato tante volte. Perciò, il suo perdurare è inaccettabile:
è dovuto unicamente all’Europa, che impedisce di fare quel che si fa
nel resto del mondo. Aggiungiamo il Trattato di Schengen, che consente la libera circolazione di tutti in Europa (inclusi i migranti) senza un minimo di preparazione, e si capisce perché questa Ue non piace.
Quelli sopra indicati non sono forse motivi sufficienti per uscire dall’Europa, non avrebbero causato la Brexit. In realtà c’è di peggio: l’euro sta provocando una crisi democratica generalizzata.
Per imporre politiche economiche impopolari e assurde, si scavalcano le
corti costituzionali dei paesi membri, i parlamenti, si costringono
alle dimissioni i governi, si indicano i nuovi primi ministri, si cerca
di impedire lo svolgimento di consultazioni popolari, si cambiano le
costituzioni. E sull’Europa, invece di facilitare processi di scelta democratica, si preferisce seguire strategie del fatto compiuto,
di minacce a chi pensasse di uscire (umiliazione della Grecia per
intimidire potenziali imitatori, minacce agli inglesi sulle conseguenze
del Brexit, ecc.), l’uso improprio della Bce per mettere in riga
(tramite artificiali crisi degli spread) chi volesse dissentire, ecc. in
un crescendo di forzature (o camicie di forza, anche costituzionali) che lacerano e dividono sempre più gli europei.
Così Mario Monti:
“Non dobbiamo illuderci; se anche il Regno Unito votasse per restare,
ormai c’è un precedente. Cosa succederebbe se altri Stati decidessero di
intraprendere un cammino simile a quello britannico? Un qualche paese
dell’Est o altri. Che si dice loro? Siete piccoli, non potete chiedere
queste cose?”. Così Paolo Guerrieri (senatore Pd):
“Considero probabile, in tempi brevi, una vittoria dei populisti in
Italia ed in altri paesi. L’Europa deve perciò fare subito passi avanti
irreversibili, ad es. nel settore bancario, in modo tale che quando
arriveranno al potere i populisti non potranno più tornare indietro”.
Così tanti altri.
Qualcuno ancora,
nell’Europa continentale, crede nella democrazia? Si vorrebbe saperlo,
perché in Europa c’è ancora da cominciare una discussione su quale Unione Europea creare con un largo consenso; c’è da fare un percorso di portata, non formalmente ma sostanzialmente, costituzionale, insieme, tutti noi europei;
percorso che le élite continuano a negare, preferendo correre in avanti
per fare una Europa Unita purchessia, una qualunque, in apparenza, ma
in realtà una particolare, che è quella che vogliono loro e non i ceti
popolari. Un’Europa in contrasto con molti dei valori e dei diritti attribuiti dalle costituzioni nazionali ai cittadini, occasione per regolare i conti con i valori che ‘vinsero’ nel 1945-48.
L’Europa come golpe.
Un’Europa che è l’opposto di quella immaginata negli anni ’50 e
costruita, con entusiasmo e partecipazione, negli anni ’60 e ’70 del
secolo scorso. Il punto non è se sia meglio ridurre le tasse e le spese
pubbliche e i diritti dei lavoratori o piuttosto fare il contrario, se
affrontare la disoccupazione o meno, ecc.; Il punto è che anche queste decisioni sono state sottratte alla sovranità popolare
da (presunte) regole europee, fatte senza la partecipazione, il
dibattito, la volontà e il voto della gente, immodificabili. Da questa
arroganza sono fuggiti gli inglesi. I c.d. ‘populisti’ non sono la causa della crisi democratica dell’Europa: ne sono il frutto e gli interpreti.
sabato 25 giugno 2016
Per chi suona la campana dell'Appendino e della Raggi
Il trionfo dei ‘grillini’ mi commuove e, insieme, provoca in me un senso di smarrimento.
Mi
commuove perché per la prima volta sento tirare un’aria nuova, una
brezza fresca e leggera senza essere inconsistente. Non è semplicemente
una questione anagrafica anche se certamente l’età ha il suo peso (Raggi
ha 37 anni, Appendino 32 mentre l’età media dei sindaci a 5Stelle, che
in 19 ballottaggi su 20 hanno spianato il Pd, è di 39). Anche Renzi è
giovane. Ma è un giovane nato vecchio che ha fatto tutta la sua carriera
in un partito, l’unico in pratica rimasto su piazza, che nonostante
tutti i suoi cambi di nome (Pci, Pds, Ds, Pd) ne conserva intatte le
logiche. Andare in bicicletta non significa anche essere mentalmente,
psicologicamente e politicamente giovani. E lo stesso vale per l’altro
Matteo, Salvini. La giovinezza dei ‘grillini’ non sta solo, e forse non
tanto, di essere oltre la forma-partito ma di essere oltre la destra e
la sinistra (cosa che li rende indecifrabili secondo i canoni
tradizionali) due categorie ormai vecchie più di due secoli incapaci di
intercettare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo
occidentale che, al di là delle apparenze, non sono economiche ma
esistenziali. Dal punto di vista politico quella dei 5Stelle è una
mutazione antropologica: cade il mito del lavoro che per Marx era
‘l’essenza del valore’ e per i liberisti è esattamente quel fattore che
combinandosi col capitale dà il famoso ‘plusvalore’. Per i 5Stelle il
lavoro è un valore meno importante del tempo, il tempo a disposizione
per noi stessi e in questa direzione va anche il contestatissimo
‘reddito di cittadinanza’.
Nel
dopoguerra l’Italia ha avuto due ‘rivoluzioni’ giovanili. La prima è
quella rock-beat-hippy che, partita dall’America a cavallo del 1960,
passando per la Londra di Mary Quant, la minigonna, i Beatles, i
‘capelloni’, arrivò fino a noi. Non si trattava di un movimento politico
ma esistenziale, di liberazione dei costumi, soprattutto sessuali, che è
stato facilmente riassorbito dal sistema che ne ha fatto, come sempre,
oggetto e materia di consumo (oggi non c’è musica più commerciale del
rock).
Quella
del Sessantotto (se si esclude il primo terrorismo che però riguardò
solo un’élite) fu la parodia di una rivoluzione o piuttosto il suo
contrario: un movimento reazionario. Cavalcava un’ideologia morente, il
marxismo-leninismo, che difatti sarebbe defunta ufficialmente di lì a
pochi anni. Non c’era nulla di nuovo in quei giovani che quando
arriveranno a occupare posizioni di potere nel mondo della borghesia,
che era la loro vera aspirazione, si comporteranno peggio dei peggiori
‘padroni delle ferriere’. E sul piano del costume fece anzi alcuni passi
indietro. Dopo anni di arrembante femminismo fu un movimento
prettamente maschilista e non è un caso che non abbia espresso nessun
leader donna (le ragazze erano adibite a fotocopiare i volantini). Per
la verità, allargando il discorso, la mancanza di leadership al
femminile riguarda tutto il mondo occidentale. Anche quando in politica
sono emerse delle donne, dalla Thatcher alla Albright a Condoleezza Rice
alla Clinton alla stessa Merkel (“l’unico uomo di Stato europeo” come
io la definisco anche se in senso positivo in contrapposizione a uomini
di governo senza le palle, tipo Hollande o Cameron) si sono appiattite
sul collaudato modello maschile. La sovrastruttura donna ha sempre
sopraffatto la struttura femmina. Mi sembra invece che nella Raggi e
nell’Appendino la componente femminile sia molto presente, non solo
perché sono carine ma nel modo di porgersi al mondo esterno. E contiamo
(anche se per ora ovviamente è solo un wishful thinking) che portino la loro sensibilità femminile anche nel merito delle decisioni amministrative.
Poiché
sono convinto che i 5Stelle vinceranno a redini basse le prossime
elezioni politiche molto cambierà nel mondo dell’informazione,
soprattutto televisiva, col quale il movimento di Grillo è sempre stato
durissimo. La vittoria dei 5Stelle suona come una campana a morto per i
vari Vespa, per i Fabietti Fazio, i Gad Lerner, le Bignardi e gli altri
tenutari del regime.
Il
mio smarrimento invece è simile a quello che deve aver provato Indro
Montanelli quando cadde la Prima Repubblica e perse tutti i suoi
riferimenti polemici. Lo aveva combattuto per mezzo secolo quel regime,
da straordinario ‘bastian contrario’ qual era, ma la sua scomparsa ne
fece uno spaesato. Lo stesso vale per me. Credo di poter dire senza
iattanza di aver contribuito a preparare, nel mio piccolo, il terreno
all’avvento dei 5Stelle con la mia più che trentennale, e quasi
solitaria, battaglia contro la partitocrazia. Ma adesso che, con questo
straordinario e autentico cambiamento generazionale e antropologico,
quella battaglia sta per esser vinta e a condurla ci sono un movimento
ben più strutturato e menti e corpi più freschi e più agili, mi rendo
conto che la campana è suonata anche per me.
Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2016)
giovedì 23 giugno 2016
Matteo Renzi, il suo cambiamento è il cambio di maschera
Sono passati soltanto due giorni dal terremoto
elettorale di domenica e già sta partendo la manovra per sterilizzarne il messaggio,
affogandolo nel solito gorgo di doppiezze studiate ad arte. La ricerca
dell’ennesimo sortilegio a mezzo abrakadabra comunicazionali per salvarsi la
ghirba. Ossia la tecnica di depistare indicando un falso bersaglio.
Dice Matteo Renzi,
alla disperata ricerca del tocco magico perduto: «ha vinto la
domanda di cambiamento». Se ne dedurrebbe che l’esito negativo incassato dal premier/segretario dipenda
esclusivamente dal non aver praticato in misura adeguata il promesso rinnovamento. Dunque, la
sottintesa affermazione che l’elettorato avrebbe punito Renzi per non essere
stato abbastanza Renzi. Al di là dei richiami di prammatica all’umiltà e all’ascolto, un modo
indiretto per ribadire il tratto fondamentale di questo soggetto: la tracotanza. Che non funziona più
neppure in un uditorio tendenzialmente servile, quale quello italiano, a fronte
della ormai manifesta inadeguatezza che ne accompagna l’io-mania.
Funzionerà l’uso mistificatorio delle parole per
consentire di rimettere in piedi il regno del falso costruito in questo biennio
dall’imbonitore venuto da
Rignano?
Questo perché – fine a se stesso – “cambiamento” (come
il suo fratello germano “rinnovamento”) non significa null’altro che un esercizio ginnico/logistico: spostare
arredi, merci e persone. Certo, anche pratiche. Ma senza indicare il senso di
tale spostamento. Per cui il tutto può benissimo ridursi a gestualità e confezionamenti vari.
Oppure – come ormai abbiamo capito benissimo – paraventi dietro i quali celare
spregiudicate quanto inconfessabili operazioni
di potere.
Manovra di depistaggio per occultare il dato vero
emerso dalle urne il 19 giugno: la maggioranza del Paese si ribella all’occupazione delle istituzioni da parte
di una corporazione del potere che ha come unico obiettivo il restare in sella.
Il motivo per cui questo establishment
trasversale (da Giorgio Napolitano a Silvio Berlusconi) aveva aperto un
credito al giovanotto che prometteva di impastoiare nel chiacchiericcio
l’indignazione intercettata dai Cinquestelle e mantenere la presa sulla società
da parte delle politica politicante.
Le elezioni amministrative ci dicono che la gente si è
stufata e Renzi cerca di salvarsi rinnovando la propria narrazione. Sperando di
riuscire nell’ennesima incantamento,
a tutela del regime relazionale che ci tiene in ostaggio; come riuscì venti anni fa quando le inchieste della magistratura avevano
inferto colpi durissimi al sistema affaristico-collusivo della tarda Prima Repubblica.
La tecnica allora fu quella di spostare il focus dalla
“questione morale” alla “questione istituzionale”; spiegando che il nodo non
era la qualità dei principi/comportamenti della classe dirigente, bensì le regole di funzionamento in ambito
elettorale. Per cui il passaggio dal sistema
proporzionale a quello maggioritario sarebbe stato il sufficiente
lavacro per le macroscopiche magagne evidenziate dalle inchieste delle Procure.
Appunto, riuscirà il nuovo depistaggio? È da vedere.
Perché le menti che crearono le scialuppe
di salvataggio per il trasbordo nella Seconda Repubblica erano francamente molto più attrezzate degli improvvisati Gigli magici. Soprattutto
la sapevano raccontare meglio. E mai avrebbero collezionato evidenze a proprio
carico di un totale disprezzo delle regole come la ministra ricattatrice riciclata in telefonista.
Anche se consideri la cosa pubblica “Cosa Tua”, è più
intelligente non darlo a vedere. Altrimenti si capisce subito che il
cambiamento è solo un cambio di
maschera.
Pierfranco Pellizzetti (Il Fatto Quotidiano - 22 giugno 2016)
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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)
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