"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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mercoledì 13 maggio 2020

Anche Michele Buonanni ha risposto presente



Ricevuta la domanda, anche Michele Buonanni ha aderito alla richiesta di offrire un pò della sua esperienza ai componenti del gruppo Afa.
Buonanni nell’editoria fotografica ha iniziato da professionista con la rivista Fotografare, di cui è stato direttore responsabile dal 1981, è poi stato direttore editoriale - e fino alla chiusura - del mensile Fotografia Reflex.
Nel solito appuntamento del martedì Afa, è stato il suo turno per assumere la collaudata funzione di docente, in un incontro dove sono state discusse cinquantaquattro fotografie presentate da diciotto soci.
Sin dall’inizio Giancarlo Torresani, pure presente nella videoconferenza, è stato chiamato dal Buonanni ad affiancarlo nelle veloci letture che, senza tanti fronzoli o smancerie, hanno puntato a focalizzare in modo diretto pregi e difetti delle immagini proposte.
Michele Buonanni non è tipo che le manda a dire, pertanto, senza giri di parole, si è dilungato laddove ha ritenuto necessario suggerire all'autore tagli compositivi, aggiuntivi o sottrattivi, o la scelta del colore piuttosto che il bianco e nero per enfatizzare o rendere più esplicito il messaggio.
Tutti hanno pure notato come, al cospetto di fotografie non proprio immediate, Buonanni ha richiesto al fotografo di descrivere in una presentazione le sue foto. In altri casi, quando cioè le immagini parlavano già da sole, i commenti - sia di Buonanni che di Torresani - sono stati dei veri e propri telegrammi.
Chi non era abituato ne è quasi rimasto deluso. Ma riflettendoci un po’ su, sappiamo che per un trenta – con più o meno lode – spesso non occorre un esame che si dilunghi per mezz'ora. Il professore esperto sa cogliere al volo il livello, anche mettendo assieme molti piccoli ma significativi dettagli che suscitano attenzione.
L'abbinata Buonanni/Torresani, sperimentata in altre occasioni, si è rivelata ancora una volta una combinazione vincente.
La sintesi di entrambi ha completato l’unione di differenti sfaccettature, ma di visioni nel complesso univoche, di critiche convergenti, con suggerimenti, consigli e approvazioni sempre collimanti.
Come in altre circostanze, quindi, tutti i partecipanti hanno tratto vantaggio dalle cinquantaquattro letture incrociate.
E si è ancora una volta accertato come, in questi casi che accomunano autori differenti, vengono maggiormente assorbite le osservazioni riferite alle produzioni altrui.
Tutti quanti hanno accettato indifferentemente complimenti e critiche. Il gruppo ha del resto compreso, con prove tangibili, la solita verità e cioè che non si finisce mai di conoscere cose nuove se ci si pone a vedere attraverso visioni differenti.
In tutto questo e per quanto ovvio, un ritorno arriva a tutte le parti coinvolte, anche al docente e per una serie di motivi.
Attraverso le letture d’immagini variegate, anche questi ultimi hanno modo di verificare le tendenze e si gratificano nell'individuare potenzialità abbozzate, o stimolando autori a migliorarsi.
Intravvedono talenti, scoprono idee sulle quali invitano a puntare.
Alla fine della fiera, pertanto a ogni partecipante resta qualcosa, sempre e a condizione che si rimanga nel solco umile e dinamico di chi vuol continuare ad apprendere.
Del resto tutti abbiamo sempre tante piccole cose da offrire e prendere, nell’interscambio libero che vuole principalmente accrescere una passione.

Buona luce a tutti!

 © Essec


domenica 10 maggio 2020

Orwell di 1984 alla rovescia



Fin quando prevale l’idea che cambiando ministri e sottosegretari poi cambia tutto vuol dire che ancora una volta noi italiani (quella parte di ingenui) non abbiamo capito niente.
Non abbiamo ancora capito che forse occorre mutare anche tante altre cose e, in qualche modo, perseguire dei metodi diversi. Creando vere opportunità nuove, per poi apportare significativi cambiamenti, anche nelle burocrazie sottostanti al potere politico mutevole e mutante.
E non è tanto importante è rivoltare come un calzino la compagine impiegatizia e l’apparato infrastrutturale presente in enti e ministeri, bensì automatizzare cambiamenti radicali e sistematici nei manager, responsabilizzandoli e chiamandoli a rispondere in ossequio anche agli input politici sovrastanti.
In una prima fase potrebbe costituire forse un rischio, non essendo mai stati avvezzi a veri cambiamenti, ma di certo solo così potrebbe emergere l’efficienza dell’operato e la  responsabilità degli addetti. E di ogni singolo ingranaggio della struttura burocratica interconnessa che, pur facendo riferimento ai partiti, andrebbe solo così sottoposta ai controlli di merito veri ed efficaci, sia di carattere giuridico che amministrativo.
Riorganizzazioni nella giustizia, con revisioni strutturali di leggi da accorpare in norme attuative semplificate e certe, e una rivisitazione degli apparati delle Corti dei Conti, ad esempio, potrebbero tornare utili per rinvigorire snellezze decisionali e correntezze operative.
Sarebbe un’organizzazione non da inventare di sana pianta e che si potrebbe avviare per blocchi e stati di avanzamento lavoro, da coordinare assolutamente attraverso sistemi informatici moderni, snellimenti burocratici, creazione di data base interfacciabili e quant’altro possa assicurare assoluta trasparenza nell’ordinaria gestione di tutto il vivere civile.
Nel nuovo appartato amministrativo, transazioni e atti di qualunque genere sarebbero così tutti collegati a codici fiscali e partite iva o altri connotati codificati, che assicurerebbero le tracce per ogni aspetto sociale: operativo, fiscale, etc…
Certo alla lunga un tale cambiamento porterebbe a risvegliarsi un giorno con una società civile e più efficiente ed proprio questo il rischio che una parte dell’attuale società teme e non vuole.
Che ne sarebbe delle lobbies, delle massonerie diverse, dei partiti politici, dello stesso clero e di tutti gli altri concittadini parassiti, in tutto o in parte, o non proprio produttivi nel nostro mondo del quotidiano. Taluni sono sempre all'erta e si organizano per scongiurare la possibilità di un rischio che a tutti i costi non vogliono assolutamente correre.
Quindi, l’appartato feudale, fatto di caste, categorie, principi, vassalli, vassalletti si organizzano per fare la guerra e mantenere, a gradati livelli, ciascuno i propri privilegi fatti a scala e con gradini più o meno alti che differenziano il ceto.
E per facilitare ciò individuano anche quei soggetti che, seppur inqualche modo si posizionano fra i servi, agitano il coro degli idealisti. Li lusingano, li circuiscono o li assoldano per corrompere o semplicemente ingolfare gli ingranaggi di quella che sarebbe una naturale protesta.
Portano, quindi, nel loro campo tutto quanto serve al loro scopo. Non basta la loro pletora di asserviti sciocchi e obbedienti, certi contestatari intelligenti rappresentano il valore aggiunto da acquisire, qualunque ne sia il costo (tanto, alla lunga, nessuno è duro e puro e ogni individuo ha un suo prezzo, più o meno alto).
Questa missione indispensabile per poter sospravvivere e l'obiettivo che accomuna i "forti castellani, principi, duchi o baroni" sarà quello di denigrare chi si illude e si espone nell'incaponirsi a voler cambiare le cose.
"Populisti e inadeguati",  abbaieranno all'unisono tutti i petulanti cani da guardia assoldati dai nuovi padroni.
"Occupiamo i media e frastorniamo la gente con fake credibili" sarà il dictat dei potenti. Bombardamento continuo coi media sarà la parola d’ordine, tanto il popolo bue che non capisce reagisce. "Applichiamo un metodo nuovo", si diranno pure taluni, "magari anche la tecnica di Orwell di 1984 rivista alla rovescia".
In qualche modo, se si vuole, questo scritto può anche essere una integrazione ad altro articolo, al quale, nel caso, si fa rimando; un pezzo in cui si disquisiva su una immaginaria "città ideale".

 © Essec


Presidente Conte, mi sembra una brava persona quindi le do un consiglio: si dimetta!


"Caro Presidente Conte,
mi duole accodarmi al coro latrante di chi vorrebbe la sua testa, ma sento di doverlo fare: si dimetta! Subito. E non sto scherzando. Dovrebbe prendere tutte le sue belle carte, rassettare le sue stanze a palazzo Chigi, congedarsi dai suoi collaboratori e salire al Colle. E tanti saluti a tutti. Da buona figlia della seconda Repubblica, capirà che non provo nessun tipo di empatia per l’attuale classe politica. Ma Lei, presidente Conte, mi sembra una brava persona. È per questo che glielo dico: si dimetta.
Le abbiamo consegnato un Paese scassato, rattoppato alla bell’e meglio, rabberciato, claudicante. Un Paese talmente martoriato da decenni di mala politica, lassismo e indifferenza che altre cinque legislature non basterebbero a rimetterlo in piedi e a ridargli una parvenza di dignità.
Abbiamo scoperto all’improvviso che in Italia la burocrazia non funziona. Che la sanità è stata falcidiata da anni di scelte scellerate. Che la sicurezza ha i suoi intoppi, che la giustizia consente scappatoie, che le imprese sono devastate da grattacapi, che la povertà esiste, che la macchina statale è lenta, che l’immigrazione non è il problema principale di questo Paese, che gli slogan sono idee vuote, che troppi amministratori sono incompetenti, che l’informazione non è incolore, che le conquiste tecnologiche sono lontane. Eccetera, eccetera, eccetera.
E pretendiamo che Lei faccia fluire tutto alla perfezione. Che semplicemente cancelli una pagina e ne scriva una nuova, subito. Che riaggiusti in due mesi un Paese che, per azzopparlo, ci hanno messo mezzo secolo. Non ho visto nessun suo predecessore essere bersagliato sistematicamente in questo modo.
La accusano di tutto e del contrario di tutto. Di essere troppo timoroso e troppo decisionista. Di parlare troppo e troppo poco, di essere poco chiaro e troppo specifico, di essere un dittatore e uno zimbello, di essere confuso e di avere le idee troppo chiare. La accusano di aver attentato alla Costituzione, di aver esautorato il Parlamento, messo agli arresti domiciliari 60 milioni di italiani – e di goderci pure – e di avere il ciuffo sempre a posto.
Si presenta in Parlamento e se ne sta seduto per ore, in rispettoso silenzio, ad incassare la mole straordinaria di insulti che piovono sia dai banchi dell’opposizione che di certa maggioranza. Ma perché lo fa? No, sul serio: chi glielo fa fare? Lavorare giorno e notte con una pistola puntata alla testa, consapevole che da ogni sua decisione dipende il futuro di 60 milioni di persone.
Chi glielo fa fare? Dover dribblare avversari che spuntano a caso, giorno dopo giorno. Evitare gli sgambetti di chi dovrebbe darle una mano e invece cerca di pugnalarla alle spalle.
Sopportare l’arroganza di chi non aspetta altro che un passo falso per affondare ancora di più il coltello. Perché non gliela dà vinta? Una firma e basta. Una firma e l’incombenza di trascinare il Paese fuori dalla crisi spetta a loro. A quelli che sanno tutto, che hanno già pronte tutte le soluzioni.
Lasci fare a loro. Riapra tutto. Tutto: cinema, ristoranti, parchi, piscine, palestre, bordelli. Lo faccia davvero il populista, ci liberi dalle nostre prigioni e consegni le chiavi del Paese a chi sa davvero come gestirlo. Si dimetta, presidente. Così potrà tornare a casa, rivedere suo figlio, spaparanzarsi sul divano e dormire 14 ore al giorno.
C’era chi diceva che saremmo usciti da questa crisi come persone migliori. Io penso invece che siamo stati capaci di dare il peggio di noi stessi senza nemmeno aspettare la fine dell’emergenza. Viviamo nell’era del tutto e subito, del click che asseconda in un istante tutti i desideri. Ma la vita reale non è questo e lo abbiamo capito a nostre spese.
Vorrei che Lei si dimettesse, con tutto il cuore. Perché mi sembra una brava persona e le brave persone, in questo Paese, non hanno un futuro roseo davanti.
Ma non credo che voglia farlo e per questo, a malincuore, la ringrazio."

Serena Verrecchia (sostenitrice de Il Fatto Quotidiano - 7 maggio 2020)


sabato 9 maggio 2020

#cronachequaranteniche e Attilio Lauria



In ambito AFA non poteva di certo mancare la didattica fotografica scorrevole, coinvolgente e preziosa di Attilio Lauria.
Dopo gli interessanti e istruttivi incontri avuti nelle settimane precedenti con Daniela Sidari e Giancarlo Torresani e a cavallo fra due intrattenimenti curati da Nuccia Cammara, Attilio Lauria è stato un altro degli esperti di fotografia che si sono generosamente prestati a intrattenere i soci della Sezione di Palermo dell’AFA.
Fra le tante iniziative che sono state assunte nel panorama fotografico nazionale in questo periodo, spicca l’importante idea fatta nascere da Lauria in ambito Fiaf. In questa associazione egli è redattore della rivista FOTOIT e docente del DID, il Dipartimento Didattica.  In seno alla stessa Fiaf è da tempo anche Vice Presidente e Direttore del nuovo Dipartimento Social.
Come detto, Lauria è colui che ha creato il progetto denominato #cronachequaranteniche. Un’operazione aperta a tutti, con la quale si è voluto perseguire un duplice scopo; quello d’intrattenere tanti appassionati di fotografia forzatamente bloccati dal lokdown e quello di impegnarli nello stimolarne la produzione fotografica di immagini più disparate, realizzate anche con mezzi di fortuna, al fine di documentare i sentimenti, le situazioni e i luoghi in tempo di Covid.
Per maggiori dettagli su questa iniziativa si rimanda alle pagine dedicate di facebook e di Instagram (https://www.facebook.com/fiaf.net/ e https://www.instagram.com/explore/tags/cronachequaranteniche/).
Utilizzando il materiale fin qui raccolto e veicolato attraverso i social sopra citati (che ad oggi superano abbondantemente le settemila unità, tra singole immagini e aggregati di portfolio) Attilio Lauria è riuscito a predisporre un’ampia e significativa presentazione esemplificativa. Con le foto pervenute che, rappresentano al momento un bacino provvisorio d’immagini, ha costituito un’interessante casistica delle possibili proposte creative fino ad ora generate dai fotoamatori.
Avendolo visionato in anteprima, ho invitato Attilio a proiettarlo in occasione dell’incontro programmato e, con il suo consenso, è stato proposto in una videoconferenza organizzata dall’AFA.
Dopo un’ampia premessa introduttiva sul tema e sui variegati strumenti utilizzabili e utilizzati nella realizzazione delle immagini, Lauria ha sottolineato come le scelte operate al momento sono provvisorie, rispetto alla selezione finale che accompagnerà il progetto. Le scelte definitive coinvolgeranno, infatti, altri esperti.
La sua selezione si è focalizzata sulle diverse possibilità perseguibili riguardanti, ad esempio, aspetti estetici e concettuali, evitando di dare eccessiva importanza alle tecniche di ripresa o al taglio operato dagli autori.
Ha ribadito come il tutto è stato raccolto con l’intento principale di raccontare il periodo, proponendo tante immagini che potessero rappresentare in modo efficace il tema di base.
Interni, esterni, geometrie, concetti, allusioni, ironie, allegorie, dettagli, particolari e quant’altro ancora, hanno costituito i contenuti di una serie di capitoli nella sequenza delle immagini proposte.
Il commento e le dissertazioni di Lauria, hanno accompagnato e spiegato la proiezione e, qualora ce ne fosse stato bisogno, dilungandosi sul significato di ciascuna foto, dissertando anche su aspetti e regole più generali della fotografia, intesa come forma espressiva e d’arte.
Citazioni di tanti autori e artisti hanno pertanto accompagnato l’esposizione e i tanti personaggi famosi talvolta sono stati anche accostati a alcuni degli scatti proposti.
In molti casi sono state accostate similitudini, altre volte sono state attenzionate scuole di pensiero, altre volte ancora evidenziati apparenti errori compositivi che in verità - e in relazione allo scopo - non erano affatto degli errori, ma delle scelte deliberatamente volute.
Il ritmo incalzante e i commenti del docente hanno fatto volare il tempo e la presentazione, durata più di un’ora, ha mantenuto sempre viva l’attenzione e l’interesse dei partecipanti.
Alla fine Lauria ha anche fornito ogni chiarimento per favorire l’adesione all’iniziativa Fiaf  nazionale (#cronachequaranteniche) e si è prestato a soddisfare ogni curiosità e a rispondere alle tante domande ricevute.
Anche questo evento è stato quindi un altro successo, un momento di arricchimento per tutti e che ha dato modo - a chi non l’avesse prima conosciuto - di apprezzare la valenza del critico fotografico Attilio Lauria.

 Buona luce a tutti!

 
© Essec

mercoledì 6 maggio 2020

Prendi due e paghi uno ..... per poi “appanarsi” di fotografia


Martedì, al consueto appuntamento settimanale programmato con AFA, si è associato un secondo evento, promosso la sera dall’ACAF di Catania. A causa dello stato di reclusione, che ci obbliga al domicilio obbligato, tanti eventi si succedono e così ho avuto modo di partecipare a entrambi gli incontri, che si svolgevano in città diverse, ma raggiungibili attraverso conferenze sul web.

Il raduno sociale pomeridiano ha riguardato Fabio Savagnone, affermato fotografo palermitano, che ha intrattenuto l'appassionata compagine raccontando la sua trentennale attività fotografica da professionista e presentando una serie di lavori, descrivendone nel dettaglio genesi, tecniche e quant’altro possibile. Nell’appuntamento serale, invece, il catanese doc Avv. Pippo Pappalardo ha intrattenuto i soci ACAF e qualche altro ospite pure collegato narrando, con la sua ormai famosa eloquenza e preparazione critica, il genio Giacomelli; mostrando e commentando all’uopo le principali opere dell’artista, nato nel 1925 e scomparso nel novembre del 2000.

Andiamo per ordine.
Nell’intrattenimento delle diciotto, Savagnone ha esordito con le sue produzioni presentando delle foto recenti - che in qualche modo richiamavano la scuola di Luigi Ghirri - per poi via via risalire ai principali lavori della sua articolata produzione.
Come negli spettacoli che si svolgono a teatro, a un certo punto è scoccata la scintilla, c'è stato uno stacco, un cambio di passo e - in un’atmosfera coinvolgente - sono cominciate a scorrere immagini particolari che hanno immediatamente attratto l’attenzione. Non solo. L’esposizione delle singole immagini era ora accompagnata da commenti che palesavano l’entusiasmo ancora vivo dell’autore, che descriveva ogni immagine con pieno coinvolgimento, come se stesse in quel momento scattando nuovamente quelle fotografie, per una seconda volta.
Disponibile a ogni tipo di domanda, le sue risposte sono state generose e genuine; sempre coerenti a una onestà intellettuale che non sempre è presente in fotografi affermati e che non lasciava trasparire alcuna falsa modestia.
Su specifica richiesta è stato anche ben disponibile a deviare dal programma preordinato, ricercando in diretta nel suo archivio e proponendo foto di un calendario automobilistico realizzato nel 2017 per Horacio Pagani.
Nel mostrare le dodici immagini definitive per i mesi dell’anno, si è dilungato anche nel descrivere particolari, bozze e chiavi di lettura che mostravano il notevole lavoro tecnico e la fantasia creativa che lo avevano impegnato nelle varie fasi realizzative dell’intero progetto.
Alla fine, tante domande hanno riguardato i vari aspetti della carriera del fotografo, con la richiesta di ulteriori informazioni su quanto era stato illustrato e detto fino a quel momento.
Come ciliegina sulla torta si è anche reso disponibile a ospitare per una visita al suo studio, che nello specifico è un riferimento storico essendo appartenuto alla famosa famiglia di fotografi che furono i Cappellani.


Dopo una mezz’ora circa ha avuto inizio il secondo evento in quel di Catania.
Parlare di Mario Giacomelli e sentirne dire da Pippo Pappalardo non è uno spettacolo comune.
Pappalardo ha esordito intanto con una sua considerazione sull'attualità e cioè che l’esperienza Covid, che stiamo vivendo in questo nostro tempo, deve servire a tutti per potenziare la nostra umanità.
In un’ampia premessa ha giustificato la sua scelta di aver voluto trattare di Giacomelli col fatto che questo fotografo per lui ha sempre rappresentato un genio puro e anarcoide rispetto agli incasellamenti che tutti tendono a attribuire ai fotografi di ogni tempo.
Per Pappalardo - e non è il solo - Giacomelli è stato sempre un evasore, un uomo libero, ma discreto, che non ha mai ecceduto in alcuna forma di protagonismo.
Sempre attento alla vita ma, in qualche modo, anche sempre in disparte a osservare.
Pappalardo attenziona che le due cose che Mario Giacomelli ha avuto costantemente presenti e anche avuto in odio sono state la morte e la vecchiaia. Questi due elementi, infatti, albergheranno costantemente in tutte quante le sue opere, realizzate come in un congelamento miscellaneo di visioni oniriche e neorealiste.
Pappalardo ha quindi esposto, per grandi linee, la storia del Giacomelli raccontando come, con le sue fotografie, attraversa il periodo in cui l’Italia postbellica transita dall’epoca contadina a quella industriale.
Evidenzia quindi nella figura dell’artista l’indole intrinseca. Seppur nato in un cotesto umile contadino, il Mario inizia la sua avventura sotto l’influsso della scuola filosofica di Benedetto Croce alla quale fa riferimento. La sua epopea prende il volo con l’incontro con la persona che per lui diverrà il suo pigmalione: Giuseppe Cavalli (che allora capitanava il gruppo di fotografia milanese amatoriale denominato La Bussola).
"Io fotografo le mie idee, senza mai abbandonare le mie emozioni" era e fu sempre il mantra che ha accompagnato per l’intera vita Mario Giacomelli.
Ai tempi del suo primo periodo artistico, la forma costituiva tema per le diverse correnti contemporanee. Gli scatti ricercavano sempre dettagli per descrivere, tramite essi, un’emozione.
Un lirismo drammatico connota le sue produzioni e le opere realizzate costituiscono un esempio emblematico, per esemplificare i casi in cui i "messaggi" superano le realtà e attraversano il tempo.
E’ Paolo Monti, presidente de la Gondola di Venezia, che scopre per primo - ponendole in luce - le potenzialità di Giacomelli. Ciò accade attraverso la partecipazione a concorsi fotografici dove Monti fa da giurato. 
Quindi, Pappalardo inizia con un’ampia carrellata cronologica delle opere di Mario Giacomelli, che costituisce una vera e propria antologia.
Racconta ogni immagine in modo sapiente e completo, soffermandosi sui particolari, mostrando in tempo reale il lento mutamento delle produzioni fotografiche.
Purtroppo, come talvolta accade negli spettacoli più belli, a un certo momento va via la luce, metaforicamente parlando.
A metà evento il collegamento comincia a fare le bizze, la voce comincia a saltellare e si perdono del tutto le cadenze sonore di quella narrazione affascinante.
Riavvio più volte il computer, premo più volte il tasto F5, pensando di rimediare, ma la situazione non migliora, non succede nulla di buono.
Riesco a seguire la parte finale solo per prendere coscienza, qualora ce ne fosse stato bisogno,  di aver perduto l’occasione di ascoltare una esposizione fantastica su Mario Giacomelli magistralmente condotta e offerta dal grande Pippo.


Una stranezza della vita, come talvolta accade, ricollegava i due personaggi che hanno arricchito questa giornata di fotografia.
Neanche a voler farlo apposta l'esistenza di entrambi si ricollegava al personaggio Giacomelli.

Per Fabio Savagnone, Mario Giacomelli è stato il primo grande fotografo che gli ha fatto conoscere la fotografia professionale di un certo livello e il suo mondo, permettendogli di lavorare a suo stretto contatto - per ben tre mesi circa – quando Fabio era ancora fotograficamente un “pischello” alle prime armi.
L’incontro fu per Fabio decisivo per vedere da vicino il modo d'operare di un artista vero, accumulare esperienza e avere conferma della sua innata passione per la fotografia.
A diciotto anni, grazie all’introduzione del fratello maggiore bancario, che al tempo lavorava in quei luoghi, ben trent’anni addietro, Fabio ebbe l’opportunità di conoscere e frequentare anche la famosa tipografia del Mario Giacomelli che già era un affermato fotografo.
L’incontro di Pappalardo con l’artista di Senigallia successe, invece, nel periodo di punta della notorietà del fotografo, ma anche terminale della sua esistenza umana.
In entrambi i casi, sia Savagnone che Pappalardo, hanno regalato, ciascuno all’insaputa dell’altro, degli aneddoti che io in questo testo ricollego.
Il primo ebbe a raccontare di come in tipografia, durante l’elaborazione della stampa di una foto, Giacomelli vide quello che in negativo non c’era. Fabio assistette, con sua meraviglia, alla creazione estemporanea di un terzo alberello mancante in una foto di paesaggio; un albero che fu realizzato con strabiliante maestria, con dei piccoli e semplici tocchi, intervenendo direttamente sul negativo originale.
Il risultato della stampa finale, racconta Fabio, fu un’incredibile “magia” per la perfezione dettagliata di quel nuovo elemento che non esisteva prima e che non mostrava alcuna differenza rispetto agli alberelli che erano stati fissati in origine sui sali d’argento al momento dello scatto.
Il primo aneddoto di Pappalardo si muove, invece, in un ambito più spirituale e quasi mistico, a causa della grande intesa che si era da subito instaurata - e già dal primo incontro - con l’artista.
Narra Pappalardo che ebbe modo di visitare a Roma la prima mostra postuma interamente dedicata a Giacomelli. L’allestimento dell’esposizione venne fatto con una foto introduttiva dell’artista, scattata poco tempo prima che morisse e su quella foto era scritto un suo ultimo pensiero a lui noto e che diceva: “questo ricordo lo vorrei raccontare”, la stessa foto fu pure inserita nel libro fotografico annesso alla mostra.
Pappalardo racconta che nel leggere quel messaggio, in quella mostra romana, immaginò che fosse un ultimo messaggio diretto a lui, per un proposito che avevano entrambi convenuto: quello di realizzare il racconto insieme. In un incontro che sarebbe stato prossimo, ma per il quale non ci fu più il tempo.
Per chiudere, riporto ancora una chiosa raccontata da Pippo nel corso della serata.
Domandando un giorno a Ferdinando Scianna chi fosse stato per lui il più grande fotografo di tutti i tempi, ebbe come risposta: "Henry Cartier Bresson, ovviamente". Pippo gli disse: "e Mario Giacomelli allora?" La risposta del Maestro Ferdinando fu: "Che c’entra, quello è stato un Genio, ma in quanto tale non classificabile, perché fuori da ogni schema e invaso dall’immensa fantasia creativa."

Buona luce a tutti!

 © Essec

P.S.  Con il  termine "appanarsi" nel gergo palermitano s'intende significare il saziarsi di pane in maniera esagerata, ben oltre il dovuto, talmente tanto da avere uno stomaco ultra pieno e quasi difficoltà pure a respirare.


Covid 19 - Terapia della "Plasmaferesi"

Segnalo un messaggio ricevuto in rete da una fonte attendibile che, a mio parere e salvo smentite, merita quantomeno di pubblicato per diritto di cronaca e essere letto senza alcun preconcetto.

"Ti invito a leggere attentamente questo messaggio, scritto da Mauro Rango - whatsapp n.ro 00393480965229 - email mauro.rango@gmail.com, perché l'informazione televisiva e giornalistica più importante si rifugia in posizioni di dominio, nascondendo tante verità (o presunte tali) e impedendo un vero confronto tra varie tesi.
Io penso che, allorquando ci si trovi di fronte a tante morti, indipendentemente dalla personale convinzione è preferibile interfacciarsi con chi (si parla anche di medici di ospedali italiani di Napoli, Roma, Padova, Mantova) afferma di aver superato ogni problema ed ha già salvato la vita di tante persone, abbandonando presunzione ed arroganza.

Vi scrivo i miei riferimenti perché mi assumo la piena responsabilità di quello che sto dicendo e vi chiedo, dopo aver letto il mio messaggio, di valutare se aiutare me e alcuni amici medici nella nostra battaglia, diffondendolo.

Non mi trovo in Italia ma vengo a sapere da un amico che ieri sera nella trasmissione di Fazio il Prof. Burioni (che da quel che mi dicono gli viene dato molto ascolto in questa vicenda epidemica) asserisce alcune cose che devo necessariamente correggere.

1. Burioni: Parla di SPERIMENTAZIONE COL PLASMA x evidenze scientifiche che attestino l'efficacia su contrasto a coronavirus

1. Rango: Il CONCETTO DI SPERIMENTAZIONE E' FUORVIANTE. La tecnica della Plasmaferesi è in uso da molte decine di anni. I due responsabili della plasmaferesi a Mantova e a Pavia l'hanno appresa quasi 30 anni fa a Padova, in quella che allora si chiamava Clinica Pneumologica. (Privatamente, a chi sarà interessato, via email posso fornire tutta la storia e i dettagli.)

 Qui in Africa, dove vivo attualmente, hanno iniziato a fare LA PLASMAFERESI DOPO I PRIMI DECESSI. Da quando hanno iniziato a trattare i pazienti con la plasmaferesi, in un mese si è registrato UN SOLO DECESSO - parlo della Repubblica di Mauritius (controllate i dati nel sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità).

2. Burioni afferma che tra i fattori di criticità c'è il fatto che non tutti i guariti producono plasma efficace.

2. Rango. È vero. Circa la metà dei guariti ha nel proprio plasma la quantità di anticorpi necessaria a curare un altro soggetto ammalato.
 È per questo che esiste un protocollo di selezione del plasma che va seguito. Lo sappiamo fare qui in Africa. *Lo abbiamo appreso da voi in Italia. Se lo avete scordato inviateci un medico che gli ricordiamo come si fa.

3. Mi riferisce l'amico italiano che nella trasmissione di Fazio si è detto che la plasmaferesi è efficace SOLTANTO nei soggetti che non siano in stadio avanzato.

3. Rango : NON È VERO. Nei soggetti in stadio avanzato la plasmaferesi è NECESSARIA ma va ACCOMPAGNATA con antinfiammatori e anticoagulanti (qui mi esprimo per gli addetti ai lavori: necessari per bloccare l'attivazione dei mediatori flogogeni e l'alterazione della scala coagulatoria, bloccando il quadro di CID locale responsabile del decesso).

4. Mi riferisce sempre il mio amico che si è poi parlato della produzione di plasma sintetico perchè il sangue dei guariti non sarebbe sufficiente.

4. NON È VERO. Fate il calcolo voi stessi. Controllate il numero di persone guarite (che stanno continuando ad aumentare, con il numero di persone infette SINTOMATICHE che continua a diminuire e verificherete che non c'è bisogno di plasma sintetico. È sufficiente mobilitare tutte le associazioni di donazione del sangue.
Plasma sintetico significa: FARMACO. Che è uguale a PROFITTO. Ma  soprattutto, ed è questo che ci interessa, significa ATTENDERE ANCORA LA MORTE DI QUALCHE MIGLIAIO DI PERSONE.

Sono mesi che il sottoscritto e parecchi medici in Italia cercano inutilmente di fare arrivare ai vertici dell'informazione queste informazioni. La terribile realtà, difficilissima da accettare, è che migliaia di vite si sarebbero potute salvare con farmaci e strumenti già in possesso e in uso in Italia.
Farmaci e strumenti che hanno il GRAVE DIFETTO di COSTARE POCHISSIMO.

FINALMENTE, dopo migliaia e migliaia di morti si inizia a parlare di uno di questi strumenti: Plasmaferesi.
 Ma da solo non basta. Non è sufficiente per salvare tutti (o quasi).

 ATTENZIONE: Nei casi gravi a questo va accompagnato un potente antinfiammatorio, un anticoagulante e l'azitromicina.

Il comportamento del virus nel corpo   presenta due aspetti:

a) Il primo è SIMILE alla polmonite interstiziale da Micoplasma

b) Il secondo (ancora da definire completamente) SIMILE ad una vasculite.
(Dico 'ancora da definire' perchè alcuni medici, in Italia, dopo alcune autopsie eseguite affermano che è  l'affezione ai vasi sanguigni a determinare i trombi e dunque l'esito fatale. Mentre altri specialisti in pneumologia affermano che sia l'infiammazione polmonare a determinare, nella fase finale, la formazione di trombi e il decesso.)
MA POCO IMPORTA AI FINI DEL SALVATAGGIO DELLA VITA DELLE PERSONE!
L'atteggiamento da tenere, in attesa di chiarire l'aspetto di cui sopra, è quello di usare i farmaci GIÀ ESISTENTI come se si dovesse affrontare, nel contempo, una polmonite interstiziale da micoplasma e una vasculite con esiti trombotici.
I FARMACI E STRUMENTI ESISTONO GIÀ. E sono quelli che ho già indicato:
Plasmaferesi
Antinfiammatori
Anticoagulante
Azitromicina x 6 giorni

 A Mauritius li stiamo utilizzando dall'inizio dell'epidemia.

Dall'inizio epidemia abbiamo avuto 10 decessi. I primi 9 perchè non era ancora consolidata la plasmaferesi. Il decimo, ritengo, (ma non ho ancora la certezza a riguardo e mi sto informando) che sia stato dovuto al fatto che non gli sia stato somministrato l'anticoagulante.

L'Italia possiede tutti gli strumenti e farmaci, fin dall'inizio dell'epidemia, che avrebbero potuto evitare più del 90% dei decessi (di certo non si sa rebbe potuto evitare il decesso di un malato terminale di cancro aggredito dal virus a cui restava soltanto, a causa del cancro, qualche giorno o qualche settimana di vita).

 Purtroppo gli scienziati che hanno occupato e che ancora continuano ad occupare l'informazione in Europa e negli Stati Uniti hanno impedito che le informazioni scritte qui sopra arrivassero all'opinione pubblica. MA HANNO IMPEDITO CHE ARRIVASSERO ANCHE AI MEDICI IN PRIMA LINEA CHE STANNO DURAMENTE LOTTANDO E MORENDO A CAUSA DI QUESTE CARENZE INFORMATIVE.
*
Anche le molte nostre lettere scritte ai giornali italiani sono state censurate.

Io non credo ci sia un complotto come spesso si legge in rete (qualche scienziato che occupa l'informazione probabilmente tace perchè le case farmaceutiche spingono per il business degli antivirali ma non è un complotto, non c'è un disegno) credo piuttosto all'ignoranza, alla supponenza e dell'incapacità nel nostro sistema politico, medico e informativo a far fronte ad una epidemia che, ripeto, se affidata a qualche vecchio pneumologo, della vecchia scuola italiana oppure ad un medico generalista mauriziano (che a quella scuola ha attinto il suo sapere) sarebbe già stata completamente debellata.
PER FAVORE, VE LO CHIEDO A NOME DI CHI STA SOFFRENDO IN QUESTO MOMENTO,
se condividete, fate girare questo messaggio. Il più rapidamente possibile. Con tutti i mezzi che avete. A quante più persone possibile. Ora che si comincia a parlare di Plasmaferesi in Italia è il momento per dare la spallata finale, per spingere l'opinione pubblica e il sistema informativo e, alla fine, quello medico a misurarsi sull'evidenza dei fatti e non sulle parole di illustri scienziati più interessati a dibattiti accademici e più preoccupati del loro prestigio, che di interrogarsi su come salvare qualche vita umana."

In merito è opportuno citare una precisazione ufficale dell'AVIS (https://www.avis.it/2020/05/02/covid-19-plasma-iperimmune-e-fake-news-ecco-perche-e-importante-non-creare-false-aspettative/)

"Il Presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, è nuovamente tornato a parlare di plasma iperimmune impiegato nella terapia di alcuni pazienti affetti da Coronavirus.

Anche a seguito di alcuni messaggi comparsi sui social network, ha deciso di ribadire dei concetti chiave già precedentemente esposti in un video, per fare chiarezza sull’impiego del plasma iperimmune per individuare una terapia per i malati di Coronavirus.

Questa la sua lettera aperta:

             «A seguito di messaggi che circolano nelle ultime ore su WhatsApp e Facebook, si vuole precisare e ribadire quanto già evidenziato relativamente alla terapia con plasma iperimmune contro il Covid-19.

Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie.

Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio.

È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano.

AVIS, insieme al mondo scientifico e al Centro Nazionale Sangue, sta seguendo con molta attenzione l’evoluzione e si sta adoperando per studiare queste opportunità. Al momento, però, è importante mantenere la calma e informarsi sempre attraverso fonti attendibili e non creare false aspettative.

Appena conosceremo il test che meglio è in grado di rilevare e dosare questi specifici anticorpi e non appena le aziende di plasmaderivazione saranno in grado di produrre le immunoglobuline specifiche, coinvolgeremo la generosità dei donatori per la plasmaferesi»."

martedì 5 maggio 2020

A.F.A. Sezione di Palermo – Un anno dopo



Tempo addietro, in un altro articolo, ho avuto modo di scrivere su questa avventura associativa che ci vede accomunati, come appassionati di fotografia, in un nuovo progetto.
A un anno di distanza, torna utile fare un check sulla situazione e trarre delle considerazioni sullo stato dell’arte.
L’eterogeneità dei soci e i tanti momenti che hanno accompagnato l’esperienza, hanno di certo generato un amalgama in una compagine che funziona.
Culture fotografiche variegate e di differenti “etnie d’origine” hanno apportato ricchezza in un percorso che è riuscito a far convergere differenti linee verso un unico obiettivo: divertirsi cercando di crescere nella passione per la fotografia.
In un ambiente libero da preconcetti, ciascuno ha potuto portare avanti proposte e lo sviluppo, talvolta anche occasionale delle stesse, ha consentito a tutti di interagire in una dialettica costruttiva.
Per quanto potesse essere ovvio, le contaminazioni fotografiche erano messe in preventivo, anzi erano auspicabili; come pure era atteso un travaso tra modi di intendere la fotografia, talvolta diversi.
Il top produttivo dei soci, a mio parere, si è avverato solo di recente.
In tempo di Covid 19, si è avuta l’opportunità di sperimentare nuove forme d’intrattenimento che, attraverso collegamenti multimediali, grazie alle predisposizioni tecnologiche di taluni, hanno consentito di svolgere riunioni e lezioni di fotografia, con il coinvolgimento diretto di esperti e di docenti che si sono generosamente prestati allo scopo.
In ultimo, l’attuazione di tanti singoli lavori presentati nel progetto #iorestoacasa, curato da Nuccia Cammara, è riuscito a fare emergere la maturazione collettiva del gruppo e dei singoli partecipanti, direttamente e indirettamente coinvolti nell’operazione.  
Ben diciannove lavori, con novantacinque fotografie complessive scelte autonomamente dai soci, hanno saputo raccontare diverse storie.
Certamente la tipologia dei lavori, indirizzati alla specificità della fotografia partecipativa, erano legati ad un percorso tematico comune, ma i singoli portfolio sono riusciti ad esprimere sensibilità e sfaccettature diverse per una problematica non semplice da rappresentare, cioè: “il quotidiano in periodo di Covid” .
Non è utile, al riguardo, perdersi in un esame dei singoli progetti, perché è il prodotto finale d’insieme ciò che ha rappresentato il valore aggiunto  e la sintesi complessiva dell'operazione.
Le varietà e le specifiche aggregazioni hanno, infatti, costituito le diverse tessere nel componimento di un puzzle complesso. A mio modo di vedere, più che le singole sensazioni rappresentate da ciascuno, è valso alla fine il messaggio collettivo.
Le scelte estetiche, le selezioni operate, le tecniche utilizzate, hanno rappresentato in tutti i casi la grammatica, la sintassi, lo stile, le parole da ciascuno usate per esprimere un messaggio, una sensazione, un sentimento.
Ritornando al titolo dello scritto, quindi, si può ben dire che l’eterogeneità dei soci approdati all’AFA hanno oggi costituito e rappresentano appieno il raggiungimento dell'obiettivo che ci si era fin dall’origine prefissati.
Non resta, quindi, che mantenere l’entusiasmo genuino e il desiderio di divertirsi in questa passione che ci unisce: la fotografia!

Buona luce a tutti!

 © Essec



“Digli che ha ragione”



Una delle frasi più efficaci per indisporre in un'argomentazione chi, arroccandosi a un suo modo di vedere e che non fa alcun passo avanti per alimentare il dibattito, è quello di mediare per cercare di chiudere la discussione, esortando anche gli altri a pronunciare la fatidica frase: “digli che ha ragione”. Apriti cielo, di regola ne segue un pandemonio.
Ripetuta però, questa tecnica diventa un metodo infallibile per indurre alla ragione e ridurre o eliminare a monte possibili confronti inconcludenti, quasi sempre per la scarsa malleabilità dei soggetti abituati a essere solo ascoltati, abituati a non avere alcun contraddittorio.
A certuni, peraltro, non balena mai l’idea di verificare se l’occasionale platea condivide le opinioni espresse o, quanto meno, le teorie che tendono ad avvitarsi su presupposti giammai dimostrati ma esclusivamente basati su un personale punto di vista.
Reminiscenze scolastiche rievocano dalla memoria certi professori inutili che si parlavano addosso, che si avvolgevano in noiosi monologhi che lasciavano esclusa gran parte degli allievi. Di questi soggetti me ne ricordo fortunatamente solo alcuni, poiché la nostra mente ha buoni anticorpi e tende a rimuovere sempre dalla memoria quello che è “il superfluo”.
Di contro ricordiamo tutti gli arricchimenti procurati da quelli che hanno costituito delle luci nell’evoluzione lenta del nostro pensiero.
In questo caso affiorano tanti personaggi, molti aneddoti, una folla di “maestri” che, ciascuno per ogni campo specialistico e a prescindere dal livello culturale intrinseco – inteso come preparazione scolastica di base – hanno saputo regalare mattoncini costruttivi, in un percorso di vita. Nel nostro ambito sociale circolano molte capre laureate, asini di razza dotati però di attestati e diplomi (non di asinità ovviamente). Particolare clamore fece un tempo la laurea del “Trota” conseguita in Albania. Ma anche in casa nostra non si è scherzato tanto, quando si è aperto a mini lauree finalizzate esclusivamente a innalzamenti di carriera, per lucrare soltanto.
Come ebbero a dire o ancora ci dicono molti di questi personaggi che annoveriamo fra le stelle che orientano nel percorso di vita, la vera scuola è il mondo e non si finisce mai di apprendere perché è in esso le aule sono sempre aperte a una didattica senza fine. In genere non si ha nulla di assolutamente nuovo da insegnare, non c'è nulla che non sia stato già detto, fatto o solo accennato da qualcun altro prima.
In ogni caso, per chi vuole continuare a crescere, il ruolo delle parti necessita – e da entrambi i versanti – che ci sia ovviamente onestà intellettuale, ma anche un’educazione propensa all’ascolto e una chiarezza espositiva nel declinare le proprie tesi. La concettualizzazione e la sintesi costituiscono poi solo delle logiche conseguenze.
Le tante citazioni che spesso infiocchettano i discorsi possono essere spunti o soltanto dei vezzi, per approfondire magari più i temi o per abbellire il discorso, ma non devono mai essere subiti da chi ascolta come armi emarginanti.
Un concetto, se si ha ben chiaro, può essere espresso usando termini semplici e comprensibili, se lo scopo dell’oratore è veramente quello di voler far intendere ciò che vuol dire.
Ritornando all’inizio di questo scritto e per concludere, assicuro che la tecnica dell’indurre anche gli altri a pronunciare le parole “digli che ha ragione” è sperimentata, efficace e funziona sempre.
Vedrete che dopo un paio di volte certuni avvezzi, almeno in vostra presenza, eviteranno d’incaponirsi ostinatamente nelle loro tesi e nel voler convincere ad ogni costo, per non correre il rischio di essere “mediati” con quelle parole che li fanno imbufalire per davvero.
Un'altra delle frasi che tendono a disarmare un interlocutore agguerrito che minaccia pure di scrivere e non si sa a chi è anche questa: "scrivi, scrivi e ...... quando poi hai tempo leggi" ...... ma questa è un'altra storia.

Buona luce a tutti!

 © Essec


domenica 3 maggio 2020

La storia siamo noi, scrisse il poeta



Nel modo artistico sono tanti e diversi i punti di vista. Ciascuno porta avanti le proprie tesi e teorie con convinzione. Molti anche coloro che sono sempre tentati di imbrigliare la creatività secondo regole e categorie. Sono spesso quelli che necessitano di dover catalogare tutto, ad ogni costo, per individuare magari i dettagli di stile e poi incasellare secondo schemi definiti.
Se proviamo un pò a riflettere, ci accorgiamo però che - nelle opere artistiche importanti - non è l’occhio critico che osserva a giudicare ma è l’opera esposta quella che governa veramente. Il prodotto artistico comunica, attirando a sè lo sguardo, la mente e per aspetti diversi.
Tutti abbiamo sperimentato in musei, mostre, eventi vari, il richiamo che provoca in noi l’opera di un artista con la A maiuscola, qualunque sia la disciplina o il genere che esso rappresenta.
In fotografia sono anche tanti quelli che si dilettano alla ricerca del particolare; che si concentrano a trovare dettagli, magari, per solo confutare verità apparenti o mettere in dubbio la validità di messaggi noti, in ogni caso riusciti.
Talvolta tali ricercatori raggiungono il loro obiettivo e riescono pure a svelare falsi storici, a mettere in luce come fotografie famose siano state abilmente manipolate, prodotte attraverso sapienti tagli riduttivi, forse utili allo scopo di trasmettere un messaggio diretto. Spesso solo a corrispondere a necessità contingenti o talvolvolta finalizzati a soddisfare appieno a quanto è stato loro semplicemente richiesto.
La mia idea, al riguardo è tollerante. In pratica non m’interessa molto smascherare il falso nascosto se il prodotto finale è un risultato coerente allo scopo.
Qualcuno magari non sarà d'accordo, ma la fotografia non deve costituire necessariamente solo un documento probante, puro e fedele, potrà anche essere un mezzo interpretativo in un racconto. Potrà, quindi, essere accettata qualunque foto artefatta, se volta a generare un messaggio voluto, ancor di più se indirizzato a suscitare un’emozione.
Pertanto, avrebbe poca rilevanza un’eventuale critica superficiale per un taglio azzardato, per l'esclusione arbitraria di una parte di fotogramma. Srebbe da considerare il tutto come una scelta similare alle tante che si sono sempre praticate in camera oscura, lavorando su un negativo che nello scatto originale rappresentava talvolta visuali più ampie e ridondanti.
In un’immagine d'azione, ad esempio, non dovrebbe pertanto di per sé scandalizzare un mosso accentuato, la mancanza di dettagli nelle figure, di ciò che si è portati a immaginare ma che rimane esplicitamente escluso dall'inquadratura visibile, un dimenticare la regola dei terzi, una errata impostazione che trascuri le vie di fuga.
Un piede tagliato, una testa che non c’è, un orizzonte storto, un formato verticale anche sbilenco, oppure l'elemento aggiuntivo che non può costituire disturbo ma che nel tempo magari daterà il periodo e testimonierà ricordi di oggetti o cose tipiche di un'epoca.
Come in ogni campo, che sa di umano, anche l'arte fotografica ha però le sue religioni e così tanti adepti. I suoi puristi, i suoi protestanti, gli eretici e i miscredenti.
Pertanto, come sempre si usa dire in questi casi, non c'è nulla di nuovo sotto il sole: ognuno se la canta e se la suona come più gli aggrada.
Evoluzioni e involuzioni permangono costanti e si alternano nelle tante curve che caratterizzano la continuità culturale dell'esistenza.
Caratteristica dell'arte in generale è infine quella che pone agli antipodi - come posizionamento temporale - autore e fruitore finale, con in mezzo l'opera prodotta. 
L'autore si espone e dice la sua; l'opera prodotta rimane neutra in attesa che il critico muova una sua considerazione che non sempre coincide con le intenzioni dell'artista. La critica, peraltro, è quasi sempre presuntuosa, perchè nel suo argomentare l'esperto d'arte non pronuncia quasi mai il "forse" ma afferma sempre: "l'autore vuole o voleva dire", anche se con lo stesso non ha mai avuto un confronto.
L'attento amico che mi legge spesso in anteprima osserva che  l’unico criterio di valutazione di un’opera d’arte è l’impatto emotivo che essa provoca; d’altronde, precisa anche, che come dice il filosofo, “l’arte è la produzione del bello”.
Tante individualità o gruppi si accompagnano, quindi, nel tempo; s’incrociano, s’aggregano, si scindono, si scontrano, in una dialettica continua e spesso inconciliabile. Per formare scuole di pensiero diverse e variegate che si confrontano, mentre  intanto si scrivono e si girano pagine nuove.

Buona luce a tutti.


 © Essec

venerdì 1 maggio 2020

La solita questione: "E' nato prima l’uovo o la gallina”

In questo periodo fioccano in rete una serie di iniziative che fortunatamente riescono a intrattenere e impegnano i molti appassionati di fotografia costretti a una sospensione produttiva all’esterno, per un fermo tecnico che potremmo scherzosamente accostare al “fermo biologico”, praticato in altri campi per scopi rigenerativi.
Durante una recente videoconferenza, organizzata su Facebook “Il contest fotografico al tempo del Covid 19”, ho scritto in chat - grosso modo e sintetizzando – questa domanda: “progettare prima un portfolio e poi realizzarne le foto oppure assemblare delle foto preesistenti per costruirlo/completarlo con immagini d'archivio preesistenti, accostandole quindi una idea precostituita?” Sarebbe un po’ come per quel famoso dilemma dove ci si chiede “se è nato prima l’uovo o la gallina”.
La domanda girata alla critica/docente del momento ebbe una risposta lapidaria e cioè che prima nasce un progetto, che viene poi realizzato attraverso immagini post-prodotte funzionali allo scopo. Una conferma, quindi, di una tesi molto diffusa, che però non sempre corrisponde alla pratica reale di tutti.
Di seguito descriverò, infatti, due esempi che praticamente contraddicono il percorso univoco anzidetto e che dimostrano, così come in ogni altra forma creativa, il fatto che non esistono modalità certe e, ancor meno, regole fisse.
Del resto nelle conclusioni la stessa docente, con sincerità, ebbe modo di affermare che anche lei ama talvolta trasgredire alle regole, pur attuando percorsi standardizzati, nel suo approccio didattico o critico che sia. 
Al riguardo, citando una delle sue schematizzazioni, ebbe pure a indicare in un triangolo la concettualizzazione di un evento espositivo (mostra, esibizione di un portfolio, lettura di una immagine non fa differenza). Figura geometrica ai cui tre angoli si pongono rispettivamente l’autore, l’opera e l’osservatore.
In questa idea figurata si potrebbe essere indotti a pensare che la certezza oggettiva potrebbe risiedere quindi solo nell’opera realizzata/proposta. Ma sarebbe una verità incerta, perché magari l’autore nella sua fase creativa avrà immaginato un qualcosa che potrebbe non corrispondere alla lettura interpretativa di chi si porrà come osservare.
Tra le altre cose, più in generale, un approccio suggerito è stato quello di leggere la locandina dell'autore apposta all’inizio del percorso espositivo; per avere una specie di “bussola” che possa illustrare l’idea introduttiva e orientare nelle visioni delle opere esposte. Però è stato anche detto che, nell’esame di un portfolio fotografico, quasi mai il lettore procede a una visione preventiva - neanche approssimata - delle eventuali didascalie di accompagno. 
Così come è stato affermato che, specie di fronte a casi di fotografia partecipativa, si preferisce interagire direttamente con l’autore, tralasciando così eventuali introduzioni scritte e quant’altro.
In conclusione ho rafforzato le mie convinzioni e mi è parso di capire che il grande Pirandello rimane sempre il principe assoluto quando si deve addivenire a un punto in queste materie: “uno, nessuno e centomila” oppure “così è se vi pare”, rimangono i baluardi per tutte le regole e variabili annesse alle tante discipline di produzione umana.

In chiusura espongo i due esempi di portfolio minimalista accennati nello scritto. Il primo nasce da un progetto pensato e poi realizzato con le due foto, il secondo rappresentato da una idea per la quale sono state scelte tre immagini d'archivio adatte allo scopo.


     Buona luce a tutti.



 © Essec



P.S. Per chi volesse seguire la videoconferenza può accedervi attraverso:
https://www.facebook.com/watch/live/?v=2383689298589712


 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)