"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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martedì 23 novembre 2021
I tanti traguardi che ciascuno ripone nella maratona
Capita di ritrovarsi di pessimo umore, per una serie di accadimenti. In questi casi torna sempre utile cercare di trovare un’occasione, per distrarsi completamente dalla quotidianità temporaneamente non favorevole, e immergersi in qualcosa che possa coinvolgere positivamente.
E allora che c’è di meglio che andare a fotografare una maratona?
Domenica si è disputata per le strade cittadine la 26^ Maratona Città di Palermo, un evento tanto atteso dopo la sosta forzata del 2020 a causa della pandemia Covid 19. Quasi milletrecento atleti hanno invaso il persorso, con i soliti keniani che gareggiano con i loro motori turbo.
Dal 2009, con un variegato gruppo di amici, tutti accomunati dalla forte passione per la fotografia, abbiamo iniziato a documentare le varie fasi della manifestazione, dislocandoci nei vari punti del percorso per cercare di testimoniare un po’ lo spirito e gli splendidi luoghi del circuito di gara.
Ogni volta, secondo le proprie attitudini e caratteristiche, ciascun fotoamatore è sempre riuscito a cogliere gli aspetti particolari e talvolta spettacolari che caratterizzano le capacità atletiche, i momenti di goliardia, le crisi fisiche, le sofferenze per la durezza dello sforzo, le gioiosità anche per aver raggiunto solo il proprio traguardo personalizzato (ognuno ne ha uno proprio).
Ciascun atleta, infatti, ha sempre un suo traguardo personale: sportivo, esistenziale o di cercare di mantenere i suoi standard nel tempo o magari migliorarsi.
C’è anche chi corre per affrancarsi da patologie da cui è fortunatamente uscito o per verificare le sue possibilità di tenuta.
Chi ne avrà voglia potrà trovare testimonianza visiva di quanto detto in molte immagini postate nel blog che curo, sempre alimentato dall’apporto gratuito dei tanti amici fotoamatori che ogni anno continuano ad assicurare la produzione di tante foto.
Una sequenza da me realizzata in questa ultima edizione della Maratona di Palermo e che mi fa piacere proporre all’attenzione, è quella che documenta la felicità sprigionata dopo il suo arrivo dalla maratoneta locale Grazia Maria Paterna.
Dopo aver tagliato la linea del traguardo, Grazia Maria ha scatenato l'immensa gioia che sono riuscito fortunatamente a documentare con una sequenza di immagini (classico e famoso Fattore C). Mi è sfuggito purtroppo lo scatto all’arrivo, che i suoi tanti amici hanno però saputo ben catturare con i loro cellulari (foto in ogni caso visionabile attraverso la pubblicazione nella sua pagina FB).
Non mi dilungo oltre, perché in questo caso può ben dirsi che le immagini non necessitano di didascalie, parlano da sole, esprimendo tutto sull’essenza dello sport amatoriale. Quello sano che fortunatamente ancora resiste.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
-- PS – Per chi è curioso e vuol saperne di più sulle vicissitudini che hanno martoriato Grazia Maria, si rimanda a quanto da lei stessa a scritto nella sua pagina di Facebook.
giovedì 18 novembre 2021
Il barbiere Luciano del Quartiere Capo
A chi come me ha la passione della fotografia, capita spesso di percorrere itinerari che, gioco forza, portano a ritrovarsi in luoghi conosciuti e d’imbattersi in persone che a lungo andare creano una certa familiarità empatica.
In una di queste circostanze, una mattina mi sono ritrovato davanti alla bottega di un barbiere del quartiere Capo. Una persona molto gentile e affabile che si è sempre mostrata disponibile per qualche fotografia da scattare al suo salone o per ritrarlo nell’esercizio del suo antico mestiere.
Era diventata consuetudine, nel passare per la sua strada, di dare sempre un’occhiata dietro la vetrata a giorno e salutarlo mentre si ritrovava intento in una barba o in un taglio di capelli.
Una mattina giravo per il quartiere in cerca di qualche scatto di street e, transitandogli davanti, lo ritrovai inattivo, seduto senza la presenza di alcun avventore, mi soffermai per il solito saluto a cui lui rispose con la consueta cortesia e un gentile sorriso.
Un negoziante che si ritrovava vicino, guardando la mia sparuta zazzera che necessitava di una sistemata, disse: “e perché non entra e si fa un bel taglio di capelli?” Ci pensai un attimo e accolsi l’invito.
Il signor Luciano, questo era il suo nome, mi fece accomodare nella prima sedia e mi mise subito a mio agio. Nel sedermi, però, io mantenni fra le mani la mia mirrorless e all’annuncio che avrei fatto qualche scatto durante il taglio non trovai alcuna resistenza.
Fotografare un barbiere da questa prospettiva non è cosa usuale. Per me era diventata l'opportunità per una cosa curiosa, un gioco mai fatto che meritava d’essere provato.
Devo riconoscere che era da molto tempo che non ricevevo un trattamento così professionale. Pochi tagli sicuri con risultati che non manifestavano segni di sbavature. Mi sembrava di essere tornato all’età giovanile, quando ricorrevo alle prestazioni del mio vecchio barbiere di borgata. In quel quarto d’ora mi ero ritrovato a respirare gli stessi odori, si era magicamente ricreata la stessa atmosfera d’allora.
Intanto conversando il signor Luciano mi raccontava il suo vissuto da barbiere, che aveva intrapreso all’età di dieci anni, ovviamente sotto padrone.
Le sue prime esperienze ebbe a svolgerla a quella tenera età innalzandosi su una piccola panca, per poter raggiungere la stessa altezza del cliente assiso. Ma prima, ancora, aveva iniziato con la scopa, rimuovendo dal pavimento i tanti resti di capelli. Poi le varie promozioni, con l’apprendimento delle varie fasi del mestiere e poi venne il giorno per un salone tutto suo.
Ad un cento punto arrivò l’opportunità di un impiego pubblico e si avventurò in un nuovo lavoro impiegatizio. Tanti anni e poi maturò il tempo per andare in pensione.
I tempi duri che stiamo vivendo non consentono una certa agiatezza con una pensione ridotta e il sig. Luciano pensò bene di rilevare il salone che aveva dato in gestione.
Certi mestieri non si dimenticano per nulla e basta poco per rimettersi nuovamente in carreggiata.
L’esperienza e la stima nel quartiere gli consentirono di recuperare parte della clientela che si era dispersa, riuscendo a far rinascere, in una passione mai sopita, il classico mix tra utile e dilettevole.
Intanto che procedeva nel taglio, qualche abituè del salone entrava nel locale. Più che per una barba o per un taglio per farsi compagnia, anche perchè quando si è avanti negli anni occorre sempre trovare un modo per far trascorrere al meglio il tempo.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
lunedì 15 novembre 2021
Visitando una mostra di fotografie
Può capitare talvolta di visitare una mostra e, per l’immediata empatia che si viene ad instaurare fra i presenti, si abbia modo di parlare delle opere esposte, nell’ambito di un confronto di idee alimentate dalla partecipazione e dall’ascolto reciproco, cosa che costituisce oggi quasi eccezione in eventi di questo tipo.
Una parola tira l'altra e, nel presentare reciprocamente argomenti più variegati, saltano fuori in taluni dialoganti comunanze professionali o l’incrocio di identiche passioni coltivate.
In breve la fotografia, che era stato dapprima lo spunto per la visita della mostra, si rivela un’occasione per discussioni interessanti, per approfondire conoscenze e farne crescere di nuove.
L’incontro diviene anche l’occasione per verificare la mia sostanziale teorie sull’arte e la cultura in genere, compresa la fotografia, cioè quella di un’associazione multipla di divertimento, stimolo, partecipazione, nuove conoscenze, crescita.
Nell’occasione ho avuto, quindi, la riprova che, volendo, qualunque evento può essere lo spunto per allargare le proprie cognizioni, per recepire nuove visioni dagli ascolti che intrigano, perché liberi e senza pregiudizi, anche se le convinzioni e gli sperimentati modi di operare di ciascuno possono rivelarsi differenti.
Dopo queste mie brevi considerazioni, nel leggere il commento di accompagno alla mostra e scritto da Tiziana Mangia, ritrovo una citazione di Simona Galbiati che recita: “considerare la fotografia come un luogo d’incontro dove le traiettorie temporali e spaziali di diverse persone s’intersecano in un punto: lo spazio-tempo del dialogo, del riconoscimento e della trasformazione”.
Soffermandosi sulle opere esposte, Tiziana Mangia aggiunge, tra l’altro: “le fotografie di Citelli raccontano una realtà multiculturale, stratificata e colorata, dove il passato e il presente si intrecciano raccontando ‘le storie nella storia’".
Le stratificazioni e la multiculturalità sono quelle di cui è ricca la Sicilia d’ieri e di oggi, che la caratterizzano come terra di conquiste dei tanti popoli invasori, che hanno contribuito a formare la sua storia.
Il popolo "shakerato" e frutto di sintesi, che ancor oggi ripropone una miscellanea perpetua d'incontri con le migrazioni moderne; che va, nei tempi più recenti, da quelle dei pescatori tunisini pienamente integrati nel tessuto Mazarese a quelle dei migranti che alimentano flussi etnici provenienti da tante terre più o meno lontane.
Nel fare delle considerazioni sulla produzione di Zino, nella postfazione al suo libro che porta lo stesso titolo della mostra, Serena Marotta, dopo aver citato Henri Cartier-Bresson (“le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”), scrive a sua volta: “l’arte di fotografare è insieme un’emozione, un battito, un gioco che si impadronisce dell’anima dello spettatore. La fotografia accompagna ogni istante di vita, restituisce i ricordi e ne crea di nuovi.”
Per la cronaca, con i miei amici Salvo e Greg mi ero riproposto più semplicemente di visitare la mostra personale del comune amico Zino; il pomeriggio invece ha visto fluire il tempo velocemente con dialoghi d’interesse comune.
Tornando alla mostra, l’esposizione delle foto risulta allestita in una location molto particolare, immersa nell’atmosfera suggestiva di un luogo che in qualche modo richiama il fascino unico dell’Abbazia di San Galgano.
Il Complesso monumentale dello Spasimo di Palermo rappresenta, peraltro, uno dei siti più suggestivi di Palermo, recuperato dopo un lunghissimo periodo di trascuratezza, grazie alla forte volontà di far rinascere i territori principalmente alimentata dalla “Primavera palermitana”, capitanata dal Sindaco Leoluca Orlando con i suoi proseliti.
Per chi ne ha l’opportunità, costituisce una visita obbligata in occasione di una eventuale gita in Sicilia e se si visita Palermo.
Buona luce a tutti!
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giovedì 4 novembre 2021
"La mia Asia" di Silvana Licciardello
Stamani mi ha sorpreso positivamente l’aver ricevuto il libro realizzato da Silvana.
Avevo assistito alla presentazione che una sera il mitico Pippo, amico comune, ne aveva fatto durante una diretta streaming dell’ACAF in cui ero ospite, ma sfogliare le pagine del libro in prima persona è un’altra cosa.
Oltre alla passione per la fotografia l’impaginato testimonia dell’amore per l’Oriente dell’autrice e scorrendo le pagine consente il riaffiorare di esperienze vissute da chi ha avuto l’opportunità - e la fortuna, aggiungo io – di visitare paesi di un così vasto continente.
Parlando con Lei ho osservato che anche se ASIA è una parola composta da sole quattro lettere, racchiude in sé un universo immenso, variegato e composito.
L’umanità che respiri visitando i luoghi è lontana dal vivere del nostro mondo occidentale, non etichettabile in migliore o peggiore come frettolosamente noi preferiamo classificare, ma semplicemente profondamente diversa.
Un viaggio in qualunque angolo dell’Asia ti consente di staccare la spina da un quotidiano ripetitivo, fissato in orari, scadenze, con preconcetti che vincolano in un mondo spesso preordinato, che si muove entro schemi scarsamente inclusivi.
Girare per le vie dell’Asia è come partecipare automaticamente alla realtà che vivi nel momento, perché gli odori, i rumori, i silenzi, le voci avvolgono e ti accolgono includendoci nel contesto.
L’India, ad esempio, è si shoccante per l’impatto violento che procura, ma dopo qualche giorno ti abitui e quella che appariva come disperazione in alcuni volti vedi che rientra nella normalità di quel contesto. Non intendo con ciò dire che riaffiora il cinismo dell’essere umano (peculiare nell’occidentale), ma che assembli ogni cosa in tutte le realtà del puzzle, ove ogni piccola tessera riesce ad avere una sua collocazione.
Paradossalmente la disperazione di non riuscire a rimediare un pranzo non la trovi in nessun volto. Si è più semplicemente di fronte a civiltà diverse, improntate su culture differenti, anch’esse secolari, sedimentatesi nel tempo. Per descrivere il volume intitolato “La mia Asia” rimangono esaustive le parole con le quali Silvana ha accompagnato il graditissimo regalo e che integralmente riporto.
“La selezione, la sequenza e la stesura finale di questo lavoro sono state realizzate durante il Lockdown 20 21. Le malcelate reazioni di molte persone contro un pericolo ‘proveniente dall’Est, da abominevoli abitudini alimentari e di vita, ecc.’ hanno suscitato in me il desiderio di mostrare come, mettendo in viaggio l’anima e non solo il corpo, si è capaci di riconoscere in Asia una umanità splendida, ricca di valori e di spiritualità, di attenzione e rispetto verso l’Altro e la natura. Penso che sentirsi parte delle culture che hanno molto da insegnare sul senso dell’esistere, capirne le abitudini, i modi di vivere nel passato e nel presente, ma anche le aspirazioni per il futuro, non possono che migliorare la convivenza di tutti in questa terra.”
Non può aggiungersi altro alle parole di Silvana che, oltre a fotografare concettualmente l’argomento, sottolineano l’assoluta attualità delle questioni. Anche riguardo all’ambiente. In questo caso non si è di fronte al solito “bla, bla, bla” denunciato come guanto di sfida da Greta Thumberg ai Grandi della Terra, ma a un’operazione editoriale che rappresenta delle realtà altre, a noi spesso molto lontane, ma che dovrebbero indurci a frenare un po’ per meglio riflettere su esistenzialismo a tutto tondo (inteso anche come una volontà comune e politica di tolleranza per la sopravvivenza).
Il libro, ottimamente confezionato e patrocinato dall’ACAF di Catania, come spesso accade in fotografia è autoprodotto da Silvana Licciardello. Mi ritengo di essere fra i fortunati a possederne una copia con tanto di dedica.
Buona luce a tutti!
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Talvolta capita di dissertare
Talvolta capita di dissertare con soggetti molto eruditi, ma non necessariamente occorre abbattersi solo per il fatto di possedere e poter disporre di un bagaglio culturale assai inferiore.
Si può dissertare tranquillamente mettendo in campo i propri mezzi, sta a chi è posizionato più in alto l’eventuale accortezza di scendere di livello.
In ogni scambio ciascuna delle parti ha sempre modo di trovare quell’oggetto che trova utile o che cercava da tempo, come quando si circola in un mercatino dell’usato e si scoprono oggetti nuovi o vecchi attrezzi di un tempo andato.
Capita così che la mia amica mi segnala un bell’articolo scritto dalla sorella che prende spunto dalla cinematografia (https://joelecinema.blogspot.com/2021/11/ho-scritto-questoarticolo-nel-2016-per.html?m=1) e che la curiosità di leggere ti induca a tue considerazioni.
Partendo dall’attenzione provocata, se un argomento ti intriga, è anche naturale che cominci poi a girarci attorno, per rifletterci sopra e, magari, cercare di formulare un tuo punto di vista.
"Articolo su cui nulla si ha da obiettare.
Nascono però delle considerazioni sul fatto che ogni proposta artistica, letteraria, filmografica e di qualunque genere, incontra le logiche ormai classiche che interessano il “portfolio fotografico”, dove si incontrano inevitabilmente e si completano sostanzialmente due punti di vista complementari.
L’artista propone secondo un suo lessico culturale, l’osservatore lettore vede secondo il suo corrispondente bagaglio. Solo più di un confronto consentono, quindi, il completamento di un quadro verosimile e che, in ogni modo, rimane legato ai contesti culturale dei tempi.
Un messaggio può quindi contenere valori e input connessi, umanamente inossidabili al nostro tempo, ovvero mutevoli che, cioè, fotografano peculiarità momentanee dei vari popoli e civiltà collegate.
Un lettore, in ogni tempo e luogo, completa le parole con quanto l’opera proposta riesce a corrispondergli in base alle sue conoscenze. Solo le favole lievitano su contesti irreali che si nutrono di un fantastico indefinibile.
Ne deriva che qualunque opera si verrà a creare risulterà sempre incompleta per quanto potrà essere contestualmente letto, perché le interpretazioni e le visioni dei messaggi anche figurativi mutano continuamente, per quanto si possano credere …. fisicamente permanenti.”
In ogni caso, dissertare conviene. Nessuno è comunque depositario di verità, ma i diversi punti di vista e l'osservazione da differenti piani, nella maggior parte dei casi aiutano a cercare di capire meglio le cose.
Buona luce a tutti!
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mercoledì 3 novembre 2021
“Come il gambero”, tratto da "Strana vita la mia" edito da Solferino
Nel recente libro autobiografico (edizione Solferino - settembre 2021), ove ripercorre il suo lungo percorso d’impegno politico, Romano Prodi conclude con delle considerazioni sulla democrazia. Si riporta di seguito uno stralcio dell’articolata dissertazione, intitolato “Come il gambero”; dove, con lucido realismo, è fotografata la situazione socio-politica confusa che tutti quanti noi, indipendentemente dall'allocazione geografica, stiamo vivendo.
Buona luce a tutti!
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“Non ci dobbiamo quindi stupire che questo peggioramento del quadro internazionale si sia accompagnato al generale indebolimento della democrazia.
Per un lungo periodo di tempo, a partire dalla seconda guerra mondiale, il trionfo della democrazia sembrava inarrestabile. Io sono cresciuto in questo clima e ho percorso tutto il cammino della mia vita politica convinto dell’ineluttabilità della sua vittoria finale.
Questo perché, proprio sotto la spinta degli Stati Uniti, a cui si sono progressivamente associati i Paesi europei, il numero dei governi nati dal suffragio universale era cresciuto ovunque.
Ogni anno i bollettini delle Nazioni Unite ci informavano della continua ascesa del numero di stati che, in modo più o meno irreprensibile, affidavano il loro futuro al risultato delle elezioni.
Tanto diffusa era questa fiducia che divenne comune opinione che tutti i paesi, a partire dalla Cina, sarebbero entrati nel novero delle nazioni democratiche.
Con il progredire del nuovo secolo questo cammino ha invertito la sua direzione di marcia.
Le guerre spacciate come strumento necessario per esportare la democrazia, l’aumento delle diversità e delle ingiustizie, gli innumerevoli episodi di corruzione politica, il crescente numero dei casi di tirannide della maggioranza, la scarsa qualità della classe dirigente e la trasformazione della competizione politica in lotta personale hanno via via indebolito il fronte democratico in tutto il mondo.
Il desiderio di autoritarismo ha fatto proseliti in ogni direzione: dalle Filippine a numerosi paesi asiatici , dalla Russia alla Turchia fino al Brasile e all’Africa, dove ormai sono quotidiane le tensioni causate da Leader teoricamente democratici che vogliono, invece, rimanere al potere oltre i limiti previsti dalle Costituzioni dei loro Paesi.
A questo si accompagna un crescente degrado delle campagne elettorali, sempre più dominate dalla quantità di denaro e dalla potenza di fuoco che i vecchi e i nuovi media riescono a mobilitare, anche attraverso una esorbitante quantità di risorse finanziarie.
Questo processo di decadenza si è simbolicamente espresso nell’ultima campagna elettorale americana, nella quale il tono dominante è stato la demolizione della personalità del candidato concorrente, a cui si è aggiunta l’insinuazione che il risultato elettorale potesse essere addirittura determinato dal sostegno di potenze straniere.
Si è quindi preparato il clima per cui i verdetti delle elezioni sarebbero stati non credibili, in quanto frutto di comportamenti criminali, non importa se originati in patria o all’estero.
Questa atmosfera così avvelenata, a cui si è aggiunta la ristretta differenza di voti in diversi Stati, ha permesso a Trump di aprire un conflitto che si è perfino materializzato con l’assalto al Congresso.
Un evento che non solo ha spaccato ulteriormente il Paese, ma ha indebolito in tutto il mondo la già declinante fiducia nei confronti del funzionamento della democrazia.
Nonostante tutto sono convinto che la plurisecolare democrazia americana sarà ancora una volta in grado di ricostruirsi ma, quando cerco di allargare lo sguardo a tutto il mondo, sono altrettanto convinto che per evitare un definitivo arretramento, Europa e Stati Uniti devono operare insieme, ma in un rapporto paritario e di reciproca fiducia.”
(tratto da "Strana vita la mia", di Romano Prodi con Marco Ascione edito da Solferino)
domenica 17 ottobre 2021
Luisa Vazquez e, in una sera, il riassunto di sei anni a Palermo.
Nel mutevole scenario palermitano comparve un giorno, da turista occasionale, Luisa Vazquez. S’innamorò subito di questa complicata città cosmopolita; Gioacchino fu in verità l’occasione che generò i presupposti della conoscenza, a seguito di uno scambio incrociato di abitazioni fra Palermo e Madrid. Poi il fascino della composita Palermo fece il resto.
La conoscenza con Luisa avvenne tramite l’Imago della sig.ra La Bua. Quando Vincenzo, nel corso di una riunione dei soci, propose una visita a una mostra di Street photography, che aveva avuto modo di vedere e composta da belle foto ambientate nelle vie di Madrid. Una gran bella mostra d’immagini tutte in bianco e nero, intitolata “La Calle”, che per Palermo costituiva allora quasi una novità di genere fotografico. Nell’occasione si fece conoscenza con l’autrice fotografa e in breve si innescò una frequentazione periodica presso l’Imago.
Luisa non perdeva mai un appuntamento delle nostre serate settimanali, anche perché – e lo scoprimmo quasi subito – era particolarmente attratta dalla pasticceria palermitana. A pochi metri dalla sede dell’Imago – in borgata San Lorenzo/Cardillo – nella produzione dolciaria il bar Gardenia eccelleva e in particolare per la “Sfingia di San Giuseppe”, prelibatezza di pastella fritta nella sugna, ripiene e ricoperte di delicatissima ricotta, mista a pezzetti di cioccolata e frutta candita, il tutto barrato con una scorza d’arancia come per i cannoli: una goduria assoluta che per Luisa era meglio di qualunque droga.
Come carattere, all’affabile Luisa si accompagnava un’indole testarda e intransigente, come usiamo dire dalle nostre parti quando parliamo dei calabresi.
La sua apparente irremovibilità però lei l’ha sempre gestita con intelligenza e spesso, rimuginando su sue decisioni istintive, ritornava, per addivenire a un giusto compromesso, rivedendo talvolta, seppur parzialmente, le sue posizioni.
Acuta nelle osservazioni, ha sempre palesato apertamente eventuali punti di vista differenti e spesso difformi dal comune sentire, raramente condizionati da pregiudizi.
La sua cultura e le sue esperienze lavorative mantenevano viva la sua curiosità, costituendo stimoli e molla per rinnovarsi nel preparare progetti sempre nuovi.
I giudizi su chi gli stava attorno erano però sempre azzeccati e bastavano pochi incontri e qualche frequentazione per acquisire una scheda che avrebbe fatto invidia a uno psicologo. Pur rimanendo sempre riservata nei suoi giudizi, se in confidenza esprimeva un’opinione su qualcuno, questa era una fotografia perfetta, nei chiaro scuri e pure nei dettagli.
Luisa conserverà certamente nei suoi ricordi l’automobile con la quale l’amico Greg, ebbe ad accompagnarla più volte all’aeroporto, nelle periodiche partenze per Madrid.
Ogni volta, armeggiando su sedili e ribaltando sponde - per posizionare meglio gli attrezzi del mestiere che alloggiavano stabilmente nel suo mezzo - Greg riusciva sempre a creare gli spazi che necessitavano al trasbordo.
Un’esperienza particolare di Luisa a Palermo era il suo reportage realizzato sullo “Scaro” e che ebbe a raccontarci.
Per una serie di mattine, alzansosi all’alba, ebbe a introdursi con la sua macchina fotografica all’interno del mercato ortofrutticolo, per raccogliere istantanee dei vari momenti del mercato e degli ambienti interni a quel bazar. Uno spaccato in cui nessun altro fotografo, neanche palermitano, si era mai avventurato così apertamente. I lavori prodotti sono conservati, anche se ne ha già fatto una selezione che ci ha proposto una sera. Chissà, forse costituiranno elementi di un progetto per una sua prossima mostra fotografica su Palermo in quel di Valcencia.
Luisa è quella che decide su due piedi di partire per visitare un posto.
Prendendo il bus o il treno, secondo il luogo, per andare magari a Sciacca, a Napoli, Marsala, a Vulcano o chissà dove ancora.
Le è sempre bastato poco per attaccare bottone e con chiunque incontrava istituiva subito confidenze che le sarebbero tornate utili per rendere gradevole il soggiorno nei luoghi.
Del resto la sua facilità a socializzare era collaudata. A Piazza Marina era nota a tutti, alla Vucciria era pressochè di casa, come pure a Ballarò, alla Kalsa e nei vari quartieri storici di Palermo.
Da Ignazio si riforniva per la frutta e verdura, la Taverna Azzurra era una sua meta fissa per la classica “biretta”. Poi, girando per la città, conosceva tanti artigiani, negozi e negozietti per le tante necessità specifiche che aveva da risolvere.
In ogni caso, si muoveva nei luoghi come una di quelle macchine attrezzate di Google che mappano il territorio.
Conosceva ogni peculiarità palermitana, la cioccolateria più buona, il droghiere con i prodotti biologici più raffinati, il macellaio con la carne e le salsicce più saporite, il pescivendolo più attendibile e di fiducia.
Qualche giorno fà Luisa ha insistito con noi affinchè andassimo a mangiare una pizza assieme. Saremmo dovuti essere in cinque, ma la quinta del gruppo era impegnata con gli esami per il giorno dopo e disertò l’incontro. Restammo i soliti quattro, lei, io, Salvo e Greg.
Non ci eravamo ancora rivisti dal suo ultimo rientro da Madrid.
Dopo i convenevoli del ragazzi come va, del cosa avete fatto in questo tempo, Luisa esordì dicendo che quella sera lei avrebbe parlato del futuro.
Nessuno fece caso e il discorso deviò su altro; ognuno ebbe a raccontare qualcosa di nuovo, si sfiorarono temi politici, si parlò ovviamente anche di fotografia.
Poi si creò una breve pausa e io ritornai su Luisa chiedendole cosa intendeva dire col fatto che avrebbe voluto parlare del futuro. La risposta che ne avemmo spiazzò tutti quanti.
Venne a dire: “Ragazzi questa città non m’intriga più, qui a Palermo non trovo più le motivazioni di una volta; ho quindi deciso di ritornarmene in Spagna”.
Restammo per un attimo tutti ammutoliti, i suoi occhi luccicavano mentre pronunciava quelle parole. Tradivano la tristezza per la consapevolezza di lasciare così tanti amici con i quali aveva condiviso tanti bei momenti. La serata trascorse comunque in modo piacevole, parlammo anche del futuro di Luisa, dei suoi nuovi progetti, della mostra che aveva già in mente e che avrebbe realizzato a Valencia.
Non si delineavano però i termini per un vero abbandono, ma solo di un prossimo distacco fisico per la sua destinazione diversa. In quel momento restavamo tutti convinti che avremmo comunque mantenuto integri i legami che si erano naturalmente creati, consolidati da un’intesa improntata alla assoluta esternazione d’opinioni libere che, infine, ci accomunavano sempre; ricomponendo contrapposizioni costruttive, che erano poi dei semplici anche se animati confronti, di modi di pensare diversi.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
domenica 10 ottobre 2021
Presentazione di Daniela Sidari del libro "Fotogazzeggiando" nell'ambito della VI Edizione di "Marenostrum" di Mazara del Vallo
Quando Roberto Rubino, curatore della manifestazione, durante la programmazione della VI edizione di Marenostrum a Mazara del Vallo, si è spontaneamente prestato per proporre il mio libro “Fotogazzeggiando”, nell’ambito del prestigioso appuntamento artistico annuale, ho chiesto all’amica reggina Daniela Sidari d'intervenire per la presentazione.
In verità, come ho anche da subito detto alla stessa Daniela, il mio primo pensiero era stato rivolto ovviamente al comune amico Pippo Pappalardo che, peraltro, ha anche scritto una delle due sapienti prefazioni inserite nel volume (affiancata all'altra concessa dal fotografo/giornalista Nino Giaramidaro), ma la distanza logistica e i tempi di ripresa dalle sue vicissitudini più recenti, non hanno acconsentito di concretizzare l’intendimento.
Comunicato subito a Pippo l’avvenuta accettazione da parte di Daniela, lui ebbe subito ad anticiparmi che non avrei potuto scegliere di meglio. E così poi si è puntualmente verificato.
Nel pomeriggio del 9 ottobre, che ha anche visto l’intervento di Anna Fici nell’illustrare il suo reportage su Porticello esposto in mostra, l’architetto Sidari, dopo aver lungamente descritto le sue originalissime opere fotografiche, anch’esse presentate in mostra nella stessa manifestazione mazarese, ha disquisito sulle sue impressioni ricavate dall’attenta lettura e rilettura del libro, illustrando con una non comune ed efficace acutezza i punti salienti e più reconditi contestualizzati nel volume.
Un libro definibile, senza presunzione, un pò particolare, per la complessità e la composizione articolata di tante tematiche sviluppate in capitoli indipendenti, allorquando fotografia praticata e visitata (in mostre o altro) vengono mescolate in un unico amalgama, anche con forme narrative talvolta diverse.
Dall’operazione affiorano e vengono miscelati, infatti, in un unicum esperienze di vita e vengono anche rievocati tanti personaggi vicini e importanti, frequentati lungo l’escursus di un’intera vita.
Le dosate parole di Daniela, come già accennato, sono riuscite a focalizzare ed esporre costantemente, mettendoli in piena luce, aspetti apparentemente nascosti, inseriti in scritti che molto spesso alludono solamente; lasciando, in ogni caso e sempre, spazi al lettore per le sue riflessioni sugli argomenti e le storie più generali via via trattate.
Per me poi, alcuni passaggi, brillantemente sciorinati dalla relatrice con apparente leggerezza, sono riusciti a toccare quelle corde emozionali che solo una sensibilità attenta riesce a cogliere e sollecitare.
A mio parere, non occorre descrivere altro per raccontare la performance della collaudatissima docente Fiaf Daniela Sidari relatrice che, nell’occasione, è stata ancora una volta protagonista di una sobria ma efficace presentazione. I presenti, in parte sollecitati e coinvolti, possono testimoniare sull’esaustività della sua attenta e oculata operazione, essendo rimasti anche essi stessi intrigati durante l’esposizione.
Credo non necessiti dire altro sull'intervento di Daniela Sidari nella sua veste di critica, anche perchè ogni ulteriore dissertazione potrebbe risulterebbe solo ridondante e apparirebbe assolutamente superflua.
In conclusione ringrazio Daniela anche per l’essere riuscita - senza aver mai preventivamente concordato i termini dei suoi commenti - a mettere in luce tutti i temi essenziali posti a base del progetto editoriale, al quale, in modo molto costruttivo hanno collaborato - con sapienti e preziose prefazioni e postfazione – Nino Giaramidaro, Pippo Pappalardo e Daniele Corsini; personaggi a me vicini che mi onoro di annoverare fra i miei amici e che mi piace ancora una volta ricordare e ringraziare per il supporto e i tanti pareri e consigli.
Una recente recensione scritta dallo stesso Corsini, che ha peraltro anche frequentemente e fattivamente collaborato nella revisione di molti dei testi e ha pure visto nascere, passo passo, l’intero iter dell'ambizioso progetto letterario, aggiunge degli ulteriori aspetti sul volume che è stato presentato. Fornendo altri elementi che possono ben integrare le considerazioni evidenziate dall’architetto Sidari, accessibili, come detto e se si vuole, attraverso un video pubblicato su You Tube.
A conclusione della serata, i fratelli catanesi Antonio e Lorenzo D’Agata, del Gruppo fotografico Le Gru di Valverde, hanno proposto e successivamente illustrato dei loro bellissimi video naturalistici incentrati sull’Etna, che da sempre costituisce la loro meta preferita e dagli stessi vissuta come vera passione a 360 gradi. Dei tre lavori proposti, per uno (Etna ... Riflessi d'Autunno) è possibile la visione tramite You Tube: https://youtu.be/5LmnJMhtwHM.
In un pomeriggio, che ha visto susseguirsi tanti diversi tipi d’interventi, rispondendo pienamente alle attese dell’organizzatore dell’evento mazarese, si è avuto modo di cogliere aspetti diversi del mondo fotografico e della cinematografia, dando modo agli intervenuti di allargare così conoscenze sulle molteplici opportunità artistiche che le stesse possono offrire agli appassionati nei rispettivi e distinti ruoli di autore o spettatore.
Buona luce a tutti!
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Per chi volesse accedere alle pagine richiamate nel testo, si riepilogano di seguito i rispettivi link:
- Mostra fotografica di Daniela Sidari http://www.fiaf.net/agoradicult/2019/02/17/paesaggi-di-sole-di-daniela-sidari/?fbclid=IwAR1-UG18lkNYxTI0Y5iZshiwybalWAeJX7CpdbTURr4uxwEqGg1A3j_qnFw
- Video della presentazione di "Fotogazzeggiando" https://www.youtube.com/watch?v=l2T2SM4mXys
- Recensione di Daniele Corsini https://www.economiaefinanzaverde.it/2021/05/20/fotogazzeggiando/
- Articolo su Laquartadimensionescritti https://laquartadimensionescritti.blogspot.com/2021/09/talvolta-capita-e-me-e-accaduto-ed-e.html
- Video dei Fratelli Antonio e Lorenzo D'Agata https://www.youtube.com/watch?v=5LmnJMhtwHM
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giovedì 7 ottobre 2021
Frasi celebri: "Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare"
Su Il Fatto Quotidiano di oggi risultano due chiavi di lettura riguardanti i recenti risultati delle amministrative 2021 di particolare contenuto, non altro perché assolutamente fuori dal coro rispetto all'unanime opinione espressa da tanti nei media di parte, spesso apertamente asserviti a oligarchie trasversali consolidate.
L’editoriale di Marco Travaglio, prescindendo dalle simpatie che ciascuno di noi può avere riguardo ai suoi scritti, con una sintesi lucida mette a fuoco taluni aspetti indiscutibili sui recenti risultati elettorali.
Un primo punto risulta l’eccessiva esultanza di una massa di cittadini tifosi (di chiave, tipo, juventina o madrilista, fate voi) abituata cioè a vincere, a prescindere dalla qualità gioco e dal rispetto delle regole. In questo senso risulterebbe, infatti, eccessiva, se non irrazionale, l’esultanza della presunta debacle del 5S, per effetto degli indubbi errori palesati da quel movimento, ma anche dell’assenteismo al voto da parte di una fascia sociale delusa e pure, a ragione, demotivata e depressa.
Che all’italiano medio piaccia l’uomo solo al comando cui delegare la gestione del governo è cosa risaputa, ma da qui a rinunciare completamente alla sostanza delle regole democratiche (o apparenti tali) è però segno d’immaturità e di civiltà poco evoluta in un popolo.
L’oligarchia applicata e conclamata - che ormai non ha problemi e difficoltà a esporsi - risulta oggi incompatibile con l'apparente repubblica democratica parlamentare, ma sono in pochi quelli pienamente consapevoli dello stato delle cose.
Qualcuno ha pure imputato l’appecoramento generalizzato anche alla pandemia ancora latente (da non escludere per le variegate patologie neurologiche scatenate), che è stata peraltro fortemente strumentalizzata da certe fasce di appartenenza politica; sarà forse anche esagerato ma, come usava dire il buon Antonio Di Pietro, ma il Covid che c’azzecca in tutti questo?
In ciò il "Fenomeno Draghi" costituisce per gli italiani tutti un miscuglio indistinto fra bullismo, nostalgie del padre padrone e sindrome di Stoccolma ..... ma a parlare di questo ci dilungheremmo troppo e il tutto necessiterebbe di analisi approfondite e ben più complesse.
Travaglio mette pure in luce come la nostra democrazia, ormai malata, è diretta da un apparente bipolarismo che in realtà è un inciucio costante, spesso non coincidente con gli interessi generale dei cittadini. Al riguardo, Destra e Sinistra italiana, in un'apparente alternanza, in realtà percorrono un unico solco.
I buoi o i muli che manovrano l’aratro (fate voi) rispondono ai comandi di chi ormai tiene in mano ben salde le redini. Chi si metterà ordinatamente in scia avrà così la sua piccola pagnotta o la ciotola di riso, che renderà felici per la benevolenza ricevuta e che, come recita ogni favola, consentirà loro di coltivare l'illusione di continueare a vivere felici e contenti. Con il debito pubblico che intanto progressivamente s'ingrossa e resta solvibile in base alla regola di Totò del "Vi pago domani".
Altro aspetto delicato affrontato riguarda l’astensionismo, che costituisce un'evidente antitesi rispetto all'esercizio della vera democrazia. L’utilizzo del voto - associato a regole e trasparenza - sarebbe, in teoria, l’unica arma democratica concessa ai cittadini per controllare il governo della politica, quella con la P maiuscola ovviamente.
La degenerazione partitica consolidata ha invece creato una camicia di forza da far indossare, che tende a rendere matti chi non si adegua al sistema, facendo sì che la Repubblica parlamentare risulti un teatrino di attori cooptati, senza meriti evidenti, se non quello dell’appartenenza.
Non ci sarà poi da meravigliarsi se il livello culturale e l’improvvisazione genereranno automi chiamati solo a spingere bottoni a comando o a manifestare la loro schizofrenia dell’improvvisata onnipotenza, nella casualità del ruolo ricoperto (talvolta pure occasionale), e, parallelamente, assistere a intellettuali e acculturati che sfuggono dalla politica, per la comprovata difficoltà di eventualmente poter poi esprimere il proprio libero pensiero.
Nel nostro paese, intanto, un sistema farraginoso di leggi e regolamenti pieni di cavilli e rimandi ingessa la burocrazia e, paradossalmente, burocrati, lobbies e politici politicanti costituiscono l’asse portante che organizza e gestisce la vita dell'intero paese.
Sempre nell'edizione del già citato giornale di oggi, nel suo spazio abituale, Antonio Padellaro auspica un libro scritto di proprio pugno da Virginia Raggi, che illumini sulla sua esperienza di sindaco della Città di Roma. Chi ha avuto modo di leggere quello a suo tempo scritto dall’ex Sindaco Marino, messo lì dal partito come pupazzo manovrabile e che poi non si rivelò tale, non potrà che avallare questa eventualità che, ormai e sempre più spesso, rimane per un politico eretico l’unica possibilità per poter manifestare a pieno il proprio pensiero. Per poter raccontare (anche se di parte), come aspetto culturale e non più politico, il resoconto personale della esperienza maturata. Sarebbe, in ogni caso, la capacità di ogni lettore, in base al proprio vissuto e al bagaglio culturale personale, saper poi distinguere la vera differenza tra grano e loglio.
Nell’edizione d’ieri del Fatto Quotidiano anche Massimo Fini, un altro dei personaggi fuori dagli schemi che non le manda a dire, si è dilungato con un suo interessante scritto sul fenomeno 5 Stelle a Roma e sulle vicissitudini personali e politiche di Virginia Raggi in particolare.
Per farla breve e non tediare troppo direi che da leggere nella carta stampata c’è sempre tanto; che occorre certamente sempre confrontare le diverse teorie e tesi, anche contrapposte, per poter dire anche che di articoli interessanti di giornalisti con la G maiuscola - e fortunatamente - ne circolano ancora molti.
Per una maggiore comprensione di quanto fin qui espresso, inviterei quindi a andare a leggere gli scritti appena accennati, a prescindere da schieramenti, pregiudizi personali o eventuali appartenenze.
Un’ultima cosa, il Segretario di turno - ora apparso dalla ruota girevole del Grand Hotel PD - un pò straparla e si proclama vincitore in una Waterloo disertata da molti potenziali elettori chiamati a votare nell’ultima tornata elettorale. Da non crederci, ma nulla di nuovo sotto il sole: la malattia persiste! Al riguardo, chissà perché mi tornano alla mente alcune delle parole che Rosaria Costa, vedova Schifani, ebbe a pronunciare a Palermo il giorno dei funerali per le vittime della strage di Capaci e che mi piace citare. Disse, tra l’altro: “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare…”. L'associazione potrebbe apparire esagerata, ma sul fatto che "loro non cambiano e non vogliono cambiare" la citazione regge.
Oserei concludere suggerendo a mia volta anche ai tanti che, fortunati loro, hanno il privilegio di vivere sempre delle certezze: meditate gente, meditate.
Buona luce a tutti!
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mercoledì 29 settembre 2021
Lo specchietto.
Le quindici foto che propongo vogliono, in qualche modo, costituire uno spunto per suggerire un'idea di come si può personalizzare un proprio metodo nell’approcciare a realizzare delle foto di street.
A tal riguardo, mi accingo a raccontare quanto mi è recentemente accaduto a Mazara del Vallo, girovagando senza meta nel centro storico cittadino accompagnandomi con le mie mirrorless.
In premessa e come a tutti noto per gli appassionati di fotografia di strada, ciascuno di noi ha un suo modo di sviluppare una specifica tematica che da subito intravede.
Le tante letture di libri fotografici e le precorse esperienze personali maturate, costituiscono presupposti nel nostro girovagare sul campo, a prescindere dal risultato che si andrà a raggiungere.
Allo scopo di rendere comprensibile quanto detto in premessa, procederò ora ad elaborare un testo che andrà correlato alle foto del collage di fotografie che precedono questo scritto.
All’inizio intravvedo in lontananza un gruppo composto da due persone, gente probabilmente del luogo che si intrattiene nei classici discorsi fra amici.
Uno dei due ha un aspetto particolarmente pittoresco, per la sua lunga e folta barba bianca e i radi capelli, ma il mio sguardo cade subito sullo specchietto del motorino su cui è seduto.
L’immagine riflessa, che lascia intravedere i tratti somatici del personaggio, enfatizza fortemente la figura che consente di dare una specificità al duo.
Il problema è ora quello di approcciare con i soggetti e cercare di verificare la loro eventuale disponibilità a essere fotografati.
Allo scopo utilizzo, quindi, uno zoom che mi consente di operare da lontano, studiando il taglio nel variare tante delle possibili inquadrature.
Provo diverse composizioni, inserendo con costanza e riposizionando nella scena lo specchietto che rimane costantemente al centro della mia idea di foto.
Nel procedere, cerco anche di rendere evidente la mia azione di ripresa, fin quando uno dei tre non si tende conto che li sto fotografando.
Si girano tutti e due: tutto ok.
A questo punto chiedo esplicitamente l’autorizzazione a poterli fotografare. Nessun problema, anzi si dimostrano lusingati.
Quindi mi avvicino gradualmente ai personaggi, tenendo sempre a mente come costante il mio elemento principale: lo specchietto.
Fotografare con uno zoom, peraltro non molto luminoso, certe volte può procurare brutti scherzi, non immediatamente rilevabili e gli errori (mosso o sfocato) in genere si palesano solo in fase di postproduzione.
In ragione dell’idea principale che mi ero da subito proposto di perseguire e convinto che era alla portata un certo risultato, non ho lesinato negli scatti. Ancor di più di quanto il mio dito, solitamente inquieto, riesce a fare pigiando sul pulsante del click.
Per tenermi i soggetti maggiormente disponibili li rendo anche partecipi, facendo visionare loro un primo piano dell’amico barbuto riflesso nello specchietto del motorino: è fatta; posso procedere e andare tranquillamente oltre.
In questi casi, amici che accompagnano nella battuta fotografica intervengono utilmente facendo da spalla; intrattenendo i soggetti, così da distrarne l’attenzione, liberando così il reporter che scatta.
Finito il tutto, un biglietto o un recapito per inviare qualche foto ben riuscita rassicura tutti.
Non sempre però le intuizioni corrispondono ai desiderata, specie in fotografia.
In questo caso la postproduzione non ebbe ad evidenziare errori importanti e l’abbondanza degli scatti ha consentito di collegare le immagini per la creazione di una piccola storia.
Ad ogni modo, come in ogni cosa, tutto è opinabile e i gradimenti rimangono vincolati ai gusti e alle inclinazioni personali.
Alla fine, la sequenza di scatti che mi aveva divertito ha prodotto un risultato che mi ha soddisfatto e le immagini che propongo sono una mia chiave di lettura delle scene e un semplice racconto di quanto accaduto.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
domenica 26 settembre 2021
Massimo Fini: "Il Green pass e Dostoevskij"
Sul Fatto Quotidinao d'ieri Massimo Fini ha pubblicato un articolo (Rilanciato pure nel suo spazio web) certamente da leggere ma che induce a riflettere.
L’obbligatorietà, più o meno nascosta, del Green pass ha sollevato un problema di fondo che, irresoluto, insegue il genere umano dalla sua comparsa: se la libertà (la sicurezza) di tutti, o della maggioranza, abbia diritto di prevalere sulla libertà del singolo o se il singolo abbia il diritto di fare le sue scelte. Sul tema sono intervenuti sul nostro giornale Gad Lerner, autorevole firma del Fatto, e Carlo Freccero, intellettuale di lungo corso. Se dovessi replicare ai due risponderei con le parole che Sancio Panza rivolge a Don Chisciotte: “Mio signore, io purtroppo sono un povero ignorante e del vostro discorso astratto ci ho capito poco o niente”. Sia Lerner che Freccero non resistono infatti alla tentazione di buttarla in politica inserendo argomenti come il referendum di Matteo Renzi, il sovranismo, il futurismo.
Il dilemma è più diretto e allo stesso tempo molto più complesso e si incarna nell’eterno conflitto fra Autorità e Libertà. Risale almeno al Seicento quando si incanala nel duello intellettuale fra Blaise Pascal e Cartesio. Pascal sostiene che non esistono certezze assolute sulla natura umana che è fluttuante nei suoi principi e nei suoi conseguenti costumi, Cartesio, al contrario, fonda il suo ragionare su una certezza opposta: esistono principi universali validi per tutte le genti. Questo dibattito si sviluppò non a caso nel Seicento, e ancor prima con Montaigne nel Cinquecento, all’epoca delle grandi esplorazioni che portarono quello che oggi chiameremmo Occidente a contatto con culture molto diverse dalle nostre. In un famoso capitolo dei ‘Saggi’, Dei Cannibali, Montaigne dice sostanzialmente: certo per noi i cannibali sono loro, ma ai loro occhi i cannibali siamo noi. Sarebbe molto istruttivo riprodurre l’intero capitolo perché è attualissimo da quando la Democrazia, vale a dire l’Illuminismo cartesiano, ha inteso proporsi come valore assoluto e universale. In termini meno antropologici e più politici Flaubert dice: “Ma nessun potere è legittimo, nonostante i loro sempiterni principi. Ma, siccome principio significa origine, bisogna riferirsi sempre a un inizio […] Così il principio del nostro è la sovranità nazionale, intesa in forma parlamentare… Ma in che cosa mai la sovranità nazionale sarebbe più sacra del diritto divino? Sono finzioni, l’una e l’altra”.
Ma se non c’è un principio, un qualsivoglia credo, una ‘roccia’ come la chiama Cartesio, cui ancorarsi, nasce lo straziante grido di Ivan Karamazov: “Se tutto è assurdo, allora tutto è permesso”. Si sarebbe tentati di credere che fra Libertà e Autorità l’uomo scelga istintivamente la prima. Ma non è così. L’uomo ha bisogno dell’Autorità, altrimenti non si capirebbe come mai per millenni, alle volte esplicita più spesso mascherata, sia sempre esistita un’Autorità. Il fatto è, anche se spiace ammetterlo, che l’uomo ha bisogno dell’Autorità perché lo libera dal torturante dilemma della scelta e nello stesso tempo gli lascia un quid inesplorato che lo sciolga dalle certezze dogmatiche. Lo chiarisce splendidamente Dostoevskij nell’apologo del Grande Inquisitore inserito nei ‘Fratelli Karamazov’. Siamo nel Cinquecento, Cristo è tornato sulla terra perché la Chiesa di Paolo ha tradito il suo messaggio libertario. Il Grande Inquisitore, il novantenne cardinale di Siviglia, lo fa mettere immediatamente nelle più profonde segrete della città e gli fa questo discorso: “Oh, ne passeranno ancora dei secoli nel bailamme della libera intelligenza, della scienza umana e dell’antropofagia, poiché, avendo cominciato a edificare la loro torre di Babele senza noi, andranno a finire con l’antropofagia! Ma verrà pure un giorno che la fiera s’appresserà a noi, e si metterà a leccare i nostri piedi , e ad annaffiarli con lacrime di sangue. E noi monteremo sulla fiera e innalzeremo la coppa e su questa sarà scritto: ‘MISTERO!’”. L’antilluminista Dostoevskij coincide dunque da una parte con l’illuminista Cartesio, che fonda la ragione moderna, perché riconosce che l’uomo ha bisogno di una certezza, di una qualsiasi certezza, ma d’altro canto se ne distacca profondamente perché proprio la certezza è ciò che lo uccide (“Amleto, chi lo capisce? È la certezza, non il dubbio che uccide” Nietzsche). Detto in termini più semplici: se io vivo in una stanza (mondo) dove tutto è illuminato, dove conosco anche il più piccolo pulviscolo, che altro mi resta da fare se non tirarmi un colpo di pistola?
Si potrebbe aggiungere con Eraclito che il problema è risolto in quanto irrisolvibile: “tu non troverai i confini dell’Anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione” e aggiunge che “la legge autenticamente ultima ci sfugge, è perennemente al di là e man mano che cerchiamo di avvicinarla appare a una profondità che si fa sempre più lontana”.
Il mediocre problema del Green pass, che in fondo, e in questo sono d’accordo con Freccero, nasce solo dalla paura, un’abbietta paura della morte, sconosciuta in questi termini dalle generazioni che ci hanno preceduto anche solo di una cinquantina d’anni, ha avuto se non altro il merito di togliere il dibattito pubblico, almeno per un po’, dagli infimi temi della politica per portarlo su una questione di fondo. Ma poiché siamo dei nani seduti sulle spalle di giganti non saremo proprio noi ad arrivare là dove non sono arrivati Pascal, Cartesio, Dostoevskij. Ci rimane però il piacere, da non sottovalutare, della dialettica.
Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 25 Settembre 2021)
martedì 14 settembre 2021
Difficile trovare chi riconosce ad altri eventuali meriti
Talvolta capita - e a me è accaduto ed è capitato di frequente - che in occasione di rilanci di alcuni scritti reputati interessanti da responsabili di portali, venisse fatta una rivisitazione del testo che comportava variazioni anche significative.
Con un mio amico in particolare, il più abituale dei revisori, è anche successo, specie in occasione di cambiamenti che hanno generato arricchimenti linquistici e culturali non di poco conto, di quasi non rivedere più l’articolo originariamente scritto, riproposto come un risultato di smontaggi e riassemblaggi.
In queste circostanze, alla fine, talvolta ero pure portato quasi a disconoscere la paternità di quello che era divenuto il nuovo risultato, anche se, analizzando i singoli spezzoni dell’articolo definitivo, il mio amico riusciva sempre a convincermi e a dimostrarmi sulla legittima paternità.
Ridendo, più di una volta poi concludeva sostenendo che il pezzo alla fine era quasi lo stesso. In verità fatti e cose descritte corrispondevano, immutate, anche se era stato cambiato più di un termine e il tutto risultava impreziosito da qualche erudita citazione, frutto dell'eccellenza dei suoi studi liceali formativi.
Mi va di scrivere tutto questo perché, in un mondo affollato di tanti che si atteggiano a prime donne, è sempre più difficile trovare chi riconosce ad altri eventuali meriti offrendo, peraltro con generosità, aiuti o anche collaborazioni per affinare al meglio le cose: un modo di agire che conclama e rafforza i rapporti di vera amicizia.
In ciò io mi ritengo assai fortunato, per le molte amicizie di cui ho goduto e per quelle nuove che mi circondano ancora. Una cerchia di belle persone che mi gratificano o che sinceramente mi richiamano, a seconda del caso, e che offrono opportunità di confronti costruttivi, offrendo sempre spazio al modo di esprimere le idee o anche le mutevoli impressioni.
Buona luce a tutti!
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mercoledì 1 settembre 2021
“Na nuci n’on saccu un fa mai scrusciu” (una sola noce chiusa in un sacco non fa mai rumore)
Ogni giorno ci viene proposta dai media un’agenda che più che permettere di capire le problematiche dell’attualità che ci circonda, tendono a distrarre verso finti problemi, magari mettendo al centro pure delle questioni reali ma che risultano abbastanza distanti da ciò che costituisce la vita ordinaria a noi più prossima.
È tutto un circo che si muove, con tanti trapezisti, clown, funanboli, bestie ammaestrate, animali feroci e domatori.
Lo spettacolo è quasi gratuito, basta leggere i giornali, vedere la TV, leggere un articolo, assistere a un talk e ci viene presentata un’informazione precotta, non priva di conservanti e additivi che cercano di spacciare per freschi i prodotti surgelati o temporaneamente congelati per ogni scopo.
Tutti si accalcano per ottenere spettatori e dietro i fornelli delle ristorazioni autoctone, vengono presentati cibi utili ad alimentare obesi, più che atti a sfamare masse bene ammaestrate ad assecondare il consumo.
Ormai è la psicanalisi al centro della scena; ciò che orienta una politica non più governata da ideologie o visioni di società più o meno perfette.
Nell’editoriale di oggi - su “Il fatto quotidiano” – intitolato “Il giuramento di Ipocrita” Marco Travaglio si sofferma sul punto, citando un detto che recita come “l’ipocrisia è la tassa che il vizio paga alla virtù”.
Uno scritto che cerca di nobilitare, in qualche modo e descrivendola, una deriva che interessa l’intero mondo globalizzato, deviato verso interessi che si allontanano sempre più dalla comprensibilità. Focalizzando con ciò sostanzialmente comunità sempre più spinte dall’eterno stupido nazionalismo latente: improduttivo. Che si rivela, talvolta, pure controproducente.
Lo scritto di Travaglio, rivolgendosi all’attualità politica e alla complessità sociale italiana, oltre che a quella più prossima al nostro paese, enuclea le tante evidenti contraddizioni; messe in campo dai tanti attori che calcano le scene.
Il tutto incentranto sulla ipocrisia regnante nel contesto sociale contemporaneo, che caratterizza tutti gli ambiti o ogni versante e fazione.
Protagonisti visibili o occulti, che però condizionano assai fortemente l’informazione e la politica, manipolano a proprio piacimento e convenienza anche la memoria della gente.
Ma, come mi ricorda spesso un caro amico e non solo lui, “na nuci n’on saccu un fa mai scrusciu” (una sola noce chiusa in un sacco non fa mai rumore).
Fake news e notizie inventate, artatamente manovrate da esperti specialisti utili allo scopo, costituiscono gli argomenti dei molti prevenuti e dei tanti tifosi orientati a mantenere le proprie facoltà cerebrali in letargo; come potesse essere solo un optional variabile, attivabile a piacimento, l’eventuale uso del cervello per il cittadino.
Seguendo questa inpostazione, per la società che ci ospita, il meglio è dedicarsi ai tanti diversivi; concentrandosi nella ricerca di soluzione per i tanti problemi (reali o artificiosi) messi in campo e, se all'occorrenza si fosse chiamati, esprimere più semplicemente opinioni basate sul sentito dire. Chi conduce le danze ritiene (e da tempo) che l’approfondimento e il controllo è più consono e appropriato che lo svolgano altri per noi.
Siamo ormai tutti pronti per le prossime amministrative e a seguire l’elezione del nuovo (??) Presidente della Repubblica, navigando a vista istituzionalmente in un “semestre denominato bianco”.
Al cittadino comune rimane oggi solo il compito di sventolare a piacimento la propria bandiera, evitando possibilmente di scendere in piazza per non arrecare disturbi ai manovratori, atteso che - grazie al progresso - ciascuno può ben veicolare sui social con i tanti emoji ogni eventuale malcontento.
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giovedì 26 agosto 2021
Ernesto Bazan – Un fotografo asceta
Molti di noi possono raccontare di accadimenti nella vita che apparentemente non trovano una spiegazione logica, come premonitori di fatti o vere e proprie combinazioni irrazionali.
Sono spesso cose che lasciano interdetti e che portano a prefigurare disegni e destini ispirati a scopi che travalicano il nostro raziocinio.
Poi hai modo di incontrare personaggi che in qualche modo testimoniano quanto di trascendente e inspiegabile può succedere nel quotidiano, con strani intrecci che sembrano guidati da ciò che comunemente siamo portati a chiamare fato.
Tutto ciò porterebbe a dire che nella vita non tutto è frutto o è una lasciato al caso. Ciascuno di noi troverà proprie spiegazioni, anche se non sarà possibile comprovare le proprie tesi.
Ernesto Bazan racconta di come ha avuto modo di rientrare a Cuba attraverso un sogno premonitore della sua compagna Sissi.
Costretto nel 2006 ad abbandonare la sua casa a L’Avana, in quanto “persona non gradita”, una mattina a Brooklyn, nel 2015, Sissi profetizzò ad Ernesto d'aver sognato che era diventato possibile ritornare nell'isola caraibica. Comunicò la cosa vivendola come fosse vera e, per verificare la fattibilità della svolta, si recò subito all’ambasciata cubana, non solo per avere conferma del possibile rientro del marito, ma anche per accertare di poter tornare nella sua veste naturale di fotografo e, quindi, di aver riconosciuto come lecito quel ruolo professionale che in passato era stata causa dell’esilio.
Tutto corrispose alla premonizione sognata e gli accadimenti successivi determinarono per Ernesto anche un grandissimo successo culturale, che è stato ben documentato dai filmati che raccontano anche di una sua grande mostra fotografica realizzata in terra di Cuba.
Bazan, in un video postato su You Tube nel 2020 da “Promirrorless” (https://youtu.be/TELssDiDZ88) ha anche raccontato un’altra vicissitudine strana accadutagli.
Durante un’operazione di pulizia casalinga a Veracruz, nella sua nuova residenza messicana, un vecchio libro su temi di mecicina chirurgica scritto dal padre era stato oggetto di “sbarazzo”. In verità la donna che collaborava nelle pulizie generali, casualmente vide nel sacco di plastica che raccoglieva i rifiuti questo libro; lo recuperò per chiedere e verificare se era il caso di buttarlo veramente.
Per Ernesto fu una sorpresa doppia, sia perché non ricordava di aver ricevuto e conservato quest’unico volume sopravvissuto, sia per la dedica che il padre aveva fatto al piccolo nipote - allora più o meno adolescente - e a insaputa di tutti.
In qualche modo Pietro Bazan senior aveva annotato che il piccolo Pietro avrebbe intrapreso la professione di medico, perpetuando l’esercizio della professione di chirurgo del nonno; cosa che a distanza di tanti anni si è poi puntualmente realizzata.
Ascoltare queste storie dalla viva voce di Ernesto Bazan suscita anche una stana atmosfera. L’alone mistico che avvolge la sua figura fa peraltro apparire, quasi fosse naturale, ogni parvenza irrazionale delle sue vicende. Lui crede fermamente nel trascendente e che qualcosa di certo governa i nostri destini.
A conferma di ciò lega anche la sua scelta di vita, di diventare fotografo, anche a una premonizione che gli accadde in un sogno all'età di diciassette anni.
Queste convinzioni e i racconti delle sue esperienze di vita hanno fatto di Bazan quasi un asceta.
Assistere a una sua performance professionale, anche per la sua costante ricerca d’interazione, è coinvolgente; ma ancora di più ascoltare questi suoi tanti aneddoti, che intercala e narra come fossero delle vecchie storie; come delle normalità che la vita propone in modo variegato - e personalizzandole - a ciascun individuo, a prescindere che se ne possa avere piena coscienza.
Un altro interessante video su Ernesto Bazan, corredato da ricche immagini fotografiche tra quelle raccolte nell'ultimo suo libro "25 Noviembre", è consultabile pure su You Tube, proposto dal Museo Nazionale della Fotografia - CineFotoClub Brescia (https://youtu.be/QmB-3XcKEZg).
Un mix tra slide show e video, racconta la mostra del 2016 a Palermo, presso lo ZAC dei Cantieri Culturali alla Zisa, ed è accessibile tramite https://youtu.be/7NKn4cNMzfM
Buona luce a tutti!
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venerdì 20 agosto 2021
Giovanna Calvenzi: “Le cinque vite di Lisetta Carmi”
Una regola che permane costante nella letteratura e non solo è quella che più si legge e più si allargano conoscenze; l’acculturamento attraverso nuovi scritti e scoperte di personaggi aggiungono sempre qualcosa al bagaglio conoscitivo che ingloba ogni cosa.
Sinapsi nuove permettono pertanto l’accumulazione catalogata d’informazioni che, elaborando nuovi input al preesistente, producono variazioni che elaborano continuamente i pensieri o, in alcuni casi, inducono perfino a rivedere e a ripensare punti di vista che apparivano quasi definiti.
Lo studio e l’applicazione presuppongono pertanto una rivisitazione continua del nostro modo di essere, atteso che a sua volta, quest’ultimo, deriva anche da concezioni generazionali preesistenti strutturate nel DNA tramandatoci nel tempo.
E torniamo sempre alla solita questione. Quella che porta a chiederci cosa c’è di veramente originale e nuovo nell’evoluzione continua del pensiero umano.
In questo dilemma si accomuna anche la fotografia, laddove si suole dire che l’esercizio fotografico ci porta a congelare in un click ciò che la nostra cultura sa riconoscere. Quindi corrisponde al vero il fatto che molte sono le realtà presenti nel quotidiano e che, fino ad un certo punto, risultano sconosciute, anche per le differenti evoluzioni umane.
In questo, le scoperte sono costatazioni di fatto, frutto di prolungate osservazioni o, più semplicemente, d’occasionali accadimenti colti da delle menti studiose e attente.
Mentre però negli ultimi millenni e anche per la deriva dei continenti, si sono mantenute evoluzioni culturali differenziate a causa delle diverse enclavi in cui si è diversificata la razza umana, oggi, nell’era della globalizzazione, il pensiero unico è più che mai corrente. Ne deriva che le comunicazioni, frutto di un’evoluzione tecnologica sempre più efficiente, consente cognizioni diffuse di tutte quante le scoperte, scientifiche o di ogni qualsivoglia mutazione culturale delle diverse razze che coabitano il pianeta. Ma, come spesso capita, ogni medaglia ha pure un suo rovescio.
Coniugare le positività che possono derivare da un progresso che beneficia di comunicazioni pressoché universali d’ogni evento è anche un aspetto che si scontra con l’indole negativa conosciuta e connaturata alle debolezze della natura umana. Non bastano quindi sistemi politici e religioni definite aperte, quando anche l’istinto dell’uomo più evoluto ha a che fare con i suoi aspetti primordiali reconditi, legati ancora al tempo dell’istinto per la sopravvivenza. Anche se oggi questi caratteri sono principalmente rivolti all’affermazione dell’ego, inteso non solo in senso di singolo, ma anche di clan, gruppi etnici e appartenenze organizzate in ambiti socio-culturali e riconosciuti unilateralmente a modelli.
Sono quelle false verità che inducono talvolta a crederci superiori, per razza, fede, assetto politico e quant’altro, fino a illudere di poter esportare ad altre culture quella che definiamo fideisticamente come nostra democrazia. Le tante visioni poco illuminate degli assetti socio-politici che si riciclano periodicamente, affollando il pianeta, e che ci accompagnano nel tempo, rappresentano una delle basi su cui si continuano a mantenere e ad alimentare le molte conflittualità ideologiche e le correlate inevitabili guerre (dichiarate o sottese ha poca importanza).
Se poi pensiamo alla breve invenzione della scrittura e che molta dell’avventura umana si era sempre basata sulla trasmissione orale delle storie, tenuto anche in conto che ogni vincitore ha teso sempre a trasmettere come storia veritiera il proprio punto di vista, sono stati pure certamente tanti i personaggi “atipici” offuscati o cancellati nel e dal tempo.
Quest’ampia premessa mi è stata suscitata dall'attualità politica, associata in parte alla lettura dei contenuti del libro “Le cinque vite di Lisetta Carmi.
Un volumetto con il quale Giovanna Calvenzi racconta e raccoglie testimonianze su un'affermata fotografa un pò bizzarra del nostro tempo che, all’apparenza, ha dell’inverosimile, ma che se poi l’accosti ad altri personaggi e alle relative storie, ti accorgi che non costituiscono anomalie ma delle sorprendenti eccezioni che si elevano nel panorama umano che ci accompagna.
Il tema messo in campo è alquanto ampio e difficile da sviluppare in un breve scritto. Ognuno, in ogni caso, avrà avuto già modo di riflettere sopra molti degli aspetti accennati e sicuramente saranno tante le riflessioni che hanno portato a differenti convincimenti.
Tornerei quindi all’argomento fotografia e di come l’azione della Carmi si correlazioni in qualche modo ad esso.
Le diverse fasi di una vita del personaggio in questione, quasi divisa in parentesi temporali di un calcolo algebrico, costituiscono esempio di come molto talvolta le esistenze di alcuni soggetti si compongono di tanti blocchi; che si alimentano e integrano col solo intento di compenetrarsi in contaminazioni che tendono a completare cicli più complessi, che ambiscono a proporsi via via in significative composite sintesi.
Le cinque vite della Carmi narrate dalla Calvenzi, arricchite anche da apporti scritti da altri personaggi che sono stati testimoni diretti delle diverse fasi esistenziali raccontate, consentono di cogliere l’essenza di una personalità che persegue costantemente per prima cosa una ricerca su se stessa. Attraversando esperienze diverse che rimangono legate e che comunque si arricchiscono durante lo scorrere del tempo lungo la vita.
La complessità dell’individuo Carmi potrebbe quasi paragonarsi all’esperienza parallela e accomunata di cinque personaggi che potrebbero anche essere state delle persone diverse che costituiscono un clan, con una filosofia esistenziale consociata, ricca di interscambi, indirizzata a un unico intento.
Rientrando nel solo tema fotografia, la citazione attribuita alla Carmi, riportata in quarta di copertina nel libro, con la quale la stessa afferma che “una fotografia non è mai esistita nella mia testa prima dello scatto: io vedo ciò che c’è, vibro con ciò che c’è, mi emoziono con ciò che c’è”, potrebbe indurre ad aprire un altro ampio discorso sulle tante progettualità ostentate e portate avanti da molti fotografi.
Risulterà in ogni caso utile soffermarsi sulla verità affermata, che enfatizza la sensibilità individuale che guida il fotografo che opera in campo, su cui tanto e da sempre si dibatte.
Nel corpo del volume, e specificatamente in quattro pagine del libro (pagg. 62-65) la Calvenzi riporta uno stralcio di una tesi di laurea di Patrizia Pentassuglia (Una vita alla ricerca della verità. L’esperienza fotografica di Lisetta Carmi), che allarga ulteriormente il pensiero della Carmi riguardo alla fotografia più in generale e non soltanto.
Brevi domande circostanziate poste dalla laureanda e le corrispondenti risposte precise e esaustive della Carmi, forniscono una visione lucida e semplice di quello che per lei è stata sia la fotografia che le sue visioni di vita correlate. Nelle diverse fasi, nelle componenti e nelle regole, comprendendo in ciò anche la funzione dei mezzi impiegati e il relativo utilizzo attuato per documentare, raccontare, interpretare l’insieme che è ha determinato le sue produzioni fotografiche. Poco importa se per l’ottenimento una singola fotografia o per la raccolta di un gruppo d’immagini.
Si parte dall’importanza della didascalia per una foto e a considerazioni che si richiamano a punti di vista di autori come Arbus, Weston, Sontag. Per dare una chiara visione del punto di vista della Carmi sui fotografi di ogni tempo, può risultare utile parte della riscposta in cui afferma che “Ci sono fotografie che restano come modelli di perfezione. Volendo fare dei nomi: Robert Capa, Werner Bischof, Ansel Adams, Henri Cartier Bresson; le loro immagini resteranno nel nostro inconscio come una ricchezza che non ci lascerà mai più”. Una chiave di verità che tutti noi conosciamo e che, più o meno, ciascuno spesso mette in campo nel momento in cui si accinge a leggere una scena e a comporre la propria fotografia.
I vincoli di copyright non consentono di riportare più ampiamente i testi a cui si fa cenno, occorrerà nel caso attivarsi per prendere visione di una copia della tesi della Pentassuglia o del piccolo volume di meno di 200 pagine della Calvenzi che, corredato anche da parecchie immagini in bianco e nero, è proposto dalla casa editrice Bruno Mondadori (edito nel febbraio del 2013).
In conclusione occorre anche ricordare che le tante vite che compongono il vissuto artistico o esistenziale di ogni individuo, costituisce spesso una normalità. Fra i fotografi famosi spicca Henri Cartier Bresson che, frequentando molti intellettuali del suo tempo, nasce pittore e che dopo essersi affermato in fotografia, ritorna alla sua passione di un tempo. Per quanto possa tornare utile, nel blog che ho creato nel momento dell’apertura del mio tempo di quiescenza ebbi, ad esempio, a scrivere a proposito di blocchi esistenziali: "Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Buona luce a tutti!
© ESSEC
martedì 17 agosto 2021
Per come vanno le cose ....
Nel suo editoriale di oggi, incentrato sulle tristi vicende afgane, Marco Travaglio conclude citando, tra l’altro, una lucida lettura espressa dal compianto Gino Strada, in merito all’attendibilità della stampa assoggettata ai padroni.
Il periodo che conclude lo scritto recita: “L’attacco alle Twin Towers fu un puro pretesto. Non c’era un solo afghano fra gli attentatori né nelle cellule di Al Qaeda. Solo sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti. Non afghani o iracheni. Infatti furono attaccati Afghanistan e Irak (nel 2003, con la scusa delle armi di distruzione di massa, mai viste, e di un inesistente patto fra Saddam Hussein e Bin Laden, che si erano condannati a morte a vicenda: poi Osama fu ucciso in Pakistan, che nessuno si sognò d’invadere). A Kabul la guerra al terrorismo, costata 3mila miliardi $ solo agli Usa, ha riabilitato i Talebani. A Baghdad ha prodotto l’Isis. Nel febbraio 2003 Gino Strada predisse come sarebbe finita e fu accusato di filo-terrorismo. Francesco Merlo, non ancora passato a deliziare i lettori di Rep, lo additò sul Corriere come un “Signor Né Né”. Gino rispose così: “Signor Merlo, ho l’impressione che il partito della guerra del petrolio non passi un gran momento… Gli amici dell’‘amico George’ imbavagliano l’informazione in modo da renderla indistinguibile dalla propaganda – ne sa qualcosa, Signor Merlo? – eppure la gente non li ascolta. Rendono i telegiornali molto simili al Carosello, eppure le persone continuano a pensare, a porsi domande… Ho la sensazione che non filerà via liscia, che i cittadini si siano stancati di fare da telespettatori, che i padroni delle testate debbano rassegnarsi a non essere anche padroni delle teste…”. Oggi l’Afghanistan torna a vent’anni fa. Invece la stampa italiana non s’è mai mossa.”
Primo obiettivo nel fare giornalismo dovrebbe essere quello di assolvere al dovere di cronaca.
Un buon editore dovrebbe dare un adeguato spazio all’informazione e, a prescindere dalla pagina d’inserimento e al numero di righe dedicate agli avvenimenti raccontati, fornire ai lettori le notizie in quanto tali; possibilmente astenendosi dal preconfezionare opinioni indirizzate pregiudizialmente, evitando possibilmente di riportare parti estrapolate dall’intero contesto per indubbie convenienze.
Per come vanno le cose, appare però deprimente dover ascoltare o leggere i tanti pseudogiornalisti impegnati a far conoscere le loro opinioni su ogni cosa, imponendole, come se fosse necessario dover aiutare il "povero lettore" a capire le evidenze che, gioco forza e guarda caso, collimino solo con il loro punto di vista.
I primi piani dedicati dalle regie, si soffermano lungamente sull'inquadrare i soggetti e confondere chi s’imbatte all’ascolto. Chiome fluenti della giornalista femmina, atteggiamenti emblematici dei colleghi maschi.
Assistere ai telegiornali o leggere i quotidiani non risulta pertanto facile per acquisire gli elementi necessari a capire la verità dei fatti, ancor meno qualora non si abbia una propria visione delle cose indipendente; se non si è preparati perché non dotati di uno minimo spirito critico, che si alimenta solo con conoscenze di pareri dissimili o anche contrapposti.
Ormai i media non pubblicano notizie per informare la gente ma espongono o adombrano gli accadimenti agendo più da influenzer, non secondo l’importanza degli accadimenti oggetto d’informazione ma orientando il pubblico in relazione all’indirizzo editoriale imposto da interessi di parte.
Sostanzialmente, quindi, oggi non si salva quasi più nessuno. Solo rare eccezioni assicurano la copertura dell'informazione sui fatti di cronaca. Ma attenzione, non è solo colpa del mondo mediatico, molto dipende anche dalla pigrizia di un popolo distratto e incanalato a ricercare ciò che è utile ad assecondare propri bisogni; se veri o fittizi, spontanei o indotti, ha poi poca importanza.
Trovo utile, per dare maggior rilievo a questo pezzo, chiudere con le parole che Vauro dedica all’amico scomparso in questi giorni e per il quale Moni Ovadia dice: “Ora non si merita la retorica melensa, per rendergli onore l'Italia deve sostenere le sue iniziative”.
Vauro scrive, a sua volta, basandosi su esperienze comuni e dirette: “Gino Strada se n’è andato. Capitava. Ci capitava, in Afghanistan come in Iraq, come in tanti luoghi di guerra, di restare senza parole davanti all’orrore ed alla sofferenza. A volte insieme le cercavamo per denunciare il crimine che è la guerra. Dovevamo trovarle e le trovavamo. Io invece oggi non ne trovo per dire il dolore che la scomparsa di Gino mi provoca dentro. Non le trovo perché non possiamo più cercarle insieme. Addio caro Gino.”
Buona luce a tutti!
© ESSEC
lunedì 2 agosto 2021
Gesuiti. Uso e abuso politico di Todo Modo
Fabrizio D’Esposito, in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano oggi e intitolato “Gesuiti. Uso e abuso politico di Todo Modo: gli esercizi di sant’Ignazio nella lotta della vita”, ha scritto: “Todo modo para buscar y hallar la voluntad divina”. “Ogni mezzo per cercare e trovare la volontà di Dio”. Todo modo: dal romanzo di Leonardo Sciascia al film di Elio Petri e per finire alle analogie presunte con il “Whatever it takes”, “A ogni costo”, del premier onnisciente e “gesuita” SuperMario Draghi. Una citazione che ciclicamente torna in auge ma che a pronunciarla spesso rischia di diventare fine a se stessa, in senso sia politico sia onomatopeico, giusto per il suono riprodotto in qualche salotto tv.
Al di là d’ogni considerazione specifica, questa premessa all’articolo coglie un punto importante riguardante la dottrina filosofica che orienta i tanti uomini di formazione gesuita i quali, in vari campi, occupano spesso ruoli rilevanti nel panorama contemporaneo e non solo nazionale.
Una più attenta rilettura della storia dovrebbe portare a riconsiderare alcuni aspetti degli insegnamenti dell’ex soldato spagnolo Ignazio da Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, convertitosi al cattolicesimo nel maggio 1521.
Vero è che l’insegnamento lasciato ai posteri da sant’Ignazio, come evidenzia D’Esposito, rappresenta una svolta per essere una visione meno statica della dottrina cattolica manifestatasi fino a quei tempi, per “un divenire continuo per ogni esercitante”, ma sono anche inconfutabili i risultati pratici, spesso negativi, che sono stati espressione della scuola gesuita attuata nel tempo.
A ogni buon conto, comunque, più che affidarsi ciecamente a pseudo illuminati (supportati da facili slogan) in questi deserti d’idealismi contemporanei, il pragmatismo moderno dovrebbe indurre più alla perseverante pratica del produttivo confronto politico e sociale, per mitigare anche le tante intransigenze e ogni forma estrema che facilita il proliferare di tanti miopi proselitismi.
In conclusione, l’articolo di D’Esposito, rapportato all’esperienza politica dei giorni nostri, dovrebbe indurre tutti quanti noi a privilegiare una certa prudenza e applicare nelle nostre analisi sempre maggiori attenzioni.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
giovedì 29 luglio 2021
"Povera Patria"
Leggendo notizie sull’attualità politica nei vari giornali, cartacei o presenti sul web, a prescindere della loro corrispondenza alle funzioni implicite al termine, si ha modo di acquisire informazioni su tante opinioni diverse espresse da moltitudini di giornalisti, opinionisti, esperti o presunti tali.
Ripensando ai politici poi, che affollano le aule parlamentari, le diverse commissioni o ai ministri che occupano Palazzo Chigi, circa la tempestività e il loro decisionismo tornano alla mente le varie gag comiche del mitico Totò ….. come quella di rinviare ogni soluzione al domani (nonostante uno scadenzario PNRR approvato velocemente e quasi unanimità dalle Camere; vedasi: https://www.youtube.com/watch?v=VkrRyz8JULo) …… https://www.youtube.com/watch?v=vRffjdc_T0Q o dell’esperto chirurgo (sempre l'insuperabile Totò) che si accinge a operare il paziente impersonato da De Vico (ripensando alle capacità di un Premier assurto al potere come presunto mago, esperto in tutto) https://www.youtube.com/watch?v=ghwVWjRMlMI.
Nel 1991 il compianto Franco Battiato ci aveva già visto lungo con “Povera Patria”. Un brano di denuncia che utilizza anche delle affermazioni forti, come "Schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame, che non sa cos'è il pudore" o "Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni", segno di una distanza anche tra la politica e le persone che rappresentavano. L'utilizzo della violenza, del sopruso sulla povera gente, può essere rivisto in "Nel fango affonda lo stivale dei maiali, me ne vergogno un poco e mi fa male, vedere un uomo come un animale". Ma anche Battiato sperava in un futuro migliore, dove "non si parli più di dittature", anche se la primavera di quei giorni "intanto tarda ad arrivare". Per chi vuole rinverdire il ricordo della canzone https://www.facebook.com/watch/?v=804274753547549
Soffermandosi sulla parte seria della questione, suggeritami da una amica, ci sta anche questa eccellente performance di Riccardo Muti 😜https://www.youtube.com/watch?v=G_gmtO6JnRs
Buona luce a tutti!
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venerdì 23 luglio 2021
Verità narrate: “I veri Anti italiani” di Marco Travaglio
Nel panorama di un giornalismo che cerca sempre più di orientare, talvolta inutilmente, cittadini ormai stanchi di assecondare fake news o ricostruzioni fasulle d’ispirazione padronale, fortunatamente ancora si trovano penne che scrivono notizie con discernimento, cercando di distinguere - per quanto possibile - fatti da opinioni.
Esistono tanti che postano in rete e resistono anche giornalisti, che rappresentano sempre più merce rara e svolgono il loro compito con passione.
A prescindere dagli orientamenti politici, questi soggetti, che potrebbero ben rappresentare oggi dei veri uomini della resistenza della carta stampata e del web, assicurano articoli, dibattiti e inchieste che consentono di apprendere informazioni complete, connotando ogni cosa secondo una lente che mette a presupposto il requisito minimale del giornalismo, ispirato all’onestà intellettuale.
Mi viene in mente, come esempio, Massimo Fini che, a prescindere dalla condivisibilità piena dei contenuti di tutti i suoi articoli, rappresenta senz’ombra di dubbio uno di quei classici intellettuali indipendenti che non hanno mai avuto padrone.
Fortunatamente non è il solo in campo, anche se per giudicare qualunque giornalista o scrittore rimane indispensabile e insopprimibile nel lettore la presenza di uno spirito critico e una certa propria autonomia di giudizio. Con questa premessa si vuole chiarire come le citazioni espresse da qual si voglia giornalista, politico, intellettuale e quant’altra figura, devono sempre intendersi per quello che rappresentano e valutandone i contenuti in modo oggettivo.
In questo, potrebbe tornare utile un classico gioco; quello in cui si viene a citare una frase, senza indicarne l’autore e, alla fine, porre la domanda: “secondo te chi lo ha detto?”. Interessante potrebbe anche apparire citarne la datazione e anche la circostanza.
Un’efficace applicazione pratica di questo metodo, che mette a nudo macroscopiche palesi incoerenze e non soltanto di politici, ma anche di molteplici professionisti dell’informazione, è quella praticata da Marco Travaglio.
Da qualche tempo, ogni lunedì i suoi editoriali sono delle vere e proprie collezioni di disinformazioni diffuse, portate avanti con disinvoltura e pure a testa alta da colleghi che più che fare giornalismo sembrano esercitare la professione più antica del mondo.
Un’operazione emblematica, al riguardo, è stata quella che Travaglio ha condotto in questi giorni, raccontando in quattro puntate l’incredibile storia del Recovery Fund; mistificata da molti e manipolata a proprio uso e consumo da tanti altri. Un raccordo di tanti titoli e articoli di stampa che consentono di cogliere spunti interessanti sull’evidente abuso in Italia della professione di giornalista.
Non me ne voglia Il Fatto quotidiano se riporto di seguito il testo del racconto a puntate, che costituisce un tipico esempio scolastico di gestazione e gestione di ogni fake news.
Potrebbe anche tornare utile a chi se ne fosse malauguratamente persa la lettura.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
“Da una settimana i migliori pennivendoli del bigoncio ci accusano di essere anti-italiani e anti-patriottici perché non ci siamo uniti al coro di retorica per la vittoria della Nazionale (anzi di Draghi) agli Europei di calcio e alle notti magiche inseguendo il Covid. Il caso vuole che proprio un anno fa, il 17 luglio 2020, iniziasse il Consiglio d’Europa decisivo sul Recovery Fund. E fu chiaro a tutti chi fossero gli anti-italiani: non chi tifava contro una squadra di calcio, ma chi tifava contro il proprio Paese piegato e piagato dalla pandemia. Riavvolgiamo il nastro e facciamo un po’ di nomi e cognomi.
23 marzo 2020. Dopo 12 giorni di lockdown, il premier Giuseppe Conte convince i leader di Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussem- burgo e Slovenia a firmare una “Lettera dei Nove” al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel per proporre un piano di ricostruzione finanziato con gli Eurobond (o “Coronabond”).
26 marzo. Renzi e Salvini, in Parlamento, invocano la caduta del governo e un’ammucchiata guidata da Draghi. I patrioti de La Verità titolano: “Conte pronto a svendere l’Italia. Vuole ricorre- re al Mes, una trappola che ci consegnerà alla troika”. Uscito dalla bolgia parlamentare, Conte si collega con Bruxelles per il Con- siglio Ue: non finisce a botte solo perché i leader sono in videoconferenza. Germania, Austria, frugali del Nord e fronte Visegrad pro Mes, Italia e gli altri otto pro Recovery (spalleggiati da Lagarde e Sassoli). Conte: “Se qualcuno di voi pensa ai meccanismi del passato, non si disturbi: ve li po- tete tenere, l’Italia non ne ha bi- sogno e farà da sé”. Merkel: “Giuseppe, il Mes è lo strumento che abbiamo, non capisco perché tu voglia minarlo...”. Conte: “Angela, state guardando alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Il Mes è stato disegnato nella crisi dell’euro per Paesi che hanno commesso degli errori”. Macron: “Il Mes serve per gli choc asimmetrici su singoli Paesi. Questa pandemia è uno choc simmetrico: ci riguarda tutti”. Rutte: “Non siamo pronti per gli Eurobond, dobbiamo tenere in serbo delle armi in caso di scenari peggiori”. Sánchez: “Perché, cosa può esserci di peggio della strage che oggi attanaglia l’Europa?”. Qualcuno, visto lo stallo, propone un rinvio, ma Conte batte i pugni: “Le conseguenze del Covid vanno affrontate domattina, non nei prossimi mesi. Altrimenti cosa diremo ai nostri concittadini che ci chiede- ranno che senso ha questa casa comune? Non avremo risposte”. E blocca il summit col veto, rifiutando con Sánchez di sottoscrivere qualunque conclusione, finché non ottiene l’impegno dell’Euro-gruppo a proporre il Recovery Fund entro due settimane.
27 marzo. Anziché fare fronte comune col governo, che dopo anni di parole al vento difende gli interessi dell’Italia in Europa, la destra “sovranista” e la stampa “indipendente” si scatenano. Non contro il Covid, ma contro Conte. Anche a costo di falsificare, anzi ribaltare il senso del vertice Ue e di un intervento di Draghi in favore della proposta di Conte e degli altri otto governi Ue. Stampa: “Cresce il partito di Draghi”. Repubblica: “Bellanova: ‘Serve una classe dirigente all’altezza. Draghi ha sguardo lungo e coraggio’”. Messaggero: “La spinta di Draghi”. Foglio: “Il manifesto di Draghi è un perfetto programma di governo”, “Montezemolo: alleanza trasversale per salvare l’Italia”. Giornale: “Chiamate Draghi”. Verità: “Giuseppi non è capace, chiamate subito Draghi”, “Conte finge di vincere dopo aver fallito”. Libero: “L’Ue ci prende in giro e non decide nulla. Il premier fa l’offeso”.
2 aprile. Visto che molti governi dicono no agli Eurobond per la diffidenza dei loro elettorati sul nostro debito-monstre, Conte decide di chiarire la sua proposta anzitutto alle opinioni pubbliche con una serie di interviste a tv e giornali europei (Financial Times, El País, De Telegraaf, Die Zeit, Ard, La Sexta, Süddeutsche Zeitung). E apre le prime crepe nel fronte del nord. Ma i suoi peg- giori nemici sono l’establishment italiano e i suoi giornaloni, che fanno il tifo contro il governo impegnato nell’eurobattaglia mortale.
10 aprile. Salvini scatena l’inferno. Siccome tutti i ministri delle Finanze Ue hanno deciso di eliminare una serie di condizionalità dal Mes (senza che nessuno chieda il prestito), parla di “Caporetto” per l’Italia: “Non ci sono gli Eurobond di Conte, ma c’è il Mes. Sfiduciamo Gualtieri”. La Meloni accusa l’esecutivo di aver firmato il Mes, nottetempo e di nascosto, e Conte di “alto tradimento” e “spergiuro”. Le destre, sui social, aizzano a ribellarsi contro il governo che “svende l’Italia”.
11 aprile. Conte incontra la stampa e risponde a una domanda sulle accuse delle due destre: “Il Mes esiste dal 2012 (grazie al governo B. con Lega e Meloni, ndr), non è stato istituito ieri o attivato la scorsa notte, come falsamente e irresponsabilmente dichiarato – faccio nomi e cognomi – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Questo governo non lavora col favore delle tenebre. Non abbiamo firmato alcuna attivazione del Mes, l’Italia non ne ha bisogno e lo ritiene inadeguato. Per la prima volta abbiamo messo nero su bianco il Recovery. Abbiamo bisogno di tutti i cittadini italiani. Le menzogne ci indeboliscono nella trattativa”. E subito parte una canea assordante: non contro chi lancia le fake news, ma contro il premier che osa smentirle.
18maggio. L’Italia esce dal lockdown. La Merkel cede sugli Eurobond e con Macron propone alla Commissione un Recovery di 500 miliardi a fondo perduto. Restano da convincere i frugali del Nord.
20 maggio. Renzi, Salvini e i giornaloni continuano a combattere il governo che si batte in Europa: due mozioni di sfiducia a Bonafede (poi respinte) per i detenuti scarcerati (dai giudici).
27 maggio. Von der Leyen sposa la proposta dell’Italia e degli 8 alleati: un Next Generation Eu da 750 miliardi (500 di sussidi e 250 di prestiti).
Giugno. Le destre, Renzi incluso, e i giornaloni all’assalto di Conte perché invita le parti sociali e la società civile agli Stati generali a Villa Pamphilj per discutere del futuro Recovery Plan. Bonomi (Confindustria) ordina “un governo diverso”. Folli (Repubblica) sprona il Pd al “ritiro dei ministri dal governo” e auspica la “caduta” di Conte con “una crisi sociale fuori controllo nei prossimi mesi”. Damilano (Espresso): “Ignorati Generali”, “Stati Nervosi”, “occasione mancata”, “giochi di palazzo”. Merlo (Repubblica): “È il Papeete del Contismo”. Giannini (Stampa): “Il Truman Show di Conte”. Polito (Corriere): “L’enfasi da Re Sole dell’avvocato del popolo”. Giornale: “Inizia il dopo Conte”. Purtroppo i sondaggi gli tributano il record di consensi del 65%, mai raggiunto da un premier negli ultimi 25 anni.
19 giugno. Nel Consiglio europeo i 27 leader discutono per la prima volta degli Eurobond. Fissano l’appuntamento decisivo al 17 luglio a Bruxelles. Conte parte per un tour nelle capitali europee per incontrare lo spagnolo Sánchez, il portoghese Costa, l’olandese Rutte e la Merkel. La stampa italiana tifa contro l’Italia. Rep: “Il governo punta al Mes. Lo chiederà a luglio con Spagna e Portogallo”. Messaggero: “Conte prepara il sì al Mes (né l’Italia né alcun altro Paese chiederanno il Mes). Veri- tà: “L’Europa fa cucù a Giuseppi”, “Il fallimento che coinvolge il Quirinale”, “Flop annunciato di Conte”. Giornale: “L’Ue sbugiarda il Conte millantatore”, “Conte vende un’Italia falsa. Ma l’Europa non abbocca”. Senaldi (Libero): “Conte pensava di avere già in tasca 200 miliardi. Peccato che mezzo continente lo detesti... Prestereste dei quattrini a un signore che ha più soldi in banca di voi ma sta per fallire?”. Rep: “Sognando Draghi”. Corriere: “Il gelo Merkel-Conte”. Messaggero: “Scontro Merkel-Conte”. Verità: “Conte inizia il suo tour in Europa rimediando solo porte in faccia”. Mieli (Corriere): “Conte si appalesa come uno dei più straordinari illusionisti della storia. Ipnotizzata la sua maggioranza, annuncia, dice, si contraddice, rinvia alla fine, poi ricomincia riportandoci al punto di partenza”.
Verità: “Giuseppi punta tutto sul Recovery, ma Merkel gliel’ha già smontato. Saranno 500 miliardi e non 750”. Giannini (Stampa): “Dopo il velleitario tentativo di Villa Pamphilj”, Conte vuole “prorogare i suoi ‘poteri speciali’” (lo stato di emergenza che non sfiora neppure i poteri del premier), “ridotto la Camera a votificio” e “lo stato di emergenza si configura come ‘stato di eccezione’”. Libero: “Accattonaggio. Conte chiede l’elemosina. Col cappello in mano”.
15 luglio. Antivigilia del Consiglio Ue straordinario. Folli (Rep): “Una stagione al tramonto”: “Nell’ottobre 2011 un episodio ‘umiliante’ segnalò la perdita di credibilità di Berlusconi e del suo governo in Europa... I sorrisi ironici che Merkel e Sarkozy si scambiarono, seguiti dalle risate in sala, produssero sconcerto in Italia... Berlusconi fu indotto a dimettersi... A Berlino è accaduto qualcosa che sembra suggerire una certa analogia con quel lontano episodio al termine del colloquio Merkel-Conte. Nessun sorrisetto, ma sembra prevalere di nuovo la sfiducia verso chi governa in Italia... L’assetto politico di Roma suscita crescenti dubbi tra i partner... Autostrade può essere l’incidente su cui il governo inciampa. Una stagione politica si sta concludendo... L’esaurimento del Conte-2 è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere”.
17 luglio. Inizia il vertice a Bruxelles. Rep punta tutto sul fallimento dell’Italia: “Sul ring europeo con le mani legate”, “L’Italia non potrebbe arrivare peggio preparata al vertice europeo... La debolezza politica di Conte è un altro elemento di vulnerabilità per l’Italia. Qualsiasi impegno che il premier potrà pronunciare sarà sempre visto col beneficio del dubbio sulla durata del governo... Il sovranismo economico riscoperto da Conte è stato, forse, l’errore più grave di tutti. Alla Merkel che suggeriva di prendere in considerazione il Mes, il nostro premier ha risposto: i conti in Italia li faccio io. Sbagliato”; “Difficilmente Conte la spunterà”: se va bene, il Recovery sarà segato a “580-600 miliardi” e lui, “per non tornare sconfitto su tutto, punta almeno a 650”.
18 luglio. Dopo il primo giorno di trattative, la stampa di ogni Paese sostiene il proprio governo nella più dura battaglia dalla nascita dell’Europa unita, quella ita- liana continua il tiro al premier. Rep: “Ue, l’Italia all’angolo”, “Processo all’Italia. L’Olanda guida l’accusa: ‘Non ci fidiamo più” (la sede di Fca, padrona di Rep, è in Olanda). Giornale: “Conte Dracula. In Europa rischiamo di restare a secco”. Libero: “L’Ue non dà i soldi perché non si fida di Conte. Voi al suo posto cosa fareste?”. Verità: “La Merkel ci usa per la sua partita. Ci concederà poche briciole”. Certo, come no.
19 luglio 2020. Mentre Conte combatte al Consiglio Europeo sul Recovery Fund e ricorda come la “frugale” Olanda sia un mezzo paradiso fiscale, i giornali italiani continuano a gufare contro l’Italia. Giannini (Stampa) sa già come andrà a finire: “Per noi diminuisce la quota di contributi a fondo perduto e aumenta quella dei prestiti”. E, comunque andrà, sarà un disastro: “Conte e i suoi ministri, superato a fatica il pasticcio venezuelano su Autostrade (sic, ndr) e con lo stress-test delle elezioni regionali del 20 settembre non saranno in grado di reggere l’urto”. Il Giornale tifa apertamente Rutte: “Europa, Conte flop. E quella frase degli olandesi: ‘Non ce la beviamo’. L’Olanda imita Prezzolini e Rutte copia gli Apoti”. Belpietro (Verità): “L'accordo che si profila è una di- sfatta”. Libero: “L’Europa detesta Conte”, “L’Unione non si fida del nostro governo”. Ma il record di patriottismo lo stabilisce l’ultimo nato fra i giornali di destra, Repubblica, estasiata dall’eroica resistenza della povera Olanda: “Processo all’Italia. L’Olanda guida l’accusa: ‘Non ci fidiamo più’”. Il fatto che Fca che edita Stampubblica abbia sede legale in Olanda è puramente casuale.
20 luglio. Messaggero: “Fondi Ue ridotti per l’Italia. Per il nostro Paese 10 miliardi di sovvenzioni in meno e più fondi da restituire”. Corriere, Repubblica e Stampa: “172 miliardi all’Italia”. Giornale: “Doppia fregatura”, “L’Italia perde già 10 miliardi”, “serve subito la zattera del Mes”, il premier è in “euro affanno a caccia di un accordo per salvare la poltrona”. Il noto padre dell’europeismo Sallusti difende Rutte: “Gli olandesi sono stronzi, ok. Ma il nostro governo è un’Armata Brancaleone che campa di trucchi ed espedienti”. Feltri (Libero): “Ecco perché l’Ue non sgancia: l’Italia ha molti soldi, ma li dà ai fannulloni. Conte con l’Europa sta sbagliando tutto”. Dago-spia: “Conte viene gonfiato come una zampogna a Bruxelles”, “Cosa abbiamo fatto per meritarci questo? Dopo il Cazzaro verde, abbiamo il Cazzaro con la pochette! Per evitare il crack, Conte sarà costretto a chiedere all’Ue un prestito. E a quel punto l’Italia ha la troika in casa. Una vittoria di Pirro che il Conte Casalino proverà a rivendere come un trionfo... (per finire nella merda)”. Paolo Mieli (Corriere): “Una cosa sicuramente Conte è riuscito a portare a casa: potrà esibire la foto in cui sedeva sereno (ancorché non sorridente) accanto ai grandi d’Europa: Merkel, Macron, Sànchez e Ursula”. Folli (Repubblica) a ristabilire l’equilibrio: a causa degli “errori” e dell’“inesperienza” di Conte, “la coperta si è rattrappita” con una “riduzione dei sussidi a fondo perduto tra i 20 e i 30 miliardi che a Roma si considerava già acquisiti”.
E“ora il Mes torna d’attualità”, anzi “diventa una priorità”, “urgente”. A Bruxelles nessuno ne parla. Ma è il sogno erotico di Folli: “per il Conte-2 questo è il nuovo ostacolo”, che “dopo le elezioni di settembre potrebbe rivelarsi troppo alto”. Per l’eccitazione, gli si rizza il riportino.
21 luglio. Dopo l’ultimo giorno e l’ultima notte di battaglia, alle 5.31 il presidente Michel twitta: “Deal!”. L’accordo è siglato dai capi dei 27 Paesi Ue. Il premier italiano ha ottenuto tutto ciò che chiedeva: Recovery di 750 miliardi, nessun diritto di veto dei singoli Stati e, per l’Italia, 36,5 miliardi in più di quelli previsti dal piano Von der Leyen. Da 172,7 a 208,8: intatti quelli a fondo perduto (81,4) e più prestiti (da 90,9 a 127,4). Il surplus è la cifra del Mes, ora ancor più inutile di prima. Mattarella chiama Conte all’alba per complimentarsi. Poi i leader e i ministri giallorosa.
I giornali, chiusi a mezzanotte, non hanno ancora i dettagli dello storico accordo, ma solo la notizia che è quasi fatto. E l’imbarazzo dei profeti di sventura si taglia col coltello. Il Messaggero dà le pagelle, strepitosa quella di Conte: “Ha combattuto e non ha perso”. Il Corriere ha due editoriali che sono l’apoteosi del rosicamento. Sabino Cassese: “Non è solo questione di soldi” (abbiamo appena ottenuto 209 miliardi quando tutti ne prevedevano la metà e, ora che li abbiamo, non contano più), “il piano di riforme è poca cosa” (come quelli di tutti gli altri Paesi, che iniziano a scriverli ora e han tempo sino a fine anno, scadenza che poi slitterà a fine aprile 2021). Carlo Verdelli pare Bartali: tutto sbagliato, tutto da rifare. Titolo: “La carta d’identità sbiadita del governo (e della nazione)”. Svolgimento: “il governo sembra avere smarrito la carta d’identità, con quella provvisoria ormai scaduta da un pezzo”, privo com’è di una “reputazione spendibile e credibile, specie sui tavoli dove si sta giocando la partita più delicata del finanziamento per ripartire dopo i disastri del virus”; e poi “la bizzarria tutta italiana di mantenere lo stesso premier per due esecutivi molto diversi”, colpevole di “stallo immobile”, mentre “ l’improbabile categoria ‘giallo-rosa’ ricorda il fiocco ormai sbiadito appeso fuori dalla nursery alla nascita del secondo Conte”. Delle due l’una: o a Bruxelles hanno gli occhi foderati di prosciutto e han dato fiducia al premier sbagliato, o Verdelli ha scritto il pezzo senza sapere del Consiglio Europeo. E senza che nessuno avesse cuore di avvertirlo. O di cestinarlo.
Repubblica è da leggenda: “Vince l’asse tra Berlino e Parigi”, “Merkel raggiunge il compromesso sugli aiuti e salva l’Europa”. Conte, a Bruxelles, non c’era proprio. Sta’ a vedere che, al vertice dei Ventisette, erano in Ventisei.
Mentre attendiamo le scuse dei finti patrioti che una settimana fa ci insultavano per i nostri titoli sulle “Notti magiche inseguendo il Covid” e sulla “Trattativa Stato-Bonucci”, mentre l’assessore laziale alla Sanità attribuisce all’“effetto Gravina” il boom di nuovi contagiati e ricoveri in ospedale per i folli festeggiamenti legittimati da SuperMario (“Con quella Coppa possono fare ciò che vogliono”), concludiamo il racconto del Consiglio Europeo di un anno fa, quando Conte portava a casa 209 miliardi e i veri anti-italiani rosicavano di brutto. Vedi mai che qualcuno capisca la differenza tra tifare contro il proprio Paese e mantenere la lucidità (e la salute) dinanzi a undici tizi in mutande (più riserve).
Il 22 luglio 2020, al suo ritorno dalla battaglia vinta a Bruxelles, Conte viene elogiato persino da B. (“Accordo buono”), Meloni (“Abbiamo tifato Italia, poteva andare meglio, ma Conte è uscito in piedi”) e financo Renzi (“Conte in Europa ha lavorato bene”). Solo Salvini non ce la fa proprio (“È una super fregatura grossa come una casa, una resa senza condizioni alle scelte della Commissione”). Mattarella riceve il premier al Quirinale e si congratula, così come la stampa e le cancellerie estere. Ma i giornali italiani sono un mondo a parte: confondono gli sporchi interessi dei loro padroni con la realtà e non permettono ai fatti di disturbare i loro pregiudizi. Trovare il nome del premier su una prima pagina è un’impresa disperata, per esperti di nanoparticelle armati di microscopio elettronico.
Sambuca Molinari, su Repubblica, in evidente imbarazzo dopo le centurie alla Nostradamus dei giorni precedenti (“Sul ring europeo con le mani legate”, “Ue, l’Italia all’angolo”), scrive come se Conte a Bruxelles non fosse neppure presente: “Dopo 5 giorni di maratona negoziale (che poi so- no 4, ndr) la battaglia di Bruxelles... si è conclusa con un successo del fronte franco-tedesco... La maratona mozzafiato... ha visto Francia e Germania determinate... contro i Paesi ‘frugali’... e sovranisti”. L’Italia non c’era. Sempre su Rep, Stefano Folli è nero di lutto e verde di bile: quella pippa di Conte “ha ottenuto solo in parte quello che ha chiesto (36,5 mi- liardi in più del previsto, ndr), ma vanterà in ogni caso una vittoria”. Roba da matti. Ma c’è ancora speranza che cada: “C’è una precisa discriminante ed è il Mes... Conte spera ancora di farne a meno, ma è difficile”. Infatti non prenderà il Mes né Conte né Draghi. Segue straziante appello a chi di dovere per “evitare che sia Conte a gestire in solitudine o quasi la leva di potere creata dal Recovery”.
Anche Massimo Franco, sul Corriere, è affranto per l’esultanza di Conte e del governo.
Quindi devono “evitare la tentazione più insidiosa: il trionfalismo”, perché si, Conte ha “confermato le sue doti di negoziatore” e “ha scelto le sponde continentali giuste nella penombra dei consigli del Quirinale” (senza Mattarella, si sarebbe alleato ai frugali), ma “senza l’appoggio tedesco e francese, il risultato sarebbe stato ben diverso”. In effetti, se la partita l’avesse giocata Rutte da solo, avrebbe vinto l’Olanda. Ora Conte si guardi dal “rischio concreto” dell’“ideologia grillina” contro il Mes (sempre sia lodato). I noti economisti di Libero non riescono a riaversi: “Festeggiano Conte perché ci indebita” (Senaldi), “Occhio alla fregatura. Non illudetevi, alla fine pagheremo noi” (Feltri), “Conte lecca Berlusconi e teme l’ira popolare quando emergeranno le bugie sul Recovery” (Farina). C’è pure Facci, inconsolabile, che si sfoga come può ripescando dalla preistoria un incidente stradale del 1981: “Grillo, la vera storia dell’incidente mortale”. Apperò. Alla Verità sono sull’orlo del suicidio: “L’Ue ci presta i soldi (nostri) ma solo dall’anno prossimo” (Belpietro), “Da dove viene quel denaro? Guardate nei salvadanai” (Veneziani). Sul Giornale, l’autorevole Minzolingua rivela: “Il governo rischia il crac sui fondi Ue” perché “è il governo delle marchette” (bei tempi quelli delle nipoti di Mubarak, delle igieniste dentali e delle marchette a spese della Rai).
Per trovare un po’ di obiettività bisogna andare all’estero. Il 23 luglio Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, in un lungo articolo sul New York Times porta il governo Conte a modello per gli Usa: “Perché l’America di Trump non può essere come l’Italia?”. “Dopo una terribile partenza, l’Italia si è mossa rapidamente per fare ciò che era necessario contro il Covid. Ha imposto restrizioni molto severe e vi si è attenuta. Gli aiuti del governo hanno sostenuto i lavoratori e le imprese... In un caso estremo di ‘non trumpismo’, il primo ministro si è persino scusato per i ritardi negli aiuti. E soprattutto l’Italia ha schiacciato la curva: ha mantenuto il blocco finché i casi sono diventati relativamente pochi ed è stata cauta riguardo alla riapertura... L’America avrebbe potuto seguire la stessa strada, ma Trump ha spinto per una rapida riapertura, ignorando gli epidemiologi... Oggi gli americani possono solo invidiare il successo dell’Italia... Che viene spesso definita ‘il malato d’Europa’. Ma, se è cosi, noi cosa siamo allora?”. Il 26 luglio, mentre Cassese sul Corriere paragona Conte a Orbán, El País lo elogia come l’ex “sconosciuto e sottovalutato”, il “figlio dell’emergenza” divenuto “protagonista dell’Europa”. Ma quelli, non essendo italiani, sono giornali veri.”
Marco Travaglio (collage di quattro editoriali pubblicati su Il Fatto Quotidiano)
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)














