"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 19 maggio 2021

Serata streaming per raccontare "Enzo Sellerio"



Enzo Sellerio, scelto come tema della serata streaming organizzata da Arturo Safina, è riuscito a far riunire cinque dei principali Circoli fotografici siciliani aderenti alla Fiaf.
All’iniziativa de “I Colori della vita” e del “Gruppo Scatto” di Trapani si sono associate le catanesi ACAF e Le Gru unitamente all’ARVIS di Palermo.
A intrattenere sulla figura di Sellerio si sono soffermati l'avvocato Pippo Pappalardo, il giornalista Nino Giaramidaro e l'artista Nicolò D’Alessandro, che avevano avuto occasione – per vari motivi – di conoscerlo bene e, in qualche caso, lavorandoci pure a stretto contatto.
Enzo Sellerio nasce a Palermo nel febbraio 1924, da padre professore ordinario della facoltà di ingegneria e madre bielorussa insegnante di lingua russa, entrambi docenti all’università di Palermo.
Dopo il conseguimento da giovanissimo della laurea in giurisprudenza (1944), ha modo di assumere l'incarico di assistente alla facoltà di diritto privato, sempre nell’ateneo palermitano. l veri interessi per Sellerio sono però altri.
Dopo una breve esperienza giornalistica e a seguito della frequentazione con Bruno Caruso, viene attratto dalla passione per la fotografia.
Come ha detto Pippo Pappalardo nell’esporre l’escursus creativo, l’attività di Sellerio potrebbe ben collocarsi in una ricerca non solo estetica ma anche antropologica sulla società siciliana del tempo. Il suo raggio d’azione si estende oltre che a Palermo anche nell'ambito catanese, andando a realizzare un insieme di immagini che si collocanoo apertamente in parallelo con il movimento neorealista italiano del dopoguerra.
La cultura fotografica acquisita fin da giovane lo distingue rispetto ai tanti fotografi siciliani del suo tempo, che svolgono l’attività fotografica seguendo connotati sostanzialmente artigianali. A Palermo i vari Studi fotografici, quali Interguglielmi, Seffer e altri coprono l’esigenza documentale classica, legata principalmente a ricorrenze e esigenze fotografiche ritrattistiche. Parallelamente i vari Bronzetti, Cappellani, Scafidi e altri coprono principalmente quella che è l’attività amministrativa collegata a documentare le fasi di realizzazione di opere pubbliche.
Da tutto questo ne deriva che gli interessi e la produzione di Enzo Sellerio risultino completamente diversi da quelli degli altri fotografi locali, muovendosi egli - negli anni 50 e 60 in particolare - in un ambito “intellettuale” che trova forti ispirazione dai grandi pittori e dai fotografi più impegnati; quelli che rivolgono il loro sguardo verso una società in veloce trasformazione, catturando scene di vita che lentamente tendono a scomparire.
Con tante fotografie Pippo Pappalardo viene quindi ad evidenziare plasticamente quanto è stato fin qui esposto, costruendo - in taluni casi più significativi - anche accostamenti con immagini di opere pittoriche o con foto di altri autori, spesso esteri.
Il reportage che lo farà emergere sarà quello incentrato su “Borgo di Dio”, realizzato nel 1955. Il suo debutto come fotografo professionista è forse da associare all’attività svolta in connubio con il pittore Bruno Caruso, quasi coetaneo e pure palermitano, assolvendo all’incarico di documentare il Duomo di Monreale.
Da queste due tappe ebbe inizio il “Sellerio Freelance” che, ottenuti riscontri internazionali, comincia a spaziare con varie collaborazioni giornalistiche, partecipando a mostre e quant’altro. Per chi vuole approfondire, una consultazione sul web consente di avere un quadro completo della sua biografia.
L’avventura editoriale intrapresa con la moglie Elvira determina una svolta significativa sulla produzione fotografica di Enzo Sellerio (una considerazione di Ferdinando Scianna, che viene esposta dopo, fornisce altre motivazioni al riguardo). In ogni caso, il forte legame con Palermo e gli impegni industriali lasciano sempre meno spazi al freelance divenuto intanto anche aziendalista.
Per la città rappresenta però un punto di riferimento a cui si rivolgono tanti per verifiche e scambi culturali. Nel suo tempo si collocano personaggi siciliani come Guttuso, Sciascia, Leone, Bufalino, Quasimodo, Buttitta e tanti altri, che ha modo di frequentare anche come editore. Al Sellerio fotografo fanno anche capo giovani emergenti e fra questi figura Ferdinando Scianna.
Nel suo libro “Obiettivo ambiguo” Scianna dedica un capitolo al mentore dei suoi inizi e racconta anche dei rapporti divenuti poi un po' difficili. Una cosa era ed è tuttora certa, la stima che ciascuno aveva dell’altro, andava oltre le dicerie e gli aneddoti che si raccontano sui loro rapporti.
Ferdinando Scianna chiude il suo articolo datato 2012. "Pochi sono i fotografi che, limitando sostanzialmente il proprio raggio d'azione esclusivamante all'interno del proprio più autentico nucleo geografico, esistenziale ed estetico, hanno realizzato un'opera nella quale così numerosi sono i grandi risultati". Riprendendo la prefazione di Sellerio al suo libro "Fotografo in Sicilia" nell'articolo Scianna scrive pure: "il fotografo 'non cerca, trova', come disse un giorno qualcuno. La cosa mi riguarda particolarmente perchè sono un collezionista. Ho frequentato per anni le botteghe di rigattieri, specialmente a Palermo, e potrei dire che la fotografia è stata una estensione della mia ricerca".
Inoltre fra le tante Ferdinando Scianna esprime anche questa sua considerazione: "Quando il mondo, che per lui, come flaneur con una macchina fotografica, è stato quasi esclusivamente Palermo e la Sicilia, ha smesso, a sua opinione, di assomigliare al fascinoso universo dei rigattieri che lui ha frequentato quotidianamente per decenni, Sellerio ha orgogliosamente smesso di fotografare".
Una coerenza assoluta di Enzo Sellerio sembrerebbe essere stata anche la sua fede comunista mai tradita, pur essendo lui nato in una famiglia borghese, e avendone beneficiato da giovane tutti i vantaggi.
Tornando al webinar della serata, l’ampia esposizione di Pippo Pappalardo ha riassunto in modo efficace l’intera opera di Enzo Sellerio, calandolo con abile maestria nei vari tempi, contestualizzando ogni cosa ai momenti culturali e fotografici corrispondenti. L'abbondante esemplificazione fotografica ha pure supportato visivamente ogni capitolo della narrazione.
Gli interventi di Nicolò D’Alessandro e Nino Giaramidaro hanno completato il quadro, collegando ogni cosa anche al territorio. Le esperienze dirette avute per i diversi aspetti e ruoli (attività di grafico per la casa editrice l’uno, giornalista de L’Ora e poi del Giornale di Sicilia l’altro) hanno consentito di far conoscere l’Enzo Sellerio uomo, mettendo in luce aspetti caratteriali poco noti e la notevole ironia (a limite della cattiveria certe volte) che lo distinguevano; intimità accessibili solo a chi era accettato, gli stava simpatico e particolarmente vicino.
Con i loro racconti e le testimonianze hanno reso comprensibili certi aspetti caratteriali legati alla sensibilità e alla timidezza spesso nascosta e paradossalmente ostentata in eccesso di boria. Aneddoti rappresentavano anche una certa pigrizia che spesso induceva il Sellerio editore a mettere tempo. Più volte D'Alessandro ha raccontato del suo supporto nell'editing fotografico che, in qualche caso, eveva influenzato ancor più del suo contributo grafico. E tanto altro ancora.
La registrazione già disponibile su You Tube consente di ascoltare tutti questi aspetti che non possono essere raccontati in una sintesi.
Uno storico della fotografia, pure editore a Palermo come Sellerio, quale è Paolo Morello avrebbe oggi potuto aggiungere altro sul personaggio. Così come Melo Minnella, Giuseppe Leone o Giovanni Chiaramonte, ma in quel caso sicuramente la serata si sarebbe dilungata troppo, di certo molto più rispetto ai tempi programmati e ai quali si è poi ampiamente e inesorabilmente sforato.
Poichè su Enzo Sellerio, come dimostrato, c'è tanto da dire e molte cose possono essere ancora raccontate da chi ha avuto opportunità di frequentarlo, un proposito comune per tutte quante le associazioni potrebbe essere anche quello di programmare una tavola rotonda dedicata, che possa allargare il numero dei protagonisti da alternare sul palco.
Potrebbe anche essere un’idea da rendere concreta e su cui lavorare fin d'ora. Magari da realizzare in occasione del prossimo congresso FIAF programmato a Palermo per il 2022. Quale migliore occasione?
In conclusione annoto come risulti inspiegabilmente assente Sellerio nel volume (e nella connessa esposizione) "Fotografi siciliani", realizzati in occasione della omonima mostra tenuta presso la Focus Galleria di Palermo dal 20 dicembre 1986 al 14 gennaio 1987 a cura di Roberto Collovà. Una carenza questa, che riporta un pò a quanto ci ricorda Ferdinando Scianna su "Obiettivo Ambiguo", laddove scrive: "Me ne voleva persino per aver detto che lui è stato il più limpido ponte tra la cultura bressoniana e la fotografia italiana. Non voleva essere considerato ponte, pretendeva di essere isola, meglio, continente." Ma la carenza rientra fra le anomalie dell'ambiente culturale siciliano e non escluso quello palermitano. Anche questo potrebbe però costituire un bell'argomento di dibattito, in una ampia tavola rotonda .... allargata.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

domenica 2 giugno 2024

"Bambini di Sicilia" - Fotografie di Enzo Sellerio al Loggiato di San Bartolomeo



Prima di procedere per questo scritto, io stesso ho sentito la necessità di andare a rivedere uno streaming che in tempo di Covid l’amico Arturo Safina aveva organizzato per parlare di Enzo Sellerio e della sua fotografia.
Nel caso specifico, non si trattava di un semplice ripasso ma il bisogno di andare a rileggere l’autore, per capire meglio e prima di formulare delle considerazioni sulla mostra che avevo appena visitato al Loggiato San Bartolomeo di Palermo, gestito dalla Fondazione Sant’Elia, dal titolo “Bambini di Sicilia”.
Il magistrale racconto che nello streaming del 2021 fa di Enzo Sellerio l’amico Pippo Pappalardo consente di avere un quadro completo del personaggio, che felicemente rapporta al suo tempo e raccorda con personaggi e avvenimenti culturali nazionali e internazionali temporalmente coevi, paralleli al suo percorso artistico.
Pappalardo riesce a focalizzare efficacemente anche le peculiarità intellettuali e il messaggio culturale di Sellerio, ponendo l’accento su come il suo approccio costituisce, senza ombra di dubbio, la creazione di nuove tracce, talvolta originalissime, che poi altri seguiranno.
Evidenzia altresì i collegamenti con il mondo visivo che lo hanno ispirato e che nel tempo ha somatizzato. Spunti, idee e quant’altro che, associati al suo indiscutibile talento, gli hanno poi consentito di replicare, personalizzandoli, anche particolari modelli pittorici d’autori famosi.
In questa ottica viene anche messa in risalto anche l’importanza, nella sua crescita stilistica e compositiva in genere del pittore Bruno Caruso, oltre che l’attenzione rivolta dal Sellerio fotografo a tanti altri analoghi autori del novecento.
Poiché ogni altra considerazione rischierebbe qui di risultare parziale e incompleta, anche per la ricchezza e la valenza del filmato postato su You Tube, si rimanda, chi fosse interessato a conoscere meglio Sellerio come personaggio e un po’ come uomo, alla visione dell’eccellente esposizione che ne ha fatto il critico Pippo Pappalardo, che lo ha pure personalmente conosciuto.
Venendo alla mostra, vedere le immagini esposte oggi al Loggiato e alla mia età è stato come un precipitare con un vortice nel passato, come fossi andato indietro di sessant’anni con l’ausilio della fantomatica macchina del tempo. Molte scene simili, nascoste nell’inconscio, le avevo infatti viste coi miei occhi.
A quei tempi non era ancora arrivato il boom economico e, specie nel Sud Italia, la miseria toccava tantissime famiglie e molte di quelle scene le ricordo bene.
Le fotografie di Enzo Sellerio sono dei flash che documentano un neorealismo siciliano senza fronzoli.
Rubano, senza malizia, momenti di spontaneità del quotidiano di giovanetti che si affacciano alla vita, che si divertono con poco, che indossano spesso degli stracci ma che si manifestano umili, magari sudici, ma a loro modo dignitosi.
Le fotografie selezionate e proposte al pubblico nella esposizione palermitana presentano scene e situazioni popolane, così come erano e apparivano al fotografo, interessato a rappresentare solo la realtà; per narrare uno spaccato proletario della Sicilia.
Nelle novanta immagini esposte, per la metà inedite, “ci sono gli occhi dei bambini che raccontano”, filtrati dallo sguardo attento del fotografo intento a cogliere e documentare nel profondo ciò che la sua sensibilità riesce a vedere.
L’esposizione allestita colleziona e mette in sequenza scene di strada, intimità, feste religiose, giochi innocenti, con una sagacia che abbina estetica e composizione per confezionare racconti condensati in un solo fotogramma.
Come raramente accade nell’andare a visionare una mostra, in questo caso il visitatore è quasi inconsciamente indotto ad un loop visivo continuo. Per scoprire ogni volta dettagli e immaginare altro, nel rivedere e soffermarsi più volte davanti a una stessa foto.
Tranne piccole eccezioni, dal mondo dei bambini raffigurato in mostra rimangono escluse foto che riguardano bimbi della borghesia e delle classi sociali più agiate in genere. Ne deriva, come è comprovata dalla restante ricca produzione fotografica - non idoneamente fatta conoscere dai familiari che ne custodiscono l’archivio - che molte fotografie “selleriane” sostanzialmente anticipano quella che è nota come streetphotography (di certo in Italia).
Inoltre emerge un’altra questione sottostante assai evidente, ovvero che con la sua fotografia Enzo Sellerio tende a denunciare e a far conoscere tematiche sociali e politiche trascurate e meritevoli d’attenzione.
Tornando alle foto in mostra a Palermo e in esposizione per tutto il mese di giugno, si può concludere che l’operazione è certamente riuscita, anche per la tematica specifica che affronta e che in qualche modo è resa attuale dalle tragedie che continuano a imperversare nel mondo.
La drammaturgia rappresentata dalle fotografie esposte, ancorché riferita ai bambini siciliani di fine novecento, richiama e si associa inevitabilmente alle tragedie ucraine, palestinesi e d’altri luoghi meno noti che interessano e travolgono soprattutto i bambini e di cui la stampa occidentale non parla perché più interessata a speculare sulle miserie umane.
Di certo Enzo Sellerio è stato un precursore nello scenario fotografico italiano, culturalmente proiettato in avanti rispetto al provincialismo e al dogmatismo artistico dominante nel suo tempo.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

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venerdì 16 giugno 2023

Interviste ripescate: "Enzo Sellerio"



Capita spesso, parlando del più e del meno, di scoprire come qualcuno conservi come reliquie dei documenti che tornano utili per conoscere meglio certi personaggi. Con Giuseppe, esperto fotografo professionista, è successo proprio questo. Nel confrontarci su famosi fotografi siciliani, ha tirato fuori un vecchio articolo su Enzo Sellerio, pubblicato nella famosa rivista Fotografare (n.4) nell'aprile 1970 che - seppur rapportato ai tempi - risulta molto interessante, per taluni aspetti anche attuale, e che piace riproporre all'attenzione dei molti appassionati di fotografia.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

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"ENZO SELLERIO è FOTOGRAFO DA 12 ANNI, VIVE A PALERMO. HA PUBBLICATO MOLTI LIBRI D'ARTE E COLLABORA CON IMPORTANTI RIVISTE DI PRESTIGIO ITALIANE E STRANIERE.

D: Come riesci a conciliare la tua fotografia con la tua permanenza a Palermo che è pursempre una grossa città di provincia?
R: E' relativamente possibile.
D: Ma come fai?
R: Bisogna sapere prendere un aereo, sfiorare Milano e poi puntare su Parigi, Londra, New York.
D: Perchè solo sfiorare Milano?
R: Milano non qualifica.
D: E all'estero?
R: All'estero bisogna dirirgersi subito nei posti giusti. Vogue, Fortune, Daily Telegraph, giornali grossi, importanti.
D: Dunque secondo te è importante sfuggire le mezze misure.
R: Certo, le mezze misure condizionano. Bisogna avere il coraggio di fare il salto.
D: E questo salto è possibile da Palermo che poi in questo settore è come dire Brescia, Padova o, al limite, Firenze?
R: Sì, è possibile purchè si voglia.
D. Quali sono le tecniche per riuscirci?
R: Bisogna essere dei bravi fotografi, questo è essenziale. Poi, in seconda linea, vengono le conoscenze personali. Si tratta sempre di affinità culturali che diventano rapporti di lavoro.
D: Secondo te è importante la cultura in questo mestiere?
R: Come in ogni altro. Qualsiasi lavoro può essere fatto a diversi livelli. La cultura è uno dei fattori che influiscono sul livello della fotografia.
D: Che cosa, secondo te, potrebbe facilitare molto questo mestiere?
R: Una rendita personale che mettesse al di fuori dal rischio di dovere necessariamente rispondere alle esigenze di mercato. Questo diventa indispensabile quando non c'è coincidenza fra il fotografo e le richieste di mercato.
D: Ma se non esiste questa coincidenza vuol dire che il fotografo sta vivendo fuori dal suo tempo e dalla sua società.
R: Può succedere, è successo.
D: Credi di avere avuto la possibilità di esprimerti con la macchina fotografica?
R: Per dare una cifra, anche se approssimativa, posso dire che ho fatto solo il dieci per cento di quanto avrei potuto.
D: Perche? R: Ho subito vari condizionamenti. Quando sono uscito da Palermo ho avuto delle grosse soddisfazioni ma la provincia, senza che lo sospettassi all'inizio, mi ha condizionato. D: Ma allora perchè non ne sei venuto via del tutto?
R: Per una serie di ragioni personali. E poi, per un fotografo non è importante solo la fotografia. Io, per esempio, ho avuto sempre paura che la mia personalità rimanesse annientata dal contatto con la grande città. In provincia ho trovato e trovo degli attimi di freschezza umana e professionale che avrei potuto perdere del tutto in una stretta civiltà consumistica.
D: Ma fare il fotografo in provincia dà una certa possibilità di espandersi professionalmente?
R: In misura molto limitata. In provincia si possono produrre degli "indizi di talento". Tutto qui.
D: Qui a Palermo è apprezzata la foto intelligente, viva, attuale?
R: Se consideriamo la foto intelligente come foto-invenzione, debbo rispondere di no. Questo tipo di foto intelligente qui non ha mercato, non ha richiesta, nessuno ne sente la necessità.
D: Allora quali sono le foto che funzionano?
R: Le foto di buona tecnica. Un buon tecnico qui va bene per le richieste di mercato. La fotografia tecnicamente buona è pagata agli stessi livelli milanesi.
D: Si dice che preferisci non lavorare per i settimanali. E' vero?
R: E' vero, soprattutto per certi settimanali.
D: Perchè?
R: Mi sono accorto di non avere interesse per la cronaca e per questo rifiuto di farla.
D: Che cosa consiglieresti a un fotografo di provincia che fosse interessato alla cronaca?
R: Cosa potrei consigliare? Di farla. Ma in questo caso inevitabilmente dovrà fare anche la partita di calcio e l'incidente stradale. E' assai difficile, se si lavora in provincia, riuscire a vivere facendo solo cronaca importante. Anche se questa provincia è la Sicilia che è sempre stata teatro di cronache interessanti per la stampa di tutto il mondo.
D: Come sei arrivato alla fotografia?
R: Prima è stato un hobby. Frequentavo pittori, giornalisti e fotografi. Così ho cominciato.

ENZO SELLERIO CONOSCE A FONDO LA SICILIA ED HA SAPUTO DOCUMENTARE CON MOLTA EFFICACIA ALCUNI ASPETTI DELL'ISOLA."


mercoledì 23 ottobre 2024

ChatGPT free, test d'ottobre 2024



L’anno scorso avevo scritto nel blog di una sperimentazione realizzata per testare le potenzialità dell’IA (https://laquartadimensionescritti.blogspot.com/2023/05/ia-intelligenza-artificiale-argomento.html). A seguito di un’ampia dissertazione avuta ieri riguardante lo stesso argomento (intelligenza artificiale), sono tornato a provare la piattaforma sottostante per verificare lo stato dell’arte del fenomeno, almeno per quanto riguarda l’elaborazione dei testi. Al lettore lascio ogni considerazione sul risultato ottenuto utilizzando la versione free del portale accessibile a tutti. Non ultimo, se abilmente utilizzata, una IA che iterroghi o coinvolga se stessi, come in coda nell'esempio sviluppato, potrebbe rivelarsi anche un buon ausilio per risolvere eventuali carenze di autostima ..... ahahahahahahah!!

Buona luce a tutti!


© ESSEC

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ChatGPT (https://talkai.info/it/image/)
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Voi
Vorrei qui parlare della fotografia in generale e dei fotografi siciliani in particolare. Distinguendo per tematiche e genere.

ChatGPT
La fotografia è un'arte versatile e multidimensionale che offre molteplici modalità di espressione, ognuna delle quali può riflettere la cultura, la storia e il paesaggio di un luogo. In Sicilia, l'arte della fotografia si è sviluppata in un contesto ricco di tradizioni, bellezze naturali e sociali, rendendo i fotografi siciliani particolarmente interessanti e talentuosi. Tematiche della Fotografia Siciliana
1. Paesaggio: La Sicilia è famosa per i suoi paesaggi mozzafiato, da quello montano dell'Etna alle coste frastagliate. Molti fotografi catturano la bellezza naturale dell'isola, documentando i vari ambienti, dalla campagna alle spiagge.
2. Cultura e Tradizioni: La Sicilia è un crocevia di culture, e i suoi fotografi spesso si concentrano su eventi folkloristici, feste religiose e tradizioni artigianali. Le immagini possono rappresentare queste manifestazioni con un occhio attento ai dettagli e alle emozioni.
3. Ritratti e Società: Attraverso i ritratti, i fotografi siciliani esplorano le vite quotidiane delle persone, mettendo in luce le diverse identità culturali e sociali. I ritratti possono anche riflettere la resilienza e la bellezza degli abitanti delle varie città siciliane.
4. Architettura: La Sicilia vanta una ricca eredità architettonica, dalle chiese barocche ai resti delle antiche civiltà. I fotografi documentano non solo la bellezza estetica degli edifici, ma anche la loro storia e il loro significato.
5. Fotogiornalismo: Alcuni fotografi siciliani si dedicano al reportage, affrontando tematiche sociali e politiche attuali, come l'immigrazione, l'ambiente e le questioni economiche che interessano l'isola. Generi Fotografici
1. Fotografia di paesaggio: Questa categoria comprende scatti di panorami naturali, agricoltura e habitat unici. Fotografando luoghi emblematici come la Valle dei Templi o le saline di Marsala, i fotografi catturano l'essenza visiva della Sicilia.
2. Ritrattistica: I ritratti possono essere emotivi e significativi, raccontando storie personali e collettive. Lavorando in contesti rurali o urbani, i fotografi catturano momenti di vita quotidiana e interazioni personali.
3. Street Photography: Molti fotografi si dedicano alla fotografia di strada, immortalando scene di vita quotidiana nelle città siciliane. Questi scatti possono riflettere la vitalità e la diversità culturale delle metropoli come Palermo e Catania.
4. Fotografia documentaria: Questo genere si concentra su temi di rilevanza sociale, raccontando storie di comunità, esperienze di immigrazione e problemi ambientali. Attraverso il fotodocumentarismo, si può ottenere una comprensione più profonda della società siciliana.
5. Fotografia artistica: Alcuni fotografi siciliani si dedicano alla creazione di opere artistiche, utilizzando tecniche e stili innovativi per esprimere la loro visione del mondo.
Fotografi Siciliani Rilevanti
Ci sono diversi fotografi siciliani noti sia in ambito nazionale che internazionale. Alcuni di loro si sono distinti per il loro approccio unico e il loro contributo alla fotografia contemporanea. Tra questi vi sono:
• Letizia Battaglia: Conosciuta per il suo lavoro in fotogiornalismo, Battaglia ha documentato la vita e la morte a Palermo, esplorando il tema della mafia.
• Francesco Cito: Un fotografo noto per il suo lavoro sui temi dell'immigrazione e della cultura siciliana.
• Giovanni Vannini: Celebre per i suoi paesaggi e la capacità di catturare la luce siciliana.
La fotografia siciliana è dunque una ricca fusione di temi, generi e stili che riflettono non solo la bellezza del territorio, ma anche la complessità e la varietà delle esperienze umane. Documentare la Sicilia attraverso la fotografia non è solo un modo per congelare un momento, ma anche per raccontare storie che altrimenti potrebbero andare perdute.

Voi
Francesco Cito non è siciliano Hai altro da aggiungere

ChatGPT
Francesco Cito è un fotografo e giornalista italiano noto per il suo lavoro nell'ambito del fotoreportage e per aver documentato eventi significativi, in particolare in Sicilia. Tuttavia, non è originario di quella regione. Cito ha influenzato la maniera in cui le storie di vita e di lotta siciliane sono state raccontate attraverso le sue immagini. Se desideri ulteriori informazioni specifiche su di lui o sul suo lavoro, fammi sapere!

Voi
certo puoi completare le informazioni su Francesco Cito

ChatGPT
Francesco Cito è un fotografo italiano noto per il suo lavoro documentaristico e il suo impegno nel raccontare storie attraverso le immagini. È particolarmente conosciuto per le sue fotografie che catturano momenti significativi nella storia contemporanea, gettando luce su temi quali la guerra, i diritti umani e le questioni sociali.
Cito ha seguito vari conflitti nel mondo, tra cui quelli in Medio Oriente e nei Balcani, e il suo lavoro è stato pubblicato su importanti riviste e libri. La sua capacità di entrare in contatto con le persone e trasmettere emozioni attraverso le sue fotografie lo ha reso un reportage di grande impatto.
Inoltre, Cito ha partecipato a mostre fotografiche sia in Italia che all'estero, ricevendo riconoscimenti per la sua opera. La sua visione artistica si distingue per la capacità di raccontare storie complesse e spesso trascurate, utilizzando la fotografia come mezzo per stimolare la riflessione e il dialogo.
Se desideri informazioni più specifiche su progetti particolari, stili fotografici o altre opere di Francesco Cito, fammi sapere!

Voi
Non hai citato Ferdinando Scianna, Giuseppe Leone, Melo Minnella, Enzo Sellerio, come mai?

ChatGPT
Non ho citato Ferdinando Scianna, Giuseppe Leone, Melo Minnella ed Enzo Sellerio perché, a seconda del contesto della discussione, potrei non aver avuto informazioni o spunti specifici relativi al loro lavoro o alla loro importanza. Se desideri approfondire il contributo di questi fotografi e editori, posso fornirti ulteriori informazioni su di loro e sul loro impatto nel campo della fotografia e dell'editoria in Italia. Fammi sapere come posso aiutarti!

Voi
Certo, forniscimi maggiori informazioni su di loro

ChatGPT
Certo! Tuttavia, avrei bisogno di sapere a chi o a cosa ti riferisci con "loro". Puoi fornirmi ulteriori dettagli o specificare di chi o cosa hai bisogno di informazioni?

Voi
Enzo sellerio

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Enzo Sellerio was an Italian photographer and filmmaker known for his work in the field of visual arts, particularly in the genres of photography and cinematography. As of my last update in October 2023, he was recognized not only for his artistic projects but also for his contributions to the cultural landscape of Italy.
If you are looking for specific information about his works, career, or another aspect of his life, please let me know!

Voi
Melo minnella

ChatGPT
It seems like "Melo Minnella" might refer to a specific person, character, or concept, but without additional context, it’s hard to provide a detailed response. If you can provide more information about what you're referring to—whether it's a fictional character, a public figure, or something else—I'd be glad to help!

Voi
Ferdinando Scianna

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Ferdinando Scianna is an Italian photographer born on July 4, 1943, in Bagheria, Sicily. He is renowned for his work in photojournalism and his fine art photography, often focusing on cultural and social themes, particularly those related to Sicily and Italian life. Scianna's photography stands out for its storytelling approach, blending documentary photography with a strong artistic vision.
One of his notable works is a project on the traditions and rituals of Sicilian life, which he has been photographing since the 1970s. He has published several photography books, gaining recognition for both his aesthetic sense and his ability to capture the essence of human experience.
Scianna has collaborated with important magazines such as "Il 13" and "L'Espresso," and he was associated with Magnum Photos beginning in the 1980s. His contributions have had a significant impact on contemporary photography, particularly in the context of Italian culture and the role of photography as a medium for storytelling.
If you are interested in specific aspects of his work or career, feel free to ask!

Voi
e su Toti Clemente che puoi dirmi?

ChatGPT
Toti Clemente è un noto personaggio italiano, ma non ho informazioni specifiche o dettagli recenti su di lui. È possibile che possa riferirsi a un artista, un politico, o un altro tipo di figura pubblica. Se hai ulteriori dettagli o contesto su chi sia Toti Clemente, potrei fornirti informazioni più pertinenti. In alternativa, se si tratta di una personalità emersa dopo ottobre 2023, potrei non avere dati aggiornati su di lui.

Voi
Fotografo e blogger

ChatGPT
Essere un fotografo e blogger è un modo fantastico per esprimere la propria creatività e condividere passioni con un pubblico più vasto. Ecco alcune idee e suggerimenti su come unire queste due attività:
1. Scegli la tua nicchia
Decidi se vuoi concentrarti su un tipo specifico di fotografia, come ritratti, paesaggi, fotografia di viaggio, fotografia di cibo, ecc. Questo ti aiuterà a definire il tuo pubblico e a creare contenuti mirati.
2. Crea contenuti di qualità
Assicurati che le tue fotografie siano di alta qualità. Investi in buone attrezzature (se possibile) e dedica tempo all'editing per rendere le tue immagini ancora più accattivanti.
3. Scrivi articoli coinvolgenti
Accompagna le tue foto con testi interessanti. Racconta la storia dietro lo scatto, gli aspetti tecnici della fotografia o i tuoi pensieri e sentimenti su quel momento.
4. Usa i social media
Instagram è una piattaforma perfetta per i fotografi, ma non dimenticare altre opzioni come Facebook, Pinterest o TikTok, dove puoi condividere il tuo lavoro e raggiungere un pubblico più ampio.
5. Interagisci con il tuo pubblico
Rispondi ai commenti, fai delle domande e coinvolgi i tuoi lettori. Creare una community attiva è fondamentale per il successo di un blogger.
6. Offri tutorial e consigli
Condividi il tuo know-how fotografico. Potresti scrivere articoli o registrare video tutorial su come migliorare la tecnica fotografica, l'editing o l'uso di determinate attrezzature.
7. Collabora con altri creatori
Le collaborazioni con altri fotografi o blogger possono aiutarti a espandere la tua audience e a portare freschezza nel tuo contenuto.
8. Monetizza il tuo lavoro
Puoi esplorare diverse opzioni di monetizzazione, come la vendita delle tue foto, la creazione di corsi online, o la partecipazione a programmi di affiliazione.
9. Aggiorna regolarmente il tuo blog
Crea un programma di pubblicazione regolare per mantenere il tuo pubblico interessato e far crescere il tuo blog nel tempo.
10. Rimani autentico e appassionato
La passione per la fotografia deve riflettersi nel tuo lavoro. Sii autentico nel tuo stile e nelle tue scelte creative.
Con impegno e creatività, puoi costruire una carriera gratificante come fotografo e blogger. Buona fortuna!

Voi
Ti ringrazio per i suggerimenti, ma mi interessano di più le biografie dei personaggi indicati

ChatGPT
Certamente! Se mi fornisci i nomi dei personaggi di cui desideri conoscere la biografia, sarò felice di offrirti informazioni dettagliate su di loro.

venerdì 19 gennaio 2024

“Incontro con fotografi illustri” di Ferdinando Scianna



In "Obiettivo ambiguo" erano già stati passati in rassegna alcuni dei fotografi ora riproposti in “Incontro con fotografi illustri”.
La nuova operazione potrebbe forse differenziarsi, quindi, oltre che per l'apporto d’immagini spesso inedite "made Scianna", anche per la brevità dei testi che si potrebbero quasi intendere come delle vere e proprie didascalie a supporto delle fotografie scelte.
In più, le considerazioni nei confronti dei fotografi passati in rassegna che vengono espresse in quest'ultinmo libro edito dalla UTET, appaiono quasi lapidarie.
Per le particolarità evidenziate l'impressione, quindi, potrebbe essere quella che l'intero progetto voglia venire a costituire un vero e proprio ulteriore tributo alla saggistica fotografica, suffragato dalla revisione realizzata da un Ferdinando Scianna d'età matura.
In questa chiave, “Incontri con i fotografi illustri” apparirebbe pertanto come un voler tornare riprendere a distanza di tempo uno stesso libro e accorgersi che, grazie ai mutamenti intervenuti, per conoscenze e altro, si vengano ora a focalizzare aspetti e sfumature non notate prima.
Circa l’accostamento delle immagini al testo, la metodologia appare quasi parallela.
Entrambe le due componenti fotografano e talvolta stigmatizzano, infatti, un'unica modalità, nel descrivere visivamente e testualmente: attraverso scatti immediati e scritti sintetici.
In ogni caso, nel saggio, che scorre velocemente, si riescono a cogliere aspetti che ancor oggi accadono e che riguardano le contaminazioni. Là dove, ad esempio e specie nei social oggi, basta esporre un qualcosa d'innovativo o di diverso per innescare tante emulazioni.
Anzi, si legge quasi il messaggio che auspica la possibilità di imitare - nel seguire un percorso tracciato - perchè costituisce spesso un processo indispensabile per chi voglia accingersi a proporre interpretazioni differenti, che magari valorizzino e approfondiscano tanti altri aspetti rispetto a qualunque nuova proposta.
Tutto quanto del resto è un fenomeno insito e caratteristico che investe l’intero mondo dell'arte e non solo; è un po’ il sale che da sempre pregna e porta a sviluppare nuove idee, prendendo spunto e partendo da qualcosa che è già stato realizzato dagli altri.
In questo suo ultimo libro, ad ogni sua foto scattata a fotografi, che ha personalmente conosciuto durante l’arco della sua lunga carriera, Ferdinando Scianna associa un testo che non è mai ridondante.
L'unica pagina, apparentemente disallineata e che risulta quasi incoerente, che non mostra cioè una fotografia da album dei ricordi in parallelo a un testo, riguarda Enzo Sellerio. 
Appare quasi evidente come Ferdinando Scianna covasse da tempo il bisogno di tornare a parlare di lui e, indipendentemente dal non poter disporre di una sua foto, abbia voluto forzatamente inserirlo in questo "Pantheon" di fotografi illustri. 
Il capitolo Sellerio è anche uno dei passi del volume dove il testo è più lungo rispetto a quanto scritto per gli altri fotografi. Forse lo fa per rispondere a una necessità intima e, approfittando del libro, venire a spendere parole positive a corollario dei ricordi; quasi a voler definitivamente rappacificarsi con quello che riconosce come il suo "padre" fotografo. 

"Poi, al funerale, riuscii a ricordare mio padre debole e buono come l’avevo sempre conosciuto dopo la mia infanzia e mi convinsi che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto. Divenni buono, buono e il ricordo di mio padre s’accompagnò a me, divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo oramai perfettamente d’accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte." 

Il periodo che è citato fra virgolette è uno stralcio tratto dal romanzo di Italo Svevo "La coscienza di Zeno".
Potrebbe pertanto risultare lecito essere portati a pensare che Ferdinando Scianna abbia intenso approfittare di questo suo ultimo saggio per manifestare in pubblico il suo intendimento conciliatorio, seppur tardivo, e di palesare la sua eterna riconoscenza verso quell’Enzo Sellerio, da lui elegantemente definito come un "Acculturato Flaneur", ma riconosciuto quale suo indiscusso maestro. A colui che indica - unitamente a Sciascia - come un prezioso pigmalione nell'averlo aiutato a realizzare quel desiderio giovanile di voler diventare fotografo.
Per concludere, al di là di ogni qualsivoglia giudizio scritto dai critici, ritengo che il volume “Incontro con fotografi illustri” costituisca un'operazione assai meritoria. Quasi una allegra passerella di personaggi che fornisce anche occasione all’autore per riformulare e, in qualche caso, rivedere considerazioni e giudizi su fotografi che erano stati già oggetto in suoi precedenti scritti.
In ogni caso rappresenta una felice occasione per sfogliare un album fotografico intriso di ricordi e, al contempo, allineare e raccogliere dei testi - densi ma significativi - che raccontano di tanti testimoni che hanno saputo ben rappresentare visivamente aspetti d'epoche differenti.

Buona luce a tutti!


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martedì 14 giugno 2022

In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire.



Se ne parlava l’altro giorno con l’amico Pippo e si concordava sul fatto che con “Quelli di Bagheria” Ferdinando Scianna ha realizzato, più che in altri volumi pubblicati, un bellissimo documento di una realtà da lui vissuta e felicemente raccontata.
Senza veli, senza allusioni o messaggi criptici, il libro edito dalla “Fondazione Galleria Gottardo” nel 2002, forte anche di evocative immagini rigorosamente in bianco e nero, elabora perfettamente singoli fotogrammi di pura memoria di chi ha vissuto quei tempi e in quei territori in particolare.
A prescindere dalla specificità “bahariota” la Sicilia provinciale è in ogni caso tutta ben rappresentata e le singole immagini consentono di rivivere scene vissute da tanti di noi, in un’infanzia che accomuna e dove i riti quotidiani similari tendono a replicarsi negli angoli dell’intera isola.
Magari forse rappresentati da personaggi anagraficamente e specificatamente diversi nei differenti luoghi, che svolgevano pure mestieri similari, ma tutte immagini di momenti/memoria collegati da un filo conduttore unico.
Per chi ha i capelli già argentati o completamente bianchi, sfogliare le pagine del libro vuol significare chiudere gli occhi per rivivere un proprio passato; attraverso le molteplici immagini in bianco e nero che sono esposte nel vissuto personale degli anni sessanta, che a ciascuno di noi sicuramente appartengono, perché sono di certo ormai la nostra storia.
In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire. Non è questo il caso di Ferdinando Scianna il quale, ancorché e da sempre ispirato dalla scuola di Henri Cartier Bresson e dapprima consigliato e instradato da Enzo Sellerio, oltre che culturalmente influenzato da Leonardo Sciascia, è sempre riuscito a mantenere saldamente stabili le sue solide radici con quella tipica sicilitudine che lega tutti i maggiori artisti isolani fin già dal primo novecento.
In generale, a prescindere dalle sue produzioni, osservare qualunque foto di Ferdinando Scianna è leggere la Sicilia.
Sia che le sue immagini risultino stagliate nei suoi tipici bianco e neri violenti oppure armoniosamente intrise nelle tante gradazioni di grigio, di per sé abbondantemente narranti.
Nel suo caso, infatti, non occorrono artifizi particolari, che alludano all’onirico o a delle speciali tecniche rivolte a un concettuale spesso complicato e contorto e nemmeno mossi o sfasature volute per caratterizzare o far riconoscere da subito il tocco distintivo dell’artista affermato.
Sfogliare i libri di Ferdinando Scianna, almeno per me, è riconoscere perfettamente il linguaggio della mia terra e leggere le molteplici storie raccontate dalla sua fotografia.
Un colpo altrettanto abile nell’operazione “Quelli di Bagheria” è rappresentato dall’editing progettuale, dove fotografie, didascalie, pensieri e considerazioni si mescolano per impreziosire e rafforzare ogni elemento scelto e rappresentato.
Per intrigare ancor di più gli estimatori dell’autore si rimanda alla interessantissima prefazione posta nelle prime pagine del volume, dove Ferdinando Scianna confessa di aver voluto sostanzialmente perseguire con il suo progetto il solco precedentemente tracciato, in forma letteraria, dall’amico Leonardo Sciascia.
Citando Ernesto De Martino, riguardo all’universalità di certe narrazioni, Scianna scrive pure che: “solo chi ha un villaggio nella memoria può avere un’esperienza cosmopolita”. Non è l’unica delle chicche che portano ad allargare lo sguardo, leggendo il volume se ne scopriranno tante altre.

Buona luce a tutti!

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lunedì 31 gennaio 2011

Arnoldo Foà, confessione di una sconfitta

Il sorriso conserva l'innocenza disarmante di un bambino. E la voce è sempre quella, sembra uscire da una caverna preistorica. «La mia voce? - dice - Non me ne frega niente. Eppure ha avuto il suo successo. Non l'ho scoperta io, l'hanno scoperta gli altri. In casa, nessuno ha mai detto di ammirare la mia voce. Non mi ricordo. Mia moglie sì...». Anna ricambia il sorriso: «La voce? No, non è stata la prima cosa, direi di no...». Seduto alla sua scrivania, la pipa accesa tra le dita di una mano, il manico del bastone nell'altra, Arnoldo Foà sfoglia la sua Autobiografia di un artista burbero (Sellerio). «Perché burbero? Sono buono come il pane. Burbero è uno che anche quando dovrebbe comportarsi dolcemente si comporta con cattiveria. Sono burbero?». Anna lo guarda con dolcezza.

Non è un tipo facile, Foà. Non è facile intervistarlo. Gli piace mostrarsi scontroso per poi sorridere, sbuffare, magari mandarti a quel paese. A 95 anni (compiuti la scorsa settimana), può permetterselo. Suo padre lo guarda severo da una grande fotografia appesa a una parete dello studio: «Papà mio è... lassù, c'è un ritratto, e io me lo guardo con grande affetto. Mia mamma amava tanto mio fratello Piero e poco me, non so perché... Una volta che decise di andarsene con Piero, mi disse: tu sei figlio di tuo padre, resta con lui!». Il piccolo Arnoldo si aggrappò alla sua gonna per non farla partire e ricevette uno schiaffo. «Papà era un uomo, non lo chiamerei in un altro modo, bello, simpatico. Gli piacevano le donne e l'amore di mamma per papà non era una gran cosa».

Foà abbassa lo sguardo alla pipa e aggiusta il tabacco con la punta annerita delle dita. Ricorda quando da ragazzo, a Firenze, lavorava nel negozio di ferramenta di suo padre: «Papà non era molto brillante negli affari, ma lavorare in un negozio significa conoscere l'umanità, conoscere la vita e io da ragazzo la vita l'ho conosciuta abbastanza presto. Altre cose da chiedere?». Quanto conta la psicologia per la recitazione? Nietzsche diceva che se provasse davvero il sentimento che esprime, l'attore sarebbe perduto. «È tutto, l'uomo si esprime psicologicamente con la sua sostanza, per quello che è. L'incontro con un personaggio, come con una persona, ti obbliga a una comprensione profonda. Ma lei tanto non capisce niente...». Risata. I personaggi in cui si è riconosciuto di più? Pausa di riflessione. «Tutti, perché quando faccio un personaggio sono lui, in un modo talmente profondo che non si esprime solo con le parole, ma anche con gli sguardi, i gesti, i rapporti con gli altri».

Le amicizie forse sono un po' la stessa cosa. Richiedono comprensione, e la comprensione richiede conoscenza. Amici nell'ambiente teatrale? «Nessuno. Con Gassman abbiamo avuto un rapporto amichevole, non proprio di amicizia. Vittorio era una cara persona la quale aveva un tale amore per se stesso da lasciare un po' in osservazione gli altri. Con Mastroianni, grande stima, era un bravo attore». Rivolto ad Anna: «Tu ti ricordi qualcosa?». Anna non può ricordarselo, giovane com'è. Ma fa i nomi di Amedeo Nazzari e di Alberto Lupo, e gli occhi di Foà si illuminano. E poi Rina Morelli: «Adoravo la sua semplicità, la grazia, la freschezza. Non era un'attrice. Era lei dentro il personaggio. Che bella che era, Rina!». Giorgio Strehler è il ricordo lontano di un litigio: «Mi tagliò una battuta e gli dissi che non ero d'accordo. Rispose: il regista sono io. Quando poi voleva restaurarla, gli dissi di no: perché io sono l'attore... A distanza di anni, disse: ho un debito con Foà».

Anche con Luchino Visconti le cose non andarono troppo bene: Foà fece tre spettacoli con la sua regia. Era da tempo che non si vedevano e incontrandolo un giorno sul Tevere, Visconti gli chiese: «Perché non mi telefoni mai». Risposta: «Tu hai il mio numero, se hai una parte da offrirmi puoi chiamarmi». Passarono cinque o sei anni di silenzio e si rividero a Londra, una sera, dopo la prima de Le notti bianche. Luchino chiese un parere ad Arnoldo e la risposta fu franca al punto che lì si chiusero per sempre i rapporti tra il regista e l'attore. Non è un tipo facile, Foà. Burbero? Qualcosa del genere.

Nel libro racconta di essere fuggito di casa giovanissimo, poi ricorda il tempo delle leggi razziali che lo costrinsero, giovane ebreo, a lasciare il Centro sperimentale di cinematografia e a recitare con lo pseudonimo nel Giulio Cesare diretto da Giovacchino Forzano a Verona. Quando il regista gli sentì recitare le prime battute nel provino, si commosse: «Ma tu sei Bruto!», esclamò. Ricorda Foà: «Alla prima, essendo ebreo, mi fu proibito di uscire per raccogliere l'applauso. Fu per me uno dei momenti di tragedia, ma la gente impazzita veniva nel camerino a congratularsi». Dopo la guerra, Paolo Grassi gli disse di aver visto, qualche anno prima, un paio di bravissimi attori, vecchi e giovani, che non conosceva: era sempre Foà, che recitava sotto falso nome per le leggi razziali. Racconta che ancora adesso gli capita di sognare Mussolini e di svegliarsi prestissimo ricordando di averlo visto, da ragazzo, fiero e impettito a cavallo. Come ha vissuto la discriminazione razziale? «Con un misto di consapevolezza e di incapacità di capire. Poi, studiando le colpe, sono arrivato a giudicare. Ho dovuto soffrire, questo sì, perché non ho mai negato di essere ebreo. Ma lei non capisce...».

Tanti amori, quattro mogli, cinque figlie, Annalisa morta giovane. Un bilancio: ha prevalso il dolore o l'amore? «Direi che ha prevalso l'amore, sì. Ho una tendenza all'amore, non fisico con una donna, ma l'amore per le persone, per gli spiriti, per le personalità, che sono le cose più belle sulla faccia della terra, perché sono diverse l'una dall'altra. Lei è diverso da me. Per fortuna. Mia, ovviamente». Ovvio. Amore tutto terreno, si direbbe, se è vero che la dimensione trascendentale non è mai entrata nel suo panorama mentale, spirituale, neanche in vecchiaia: «L'ateismo non l'ho maturato, mi sentivo ateo fin da ragazzino. Mio padre era religiosissimo quando le cose gli andavano bene, molto meno quando gli andavano male».

Il passaggio da figlio a padre? «Da padre ho capito di essere debole e di non essere importante come avrei dovuto. Me ne vergogno. Non sono stato autoritario. Mi è mancato tutto, non sono un padre, sono un fratello delle mie figlie, un compagno. Non è bello». La fuga alle Seychelles per quattro anni, con il primo governo Berlusconi, è stata raccontata come un esilio politico: dopo aver sofferto il fascismo, gli ex fascisti tornavano al potere... «In realtà decisi di rimanerci, più che di andarci. Mentre l'Europa è un'espressione della civiltà, le Seychelles sono un'espressione della natura, gli uomini somigliano alle piante, agli animali, agli uomini, è un modo di vivere naturale. In Europa si vive artificialmente, devi pensare a chi sei, a cosa pensi, a chi credi. Belle le Seychelles, belle! Ho fatto un quadro in cui ci sono un uomo e una donna nudi che parlano, non c'è altro, sono veri, tranquilli, non c'è desiderio, parlano... Faglielo vedere, Anna, tiralo giù, che ci vuole?».

Negli anni Sessanta Foà fu consigliere comunale per il Partito radicale. La politica oggi? «Mi ha sempre interessato pochissimo. Interessa agli imbecilli, la politica. Se è fatta bene, non chiamiamola politica. Vederla in televisione, poi... mi dà fastidio». Risata. «Adesso ancora più di prima». Nuova risata. «A parte l'amore che ho per Silvio, per quest'uomo meraviglioso, stupendo. Un attore? No, no, c'è una differenza, l'attore cambia, fa diversi personaggi, lui purtroppo ne fa uno solo». Pipa, tosse, nuova risata. «Adesso basta, mi faccia l'ultima domanda e basta». Eccola, l'ultima.

Quanto pesa la vecchiaia? «L'età non mi pesa, la vita sì. Non mia moglie, non il passato. Mi pesano i minori interessi che ho adesso e che prima erano tanti, la pittura, la scultura, la poesia. Per fortuna c'è la musica, Beethoven mi piace da morire. E poi leggo... i libri di Foà... Poesie non ne scrivo più. Anzi, ne ho scritta una bellissima che dice: "Gli anni li compi, ahimè, una volta sola...". E adesso basta». Rimpianti? «Avere accettato questa intervista».

Paolo Di Stefano (Corriere della Sera - 31 gennaio 2011)


sabato 4 giugno 2022

Sicilitudine 2022



I due incontri con gli Autori, programmati nel corso del 74^ Congresso Nazionale Fiaf, si sono svolti ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo in un clima unico che, anche per l’ubicazione fisica della manifestazione, ha quasi magicamente unito sensazioni e ricordi, con testimonianze mescolate che hanno reso vivo anche chi non c’era, quasi azzerando lo spazio e il tempo.
Ascoltando gli interventi di Franco Carlisi e Carmelo Bongiorno, moderati in due distinti incontri con la consueta sagacia da Pippo Pappalardo, sono pure venuti fuori i profili umani e professionali di due personaggi dai trascorsi alquanto diversi che, come spesso accade, rappresentano sempre quelle eccezioni che confermano la regola.
Con le loro profonde differenze, si sono rappresentati entrambi come degli emblemi moderni della cultura siciliana attuale che, anche in campo fotografico, seppur muovendosi in spazi angusti, complicati e poco organizzati hanno tanto da dire.
In terra di Sicilia protagonisti non si diventa quasi mai attraverso percorsi associativi ma, di regola, perseguendo con tenacia istinti testardi e reconditi, animati da aspirazioni e voglia di voler comunicare seguendo sentieri individuali, basati su idee maturate in proprio e percorse sulla base di convinzioni consolidate e costantemente suffragate da stoici entusiasmi.
Del resto e per tradizione i veri punti di riferimento per la fotografia siciliana, diversamente dal centro e dal nord Italia, non sono mai stati costituiti da associazioni o da circoli, ma da altrettante isole/meteore anch’esse generatesi quasi in forma spontanea, in qualche modo riconosciute tali nel tempo da combinazioni favorevoli ai contesti culturali tradizionali e congeniti. 
Nei racconti di Carlisi e Bongiorno sono infatti apparsi costantemente come riferimenti fotografici i vari Scianna, Sellerio, Battaglia, Leone, Chiaramonte, Bazan e solo pochi altri. Altrettante affermate meteore culturali che, nel territorio isolano avevano costruito i loro specifici “habitat fotografici” attraverso studi, ricerche e sperimentazioni personali, seppur talvolta ispirate a grandi autori.
L’individualità è del resto la caratteristica preminente della “sicilitudine sciasciana” che ha generato - citandone solo alcuni - i Giovanni Verga, i Vitaliano Brancati, i Luigi Capuana, i Luigi Pirandello, ieri e i Tomasi di Lampedusa, i Giuseppe Tornatore, i Stefania Auci, i Pierfrancesco Diliberto (PIF), i Ficarra & Picone, oggi.
Le narrazioni di Carlisi e Bongiorno elencano una serie di esperienze e maturazioni soggettive fortemente intime che, in ogni caso, hanno saputo testare costantemente.
Le loro realizzazioni hanno seguito sempre un proprio metodo si, ma sottoponendosi di volta in volta ai giudizi e alle valutazioni di meteore più autorevoli, di una sicilitudine confinante e da loro riconosciute. Per raccogliere la certificazione della bontà dei progetti, riflettere sulle preziose osservazioni e poi studiare i sistemi più praticabili, indispensabili per realizzarli concretamente.
Negli interventi documentati che si propongono, a latere di Carlisi e Bongiorno, nel ruolo di mediatore, ricucitore, a infiorettare i discorsi interviene un Pappalardo che si rivela come un novello Leonardo Sciascia il quale, intriso di una sua altrettanto personale sicilitudine, rimarca, osserva, rende comprensibili i vari passaggi, i parallelismi e i collegamenti culturali dei due fotografi attori, contestualizzandoli nelle specifiche scene e nel loro tempo.

I links per i video dei due incontri svoltisi al Cinema De Seta, in mattinata e nel primo pomeriggio del 17 maggio u.s., sono rispettivamente:

- Franco Carlisi https://youtu.be/37XK0xu3kv0

- Carmelo Bongiorno https://youtu.be/PSX10mei_uM

Buona luce a tutti!

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domenica 29 novembre 2020

Daniele Vita: Reporter


In un palcoscenico che ogni giorno vede postare nei vari social migliaia e migliaia d’immagini, aver avuto l’opportunità di visionare le foto realizzate da Daniele Vita ha rappresentato la speranza provata che la fotografia è ancora viva per come la intendono gli appassionati. 

Avevo avuto modo di apprezzare soltanto le foto che Daniele ebbe premiate al Circuito di letture di portfolio Fiaf on line di quest’anno a Bibbiena, costituite da una limitata serie d’immagini in bianco e nero, sicuramente meritevoli dell’ambito riconoscimento, in un contesto ricco di buoni lavori proposti da tanti fotoamatori. 

Riferendomi a quell’evento nell’occasione ebbi a scrivere un articolo, nel quale enfatizzavo come spesso, in presenza di tanti buoni portfolio, il pieno riconoscimento è legato alle formule con le quali si procede nelle selezioni, alle segnalazioni dei giurati, che possono talvolta portare a sacrificare dei lavori per l’elevato livello della concorrenza o per altro. 

Tornando alla serata offerta venerdì scorso dal Club Fotografico AVIS Bibbiena EFI, le tante fotografie proposte, supportate dai ricchi commenti di accompagno, hanno evidenziato – oserei dire - l’essenza profetica del cognome di Daniele: Vita. 

Il suo modo di scattare evidenzia la non comune capacità di saper rappresentare, con ogni foto un intero racconto, momenti di vita appunto. La visione di un suo portfolio completo consente di leggere tanti paragrafi di storie alquanto complesse. 

La narrazione che illustra, con i ritratti inseriti nelle scene di reportage, dipingono una tela composita e ricca di moltissime gradazioni di grigio concettuale. Le risultanze estetiche appaiono, quindi, sempre esaustive rispetto all’intento progettuale immaginato. 

Ma non è solo questo, traspare anche la capacità di adattarsi e di saper cogliere al volo le occasioni che si presentano, anche attraverso una dinamica di ripresa che cattura scenari da diverse angolazioni, che tendono a completate l’unico messaggio. 

Financo in un lavoro, da lui stesso definito come interrotto, quindi per lui incompleto, nel visionarlo a me è apparso esaustivo e completo rispetto al proposito originario raccontato a parole. 

La naturale predisposizione collima con l’indagine sul sociale che, per quello che ho visto, sembra costituire il filone preferito nella sua produzione. 

In moltissimi scatti Daniele, a mio parere, riesce a cogliere e catturare nel profondo le anime dei soggetti immortalati. La facilità nel saper cogliere espressioni che lasciano intravedere i segnali di tanti messaggi non è cosa comune. 

I tagli, apparentemente occasionali, costituiscono la sua forma di ricerca di forme e inquadrature, inventate al momento, che alla fine conferiscono autorevolezza a ogni immagine, consentendo di indirizzarsi immediatamente sui soggetti e le storie, siano esse costituite da figure umane o simbologie, per far cogliere ogni allusione su quel che si vuole dire. 

L’esempio mostrato dei soggetti nisseni (in copertina) ritratti in occasione del Mercoledì Santo costituisce un ulteriore esempio che comprova prontezza e duttilità operativa. 

Ogni figura fotografata, con l’efficace intuizione nell’uso di un fondale bianco per fotografare i singoli figuranti della Real Maestranza, corrisponde al racconto che ciascuno personaggio viene a rappresentare e che comunque, con un pò di fantasia, ciascun osservatore può leggere o immaginare a modo proprio. Un lavoro superbo frutto da un’estemporaneità lucida e pronta presente nel DNA dell’autore. 

Il lavoro su Lampedusa, poi, pur privo di presenze umane, racconta perfettamente l’essenza del messaggio voluto. Attraverso la rappresentazioni di luoghi, spazi e simboli e, soprattutto, con l’evidenza delle assenze. 

Le immagini delle varie feste pasquali della Sicilia, infine, sono emblematici manifesti della sacralità pagana che caratterizza questa terra. 

Personalmente, nei lavori presentati, certamente parziali rispetto a una più vasta produzione a me ancora sconosciuta, ho visto i Ferdinando Scianna, Enzo Sellerio, Nicola Scafidi, Melo Minnella e tanti altri che, ringiovaniti, sembrano essere tornati a fotografare la loro Sicilia. 

Riguardo alle tecniche di ripresa, specie in alcuni lavori, le immagini proposte mi hanno portato a immaginare i reporter di guerre. In questo caso delle guerre non note e sotto traccia che sono presenti in ogni contesto civile, apparentemente pacifico, di questo mondo.

Buona luce a tutti!

 

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lunedì 24 settembre 2018

Berlusconi, 1993-2018: il ritorno al passato del Caimano. Da ricattatore a ricattato sugli spot in tivù



Come se il tempo si fosse fermato a 25 anni fa, riecco B. in ambasce perché non controlla più il governo, teme la concorrenza della Rai e trema all’idea di perdere pubblicità sulle sue tv. Nel 1993 i suoi referenti politici (il Caf Craxi-Andreotti-Forlani) erano travolti da Tangentopoli, al governo c’erano i tecnici di Ciampi e alla Rai la politica “amica” era stata rimpiazzata dai “professori”, che non obbedivano ad altri input se non a quelli aziendali. Nel 2018 Forza Italia – che ha fatto parte di cinque governi e ne ha ricattati otto di centrosinistra, ottenendo vantaggi per le tv e i processi del padrone – ha perso rovinosamente le elezioni e i sondaggi la danno sotto l’8%. Per la prima volta dopo 35 anni, il Caimano ormai sdentato non è più in grado di condizionare neppure i suoi dicasteri preferiti, tutti in mano ai nemici 5Stelle: alla Giustizia c’è Alfonso Bonafede, alle Telecomunicazioni Luigi Di Maio, all’Editoria Vito Crimi. Idem la Rai, guidata dall’ad Fabrizio Salini (indipendente, ma indicato dal M5S). Ai tempi del Caf, B. ricattava i governi e ne finanziava i leader. Dopo Tangentopoli, per qualche mese, ne fu ricattato. Poi, dopo la discesa in campo, alternò periodi di comando (quelli dei suoi governi) a periodi di ricatto (quelli del centrosinistra consociativo). Ora è di nuovo ricattato, o almeno così dice. Basta che il governo annunci norme di minima civiltà e buonsenso – tetti antitrust alla pubblicità in tv, rilancio della Rai, norme anti-corruzione, anti-prescrizione, anti-conflitti d’interessi – perché si avverta nel mirino. Di tutto questo ha parlato l’altra sera ad Arcore con Salvini, l’unico alleato (ricattabile o meno, non si sa) che gli rimane al governo.
1993-2018. Il 22 gennaio 1993 è un sabato. Craxi, indagato da un mese, è prossimo alle dimissioni. Forlani e Andreotti lo seguiranno a stretto giro. Il governo Amato, l’ultimo del pentapartito, ha i giorni contati, poi arriveranno i tecnici di Ciampi, infine le elezioni che vedono favorita la sinistra di Occhetto. Il Cavaliere non ci dorme la notte, anche perché ha tutte le aziende e quasi tutti i manager sotto inchiesta, alcuni in galera. Dice al suo consulente Ezio Cartotto: “A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. E poi ci sono i conti della Fininvest. Nelle riunioni dei Comitati Corporate al quartier generale di Milano2, manager e dirigenti del gruppo non nascondono l’allarme. Stretti intorno al capo – mentre Guido Possa, ex compagno di scuola e ora segretario particolare di B., annota parola per parola in accurati verbali che finiranno in mano al pool Mani Pulite – discutono per ore di prospettive e numeri. Neri, nerissimi.
Ubaldo Livolsi, direttore finanziario, fa il punto: i debiti Fininvest ammontano a 4.550 miliardi, 700 in più rispetto al 1991. E il quadro è ancor più drammatico se si guarda alle necessità di cassa stagionali: 1.224 miliardi nei primi tre mesi dell’anno. E aggiunge: “Il sistema bancario non è disposto ad aumentare ulteriormente l’affidamento nei nostri confronti (alcune banche, anzi, hanno chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell’esposizione) … La situazione va considerata molto seria”. Il rischio concreto si chiama fallimento. Il 1° marzo Livolsi rincara la dose: “Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della televisione (non improbabile vista la recessione in atto e vista la presente sofferenza di qualche nostro investitore come la Curcio Editore e Ciarrapico) per porci in grosse difficoltà”.
Prendi Rai, salvi Fininvest. Anche Silvio B. l’uomo dal “sole in tasca”, stavolta è pessimista: “In complesso la nostra televisione è un’azienda matura, con buona redditività, che tuttavia lentamente si avvia al declino”. Bisogna inventarsi qualcosa. I suoi dirigenti suggeriscono quelle più tradizionali: un piano di dismissioni per raccattare quattrini e rimborsare le banche. Ma lui non ci sente. Il 18 gennaio ’93 boccia la proposta di vendere “un’importante partecipazione” di Telepiù (che illegalmente possiede quasi per intero tramite vari prestanomi, in barba alla legge Mammì che gli consente un misero 10%): “Non è questo il momento, nonostante le difficoltà finanziarie. La tv del futuro è quella che vende programmi”. E il 22 febbraio affossa pure “l’operazione Ame-Sbe così come si sta configurando”, cioè il collocamento in Borsa di quote che la Silvio Berlusconi Editore detiene in Mondadori. Guai a “rinunciare al totale controllo di un gioiello”. Che fare allora? Ecco il suo piano, che lascia tutti con gli occhi sgranati e le bocche aperte: “L’unica, concreta, importante azione possibile a breve è quella di un accordo con la Rai: potrebbe arrivare a ridurre i costi di 300-350 miliardi l’anno. È urgente per questo intervenire nel processo in atto di ridefinizione della struttura della Rai, per far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (con i quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto Spingardi (capo del Personale Fininvest, ndr) di suggerirgli al riguardo alcuni nominativi di persone papabili (congiuntamente a G. Letta)”. Traduzione: il padrone della Fininvest vuole scegliersi i dirigenti della Rai. Imbottire Viale Mazzini di manager “amici”, perché “tengano bassa” la programmazione della concorrenza, dando un po’ di fiato alle sue boccheggianti tv.
Il tetto che scotta. Per legge, nella corsa contro il Biscione, il cavallo della Rai già parte con l’handicap: avendo il canone, deve rispettare un tetto pubblicitario più basso di quello della Fininvest. B. può inondare i suoi canali con un 18% di spot all’ora, la tv di Stato non può superare il 12. È uno dei tanti regali del Caf al Cavaliere: il canone Rai è fra i più bassi d’Europa e viene evaso da 3,5 milioni di utenti. Se vuole aumentare gli introiti, la Rai non può aumentare la pubblicità e deve investire enormi risorse per battere la Fininvest. Solo così riesce a invogliare gli inserzionisti a pagare i suoi spot più cari di quelli del Biscione. Più sale lo share, più costa uno spot, più soldi si incassano. Non solo. Chi pianifica una campagna pubblicitaria preferisce acquistare spazi dal numero 1 sul mercato. E se, per ipotesi, può permettersi un solo spot, non ha dubbi: lo prenota sulla Rai. Almeno finché batte la Fininvest.
Anche la Fininvest, però, per tenere il passo con la Rai, deve dissanguarsi. E non può più permetterselo, con le banche all’uscio che le chiedono di rientrare. Ergo – ragiona B. – non c’è che un rimedio: mettersi d’accordo con la Rai, cioè con la concorrenza. Un disarmo bilanciato che porti entrambi i contendenti ad abbassare gli investimenti, dunque la qualità e – quel che più conta – i costi. Per il momento il Cavaliere, essendo un privato cittadino, deve cercare un accordo con i partiti che controllano il servizio pubblico. Poi, quando diventerà lui stesso un politico, anzi il capo del governo e dunque il padrone della Rai, farà tutto da solo.
Proposta indecente. Nell’attesa, Sua Emittenza mette in moto l’uomo dei momenti difficili: Gianni Letta, vicepresidente Fininvest e felpato mediatore dalle mille entrature nei palazzi romani. Al suo fianco, di supporto, c’è Angelo Codignoni, il manager che ha seguito la sventurata campagna di Francia con La Cinq e sarà presto protagonista della nascita di Forza Italia. Ma la missione, se non è impossibile, poco ci manca. Nel guazzabuglio di Tangentopoli, con i segretari di partito e i ministri di Amato che si dimettono al ritmo di uno alla settimana fino alle dimissioni dell’esecutivo sostituito dai tecnici di Ciampi, di referenti politici si stenta a trovarne. Almeno a piede libero. Non solo: quel che resta del Parlamento tenta di recuperare un minimo di decenza presso l’opinione pubblica inferocita con una riforma del Cda Rai: è la numero 206 del 25 giugno ’93, nata da un emendamento di Nando dalla Chiesa, che affida non più ai partiti, ma ai presidenti di Camera e Senato il compito di nominare il nuovo Cda. Composto non più da 16 membri (6 Dc, 4 Pci-Pds, 3 Psi, 1 ciascuno ai tre partiti laici minori), ma da cinque “persone di riconosciuto prestigio professionale e di notoria indipendenza di comportamenti”. Inizia così l’èra dei “professori di area”. Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini scelgono Claudio Demattè, prorettore della Bocconi; l’amministrativista Feliciano Benvenuti; l’editrice Elvira Sellerio; il filosofo Tullio Gregory; il giornalista Paolo Murialdi. Il 13 luglio ’93 il Cda elegge presidente Demattè, che lancia subito due parole d’ordine: “Risanare i conti e delottizzare”. Il dg è Gianni Locatelli, giornalista finanziario, area centrosinistra.
A B. la nuova Rai dei “professori” fa paura: non ne conosce e non ne stipendia nessuno. All’improvviso sembrano avverarsi le fosche previsioni di Giuliano Ferrara, che soltanto otto mesi prima, in una delle riunioni mensili del sabato ad Arcore con i direttori di testata del gruppo Fininvest, aveva vaticinato con toni apocalittici: “L’attuale difficoltà della Rai di rapporto con i partiti ci deve preoccupare: può darsi che in poco tempo ci troveremo a concorrere con una Rai non solo senza tetto di pubblicità, ma anche molto più libera dalla logica dei partiti e quindi rilegittimata”. E infatti in Viale Mazzini prendono piede professionisti competenti e incontrollabili: Angelo Guglielmi, Carlo Freccero, Aldo Grasso, Franco Iseppi. Torna persino Beppe Grillo, per ben due serate in diretta, e senza censura.
Una carta da giocare, però, il Cavaliere ce l’ha. Anche la Rai è a un passo dal crac. I bilanci sono in rosso per 450 miliardi. A fine anno mancheranno pure i soldi per le tredicesime. Così, nel settembre ’93, B. in persona si fa avanti con Demattè e Locatelli e butta lì la sua proposta indecente: un accordo di cartello per spartirsi non solo la pubblicità, ma anche l’audience. Come annoterà nei suoi diari Murialdi, i rappresentanti delle due aziende ancora concorrenti cominciano a incontrarsi per discutere come “ridurre le spese degli acquisti e di produzione sia della Rai che della Fininvest”. Alla faccia della concorrenza. Ma il Cavaliere, mai contento, chiede di più: la “ripartizione dell’audience in parti uguali, nella misura del 45%”. Ricorda Murialdi: “All’epoca la Rai totalizzava un’audience leggermente superiore a quella delle reti berlusconiane. E un punto di audience voleva dire all’incirca 20 miliardi di lire di introito pubblicitario”. Lo confermerà Demattè: “Tutto è partito da una necessità comune, quella di ridurre i costi. Una via per ridurli sarebbe stata indubbiamente quella di allentare la pressione concorrenziale. Per conquistare quel punto o due in più che avrebbero consentito il sorpasso nell’audience, Rai e Fininvest stavano spendendo oltre ogni ragionevole limite. Senonché la via proposta da Berlusconi era inaccettabile in un paese a economia di mercato: voleva che si raggiungesse un accordo di ferro per dividerci in partenza le quote di audience. Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il palinsesto… inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete concorrente di riguadagnare le quote perdute. Tecnicamente è possibile, ci sono degli specialisti in grado di prevedere con esattezza millimetrica le capacità di ascolto di un certo programma. Ma tutto questo avrebbe comportato problemi sia di etica che di diritto antitrust assolutamente intollerabili”.
Spotpolitik. Il 26 gennaio 1994 il Cavaliere svela, a reti unificate, il suo segreto di Pulcinella: “Scendo in campo”, “ho deciso di bere l’amaro calice”, “l’Italia è il Paese che amo” e via fiabeggiando. Il vero movente della sua improvvisa vocazione politica lo spiegheranno, molto sinceramente, i suoi uomini più fedeli e devoti. Marcello Dell’Utri: “Eravamo nel settembre 1993, Berlusconi mi convocò nella sua villa di Arcore e mi disse: ‘Marcello, dobbiamo fare un partito pronto a scendere in campo alle prossime elezioni’. Lui aveva provato in tutti i modi a convincere Segni e Martinazzoli per costruire la nuova casa dei moderati… ‘Vi metto a disposizione le mie televisioni’, aveva detto. Tutto inutile, e allora decise che il partito dovevamo farlo noi. Poi c’era l’aggressione delle Procure e la situazione della Fininvest con 5.000 miliardi di debiti. Franco Tatò, all’epoca era l’amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d’uscita: ‘Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale’… I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l’inchiesta della P2, andò in carcere e perse l’azienda”. Giuliano Ferrara: “Sì, Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba”. E Fedele Confalonieri: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento (per prescrizione, ndr) nel Lodo Mondadori!”.
Il 29 marzo 1994, all’indomani della vittoria elettorale, il neopremier B. s’impegna solennemente a risolvere il conflitto d’interessi, affidando le sue aziende a un fondo cieco (blind trust). E giura: “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta”. Invece parte subito all’assalto di Viale Mazzini per costringere il Cda a dimettersi due anni prima della scadenza di legge. E spiega spudoratamente al Corriere che la Rai non deve fare concorrenza a Fininvest: “La Rai è un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di andare a raggiungere il massimo di ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti”.
Il 26 giugno si riuniscono in gran segreto ad Arcore i manager di Publitalia (concessionaria pubblicitaria del Biscione, capitanata da Marcello Dell’Utri) ed esaminano il piano triennale di risanamento della Rai appena proposto da Demattè al ministro delle Poste, Giuseppe Tatarella (An). Il progetto prevede una serie di aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e la crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario. E viene confrontato con un documento top secret di 17 pagine elaborato dal Biscione: se Rai cresce ancora, Fininvest tracolla. Quindi i Publitalia Boys bocciano il piano Demattè: i vertici Rai – sostengono sdegnati gli uomini del Cavaliere – osano proporsi “come un concorrente commerciale per gli operatori privati, in contraddizione con la sua funzione istituzionale di servizio pubblico… Non è accettabile che la Rai si ponga un obiettivo di audience generalizzata del 45%… Il piano dovrebbe invece prevedere la significativa riduzione degli investimenti e, genericamente, del livello di spesa”.
Così i manager berlusconiani, nella residenza del capo del governo, decidono che deve fare la Rai: non l’aumento dei ricavi pubblicitari, ma il loro “contenimento”: “Si potrebbe imporre un tetto tra i 100 e i 1.100 miliardi di lire annui”. Più precisamente: “1.050 miliardi nel ’95 e 1.100 nel ’96”. Al resto provvedono gli altri uomini del Cavaliere: quelli che a Roma siedono sui banchi del governo, della Camera e del Senato. Letta è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E Ferrara ministro dei Rapporti con il Parlamento.
 “Il Cda Rai – tuona il ministro Giuliano Ferrara il 25 giugno 1994 – non gode della fiducia del governo. La sua esperienza è in via di esaurimento”. Il presidente della Vigilanza Francesco Storace chiede per la Rai “una nuova Norimberga”. Il 27 giugno il premier B. boccia il piano triennale di risanamento proposto dal Cda: “Un piano scandaloso”. Ma, visto che i “professori” non si dimettono, il 31 giugno il governo li licenzia in tronco con un emendamento di cinque righe al decreto salva-Rai.
Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana. Presidente Letizia Moratti, che tiene subito a precisare come “la Rai dev’essere complementare a Fininvest”, non più concorrente. Direttore del Tg1 Carlo Rossella, proveniente da Panorama (Mondadori, gruppo B.). Direttore del Tg2 Clemente Mimun, proveniente dal Tg5 (Fininvest, gruppo B.). Direttori dei tg regionali e dei giornali radio, due giornalisti di FI: Piero Vigorelli e Claudio Angelini. Dg di Sipra (concessionaria pubblicitaria): Antonello Perricone, ex ad Publitalia, al posto di Edoardo Giliberti, che nel ’93 si è permesso di aumentare del 7% il fatturato. Dunque va punito.
Quanta bella pubblicità. Da quando B. è sceso in campo, molti dei suoi colleghi imprenditori pensano bene di ingraziarselo spostando gli investimenti pubblicitari da Rai a Mediaset. A raccontarlo sarà Calisto Tanzi, patròn della Parmalat, quando verrà arrestato e indagato per il mega-crac del suo gruppo: “Quando è stata fondata Forza Italia, sono stato chiamato da Berlusconi ad Arcore. Mi chiese se volessi entrare nel gruppo dei suoi sostenitori… Gli risposi che non era mia intenzione schierarmi con lui ufficialmente, ma ero disponibile a contribuire finanziariamente… Concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per finanziare occultamente il nuovo partito… In parte trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se di tale circostanza non sono sicurissimo, ma certamente l’accordo con Berlusconi prevedeva che le tariffe degli spot non godessero di particolari sconti e/o promozioni così come un’azienda come la nostra, che aveva un budget così rilevante, era in grado di ottenere. Quando tornai in Parmalat, parlai con Barili, che era il capo del settore, dicendogli di favorire Mediaset, cosa che fece prendendo accordi direttamente con Dell’Utri… Questo comportamento, concordato con Berlusconi, è durato in tutti questi anni… Credo di poter quantificare il maggior costo della pubblicità da noi sopportato in dieci anni in circa il 5% di quanto ci ha complessivamente fatturato Mediaset per la pubblicità”.
Le indagini della Guardia di Finanza appureranno che il budget pubblicitario investito da Parmalat attraverso Publitalia è del 54% nel 1993, del 52% nel ’94, addirittura del 68.5% nel ’95. Nel ’96, anno della vittoria di Prodi, la percentuale s’inverte: il 53% passa attraverso la Sipra (la concessionaria Rai). Poi, con l’eccezione del 1998, tutto torna come prima. Publitalia fa la parte del leone, arrivando a raccogliere il 64.64% del fatturato pubblicitario Parmalat nel 2001 e addirittura il 74.7% nel 2003.
E non c’è solo Parmalat. Quando nel 2001 il Cavaliere torna a Palazzo Chigi, molti grandi inserzionisti aumentano gli investimenti su Mediaset, a discapito di Rai e carta stampata. Nel 2001 Telecom ritira dalla Rai 77,5 miliardi di lire, Nestlè 20, Fiat 9. Certo, a causa della crisi seguita all’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, quasi tutti i budget sono stati ridotti. Ma a Mediaset Telecom ha tagliato solo 40 miliardi, mentre la Fiat ha addirittura aumentato di 7 miliardi i suoi investimenti sulle reti del premier. E lo stesso ha fatto la Nestlè (più 5 miliardi). Scrive Giovanni Valentini: “Dai dati Nielsen relativi al periodo gennaio-novembre 2003, rispetto all’omologo periodo precedente, risulta che 82 aziende hanno distolto i loro investimenti dai quotidiani e 53 li hanno incrementati sulle reti del Biscione, sottraendo 100 milioni di euro ai giornali e trasferendone 50 alla tv privata. Nello stesso periodo, 72 aziende hanno distratto i loro investimenti dai periodici (per un controvalore di 65 milioni di euro) e ben 45, cioè il 62%, li hanno trasferiti in gran parte a Mediaset”.
Il bilancio della refurtiva. È così che – segnala l’Agcom – Mediaset ha visto salire i ricavi (composti esclusivamente da pubblicità) dai 1.497 milioni di euro del 1998 ai 2.157 del 2004, mentre nello stesso periodo gli introiti della Rai (pubblicità, canone e convenzioni) hanno avuto un singolare andamento ondivago: dai 2.101 milioni del 1998 ai 2.449 del 2000. Poi, col ritorno di B. a Palazzo Chigi, tutto s’è improvvisamente bloccato. I ricavi Rai sono anzi scesi di parecchio nel 2001, toccando la misera quota di 2.331 milioni. Più o meno stabili nel 2002 (2.385 milioni) e nel 2003 (2.405 milioni), hanno ripreso a crescere solo nel 2004 (2.545 milioni).
Poi c’è la pubblicità “istituzionale”, promossa dai vari ministeri con denaro pubblico: il governo B. finanzia le tv di B. con i soldi degl’italiani. Secondo Nielsen, per esempio, nel gennaio-marzo 2005 il governo spende in spot 5,3 milioni di euro. E quasi tutti (96.2%) in tv. Cioè su Mediaset, visto che sulla Rai quegli spazi sono gratis. Il tutto in barba alla legge Gasparri, che impone di destinare il 60% delle campagne istituzionali alla carta stampata.
Nel 2017 quattro economisti, in una ricerca che si aggiudica il premio per il “miglior studio di economia applicata” dall’American Economic Association, calcolano quanto ha guadagnato Mediaset nei 10 anni dei tre governi B. soltanto grazie al conflitto d’interessi politico-televisivo (“lobbying indiretto”), al netto delle innumerevoli leggi ad personam e ad aziendam: guadagni aggiuntivi (dunque indebiti) di 1,1 miliardi, anche a scapito della Rai, che ci ha rimesso almeno 194 milioni.
Ora il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti annuncia la revisione delle concessioni televisive e il sottosegretario pentastellato Vito Crimi un tetto alla pubblicità anche per le tv commerciali (che farebbe perdere a Mediaset 750 milioni all’anno). Subito B. invita a cena Salvini, che ne approfitta per incassare la sua retromarcia sul presidente della Rai Marcello Foa. In cambio di cosa, lo vedremo presto: dal destino delle concessioni tv, dall’eventuale tetto agli spot e dalla scelta del nuovo direttore di Rai Pubblicità. Intanto gli house organ del Biscione strillano all’“estorsione”. Ma, se mai cambierà qualcosa, la parola giusta sarà “restituzione”. Possibilmente con gli arretrati. E gli interessi.

Peter Gomez e Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 18 settembre 2018)

 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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