"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 14 gennaio 2015

Napolitano ha fallito, ora Grillo può stravolgere i giochi

Giorgio Napolitano scende nel cortile del Quirinale e si dimette, ma di quello che aveva promesso di fare nell’accettare l’anomalia costituzionale del secondo mandato, lascia ben poco. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo di area Pd, ma non gradito al corso renziano, con grande fatica (è amico del presidente) dice che il Napolitano bis è stato un fallimento, senza se e senza ma. Ha fallito sostanzialmente nell’affidarsi, secondo Pasquino, a mani cialtronesche, aspettarsi atti politici da chi della politica, nel senso più alto del termine, se ne frega. Ha forzato quelli che erano i suoi poteri, ha forzato la mano: ha imposto al Paese tre governi da lui concepiti: quello di Mario Monti, uno dei più disastrosi della storia repubblicana, quello presieduto da Enrico Letta e, a seguire, il corso renziano che, probabilmente è sfuggito anche alle mani di un Napolitano, ormai stanchissimo per raggiunti limiti di età. Non può che essere stanco uno che definisce il Quirinale “anche una prigione”. La metafora del presidente costretto non regge neanche per battuta.
Dunque lascia, ma anche questo lo fa in maniera anomala. Non ha mai annunciato le dimissioni, almeno fino alla fine. Ha scatenato il ciarpame parlamentare, senza smentire o precisare fino a quando ha potuto farlo. Definire il suo mandato e il suo stile è difficile. Ma non si può dire, come invece circola nelle parole delle migliori menti del Paese, che abbia difeso la Costituzione. Come si può dire una bugia del genere quando è Napolitano stesso quello che ha voluto, e segnato il suo mandato, una riforma che fa carta straccia di un terzo della Costituzione? Sarà anche la strada giusta, ma non è questa la volontà degli elettori.
Dobbiamo ringraziarlo? Difficile da stabilire anche questo, visto che il suo secondo mandato non era negato, ma neanche previsto, oltre ad aver sempre assicurato, fino allo scadere, che lui lasciava. Si chiamano bugie. Carlo Azeglio Ciampi si trovò più o meno nella stessa condizioni, ma gli ultimi sei mesi del suo mandato lavorò perché non ci fosse alcun bis. Napolitano invece ha negato e si è fatto rieleggere, ha trasformato l’arbitro che oggi invoca Matteo Renzi in un soggetto politico. E per questo oggi è così difficile eleggere il suo successore. Napolitano ha aperto una terza via, incostituzionale, e trasformato la repubblica parlamentare in una Repubblica semipresidenziale e imperfetta. Ecco perché è lecito che qualcuno si unisca al coro dei pochi: ha fallito. E chi lo potrebbe salvare, ancora una volta, si chiama Silvio Berlusconi. Già perché Berlusconi ha in tasca una sola carta da spendere e coincide con quella di Napolitano e porta il nome di Giuliano Amato. Sarebbe lui la protesi di quello che abbiamo già visto e vissuto e forse quello di cui questo Paese malandato non avrebbe bisogno.
Le carte a questo punto può sparigliare solo Beppe Grillo. Questa volta senza ostinarsi a ripetere quello che la Rete gli sussurra. Vada da Renzi e si dica disposto a votare Romano Prodi: in un colpo solo salterebbe quello che resta del patto del Nazareno e spaccherebbe un Pd e una sinistra (chiamiamola così, per abbreviazione) già in frantumi.


domenica 11 gennaio 2015

Pasticcio salva-Berlusconi. In un Paese normale il premier sarebbe già a casa

In un Paese non dico serio, ma appena ‘normale’, il premier Matteo Renzi si sarebbe già dimesso. Il ‘pasticciaccio brutto’ emerso fra la notte di Natale e il post Capodanno supera infatti ogni immaginazione. Riassumiamo i fatti. Nella notte di Natale, mentre gli italiani erano alle prese col classico cenone, e sapendo che l’indomani i giornali non sarebbero usciti, qualcuno ha inserito nel decreto legislativo sulla riforma fiscale un codicillo, il 19 bis, che recita: “Per i reati previsti dal presente decreto, la punibilità è comunque esclusa quando l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile”. Formulazione che include, per depenalizzarlo, il reato di frode fiscale che è qualcosa di molto più grave della semplice evasione, ed è il reato per cui è stato condannato Silvio Berlusconi. Il 19 bis, votato dal Consiglio dei ministri in assenza di alcuni sottosegretari all’Economia, come Enrico Zanetti e Luigi Casero, sarebbe passato quatto quatto, attraversando i cenoni di Capodanno, se lo stesso Zanetti non avesse avuto la sorpresa di scoprirlo, a cose fatte, sul sito web del Governo e non avesse denunciato l’anomalia di equiparare l’evasione fiscale alla frode fiscale. La questione è rimbalzata su alcuni giornali. A questo punto c’è stato un fuggi fuggi generale, un indecoroso rimpallo fra ministri e fra lo stesso Renzi e il titolare del dicastero dell’Economia, Padoan, che asseriva di non saperne nulla. Il codicillo 19 bis era ‘un figlio di nessuno’. Finché Renzi, di fronte alla bufera, non ha deciso di assumersi la responsabilità del famigerato codicillo, l’ha stoppato rinviandone la discussione all’indomani delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica. In seguito, spaventato dalle ulteriori polemiche, ha giurato e spergiurato che il nuovo decreto non riguarderà la frode fiscale. Vedremo.
Non si tratta qui di indagare se quella norma facesse parte di un patto segreto fra il premier e Berlusconi per rinsaldare la loro singolare partnership sancita, a quanto si dice, nel misterioso ‘patto del Nazareno’. La questione è, se possibile, ancora più grave. Ed è di principio. O Renzi era consapevole che il codicillo 19 bis era inserito nella legge delega e allora non si capisce (o si capisce fin troppo bene) perché l’abbia ritirato solo dopo che è arrivato a conoscenza dell’opinione pubblica. O non ne sapeva nulla e allora vuol dire che firma provvedimenti di cui non conosce il contenuto. Un premier così non è un premier.
Comunque vadano le cose noi cittadini ci troveremo di fronte a questa situazione. Che il prossimo Capo dello Stato sarà eletto grazie alla convergenza di interessi di un premier, Matteo Renzi, che non è mai stato eletto da nessuno e di un pregiudicato, Silvio Berlusconi. A meno che non si accetti la ragionevole richiesta di Matteo Salvini di andare a elezioni subito, per ripristinare un minimo di legalità costituzionale in questo Paese. La prassi ipotizzata da Renzi va quindi rovesciata: prima si va alle urne e poi, con un nuovo Parlamento, si procede all’elezione del Capo dello Stato (se Napolitano non ce la fa a reggere fino ad allora, sarà sostituito, come da Costituzione, dal presidente del Senato).
Nel frattempo è protervo, oltre che utile a deviare l’attenzione altrove, che Renzi, via twitter, minacci ‘punizioni esemplari’ per i vigili di Roma, o i netturbini di Napoli, che si sono dati alla macchia a Capodanno. Visti gli esempi che vengono dalla nostra classe dirigente, in Italia per comportarsi in modo corretto non è sufficiente essere dei santi. Bisogna avere la vocazione dei martiri.


sabato 10 gennaio 2015

Come ti costruisco una bufala sul web

Per trovare mondi paralleli non bisogna andare lontano, nessun viaggio intergalattico: basta accendere il pc, collegarsi alla Rete, e aprire Facebook, dove coesistono diversi universi destinati a non incontrarsi mai (o quasi) e popolati da utenti con gli stessi interessi, le stesse paure, la stessa dieta mediatica. Ed è qui, nella presunta genesi di microcosmi digitali, che - secondo alcuni studiosi - si nasconderebbe il segreto della viralità delle burle internettiane. "Le bufale si diffondono tanto, e velocemente, semplicemente perché sulla rete sociale tendiamo a fare amicizia con persone simili a noi, che fruiscono i nostri stessi contenuti", spiega Walter Quattrociocchi, informatico, coordinatore del Laboratory of Computational social science dell'IMT di Lucca.

Un like tira l'altro, insomma: questa sarebbe la formula magica, la chiave che ci permetterebbe di capire perché alcuni post, anche se palesemente farlocchi, hanno molto successo sul social network di Mark Zuckerberg. Prevedibile, forse. Un conto però è la teoria, un altro paio di maniche è la dimostrazione matematica, scientifica. Quattrociocchi sostiene di averla fatta in un nuovo studio, dal titolo "Viral Misinformation: The role of Homophily and Polarization" (tradotto come  "Disinformazione virale: il ruolo dell'omofilia e della polarizzazione", vedi glossario), condotto con altri sette ricercatori, dislocati in diverse università italiane, e che Repubblica.it ha potuto visionare in anteprima.

Complottisti vs scienziati. Bisogna fare un paio di necessarie premesse. Il paper affonda le sue radici in diversi lavori precedenti. Sempre targati IMT. "Una trilogia del complotto", l'ha definita Fabio Chiusi su Wired. Dove il team ha, di volta in volta, vivisezionato le abitudini di milioni di italiani sulla piattaforma di Menlo Park, in base al modo in cui si informano sul social (se fanno riferimento ai media classici, o a dei siti scientifici, o a quelli di informazione non tradizionale), per arrivare a interessanti conclusioni. Non solo, per l'appunto, che su Facebook "chi si somiglia si piglia". Ma anche che "le varie categorie di utenti, da noi prese in esame, interagiscono molto poco tra loro", spiega Quattrociocchi, "e quando lo fanno litigano, si insultano, ognuno resta della sua idea, poco importa se sia giusta o sbagliata". Non solo: "Appassionati di scienza e complottisti, cioè quegli internauti che si informano su pagine definite alternative, dedicano alle diverse news che leggono la stessa quantità di attenzione, tutto indipendentemente dalla qualità dell'informazione, e persino dalla sua veridicità, perciò le notizie false hanno la stessa rilevanza delle notizie vere".
E chi, fra gli utenti, ha più probabilità di scambiare la bufala, o la satira, per un fatto reale?, è la successiva domanda quasi obbligatoria. Il ricercatore non ha dubbi: "Osservando i contenuti a cui è generalmente esposto chi la condivide,  troviamo i fan delle pagine di controinformazione, cioè di notizie difficili da verificare. Esempi: Lo Sai, Vaccini e Basta o Coscienza Sveglia". Se siamo disposti a fare un passo in più, in un altro paper che - anche in questo caso - abbiamo avuto in preview, Quattrociocchi & Co. suggeriscono la fede politica di molti "creduloni" digitali. "Questa tipologia di utenti scrive il 27,13 per cento dei commenti che ci sono sulla pagina di Beppe Grillo", chiosa il ricercatore. Insomma, stando ai lavori del gruppo IMT, seppur con tutti i dubbi che può lasciare un'analisi non generalizzabile, limitata a un solo Paese e a determinate tipologie di alimentazione digitale, ci comportiamo così sulla rete sociale più popolare al mondo. Che conta 1 miliardo e 350 milioni di iscritti. Una bordata per chi sostiene che internet sia necessariamente il luogo dell'intelligenza collettiva.

Bufale virali: il ruolo di omofilia e polarizzazione. Ma come, queste dinamiche relazionali, influiscono sulla diffusione pervasiva della disinformazione? Ed ecco che si arriva al nuovo studio, un monitoraggio spalmato nell'arco di 4 anni, e diviso in due fasi. Nella prima gli informatici hanno analizzato post e like di 73 pagine aperte in Italia sul network firmato Zuckerberg: 34 scientifiche (Science & Co.), e 39 cospirazioniste (Lo Sai & Co.). "Così", prosegue Quattrociocchi, "siamo riusciti a inquadrare come si comportano 1,2 milioni di utenti nostrani (su 25 milioni di utenti attivi al giorno, secondo i dati che ci ha fornito un portavoce di Facebook ndr), e a stabilire matematicamente che il numero di "Mi piace" su un determinato post è direttamente collegato all'omofilia, cioè al numero di amici che consumano lo stesso tipo di contenuto". In concreto: più il fake è condiviso da persone che conosciamo, e più aumentano le possibilità di essere contagiati dalla burla a nostra volta. Mentre nulla contano hub e influencer, anzi: la probabilità di trovarne uno diminuisce all'aumentare della viralità della news. Per il secondo step, invece, la lente del team ha zoomato su 4,709 annunci fasulli, messi in circolazione da due pagine satiriche: "Semplicemente Me" e "Simply Humans". Bufale, ma considerate vere dai naviganti. Spiega l'informatico: "Sono state tutte ripubblicate da utenti molto polarizzati, cioè in media con circa l'80 per cento di like su fonti di informazione complottarda, difficili da controllare. Trovato uno, trovati tutti. Perché, grazie all'omofilia, possiamo individuare con esattezza la rete di amicizia di ognuno di loro".

Il problema non è il mezzo: "Manca una preparazione scientifica". "Un lavoro impostato su un'interessante mole di dati", commenta David Lazer, professore alla Northeastern University, e uno dei papà della Computational social science, la disciplina che propone un approccio computazionale alle scienze sociali. "Ma non sappiamo niente di ciò che succede al di fuori del social network preso in esame, cioè di Facebook, come per esempio nelle mailing list". Lo stesso concetto di disinformazione - secondo Lazer - è troppo vasto per poter esser ben inquadrato. Aggiunge: "Ciò che è disinformazione per uno, può essere informazione per qualcun altro. Si tratta, del resto, di un fenomeno che esiste da sempre. Per cui sarebbe più interessante chiederci: quanto internet e i social network lo agevolano rispetto ai media tradizionali?". Trovare una risposta è difficile. Certo, sul web le bufale si diffondono velocemente. "La disinformazione digitale" è "uno dei principali rischi della società moderna", ha ammonito il report 2013 del World Economic Forum. E dalla piattaforma di Menlo Park passa una fetta sempre più consistente delle news che mastichiamo ogni giorno. Ma è anche vero che, quando e se vogliamo, possiamo ottenere la news più corretta e completa. Con lo stesso click. Con lo stesso strumento. Con la stessa velocità. Per Rosaria Conte, scienziata cognitiva e vice presidente del Consiglio scientifico del Cnr, il problema quindi non è il mezzo, "ma la mancanza di una preparazione scientifica da parte di chi fornisce, e fruisce, le notizie". Conclude: "A essere virali non sono tanto le bufale, ma le informazioni non verificate, e la loro conseguente accettazione acritica, un atteggiamento da abbandonare". In questo mondo. Come in un altro, parallelo.

 

“Annamo ar bar”

Vauro immagina i vignettisti di Charlie Hebdo che, appena saliti nel paradiso islamico, si trombano tutte le vergini promesse ai kamikaze. A noi piace figurarceli affacciati a una nuvoletta mentre sghignazzano rivedendo il raid che li ha portati all’altro mondo. Una tragedia che solo la pietà e il politically correct ci impediscono di guardare con gli occhi della satira. Una scena a metà fra I soliti ignoti con Totò, i film dell’ispettore Clouseau con Peter Sellers e quelli di Louis de Funès tipo Tre uomini in fuga, Sei gendarmi in fuga e la serie di Fantomas.
Mentre in Italia i soliti esperti prêt-à-porter di nonsisachè, assisi h24 nei talk show con le piaghe da decubito, esaltavano il commando “perfettamente addestrato” e “altamente professionale”, il non plus ultra dell’efficienza terroristica e della “geometrica potenza”, si scopriva che i due macellai di boulevard Richard Lenoir avevano, nell’ordine: sbagliato il numero civico dell’obiettivo, perso una scarpa durante la fuga e infine lasciato una carta d’identità sull’auto abbandonata. Come a dire alla polizia francese: se non ci prendete subito siete proprio una civiltà inferiore; o volete pure un selfie? 
I gendarmi, dal canto loro, facevano di tutto per eguagliare e persino superare l’imperizia del commando, buono solo a sparare col kalashnikov su cittadini inermi (e ci mancherebbe pure), infilando una serie di errori da prima elementare del corso di perfetto poliziotto. In questo aiutati dagli agenti segreti più fantozziani della storia. Nessun servizio di osservazione sul prode Cherif che già nel 2005 annunciò a France3 l’intenzione di farsi esplodere, poi fu fermato in partenza per la Siria con destinazione Iraq, poi fu condannato a 3 anni e dopo 18 mesi uscì. Niente camionetta dinanzi al giornale più a rischio di Francia. Al primo allarme, l’invio di un agente in bicicletta. Poi la scelta di affidare le indagini alla Polizia anziché all’Antiterrorismo. Infine la figuraccia mondiale di 88 mila uomini che per un paio di giorni non riescono a stanarne due. E così abboccano a un vecchio trucco-diversivo da serie tv (vedi Homeland) e lasciano sguarnita Parigi, dove il terzo uomo (con fidanzata) uccide una vigilessa e completa l’opera indisturbato nel market ebraico. Intanto i servizi segreti del geniale Hollande, affidati a Clouseau o all’ispettore Dreyfus (quello che si pugnala col tagliacarte e si amputa un dito col trinciasigari), danno la colpa alla Cia. Poi ammazzano tutti e morta lì. 
Una collezione di cialtronerie che i vignettisti in paradiso staranno immortalando per un numero speciale di Charlie Hebdo. Se poi Lassù arrivasse il segnale delle tv italiane, ne verrebbe fuori un almanacco extralarge. Il presunto ministro Alfano che annuncia “una legge per punire quelli che intendono arruolarsi per diventare terroristi” (già al lavoro battaglioni di mentalisti e fattucchieri esperti nella lettura del pensiero). Giuliano Ferrara che ha la soluzione pronta: “Impiccare quel panzone del califfo e mandare 2-300 mila uomini a bombardare l’Isis” e, si presume, si offre volontario per il primo sgancio. Il noto islamologo Matteo Salvini che spiega a Sky come l’estremismo musulmano derivi “da un’errata interpretazione della Torah” (il libro sacro degli ebrei che lui confonde col Corano, forse per qualche reminiscenza nibelungica del dio Thor, figlio di Odino, nel cui culto furono maritati da appositi druidi padani il Calderoli e il Castelli). E poi, meraviglia delle meraviglie, Pigi Battista che sul Corriere addita Vauro (ma pure Saramago, Ellekappa, Chiesa e Ruotolo) come nemico di Charlie Hebdo per aver osato criticarne alcune vignette “islamofobe” che “possono provocare reazioni violente”. Ergo – ammonisce il Battista – “chi criticò nel 2006 si astenga ora dalla virtuosa identificazione con le vittime del massacro”. Peccato che nel 2006 anche un giornalista del Corriere invocasse “un supplemento di attenzione per scorgere qualcosa di repellente in quelle vignette”. Indovinate chi era? Pigi Battista. Il bue che dà del cornuto all’asino. Anzi, viceversa. Mentre a Parigi si spara al grido di “Allah akbar”, Roma risponde e pie’ fermo: “Annamo ar bar”. 

 

venerdì 9 gennaio 2015

CHECKPOINT CHARLIE

A chi impugna mitragliatrici per sterminare matite, e a chiunque si sottometta a qualcosa di diverso dalla propria coscienza, ci piacerebbe spiegare che avventura faticosa e fantastica sia la libertà. Ma non lo faremo, perché la libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.
La forma estrema, per molti incomprensibile, di libertà è la satira. Offensiva, provocatoria e irrispettosa per definizione, ribalta ostinatamente il punto di vista, perciò è detestata dai possessori di verità assolute e dai fautori delle religioni, categoria ideologica di cui fa ormai parte il Politicamente Corretto caro agli americani.
La satira non è mai blasfema, perché non si occupa dell’assoluto, ma del relativo. Non di spiritualità, ma di umanità. La satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare altri uomini.
La vignetta di Charlie Hebdo che più di ogni altra è costata la vita ai suoi autori raffigurava un Profeta disperato per il tasso di stupidità degli integralisti islamici. Non era un attacco a Maometto, ma a un gruppo di fanatici superstiziosi e ignoranti che in suo nome ammazza le donne che vogliono andare a scuola e i maschi che bevono e fumano.
L’attenuante della provocazione che è echeggiata in queste ore sul «Financial Times» – la bibbia di un’altra religione dogmatica, quella dei soldi – è il sintomo di quanto sia ancora lunga e avvincente la marcia verso la libertà. C’è stato un tempo non lontano in cui le corna erano considerate un’attenuante per l’uxoricida e la minigonna per lo stupratore. Arriverà il giorno in cui anche l’accettazione dell’uso, e persino dell’abuso, di satira diventerà qualcosa di scontato. Intanto la guerra continua, e si combatte dentro di noi. 

Massimo Gramellini (Jack's Blog - La Stampa - 9 gennaio 2015) 

giovedì 8 gennaio 2015

METODO MATTEO: LE LEGGI SE LE SCRIVE DA SOLO. E MALE

Al parlamento e al Cdm arrivano scatole vuote, poi vengono riempite secondo la sua volontà. Dagli statali al fisco.
La riforma del lavoro è il penultimo esempio (l’ultimo è la delega fiscale) del metodo Renzi di fare le leggi. Un metodo che ha svuotato di ruolo e potere le sedi deputate. Per restare all’esempio del lavoro: il governo ad aprile 2014 vara la legge delega. Il Parlamento approva a dicembre. Con fiducia: il che vuol dire consegnare all’esecutivo una delega, appunto, praticamente in bianco per scrivere i decreti attuativi, quelli che danno contenuto alla riforma. Il Cdm della vigilia di Natale li fa e li approva. Ma c’è un punto – non esattamente secondario – quello sugli statali, che non viene chiarito: rimandato al Parlamento. O meglio alle future trattative politiche.
La prassi è questa, dall’inizio. Il decreto sulla riforma della Pa, approvato dal Consiglio dei ministri il 12 giugno, arrivò al Quirinale 12 giorni dopo, il 24 giugno. Sdoppiato. Perché quello uscito dal Cdm era un testo “monstre”, un brogliaccio, fatto di norme giustapposte. In quel caso, Napolitano spiegò al giovane premier che le leggi non si possono fare così. Monito ribadito il 16 dicembre (parlando dell’ “abuso della decretazione d’urgenza”, e del “ricorso – per la conversione dei decreti – a voti di fiducia su abnormi maxi-emendamenti”), nel discorso alle alte cariche dello Stato per il resto iper-renziano.
Ma il presidente del Consiglio va per la sua strada. Per dire, nella notte del 19 dicembre si fa approvare dal Senato la legge di stabilità (ovviamente con fiducia), con alcune parti direttamente in bianco. Confusione, imperizia, eccessiva velocità, mancanza di controllo delle strutture dei ministeri? In parte, ma di certo non solo. Perché Renzi ha reso prassi consolidata e portata alle sue potenzialità estreme l’abitudine di approvare le leggi “salvo intese”.
Il che vuol dire che post Cdm si può intervenire di nuovo e inserire qualsiasi cosa come (sembra) sia successo con la delega fiscale. Lasciando un terreno di opacità su chi ha davvero voluto una cosa. Nei vari brogliacci di legge modificati in corsa in questi mesi è entrato di tutto: norme con sospetta incostituzionalità, favori all’una o all’altra lobby. Alcune cose sono state tolte successivamente, altre sono rimaste. Tra la conferenza stampa in cui lo stesso premier annuncia le misure e le misure effettivamente varate di tempo ne passa: e così è molto difficile per l’opinione pubblica distinguere tra promesse e realtà.
Nel frattempo, la verticalizzazione delle decisioni diventa massima. Perché il Parlamento, tra una fiducia e l’altra, è di fatto espropriato. E il Consiglio dei ministri ratifica spesso cose sulle quali non ha l’ultima parola. Affidata a chi, invece, le leggi poi le stende materialmente: il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, guidato da Antonella Manzione. La fedelissima ex vigilessa di Firenze, che Renzi ha voluto ad ogni costo a Palazzo Chigi, nonostante la bocciatura della Corte dei Conti. Che ha il compito di eseguire materialmente le direttive del Capo. Ovvero tradurre in leggi le sue intenzioni. Alla fine, insomma, chi decide? Matteo Renzi.

Wanda Marra (Jack's Blog - Il Fatto Quotidiano - 8 gennaio 2014

 

mercoledì 7 gennaio 2015

Presentazione del Vizio oscuro dell'Occidente e di Sudditi a una Casa Editrice americana interessata alla pubblicazione negli Stati Uniti

Il ‘vizio oscuro’ dell’Occidente è, nell’interpretazione di Fini (scrittore attivo in Italia dal 1985 con ‘La Ragione aveva Torto?’ in cui mette in dubbio gli esiti e le conquiste dell’Illuminismo) la pretesa totalitaria delle Democrazie di omologare a sé, alle proprie istituzioni, ai propri valori, ai propri costumi, ai propri consumi, al proprio modello di sviluppo, l’intero esistente e quindi società e comunità che hanno storie, culture, tradizioni completamente diverse. L’Occidente non è più in grado di tollerare e nemmeno concepire, concettualmente prima ancora che praticamente, ‘l’altro da sé’. Questo totalitarismo ‘democratico’ globale non può avere come risposta che un altrettale totalitarismo, nelle forme del terrorismo globale.
Scritto nel 2002, solo un anno dopo l’11 settembre, ‘Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità’ si è rivelato un libro profetico. Dopo l’occupazione dell’Iraq del 2003, l’aggressione, per interposta Etiopia, alla Somalia nel 2006/2007, la defenestrazione violenta di Gheddafi nel 2011, il tentativo di rovesciare il dittatore Assad (tutte operazioni motivate ideologicamente -portare la democrazia in Paesi che non la conoscevano- anche se sottotraccia c’erano certamente anche interessi economici) è nato l’Isis, forse il più preoccupante fenomeno, per l’Occidente, dalla fine della seconda guerra mondiale, formazione di guerriglia cui accorrono ‘foreign fighters’ da tutto il mondo, mentre una parte dell’Africa è in rivolta contro di noi, dagli shebab somali, al nord Mali, al nigeriano Boko Haram che significa letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”. Ma tutto ha inizio, secondo l’Autore, con l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan della fine del 2001 senza alcuna motivazione plausibile se non quella, meramente ideologica, di togliere di mezzo con la brutalità dei bombardieri e dei droni il tentativo del Mullah Omar di conservare, dopo dieci anni di devastante occupazione sovietica, le tradizioni del proprio Paese senza peraltro rifiutare alcune, poche, ma indispensabili conquiste della Modernità.

‘Sudditi. Manifesto contro la Democrazia’, scritto a seguire, solo due anni dopo (2004), si lega strettamente a ‘Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità’. La Democrazia ha tradito sé stessa o, per essere più precisi, il pensiero liberale da cui è nata, che intendeva valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell’individuo mentre si è ben presto trasformata in un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, di aristocrazie più o meno mascherate, di lobbies che opprimono e schiacciano il singolo che non accetta di degradarsi a questi umilianti infeudamenti e che sarebbe il cittadino ideale di un democrazia se esistesse davvero e ne diventa invece la vittima designata. Questa degenerazione della Democrazia è particolarmente evidente in Italia (peraltro Paese laboratorio: qui nacque, fra il 1200 e il 1400, la classe dei mercanti, preludio al sistema capitalistico di mercato; qui nacque il fascismo, padre di tutti i totalitarismi di destra europei) ma sta contagiando anche le altre democrazie. Persino negli Stati Uniti la leadership sta assumendo un carattere dinastico come ai tempi delle monarchie europee: prima Bush padre, poi Bush figlio, prima Clinton marito, poi, probabilmente, Hillary o Jeb Bush. Ma la Democrazia, nella visione di Fini, non è che l’involucro, più o meno luccicante, che avvolge la polpetta avvelenata: il modello di sviluppo economico che partito dall’Inghilterra a metà del XVIII secolo ha ormai egemonizzato, con una vorticosa cavalcata durata due secoli e mezzo, quasi l’intero pianeta e che oggi, con la globalizzazione, sembra arrivato alla sua piena maturazione. Un modello di sviluppo paranoico che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura. Per cui l’uomo, degradato a consumatore, è costretto –per l’intrinseca necessità del modello- a non avere mai un momento di pace, di quiete, di armonia, perché raggiunto un obiettivo deve immediatamente inseguirne un altro e poi un altro ancora, salito un gradino a farne un altro e un altro e un altro in una scalata che non ha fine se non con la sua morte. E’ un sistema che ha come molla dominante l’invidia come afferma esplicitamente, ma dandogli un connotato positivo, Ludwig von Mises uno dei più estremi ma anche coerenti teorici dell’industrialcapitalismo.
Per certi versi il pensiero di Fini si avvicina a quello dei libertarians americani che vorrebbero affrancare totalmente l’individuo dallo Stato e in pratica abolirlo (“Lo Stato? Il più freddo di tutti i mostri” scrive Friederich Nietzsche) ma se ne differenzia radicalmente perché il suo punto di arrivo non è la libertà economica (c’è anche quella nella sua filosofia) ma piuttosto il benessere esistenziale. In Europa a metà del 1600, un secolo prima del take off industriale, i suicidi erano 2,6 per 100 mila abitanti, a metà dell’Ottocento erano saliti a 6,9, triplicati, oggi sono 20 per centomila abitanti, decuplicati (sarebbe interessante una statistica del genere negli Stati Uniti, tenendo conto ovviamente delle differenze perché l’America è un Paese che nasce in pratica a cavallo della Rivoluzione industriale e quindi non sono possibili raffronti con un passato precedente), l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale, nevrosi e depressione sono malattie della Modernità che colpiscono, all’inizio del Novecento, prima i ceti benestanti e in seguito dilagano nell’intera società, il fenomeno inarrestabile della droga è sotto gli occhi di tutti.
Massimo Fini non pretende di avere la Verità in tasca. Pone delle domande, insinua dei dubbi, invita a rivedere certe nostre confortanti certezze e, più in profondità, a riflettere sulla condizione dell’uomo occidentale.


martedì 6 gennaio 2015

LA BUCCIA DEL BANANA


Rassicuriamo subito i colleghi di giornali e tv che, a parte il Corriere, sono ancora a caccia della “manina” (grazie per la citazione) che quatta quatta, alla vigilia di Natale, ha infilato l’articolo 19-bis, il SalvaSilvio, e altre amenità nel decreto attuativo della delega fiscale licenziato dal ministero dell’Economia poco prima del suo ingresso nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre. Rassegnatevi: la manina è quella di Matteo Renzi. L’ha detto lui stesso al nostro giornale (l’unico che glielo abbia chiesto), con la spudorata franchezza che gli è propria. Il che, intendiamoci, non esime da alcuna responsabilità né lui né i ministri che l’hanno approvato senza proferire verbo: a cominciare dai più diretti interessati, cioè il titolare dell’Economia Padoan e quello della Giustizia Orlando. Resta poi da capire chi, materialmente, abbia scritto il codicillo incriminato (il capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, Antonella Manzione, non c’entra: dunque è stato uno degli avvocati e giuristi che Renzi dice di aver consultato? E quale? E per caso difende qualche imputato eccellente per delitti fiscali? Dagospia fa il nome di Coppi, che smentisce. Ma un tecnico molto esperto e interessato ci ha lasciato lo zampino). È strepitosa la beota ingenuità dei commentatori governativi, disposti a fare i finti tonti e persino a passare per fessi pur di scagionare Renzi: anche dopo che lo stesso premier le ha confessate. 
Signore, è stata una svista. Sentite Stefano Folli su Repubblica: “L’operazione era maldestra, tanto maldestra da rendere verosimile che né Renzi né Berlusconi fossero i diretti responsabili del pasticcio”, anzi della “buccia di banana” messa lì da chissà chi per far inciampare l’Infallibile Presidente del Consiglio. La prova? Eccola: “I due avrebbero scelto meglio l’argomento e le modalità, se avessero voluto mettere a segno un colpo di tale rilievo qual è la riabilitazione pubblica del leader di Forza Italia… Nessuno dei due, né il premier né il suo semi-alleato del Nazareno, hanno (sic, ndr) il minimo interesse oggi a riaccendere i riflettori su una stagione passata… Quindi è possibile che la norma, che pure era stata infilata nel decreto, sia passata per l’eccesso di zelo di qualcuno, ma senza un coinvolgimento politico ad alto livello”.
Par di sognare: se non fosse stato per i gufi del Fatto Quotidiano, che ha raccolto la denuncia del sottosegretario Zanetti sull’abnormità della soglia del 3% (non solo di evasione, ma persino di frode), nessuno ne avrebbe parlato né l’avrebbe collegata al caso B. (come han fatto il nostro giornale e altri due giorni fa): il decreto dello scandalo, grazie anche al torpore delle feste, sarebbe approdato alle commissioni parlamentari per il visto finale (non c’è neppure dibattito né voto: è l’attuazione di una legge delega) e a quest’ora sarebbe già legge dello Stato sulla Gazzetta Ufficiale. E B. avrebbe già chiesto l’incidente di esecuzione alla Corte d’appello per farsi cancellare la condanna con tutti gli annessi e connessi. A quel punto tutti avrebbero recitato la parte delle vergini violate: “Oddio, non ce n’eravamo accorti, ma purtroppo cosa fatta capo ha, pazienza”. Il guaio di Renzi (e di B.) è che esiste ancora qualche sprazzo di libera informazione, che l’ha colto con le mani nel sacco. Ora comunque il premier può dire al partner Nazareno: “Ehi socio, io ci ho provato, ma i soliti gufi mi hanno sgamato”. Dove sarebbe dunque l’“operazione maldestra” e quali “argomentazioni e modalità” sarebbero state “migliori” di quelle usate da Renzi & C.? Mistero.
Il Premier ha sempre ragione. Sempre su Repubblica anche Gianluigi Pellegrino, in un articolo peraltro severissimo sul contenuto della “riforma” fiscale [leggi qui], ipotizza la presenza di misteriose “serpi covate in seno a Palazzo Chigi che giocano proprie indicibili partite” all’insaputa del povero Matteo, e se la prende con quelli che “non l’hanno avvertito né messo in campana”. Anche il Duce era innocente per definizione: la colpa era sempre di chi lo circondava e lo mal consigliava. Ragazzi, sveglia: l’ha detto Renzi che la norma l’ha fatta Renzi. Fatevene una ragione, è andata così.
Lo so, è una parola grossa, ma vogliamo usare la logica? Il governo depenalizza scientemente, consapevolmente, alla luce del sole la frode fiscale sotto il 3% dell’imponibile dichiarato. Chi vi viene in mente, alle parole “frode fiscale”, con tutto quel che è accaduto a terremotare la politica italiana nell’ultimo anno e mezzo? Silvio Berlusconi, naturalmente, che per una condanna per frode fiscale è decaduto da senatore, è divenuto ineleggibile e interdetto dai pubblici uffici, ha mollato le larghe intese e il governo Letta, ha subìto la scissione dell’Ncd, è finito ai servizi sociali ad assistere i vecchietti a Cesano Boscone, ha tempestato Quirinale, governo, Parlamento, giornali, tv, Consulta e Corti europee per riavere l’“agibilità politica”. Possibile mai che, cambiando le regole della frode fiscale, nessuno si sia chiesto che ne sarebbe stato della condanna di B.? Chiunque abbia una laurea in Legge o in Economia (dove si studia il Codice penale, che già all’art. 2 prevede la revoca delle condanne per un reato che non c’è più) sa benissimo che, quando si depenalizza un reato, le relative condanne vengono cancellate. Ora, Renzi risulta laureato in Legge e Padoan in Economia (Orlando in nulla , però ha dato qualche esame di Giurisprudenza): possibile che non lo sapessero? E il battaglione dei loro consiglieri giuridici che ci sta a fare: la birra? Nella migliore delle ipotesi, siamo governati da dilettanti, anzi da ignoranti allo sbaraglio.
L’impronta digitale. Prendiamo sul serio le parole di Renzi al Tg5: “Se qualcuno immagina chissà quale scambio, non c’è problema: ci fermiamo. Questa norma la rimanderemo in Parlamento solo dopo l’elezione del Quirinale e dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone, e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”. Delle due l’una. O la norma non è stata fatta per B. anche se salva B. – come giura Renzi, appellandosi all’eterogenesi dei fini – e allora non si capisce che c’entrino l’elezione del nuovo capo dello Stato e, a maggior ragione, la fine dei servizi sociali di B.; ergo abbiamo un governo di cialtroni. Oppure è stata fatta per B. (o anche per B.), e dunque attendere le due scadenze che lo riguardano ha un senso; ma allora abbiamo un governo di bugiardi. In ogni caso, siamo in buone mani.
Grandi evasori sì, B. no. Sempre a proposito di logica, tutto il decreto fiscale (non solo il famigerato 19 bis) è improntato alla più selvaggia depenalizzazione delle evasioni e delle frodi. Con una mano il governo aumenta alcune sanzioni penali e amministrative, per fingere la faccia feroce; ma con l’altra fa in modo che non venga condannato quasi più nessuno col trucchetto delle soglie di non punibilità, aggiunte ai reati che non le prevedevano e alzandole a quelle che già le avevano. È il sistema-droga: chi evade o froda in modica quantità (si fa per dire) non finisce più sotto processo. La sintesi di Luigi Ferrarella sul Corriere è implacabile [leggi qui]: il decreto rende non punibili “la dichiarazione infedele fino a 150 mila euro, l’omessa dichiarazione fraudolenta mediante artifici fino a 30 mila euro di imposta evasa e 1,5 milioni di imponibile sottratto al fisco o 5% di elementi attivi indicati, e la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti fino a 1.000 euro l’anno”. Un gigantesco, immondo condono fiscale che salva dal processo e dalla condanna quasi tutti gli evasori e i frodatori, anche quelli grandi, accontentandosi – quando va bene – di incassare le tasse che non hanno pagato (sai che sforzo: evadi tutta la vita e, la volta che vieni beccato, rinunci a qualche briciola del bottino, sempreché l’amministrazione finanziaria più inefficiente del mondo riesca a sfilartela). Nessuno, diversamente che per il 19-bis SalvaSilvio, può dire di non averlo saputo. Dov’erano allora i giornaloni, ma anche la sinistra Pd, che oggi s’indignano solo perché c’è di mezzo B.? Davvero il colpo di spugna per gli evasori grandi, medi e piccoli è cosa buona e giusta purché non salvi anche B.? Sarebbe interessante conoscere il pensiero del premier, dei ministri, dei partiti e dei giornali che li sostengono, ora che il decreto torna indietro per essere modificato (molto meglio cestinarlo e riscriverlo daccapo per mandare evasori e frodatori in galera).
Meno male che Silvio c’è. Vien quasi da dare ragione ai berluscones, che già intonano il pianto greco: “Si rimangiano il fisco giusto. Il governo blocca una norma di buonsenso che depenalizzava la microevasione. Motivo? ‘Avrebbe aiutato il Cavaliere’” (il Giornale). È triste ammetterlo, ma proprio così, tranne il fatto che la norma non è affatto di buonsenso perché non sana la microevasione, ma le megafrodi (con le soglie percentuali, più guadagni più puoi evadere impunemente). Quanti cattivi pensieri ci tocca scacciare. Compreso l’ultimo, l’estremo: che Dio ci conservi B. Senza di lui, il decreto porcata sarebbe già legge. E nessuno, a parte noi piccoli gufi, avrebbe detto una parola.




lunedì 5 gennaio 2015

Autostrade, regalo di Natale: il governo taglia i guard rail. “E’ rischio sicurezza”

Anno nuovo, guard rail nuovi. Finalmente Autostrade per l’Italia e Anas possono fare risparmi e rientrare dalle spese. Un decreto del 6 ottobre scorso del ministero per le Infrastrutture indica le nuove misure delle barriere spartitraffico e di quelle laterali. Con una mossa a sorpresa, forse realizzata nello spirito di una spending review al contrario, i tutori saranno ridotti su circa 2mila chilometri di autostrada di una trentina di centimetri di altezza, avranno una resistenza minore a contenere l’urto, in special modo degli autoarticolati, ma costeranno fino al 40% in meno.
I concessionari così risparmieranno milioni
Una befana magnifica per i concessionari della rete, che ridurranno di milioni di euro i costi per la manutenzione, ma una prospettiva meno ottimistica per la salute dei viaggiatori sfortunati, i protagonisti dei futuri testacoda che dovranno d’ora in avanti valutare per benino prima di mettersi in viaggio con la massa critica che trasportano. Avete una Fiat Punto? Tranquilli allora. Un’Opel Corsa? Uguale. Se però avanzate con le classi e guidate un Audi, una Bmw o vetture dello stesso rango, di maggiore peso e consistenza, qualche problemino forse, nel caso la disgraziata traiettoria sviluppasse sul bordo strada una angolatura diversa da quella pianificata dai costruttori delle barriere più corte e leggere, potrebbero essere guai. Non parliamo poi dei camionisti che da soli muovono almeno 35 tonnellate di carico. Per circa 2mila km avranno spartitraffico meno consistenti. Che Dio ve la mandi buona! L’alleggerimento, come tutte le decisioni tartufesche, è ufficialmente invocato per “armonizzare” i guard rail nostri con quelli degli altri paesi europei. E dal momento che i nostri erano fatti meglio, più alti, più robusti (e naturalmente più costosi) scendiamo di un gradino per metterci alla pari. Scelta irragionevole perché i volumi di traffico stradale in Italia non sono affatto omogenei con quelli tedeschi o francesi. Il traffico giornaliero medio dei veicoli pesanti in Italia è di 9.302 unità, in Francia di 3.880, in Germania di 5.706 (fonte Asecap 2012). Il traffico segna proporzionalmente la quantità degli incidenti e, purtroppo, la gravità dell’infortunistica. Il decreto è stato preparato da Sergio Dondolini, a capo della direzione generale della sicurezza stradale ma anche consigliere di amministrazione dell’Anas. Pure qui un conflitto di interesse niente male perchè chi firma la prescrizione poi gode, nell’esercizio delle sue seconde funzioni, dei benefici economici connessi alla scelta effettuata.
Nella lettura di questo provvedimento, che contiene dettagli molto tecnici, ci siamo fatti aiutare dall’ingegner Mariano Pernetti, docente all’Università di Napoli della cattedra di Costruzioni di Strade, Ferrovie e Aeroporti. Quel che è certo è che si avrà un abbassamento delle soglie di attenzione. “Questa metamorfosi non si limita a un semplice aspetto formale, che porta a ridefinire al ribasso le responsabilità degli operatori del settore, ma introduce un effettivo abbassamento degli standard di sicurezza”. Se ieri lo Stato imponeva un livello sostenibile e accettabile di sicurezza, da domani quel livello si considererà raggiunto se le barriere sono a norma europea.


Meno sicurezza garantita in caso di scontro
Scrive il ministero: “Evitare, nel rispetto delle condizioni d’urto contemplate nella norma Uni EN 1317-2, la fuoriuscita della piattaforma stradale”. Spiega Pernetti: “Se l’urto, a parità di energia trasversale, avviene in condizioni diverse da quelle contemplate non si è tenuti ad assicurare il contenimento. Vengono così ridotti i livelli minimi di contenimento delle barriere”. Per capirci su circa duemila chilometri di rete le barriere previste avranno una capacità di contenimento minore di quella necessaria per evitare la fuoriuscita dalla sede stradale di più di metà degli autoarticolati e autotreni a pieno carico. Per capirci ancora meglio: prendendo in considerazione l’autostrada A16 dove il 29 luglio 2013 un bus sfondò la barriera di bordo ponte e persero la vita 39 persone, la proposta di norma consente di impiegare una barriera di classe H2 contro le attuali H3-H4. Quindi quell’incidente – se si riproponesse con le identiche dinamiche in quel luogo – risulterebbe fatale anche nel futuro!

“Ma c’è di più – dice sempre Pernetti – Non viene imposta la necessità di adoperare barriere più robuste (classe L) sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali. Questo tipo di barriere sono le uniche che danno certezza del corretto contenimento delle autovetture tipo Audi, Bmw etc. Quelle attualmente previste danno “certezza” alle sole autovetture tipo Fiat Punto, Opel Corsa etc. Sulle strade locali extraurbane si adopera un livello di contenimento che non è assolutamente adatto per contenere i piccoli autocarri e i furgoni a pieno carico”. La qualità delle barriere, la loro consistenza, è direttamente proporzionale al loro costo. Il costo di una barriera H3 è di circa il 10% in meno di una di livello H4. E una barriera H2, la più frequente d’ora in avanti, farà risparmiare un buon 40% ai concessionari. Ma esiste l’altro lato della medaglia. Le statistiche ci dicono cosa cambia se una vettura o un autorticolato “svia”, esce oltre la carreggiata e va a sbattere. Se tocca barriere a due onde nel 69% dei casi provoca solo danni materiali. Con una barriera a tre onde la percentuale sale al 75. Un urto contro una barriera a due onde, con velocità assimilabile alla media valutata, produce nel 26% dei casi incidenti con feriti lievi. Il medesimo urto contro una barriera a tre onde riduce la percentuale al 19. Nel 4% dei casi (barriera a due onde) i feriti sono gravi, soglia che però sale al 6 con le barriere a tre onde. Nell’un per cento dei casi gli incidenti provocano vittime se l’urto è contro le barriere più basse, mentre non si riscontrano decessi nel caso di strutture più robuste. Il decreto sarà efficace tra qualche giorno. Alla Camera è stata presentata il 22 dicembre scorso a firma Luigi Di Maio (Movimento 5 Stelle) un’interrogazione al ministro Lupi. Finora silenzio.
da il Fatto Quotidiano di domenica 4 gennaio 2014

Il Trionfo della morte (Palermo - Palazzo Abatellis)


http://www.toticlemente.it/My%20Albums/Palazzo%20Abatellis%20-%20Palermo/album/index.html

domenica 4 gennaio 2015

Regali di Natale: Con viva e vibrante soddisfazione, reciterebbe Crozza, eccovi "IL LODO NAZARENO"



IL LODO NAZARENO 

Per dire quanto poco siamo prevenuti, ieri avevamo deciso di pubblicare per oggi su questa colonna un articolo intitolato: “Renzi ha ragione”, o “Bravo Renzi”, o ancora “Forza Matteo”. Non per i suoi virtuosismi sciistici sulle nevi di Courmayeur, già magnificati a dovere dall’agenzia Ansa-Stefani, ma per la battaglia contro l’assenteismo nel pubblico impiego, annunciata su twitter con i toni giusti, senza la petulanza offensiva di Brunetta, che provò a far qualcosa ma rovinò tutto con le solite scalmane demagogiche. Poi ci ha chiamati un amico e ci ha messo una pulce nell’orecchio, a proposito del nostro titolone di ieri sulla denuncia del sottosegretario Zanetti riguardo al codicillo salva-evasori infilato da una manina di Palazzo Chigi (all’insaputa del ministero dell’Economia) nel decreto fiscale varato alla vigilia di Natale: “Ma lo sai perché e per chi lo fanno?”. Ma per il solito, per Berlusconi.
Tenetevi forte, perché questa è strepitosa. Il Caimano è stato condannato il 1° agosto 2013 a 4 anni per frode fiscale. Una sentenza che gli è costata pochissimo sul piano penale (mezza giornata a settimana a Cesano Boscone per nove mesi e 10 milioni di euro da rifondere all’Agenzia delle Entrate), ma moltissimo da quello politico: 2 anni di interdizione dai pubblici uffici, 6 anni di ineleggibilità e decadenza immediata da senatore in base alla legge Severino. Che cosa prevede la nuova legge penale tributaria, in base al codicillo-colpo di spugna (art. 19-bis)? Che i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera “il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. Una vastissima area di franchigia regalata a evasori e frodatori al riparo da procure e tribunali. Ora, B. è stato condannato per aver frodato il fisco per 7,3 milioni: 4,9 sul bilancio Mediaset del 2002 e 2,4 su quello del 2003. Tutto il resto della monumentale frode fiscale (368 milioni di dollari) con film comprati dalle major americane a prezzi gonfiati e rimbalzati su una serie di società offshore occultamente controllate da lui o da prestanome fra il 1995 e il ’98, si è prescritto. Ma, alla mannaia del fattore-tempo, accelerata da varie leggi ad suam personam (falso in bilancio, condoni fiscali ed ex-Cirielli), sono scampati gli effetti fiscali “spalmati” sugli ammortamenti delle due annualità contabili.
Ora che Renzi, o chi per lui (a proposito: di chi è la manina?), ha inventato il salvacondotto del 3%, la domanda è semplice: quella frode residua è sopra o sotto il nuovo tetto? La risposta, nell’era del Patto del Nazareno, è scontata: sotto, e di parecchio. Il calcolo è presto fatto. Negli anni 2002 e 2003 Mediaset dichiara un imponibile di 397 e di 312 milioni e B. ne froda 4,9 e 2,4. Che corrispondono all’1,2 e allo 0,7%, ben al di sotto della soglia del 3% di non punibilità. Ergo, in base alla retroattività delle norme penali più favorevoli (favor rei, art.2 Codice penale), “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. Grazie a una legge fascista, la n. 4/1929, il favor rei in materia fiscale e finanziaria non valeva: ma il centrosinistra, con la norma fiscale n.507/1999, la cancellò 15 anni fa. È già accaduto a Romiti, De Benedetti e Passera, condannati definitivamente per falso in bilancio: nel 2003, dopo la controriforma berlusconiana che lo depenalizzava, chiesero un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello, che non potè che revocare le loro condanne. Anche B. dunque potrà ottenere la cancellazione della sua, per una frode che non è più reato. E, se evapora la condanna, spariscono anche decadenza, ineleggibilità e interdizione. Così alle prossime elezioni potrà ricandidarsi, lindo come giglio di campo. Quando ce l’hanno raccontato, stentavamo a credere che Renzi potesse arrivare a tanto. Ma, come diceva Montanelli, di certi politici non si riesce mai a pensare abbastanza male. 



- o -


VIOLANO LA CARTA : SE SEI RICCO PUOI EVADERE

Che si tratti di un regalo a B è fuor di dubbio. Perché, a certi livelli, l’ignoranza non è credibile. Si tratta del decreto attuativo della delega fiscale che arricchisce di una nuova soglia i reati fiscali: per commetterli bisogna che l’imposta evasa sia superiore al 3 % dell’imponibile o dell’IVA dovuta.
E che problema c’è, la legge penale tributaria già prevede soglie di punibilità al di sotto delle quali il reato non c’è. Soglia più, soglia meno… Invece il problema c’è, eccome. Perché le soglie sono differenti a seconda della gravità dei reati cui si riferiscono: la dichiarazione infedele ha una soglia di 50.000 euro, la frode fiscale di 30.000. Insomma, quanto più astute e pericolose sono le modalità con cui si evade, tanto più è giusto che l’evasore sia assoggettato a processo penale. Ma, nel progetto di Renzi&C, non si distingue tra i diversi reati: la nuova soglia li riguarda tutti, chi si limita a mentire e chi fa uso di fatture o altri documenti falsi.
E poi perché le soglie hanno uno scopo preciso, reso necessario dalla ferma determinazione degli italiani a frodare il Fisco: evitare di dover celebrare un numero sterminato di processi, anche per evasioni di modesta entità. Ma siccome tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, l’ammontare dell’evasione oltre la quale si è assoggettati a processo penale è uguale per tutti. Per questo le soglie esistenti sono oggettive, anche nel caso della soglia parametrata agli elementi attivi conseguiti nell’anno: i ricavi non sono reddito, debbono essere diminuiti dei costi. Vero, i costi possono variare da contribuente a contribuente, ma ad alti ricavi corrispondono in genere alti costi. E la percentuale della mancata indicazione di elementi attivi è uguale per tutti. Il sistema non è perfetto, ma non si è trovata soluzione migliore per evitare il processo penale a fattispecie di minima rilevanza.
Ma la nuova soglia è diversa: qui la percentuale è calcolata sul reddito. Più si è ricchi, più si può evadere senza correre il rischio del processo penale. Nel 2002 B ha evaso 4,9 milioni e, nel 2003, 2,4; ma, nel 2002, ha dichiarato un reddito imponibile di 397 milioni e, nel 2003, di 312. Per essere punito avrebbe dovuto evadere 11,9 milioni nel 2002 e 9,36, nel 2003. Un “poveretto”, che avesse evaso le stesse somme ma guadagnando “solo” 150 milioni nel 2002 e 200 nel 2003, sarebbe invece condannato e marcirebbe in prigione (si fa per dire). Invece B, in applicazione dell’art. 673 del codice di procedura, sarà solennemente riabilitato . L’irragionevolezza di considerare penalmente irrilevante l’evasione fiscale quanto più è ricco quello che la commette si commenta da sola. La stupidità di progettare una legge che dovrebbe essere bocciata in Commissione Affari Costituzionali, che non dovrebbe essere firmata dal Presidente della Repubblica e che, siccome queste due eventualità non si verificheranno certamente, la Corte Costituzionale scoperà via dall’ordinamento per flagrante violazione dell’art. 3 della Costituzione, è manifesta. L’arroganza di perseguitare i cittadini con una pressione fiscale micidiale e di processarne alcuni per evasioni che sono 10, 100, 1000 volte inferiori ad altre che si “perdonano” è intollerabile. Eppure questa gente sfrutta il potere che hanno conquistato per favorire amici e amici degli amici. Si chiama abuso d’ufficio; ma non se ne ricorda nessuno.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)