"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 26 ottobre 2012

Comunque la si pensi, Grillo ha vinto

Comunque la si pensi, Grillo ha rivoluzionato pacificamente il modo di fare politica in Italia incentrando la comunicazione e l’organizzazione in rete del suo movimento e raccogliendo, low cost, un notevole consenso.
Nel prossimo test siciliano, il M5S “rischia” seriamente di diventare il primo partito e, forse, di esprimere pure il presidente, smentendo così clamorosamente la tesi craxiana dell’ “incomprimibile costo della politica” che di fatto legittimava il finanziamento illecito dei partiti. Il costo della politica è quindi comprimibile e, come direbbe Grillo, poiché la politica si è ridotta ai soldi, bisogna togliere i soldi dalla politica per ridar spazio alle passioni civili.
Detto e fatto! Tra le foto che non vedremo mai della campagna elettorale siciliana, ci sono quelle che ritraggono attivisti del M5S a pulire le piazze dopo i comizi, per lasciarle meglio di come non fossero state trovate, coerentemente con quanto fatto dagli stessi in questi anni in cui si erano adoperati per pulire spiagge, arenili, vie cittadine, ecc. per pura passione e amore verso la cosa pubblica.
Non so a quanto, solo sei mesi fa, i bookmaker avrebbero prezzato questa scommessa e, a dire il vero, neanche se l’avrebbero mai presa in seria considerazione, eppure ci deve essere una valenza strategica se sia gli Alleati che Grillo hanno scelto di sbarcare in Sicilia per cominciare proprio da qui la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo gli uni e dalla partitocrazia l’altro. Perché è evidente che il risultato siciliano avrà ripercussioni sulle successive tornate amministrative e politiche come un fiume in piena anche perché il M5S sta dimostrando capacità logistiche e organizzative davvero notevoli, su basi esclusivamente volontarie.
Grillo il 26 (dopodomani) lascerà comunque la Sicilia mentre rimarranno un bel po’ di candidati eletti all’Ars già il 29. Ho seguito sin dai primi passi (2005) il movimento in Sicilia e mi rendo conto che molti critici parlino non per esperienza diretta. La democrazia è un fenomeno popolare anche se promossa all’origine da elite. In una democrazia non ci si può porre perciò “elitariamente” al di sopra di essa per bacchettarla nel caso si discosti dai propri gusti: la democrazia non è una forma di governo perfetta, ma è solo la migliore che conosciamo. Se i partiti tradizionali si fossero comportati diversamente, il M5S non sarebbe neanche nato, ma così non è stato e la democrazia ha reagito in questo modo, partorendo questo fenomeno che è comunque democratico, anche se non manca certo di un po’ di populismo, di indulgenza con il sicilianismo becero, di credulità verso teorie dei complotti, di ingenuità programmatiche e pure delle dinamiche interne interpersonali comuni ad ogni organizzazione umana. Ma al di là di tutto questo che va comunque paragonato al marcio dei partiti, Grillo e il M5S parlano al cuore della gente in modo credibile e incitandola ad un salutare attivismo civico: “non ci sono salvatori da attendere”.
Il consenso comporta responsabilità: se gli eletti del M5S avranno l’intelligenza politica di farsene carico sopravviveranno altrimenti saranno dimenticati come molti candidati oggi in corsa, dagli impresentabili cuffariani divisi equamente tra Crocetta e Musumeci, all’onnipresente Lombardo attraverso i suoi uomini, alle persone perbene, pure presenti in altre liste minoritarie, che forse non supereranno neanche lo sbarramento.
In una regione in cui la principale industria è stata sinora rappresentata dalla politica e la cultura dominante è stata quella parassitaria, i pentastellati dovranno dimostrare la capacità di fungere invece da efficace antiparassitario all’interno dell’Ars con misure che ripristino il valore del merito, della corretta competizione tra gli operatori, che rimuovano i disincentivi a investire, che taglino senza pietà le spese improduttive e l’invadenza di una burocrazia fine a se stessa perché non c’è nulla di più opposto alla mentalità parassitaria e mafiosa dell’affermazione di questi valori liberali. Se l’impresa riuscirà in Sicilia, non potrà non avere successo anche in Italia e potremo finalmente vedere una luce in fondo al tunnel.

 

Il socialismo e l'Europa di Bettino Craxi - Scritto perché è vero

Molte persone pensano .......................................... che quando parlo ................... io faccio lunghe pause ……………………………………….. perché sto riflettendo .......................................................................................... con la dovuta attenzione ................................................................................ e la ponderata accortezza ............... tipica dei grandi leader ......................................... su quanto sto per dire ..........................  Fortunatamente ................................ nessuno si è ancora accorto ........................................................................................ che quando mi interrompo per qualche istante ........................................................... e fisso il vuoto con espressione profonda ..................................................................................................... davanti  ai microfoni del telegiornale ............................................... e davanti ai taccuini dei giornalisti ............................................................ e davanti alle telecamere ..... è semplicemente perché ........ non so mai che cazzo dire.

Michele Serra (44 Falsi - Arnoldo Mondadori Editore - 1987)

Indagati, imputati e rinviati a giudizio. Chi si candida alle prossime elezioni?

Giovani di Confindustria contro il governo "C'è molto rigore, ma manca la crescita"

Il "peso" della pressione fiscale è "cresciuto così tanto da diventare una confisca": quella "ufficiale toccherà nel 2012 il 45% del Pil", l'onere sulle imprese "sarà superiore al 68%". Di più: "Perdiamo duemila occupati al giorno. La base industriale si è contratta del 20%". Il presidente dei giovani di Confindustria, Jacopo Morelli, dal palco del XXVII convegno di Capri punta il dito sulla "poca crescita" ed "il molto rigore". E "se chiudono le imprese dei giovani, il Paese brucia il futuro, le speranze, il dinamismo": bisogna "creare nuove occasioni di lavoro, dare ossigeno alle imprese". E a chi si candida per governare l'Italia, Morelli, chiede"cosa intenderà fare per i giovani che non hanno lavoro e non riescono a rendersi indipendenti".

Monti.
Il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, con un messaggio, ha rivendicato il lavoro dell'esecutivo: "L'Italia ha fatto in questi mesi scelte difficili e introdotto riforme importanti in modo da voltare pagina" su  un passato "di bassa crescita ed elevato debito", ma un "successo" - avverte - è possibile "solo dentro una azione comune a livello europeo". Secondo il premier "è essenziale che le giovani generazioni, e tra esse i giovani che si trovano in prima linea nel fare impresa e creare nuove opportunità, sentano l'Unione europea come orizzonte irrinunciabile per la loro azione e si impegnino direttamente a progettarne il futuro".

Confindustria. La prima richiesta dei giovani imprenditori è "l'abbassamento in maniera sostanziale" della pressione fiscale perché "il tempo della pazienza è finito". Il cuneo fiscale e contributivo, evidenzia ancora Morelli, è "tra i più elevati dell'Ocse: il 53% contro una media dell'Unione europea del 41%". Un livello che "strangola". Il governo, prosegue Morelli, "ha riconosciuto che gli italiani stanno dando una grande prova di responsabilità, accettando misure drastiche e impopolari. Se questo è vero, c'è un dovere morale di ridare, subito, fiducia al Paese abbassando, in maniera sostanziale, la pressione fiscale su chi lavora e sulle imprese che reinvestono. Invece i cittadini sono trattati come cavie per politiche inefficaci". A cominciare dal tagli dell'Irpef che rischia di essere "vanificato dall'aumento dell'Iva. Bisogna rilanciare la domanda interna". 

Proprio per questo i giovani di Confidustria chiedono di fare tabula rasa cacciando "i  ladri, gli ignoranti e gli incapaci" dalla vita politica: "Siamo disgustati dall'idea della carica pubblica come scorciatoia per arricchirsi, ci ribelliamo a questo degrado", dice il leader degli under40 Jacopo Morelli. Servono "persone responsabili, preparate, all'altezza del compito. Abbiamo diritto a cambiare" continua l'imprenditore che aggiunge: "C'è spazio per interventi drastici, senza ipocrisie".

Istat. Intanto a ottobre è in leggero rialzo la fiducia delle imprese italiane salita a quota 76,6 punti 76,0. Lo rileva l'Istat, aggiungendo che la piccola risalita, arrivata dopo la caduta di settembre, è dovuta ai miglioramenti registrati per i settori dei servizi di mercato (a 75,8 da 72,3) e del commercio al dettaglio (a 79,7 da 78,6), mentre non aiutano il recupero della fiducia, segnando dei peggioramenti, sia l'industria manifatturiera (a 87,6 da 88,3) sia le costruzioni (a 81,4 da 86,1).

 

giovedì 25 ottobre 2012

Di Pietro: "Mandato giovani negli enti locali ma hanno imparato a rubare, anche nell'Idv"

"La differenza tra oggi e il 1992 è evidente. Si ruba come allora, ma si è impuniti e si sta facendo meno per reagire. Il problema sta nel manico, oggi non basta dire che occorre cambiare la classe politica e le regole. Le regole non vengono cambiate, mentre abbiamo cercato di cambiare la classe politica mandando dei giovani nelle amministrazioni locali, ma la prima cosa che hanno imparato a fare è stato rubare: è successo anche nel mio partito". Lo ha detto Antonio Di Pietro intervenendo con il vicedirettore Massimo Giannini al videoforum di Repubblica.it

I casi Razzi e Scilipoti. Sul tema della selezione dei candidati sono arrivate molte domande dai lettori di Repubblica che hanno a più riprese citato i casi di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti. "Sul piano tecnico non riesci a sapere chi hai di fronte se non per quello che ti dicono le carte - si è difeso Di Pietro - E' come nel divorzio. Noi pretendiamo il certificato penale e i carichi pendenti dei nostri candidati. Ma so che non basta dire 'non potevo sapere'. Razzi non faceva politica prima di entrare nell'Idv, era magazziniere. Quindici giorni prima del voltafaccia aveva annunciato che non avrebbe mai tradito per soldi. L'animo umano è imperscrutabile". La differenza, rivendica il leader dell'Italia dei valori, è che "quando a noi capita la mela marcia, noi la mandiamo subito via e gli chiediamo di farsi giudicare". L'ex pm ha annunciato comunque l'intenzione di introdurre nuovi sistemi di controllo sulla qualità del personale politico. Quando si voterà, ha spiegato, l'Idv chiuderà le liste un mese prima del termine e metterà tutti i nomi online così che chiunque possa dire ciò che ne pensa, come nelle pubblicazioni di matrimonio.

L'anticorruzione. Di Pietro è tornato poi ad attaccare la legge anticorruzione approvata recentemente dal Parlamento. "Solo noi abbiamo votato contro questo finto provvedimento", ha detto l'ex pm ricordando tutte le critiche del suo partito alle norme presentate dal ministro Severino. "Abroga il reato di concussione per induzione: la concussione - spiega - è reato a concorso necessario e si realizza in tre modi: violenza, minaccia e induzione. Io sfido chiunque a dire che il reato sia mai accaduto usando violenza o minaccia. Io ho invece sempre visto e contestato il reato di concussione per induzione e ora questo reato viene abrogato".

E l'Idv dirà di no anche sulla legge per la riforma della diffamazione. "Voterò contro il provvedimento - dice Di Pietro - perché è un nuovo bavaglio. Ma sono favorevole a togliere il carcere per questo tipo di reati".

Attacco a Monti. Il leader dell'Italia dei valori ribadisce poi tutte le sue accuse al governo Monti. "Per fare questa politica del do cojo cojo non serviva un Professore, bastava un ragioniere". Un lettore segnala però che l'eccessiva ostilità dell'Idv veso un governo che ha comunque chiuso la parentesi berlusconiana rischia di alienare una parte del consenso, ma Di Pietro resta fermo sulla sua posizione. A pesare nel giudizio sull'esecutivo non è solo la scelta delle politiche economiche, ma anche il tema della legalità. Il leader dell'Idv cita quindi l'inerzia di Monti nel risolvere lo scandalo Finmecanica e l'atteggiamento assunto nella vicenda dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Inoltre l'ex pm fa capire di non vedere poi troppe differenze tra Berlusconi e Monti. "Ma per l'amor di Dio, tra la padella e la brace, io butto l'acqua a tutti e due e li affogo a tutti e due", dice.

Le alleanze. Il rapporto con l'esecutivo dei Professori porta naturalmente le domande a virare sulla eventuale futura alleanza di centrosinistra. "Le primarie del Pd - sottolinea - sono importanti perché daranno a Bersani, se le vincerà, la forza di prendere scelte nette. Il giorno dopo il voto, quando sapremo chi ha vinto, andremo a vedere le proposte di programma e vedremo se sono conciliabili con il nostro. Noi portiamo avanti le nostre quattro proposte referendiarie e non ci rinunciamo". Ma c'è poi un altro paletto che Di Pietro pone in materia di alleanze. "Con l'Udc manco morto - avverte l'ex pm - serve un programma più equo e più solidale invece che a favore delle lobby".

L'aiuto ai terremotati. Risponendo a un altro lettore di Repubblica, Di Pietro ha respinto infine l'accusa di non aver mantenuto la promessa fatta a favore dei terremotati emiliani. "Il 21 settembre a Vasto - ha replicato - è venuto il sindaco di Finale Emilia, gli abbiamo consegnato 1 milione e 600mila euro in mano, la nostra quota del rimborso".  

 (La Repubblica - 24 ottobre 2012)


 

I trucchi dei partiti per salvare la cassa

Questi onorevoli... Sono dei veri taccagni. Peggio di quell'Arpagone protagonista dell'«Avaro» di Molière. Fargli scucire la manciata di euro che dovrebbero versare ogni mese al Popolo della Libertà è sempre più difficile. Sarà per le sforbiciatine a stipendi e rimborsi, ma è diventato un bel problema. Tanto che il tesoriere del partito, Rocco Crimi, ha dovuto richiamare tutti all'ordine: al 31 dicembre 2011 gli arretrati dovuti dai parlamentari (800 euro al mese) e dei consiglieri regionali (500) ammontavano a oltre 4 milioni 600 mila euro.
Il suo grido d'allarme è contenuto nel bilancio del Pdl pubblicato, insieme a quelli di altri 61 (sessantuno) partiti sulla «Gazzetta ufficiale» di martedì. Gli ultimi della storia, senza i controlli più severi introdotti la scorsa estate. E quasi tutti venati da un sottile rimpianto. Ma per una ragione più prosaica: il taglio dei rimborsi elettorali deciso con quella stessa legge che ha inasprito le verifiche e mal digerita pressoché ovunque, nelle segreterie. Anche se c'è chi, nel bilancio, la rivendica come un proprio successo politico: il Partito democratico. Provvedimento andato di traverso, soprattutto, per aver stabilito la rinuncia alla tranche di contributi che si dovevano incassare lo scorso mese di luglio. Soldi che qualcuno si era già fatto anticipare dalle banche. E magari aveva speso.
Come l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Che non a caso prevede per quest'anno, causa taglio contributi, una «sopravvenienza passiva» di ben 9 milioni e mezzo, comprendente pure i 2,4 milioni «riferibili alla quota parte di credito non incassabile relativa alle elezioni di Camera e Senato ceduta a un istituto di credito nel corso dei precedenti esercizi». Poco male: al 31 dicembre 2011 l'Udc denunciava un avanzo patrimoniale, generato dagli utili degli anni precedenti, di ben 18,6 milioni. E aveva 5 milioni e mezzo depositati in banca.
Lo stesso non può dire il Pdl, per cui la rinuncia alla tranche di luglio è stata davvero una brutta botta. Più brutta della scoperta che moltissimi parlamentari non danno al partito i contributi dovuti. Il bilancio pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» spiega che i rimborsi elettorali «relativi agli anni 2009-2012 sono stati ceduti pro soluto nell'anno 2009 a un istituto bancario». Al quale adesso vanno restituiti i soldi: Quanto? Più di 20 milioni. Immaginiamo i salti di gioia. Tanto più dopo la notizia che Silvio Berlusconi non si ricandiderà per il premierato. Dal problematico bilancio di Forza Italia, formazione politica ancora esistente dal punto di vista contabile (al pari di An, Ds e Margherita) è chiaro che è stato lui a portare il peso finanziario di quell'avventura politica. Negli ultimi cinque anni il partito ha accumulato perdite per circa 149 milioni e debiti per 61 milioni. Il tutto coperto da una sontuosa fideiussione bancaria di 177 milioni prestata «da terzi». Dove «terzi» sta, ovviamente, per il Cavaliere.
Succedeva anche questo, negli anni in cui il fiume dei rimborsi elettorali scorreva gonfio di denaro alimentando le casse di tutti i partiti al centro come in periferia. Al 31 dicembre 2011 l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro aveva accumulato un avanzo patrimoniale superiore a 35 milioni. E sapete quanto ha incassato nel 2010, l'anno delle elezioni regionali, la sola lista della governatrice del Lazio Renata Polverini? Quasi 6 milioni di euro.
Non che non ci sia qualche tesoretto messo da parte, mentre tanti piangono miseria. Ce l'hanno a destra, dove An, prima di essere messa in liquidazione, ha trasferito il patrimonio immobiliare valutato in 61 milioni a una Fondazione con un capitale di 10 milioni più un «fondo iniziale di gestione» di 45 milioni. Ma ce l'hanno anche a sinistra, con le decine di fondazioni costituite dai Democratici di sinistra per blindare un numero enorme di immobili provenienti dall'eredità del Partito comunista. Nella Margherita, invece, si leccano ancora le ferite causate dallo scandalo che ha coinvolto l'ex tesoriere Luigi Lusi. Vicenda che merita una puntigliosa ricostruzione nel bilancio 2011. Dalle «centinaia di assegni di piccolo taglio» per un totale di 869.793 euro «emessi dall'ex tesoriere», alle «spese di rappresentanza non idoneamente documentate per euro 95.653». Dalle «spese per euro 235.219 interamente riferibili a viaggi personali dell'ex tesoriere e/o di persone a lui riconducibili», a «servizi con conducente resi in prevalenza a favore dell'ex tesoriere per euro 167.309». Fino alla cruenta stoccata finale: «Allo stato attuale risultano accertate operazioni illecite per un valore complessivo di circa 22 milioni di euro». Nonostante ciò, sui conti correnti bancari della Margherita al 31 dicembre 2011 c'erano ancora più di 19 milioni. Nel bilancio della Lega Nord la storiaccia che ha portato all'espulsione di Francesco Belsito merita invece appena un fugace passaggio: c'è scritto soltanto che l'ex tesoriere «ha rassegnato le dimissioni» ed è stato sostituito. Nulla, sul perché. Niente di niente.


mercoledì 24 ottobre 2012

L'ossessione per la donna

Giovedì mattina ho partecipato ad Agorà, la bella trasmissione di Rai Tre condotta da Andrea Vianello. Tema:la violenza sulle donne. Erano presenti Mara Carfagna (Pdl), Rosa Calipari (moglie di) Pd, e il vecchio sociologo, a me caro, Franco Ferrarotti.

Ho centrato il mio discorso su un'osservazione di D.H. Lawrence che, almeno a me sembra, coglie l'origine profonda di questa violenza. Scrive Lawrence in 'La verga di Aronne': “Quasi tutti gli uomini, nel momento stesso in cui impongono i loro egoistici diritti di maschi padroni, tacitamente accettano il fatto della superiorità della donna come apportatrice di vita. Tacitamente credono nel culto di ciò che è femminile. E per quanto possano reagire contro questa credenza, detestando le loro donne, ricorrendo alle prostitute, all'alcol e a qualsiasi altra cosa, in ribellione contro questo grande dogma ignominioso della sacra superiorità della donna, pure non fanno ancor sempre che profanare il dio della loro vera fede. Profanando la donna essi continuano, per quanto negativamente, a concederle il loro culto”. Insomma l'aggressività dell'uomo nei confronti della donna dipende da un incoffessato e inconfessabile 'inferiority complex' . Lawrence scrive ai primi del Novecento e si riferisce agli uomini dell'aristocrazia e dell'alta borghesia e alle loro modalità per umiliare la donna, ma il discorso vale per qualsiasi ceto anche se le modalità sono meno sottili, più dirette e brutali. Ho aggiunto che oggi l'uomo, privato della possibilità di esercitare il suo ruolo virile (non può più provarsi in guerra, sostituito dalle macchine, non c'è più il servizio militare né il nazionalismo passionale, la forza fisica, con tecnologia, non conta più nulla) sente in modo particolarmente acuto questa sua inadeguatezza nei confronti della donna che un ruolo, quello di procreare, comunque lo conserva, anche se non ne fa più lo scopo della sua vita, e questo può far scattare, per contraccolpo, un surplus di aggressività. Non mi pareva un discorso contro la donna. Al contrario. La Carfagna e la Calipari mi hanno accusato di 'giustificazionismo'. Mi ha colpito il tono di sufficienza della Calipari (“le tesi di Fini non mi interessano”) eppure se oggi è parlamentare non lo deve di certo alle sue preclare virtù, ma a quelle, virili, di suo marito che le portò fino alle estreme conseguenze.

La Carfagna, dimentica, fra l'altro, che l'avevo difesa da un attacco realmente maschilista del suo collega in Pdl, l'inguardabile Paolo Guzzanti, riferendosi a un mio ormai famoso articolo pubblicato sul Fatto (“Le donne sono una razza nemica”, ha affermato che “le parole sono pietre” e che istigavo alla violenza sulle donne. Ho obbiettato che la pretesa di eliminare tutte le opinioni eterodosse è una pratica fascista anche se oggi si chiama democrazia. Stuart Mill, che era un liberale un po' più consistente di sora Carfagna, scrive “E' necessario anche proteggersi dalla tirannia dell'opinione e del sentimento predominanti” 'Sulla libertà' ).

Infine, anche se il campo è minatissimo perchè attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei 'pastori macedoni', pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d'ombra intorno alle discoteche, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza. Altrimenti si finisce come quei due idioti che sono andati a provocare in Orissa.


Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2012)

martedì 23 ottobre 2012

Elsa Fornero, nostra Maria Antonietta

E’ facile, ormai, ironizzare sulle presunte gaffes del ministro Fornero. Piena di sé e della propria missione “civilizzatrice”, la responsabile del Welfare non perde occasione per esibire un atteggiamento professorale che sta logorando la sua immagine, oltre che il nostro futuro. Le sue esternazioni sfociano ormai nello psicodramma e diventano occasione di una reazione popolare fatta di rabbia e disorientamento. Ma nel caso dell’ultima, in ordine cronologico, brutta figura, quel “choosy” rivolto ai giovani che cercano lavoro, colpisce non tanto il disprezzo e l’altezzosità quanto la buona fede del ministro.
Perché a Fornero quelle espressioni vengono naturali e rappresentano l’effetto genuino della sua estraneità dalla vita reale. Quali giovani frequenta, infatti, il ministro per parlare così? Dove sono questi giovani così schizzinosi? Tra coloro che, nonostante siano laureati e con un dottorato alle spalle, si “accontentano” di fare i camerieri, di lavorare in un call center, di fare le supplenze nelle scuole private senza contratto? Oppure tra quelli che accettano contratti a tempo determinato che non si determinano mai e aprono partite Iva per svolgere un lavoro dipendente? Nelle aziende in cui si ripetono all’infinito gli stage di formazione che sono prestazioni lavorative a tutti gli effetti? O tra i giovani che fuggono dall’Italia e cercano di farsi una vita all’estero?
I ministri tecnici, in realtà, sembrano guardare alla vita vera dall’alto di un Olimpo immaginario, con la lente dei grafici finanziari oppure con il ricordo delle stanze ovattate in cui hanno passato la propria, agiata, vita. Quella di qualche fondazione bancaria o di polverosi palazzi del centro di Roma, al riparo dalle intemperie, accucciati su un ricco conto corrente o accovacciati su una pensione d’oro. Tante nuove Maria Antonietta in cerca di moderne brioches da lanciare alla malcapitata folla di “schizzinosi”, esodati, precari e lavoratori a sbafo.
La classe dirigente italiana, quella della finanza, dell’alta burocrazia, della tekné, vive una propria vita parallela ma decide beatamente sulle vite degli altri, nascondendosi dietro a un simulacro di democrazia. Ed è forse questa l’anomalia italiana e non solo, il tasto dolente del tempo presente. In fondo, i movimenti come Occupy negli Usa o gli Indignados in Spagna, hanno parlato proprio di questo. “Democrazia reale, ora”, è stato uno slogan profetico perché intuitivo della distanza siderale che passa tra coloro che prendono le decisioni e coloro che le subiscono. Anche il successo plateale di Grillo si spiega così. La democrazia che non c’è è il vero nervo scoperto del nostro tempo e la rivoluzione democratica quello che ci manca. In fondo, bisogna dire grazie a frasi come quelle di Elsa Fornero, perché ci aiutano a vedere le cose come stanno. E magari a indignarci davvero.

 

lunedì 22 ottobre 2012


"Gentili concittadine, cari concittadini,
come saprete, ho deciso di candidarmi alle primarie del centrosinistra.
Una scelta maturata ormai da alcuni mesi e condivisa con numerose persone che durante l’estate mi hanno chiesto un impegno concreto che non fosse un semplice sostegno a una o a un’altra candidatura. La decisione finale l’ho presa quando mi sono accorta che la competizione si stava fossilizzando su due soli candidati in una maniera che non fa bene al Partito Democratico e al centrosinistra. Non posso vedere il mio partito dilaniarsi in una battaglia fratricida per le primarie.
Io non mi candido contro qualcuno o per facilitare la vittoria di uno o dell’altro, ma perché ho una visione diversa del nostro futuro, perché voglio favorire uno scatto in avanti alla nostra idea di Italia e per portare un valore aggiunto sulla base della mia esperienza sul territorio.
Da tempo non parliamo al Paese di contenuti, programmi, proposte. Siamo autoreferenziali e le persone se ne sono accorte. Me lo dicono molti cittadini negli incontri pubblici, me lo scrivono molte persone che in questa fase di crisi si stanno avvicinando al baratro della povertà. Quante energie stiamo perdendo? Noi abbiamo il dovere di fare una proposta che si rivolga agli elettori e dica: questi siamo noi. Basta parlare di riforme e controriforme. Basta parlare di questioni formali, iniziamo a pensare alla sostanza, anche perché le primarie devono essere uno strumento in più per riavvicinare i cittadini alla politica, per chiarire cosa vogliamo fare, quali sono le priorità.
Il senso della mia candidatura è dunque quello di parlare a tutti coloro che abbiamo perso per la strada, che si sono allontanati sia dal PD che dal centrosinistra, che si sono rifugiati nell’astensionismo o nella protesta fine a se stessa. Persone che non sarebbero andate a votare alle primarie o che lo avrebbero fatto turandosi il naso.
Qui non c’è né da ricostruire sulle macerie, né da rottamare persone. Non basta avere intenti e idee, bisogna avere proposte per l’Italia e un progetto che possa andare oltre ogni ambizione personale. Bisogna mettere al “riparo” l’Italia e allo stesso tempo puntare sulle nostre intelligenze migliori. Rivoluzionare se serve, riformare dove è necessario. Le mie saranno proposte sul mercato del lavoro e il fisco, la riforma della pubblica amministrazione, le infrastrutture che servono, la scuola e il diritto alla salute, l’agricoltura e un nuovo modello di sviluppo, la green e la blue economy, i diritti delle persone e la parità di genere, la riduzione dei costi della politica e la scelta dei parlamentari attraverso le primarie. Il programma completo sarà pubblicato nei prossimi giorni.
Sarà una campagna sobria, senza effetti speciali e senza spreco di denaro. Una campagna gestita interamente dai volontari dei comitati che stanno nascendo in tutta Italia in mio sostegno e che hanno già messo in cantiere diverse iniziative, dal Piemonte alla Sicilia. Toccherò una trentina di città italiane e mi sposterò solamente in treno. La comunicazione avverrà quasi esclusivamente attraverso internet.
Sarà una scalata a mani nude, senza corde, reti e paracadute. Ma io credo ne valga la pena.
Cominciando da noi. Cominciando dall’Italia.
Un abbraccio.

Senza tessere di Enzo Biagi; scritto sonnecchiando

Molti anni fa, quando le donne non dicevano parolacce in pubblico e salivano sulle Seicento coprendosi le gambe, un mio prozio di Brisighella si iscrisse al partito socialista. Aveva solo due vestiti, uno grigio e uno maròn, come si usava una volta, quando l'Italia preferiva i colori della serietà e della modestia alle arlecchinate; e non si ricordava mai nella tasca di quale vestito avesse messo la tessera. Un giorno la tessera finì in tintoria assieme al vestito grigio. Mio zio, che credeva di averla riposta in quello maròn, ci rimase male: la tessera era tutta sbiadita e rovinata. Non la volle mai più usare. Così erano fatti i socialisti di una volta. Da allora ho capito che è meglio non avere tessere in tasca.
A questo punto avrei finito tutti gli argomenti a disposizione, se non mi tornasse in mente, con emozione e gratitudine, un altro mio lontano parente, un anziano e probo maestro elementare di San Lazzaro di Savena, mazziniano e a tempo perso traduttore in bolognese della Divina Commedia. Prima di emigrare in Argentina mi lasciò un piccolo gruzzolo (poche centinaia di lire, con le quali acquistai la mia prima penna a biro bicolore, grigio e maròn) e un grande insegnamento. "Ricordati," disse "che chi fa da sé fa per tre."
È difficile farsi credere, in un'Italia che ormai non crede nemmeno ai preti e ai dottori: ma seguendo quei pochi consigli, e aggiungendoci una robusta dose di vieto buon senso, sono diventato un famoso giornalista. Mi bastano tre giorni in Francia, senza tessere e con un cameraman, e torno a casa avendo realizzato uno special televisivo a puntate; quattro documentari radiofonici; quattordici articoli per i maggiori quotidiani italiani; due libri-inchiesta; una Storia di Francia a fumetti, una a fascicoli, una fatta con le parole crociate, una da distribuire attraverso le figurine Mira Lanza; la voce "bouganville" per l'Enciclopedia Botanica; un reportage per il Club di Topolino; una Storia del Pernod da pubblicare a puntate sulla rivista dell'Automobil Club; una serie completa di cartoline "Saluti dalla Loira" corredate da motti e proverbi francesi; un album di figurine Panini intitolato "La Francia di Biagi" tutte raffiguranti il sottoscritto che saluta dalle piazze delle principali città transalpine; e infine una bottiglia di Anisette.
A parte la bottiglia di Anisette, che regalo alla mia vecchia levatrice di Ozzano nell'Emilia (fu lei a insegnarmi che nella vita bisogna avere rispetto per chi ti rispetta), tutto il resto è per i miei lettori, che sono il mio unico credo, la sola tessera che ho in tasca. E vi assicuro che non esiste tessera di partito in grado di farvi guadagnare la stima del pubblico e una sfraccata di milioni semplicemente passando un week-end a Parigi.

Michele Serra (44 Falsi - Arnoldo Mondadori Editore - 1987)

La verità è che il denaro non vale niente

Come hanno reagito le leadership occidentali alla crisi iniziata col tracollo dei ‘subprime’ americani del 2008, poi estesasi rapidamente in mezzo mondo e che peraltro bolliva rumorosamente in pentola da molto tempo (collasso del Messico, 1996, delle ‘piccole tigri’, 1997, default dell’Argentina, 1999)? Immettendo nel sistema altro denaro attraverso una serie di triangolazioni fra Fed, Fmi, banche, Bot, che altro non sono che una partita di giro.
Tradizionalmente le funzioni del denaro sono quattro: 1) Misura del valore; 2) Intermediario nello scambio; 3) Mezzo di pagamento; 4) Deposito di ricchezza. Niente da dire sulle prime tre. Ma togliamoci dalla testa che il denaro sia ricchezza o che la rappresenti. Da questo punto di vista il denaro non è nulla, un puro nulla. Se ne accorsero gli spagnoli agli albori del XVII secolo quando, dopo aver rapinato agli indios d’America tutto quanto potevano d’oro e d’argento (la moneta dei tempi in Europa), si trovarono più poveri di prima. Nel suo Memorial del 1600 Gonzales de Collerigo scrive con icastica lucidità: “Se la Spagna è povera è perché è ricca”. E Pedro de Valencia nel 1608 “Il male è venuto dall’abbondanza di oro, argento e moneta, che è stato sempre il veleno distruttore delle città e delle repubbliche. Si pensa che il denaro è quello che assicura la sussistenza e non è così. Le terre lavorate di generazione in generazione, le greggi, la pesca, ecco quel che garantisce la sussistenza. Ciascuno dovrebbe coltivare la sua porzione di terra e quelli che vivono oggi della rendita e del denaro sono gente inutile e oziosa che mangia quello che gli altri seminano”.
Si dirà che sono balbettii di economisti alle prime armi, ancora culturalmente ed emotivamente legati al mondo medioevale in cui il denaro, oltre ad avere scarsa circolazione, fu sempre tenuto in gran sospetto. Ma Sismondi, che è attivo due secoli dopo, quando l’economia classica, con Smith, con Ricardo, con Malthus, con Say, ha già fatto irruzione nella Storia e si è imposta come scienza, scrive: “ Aumentando il numerario di un paese senza aumentarne il capitale, senza aumentarne il reddito, senza aumentarne il consumo, non lo si arricchisce, non se ne stimola il lavoro”. E per capitale Sismondi intende terra, bestiame, strumenti, lavoro, abitazioni, cioè beni materiali.
Nel 1929 gli americani che avevano investito nella Borsa di New York si credevano ricchissimi ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni (che, in quanto credito, sono denaro a tutti gli effetti), trascinando a valanga gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche.
Dell’inconsistenza del denaro si era già reso conto Aristotele che nella Politica scrive: “La moneta… è una semplice convenzione legale senza alcun fondamento in natura, perché cambiato l’accordo fra quelli che se ne servono, non ha più valore alcuno e non è più utile per nessuna delle necessità della vita e un uomo ricco di denaro può mancare del cibo necessario. Strana davvero sarebbe una ricchezza che pur se posseduta in abbondanza lascia morire di fame, come il mito tramanda di quel famoso Mida”.

mercoledì 17 ottobre 2012

Fiorito, Berlusconi sapeva. In una lettera la denuncia un mese prima del caso

Silvio Berlusconi sapeva tutto sui soldi rubati da Franco Fiorito al partito e non ha preso alcun provvedimento per più di un mese. Già il 6 agosto del 2012, quasi quaranta giorni prima dell’esplosione del caso, il capo del suo gruppo in consiglio regionale, Francesco Battistoni, scriveva al Cavaliere per segnalargli le spese pazze, i bonifici all’estero sui conti personali e i prelievi in contanti dai fondi del gruppo, alimentati con i soldi dei contribuenti. L’ex premier non era il solo a sapere. Anche il segretario del Pdl Angelino Alfano e il coordinatore, Denis Verdini, hanno ricevuto la lettera sulla razzia di soldi pubblici in seno al Pdl laziale. Eppure né il leader né il segretario né il coordinatore del Pdl hanno preso le opportune iniziative politiche e giudiziarie. Anzi. Dopo l’esplosione del caso Fiorito, il 20 settembre, sarà Battistoni a essere destituito da capogruppo.
 Le lettere che il Fatto pubblica oggi sono state scritte e protocollate il 6 agosto 2012. Il 24 luglio il consigliere regionale viterbese in quota Forza Italia era riuscito a diventare presidente del gruppo scalzando il ciociaro aennino Fiorito. Appena insediato Battistoni prende in mano la contabilità bancaria scoprendo lo scenario inquietante che dilagherà sulle cronache solo molto tempo dopo. Il capogruppo non porta le carte in Procura ma scrive ai suoi capi: “Caro presidente”, è l’incipit preveggente che apre la lettera diretta a Berlusconi “sono costretto, con estremo dispiacere, a portarvi a conoscenza di una situazione che è talmente grave da poter minare, in maniera pesante, sia la stabilità della Regione Lazio che la credibilità del nostro partito (…) l’esame, ancorché superficiale della documentazione relativa ai conti correnti ha evidenziato una serie di ‘anomalie‘ tali che mi ha immediatamente indotto a nominare dei consulenti al fine di poter esaminare a fondo tali riscontri e consigliarmi sulle scelte consequenziali. Nel frattempo, nonostante i ripetuti solleciti, non sono ancora riuscito a ottenere alcuna documentazione e l’on. Fiorito, oltre a disertare le riunioni di gruppo, assume di essere stato defraudato e addirittura accusa colleghi, peraltro sulla stampa, di poca chiarezza sui conti! La situazione è sconfortante! Al contrario delle sue asserzioni, dai primi riscontri contabili emergono anomalie gravissime dovute a pagamenti ‘non in linea’ con le finalità istituzionali e politiche delle somme dallo stesso amministrate, come acquisti di autovetture, soggiorni lussuosi ingiustifìcabili, prelievi in contante, uso disinvolto di carte ricaricabili e da ultimo, ma non per ultimo, bonifìci personali su conti esteri”.
Battistoni denuncia l’uso dei fondi “non in linea” con le finalità pubbliche, ma descrive soprattutto i bonifici dal conto italiano del gruppo (con finalità pubbliche) al conto straniero (e privato) di Fiorito. In quella lettera protocollata e con tutta probabilità giunta a destinazione, Battistoni mette nero su bianco l’accusa che porterà Fiorito in carcere. Secondo i pm romani proprio lo spostamento dei fondi all’estero sui conti privati configurerebbe il reato di peculato. Il capogruppo in carica ha in mano la contabilità quando scrive con toni poco dubitativi: “Il riscontro che dovremo effettuare nei prossimi giorni potrà soltanto confermare, se non aggravare, gli indizi di una gestione poco chiara e illegittima dei detti fondi, tale da indurmi a prendere decisioni molto gravi nei confronti dello stesso on. Fiorito”. Battistoni chiede anche a Berlusconi di intervenire: “Credo non sia più tollerabile la presenza del collega nel nostro gruppo e nel partito (…) riservandomi comunque di illustrarVi, non appena possibile, le complete risultanze delle analisi dei miei consulenti”. Battistoni chiude con fiducia: “Certo di un Vostro immediato e concreto intervento, rimango in attesa per fornire tutti chiarimenti del caso”.
 Il 27 agosto il capogruppo scrive anche al collegio dei probiviri del Pdl, perché prenda provvedimenti contro Fiorito, segnalando anche la Bmw X5 acquistata in leasing con i soldi del partito. Per giorni non accade nulla poi il caso esplode. Non per merito dei leader del Pdl, bensì per l’esuberanza di Fiorito che accusa a sua volta Battistoni di spese allegre per viaggi e cene. Solo a quel punto arriva la denuncia del capogruppo contro Fiorito: a Viterbo per diffamazione, non a Roma per peculato. Pochi giorni dopo Battistoni, mai indagato, è costretto a dimettersi dal diktat della Polverini, poi travolta anche lei dallo scandalo. Di queste tre lettere non si è saputo mai nulla. Abbiamo provato a contattare Battistoni per chiedergli se Berlusconi, Alfano e Verdini le abbiano ricevute e quali provvedimenti abbiano adottato. Il consigliere, raggiunto tramite il figlio che risponde al suo telefonino, ha evitato di rispondere.


lunedì 15 ottobre 2012

La crisi delle democrazie ridotte a sistema di potentati e interessi

Tutte le leadership democratiche dell’Occidente sono, chi più chi meno, in crisi. In genere la si addebita alla attuale mediocrità delle classi dirigenti (di cui l’Italia, da sempre Paese pilota, nel bene e nel male, offre aspetti grotteschi e peraltro istruttivi). Nessuno osa dire che in crisi è la Democrazia in quanto tale, come sistema di potere, al di là dei suoi interpreti. Dopo la caduta del mondo feudale la dottrina liberal-democratica nasce dalla testa di alcuni pensatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis De Tocqueville) che volevano valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell’individuo singolo, finalmente liberato dalle rigide divisioni di casta (nobili, ecclesiastici, Terzo Stato). Nei fatti, storicamente, la democrazia ha realizzato l’opposto, si è rivelata un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, di aristocrazie mascherate, di lobbies che schiacciano l’individuo che non si piega a questi umilianti infeudamenti. Questo vulnus, ineliminabile e definitivo, della democrazia era stato già ben individuato dalla cosiddetta "scuola elitista" italiana dei primi del Novecento (bollata, chissà perché "di destra": Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Roberto Michels erano puramente e semplicemente degli studiosi che, come tali, osservavano i fenomeni sociali per quello che sono). Scrive Gaetano Mosca ne "La classe politica": "Cento che agiscano sempre di concerto e d’intesa gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro". E con questo si dice addio non solo al mito anglosassone dell’"one man, one vote", ma anche al principio della meritocrazia su cui prevale la fidelizzazione feudale. Si creano così leadership di mediocri che, per non esserne scavalcati, si circonderanno di soggetti ancor più modesti che, diventati a loro volta classe dirigente, seguiranno la stessa condotta, in un processo che non sembra trovare il suo fondo. Non è un caso che le democrazie abbiano dato il meglio di sè quando si sono trasformate, più o meno velatamente, in autocrazie (il Roosvelt del "New Deal", grande ammiratore di Mussolini, Churchill ed Eisenhower nella seconda guerra mondiale). Così come non è un caso che le democrazie non siano in grado di combattere la mafia. Essendo un coacervo di mafie devono venire a patti con quelle, diciamo così, ufficiali (solo il fascismo, che non era una democrazia, combattè seriamente la mafia siciliana, perchè un potere forte non ne sopporta altri sul proprio territorio). Peraltro quella della democrazia è una questione di secondo grado. La democrazia è un sistema di regole e di procedure, non un valore in sè. È un sacco vuoto che va riempito di contenuti. In due secoli e mezzo il sacco si è riempito solo di valori quantitativi e materialistici e la democrazia è diventata semplicemente l’involucro legittimante di un modello di sviluppo economico "paranoico" perchè si basa sulle crescite infinite che esistono in matematica, non in natura. Dopo una vertiginosa cavalcata, che proprio nella sua velocità aveva il principio della sua fine, questo modello è arrivato inevitabilmente al proprio limite perchè non può più crescere. Io lo vedo come una potentissima automobile che è arrivata davanti a un muro invalicabile. Ma il guidatore, invece di prendere atto della realtà, si ostina a dare di gas. Prima o poi il motore fonde. Fuor di metafora crollerà, e di colpo, il mondo del denaro, della finanza, dell’industria, della produzione e del consumo portandosi via anche quel fragile velo che lo ricopre chiamato democrazia. Ad onta di tutte le infantili illusioni (Fukuyama) nemmeno la democrazia, come tutte le costruzioni umane, è destinata a durare in eterno. Già ora a fronte di sistemi di potere che durarono millenni, dà segni di cedimento, dopo soli due secoli di vita.



mercoledì 10 ottobre 2012

Gli intellettuali sono più corrotti dei politici

“Una società in cui i politici sono corrotti può recuperare, ma una società in cui gli intellettuali e i moralisti sono più corrotti di coloro cui pretendono di far la morale non può che precipitare nel caos”. 
Così scrivevo nel 1986 (‘C’è un’altra questione morale: gli intellettuali in malafede’, Europeo, 2.8.1986). A più di un quarto di secolo quelle parole mi paiono sinistramente profetiche. Nel più pieno caos ci siamo, viviamo in una società senza regole, che non siano i burocratismi ottusi tipici di ogni regime (sbocconcellare un panino in strada non si può, rubare a quattro palmenti sì), senza principi, senza etica, senza dignità, senza onore e senza grandezza persino nel malaffare. 
Lo abbiamo visto, ‘in corpore vili’, nei recenti scandali che coinvolgono i consiglieri regionali di mezza Italia. Ciò che colpisce in questi individui, al di là dell’impudenza e delle ruberie, è la loro mediocrità di uomini. Già sono dei miracolati che, in genere, non hanno alle spalle una professione, un mestiere, che non hanno mai fatto un vero giorno di lavoro in vita loro. Se hanno raggiunto nell’amministrazione pubblica posti di rilievo e ben remunerati non è certo per le loro preclare virtù ma solo ed esclusivamente per l’infeudamento in un partito. Avrebbero potuto accontentarsi. Invece si sono venduti per una cena in un bel ristorante, per una spesa al supermercato, per trarre una ragazza che non sono capaci di conquistare in modo normale.
Questi, fatta qualche debita eccezione, sono i nostri rappresentanti, a tutti i livelli. Ma, come venticinque anni fa, resto convinto che i principali responsabili della degenerazione morale in cui è precipitato in nostro Paese, siano gli intellettuali (ma sarebbe più preciso dire i giornalisti perché dopo la morte di Pasolini di intellettuali che abbiano qualche voce in capitolo non se ne vedono più in giro) che, per opportunismo, viltà e tornaconto hanno abdicato al ruolo di ‘coscienza critica’ di una società, preferendo infeudarsi in una delle tante bande che infestano questo Paese, traendone visibilità, prestigio e quattrini. 
Si sono comportati esattamente come quei politici su cui oggi, a babbo morto, moraleggiano. Pronti naturalmente a rivoltar per l’ennesima volta gabbana se il vento cambierà. 
Finirà come con Mani Pulite. Nel 92-94 era tutto un “Tonino qua e un Tonino là” come se avessero mangiato nello stesso piatto di Antonio Di Pietro (mi ricordo un famoso editoriale di Paolo Mieli, direttore del Corriere: “ Dieci domande a Tonino”). Ma passata la buriana quella stessa stampa fu complice della classe politica nel trasformare i ladri in vittime e i magistrati, Di Pietro in testa, nei carnefici e nei veri colpevoli. Così andrà anche questa volta.
Non esiste più nella nostra struttura sociale un’elite, intellettuale, culturale e morale, quella che Giorgio Bocca, quando credeva ancora in questo Paese, chiamava ‘la società degli eccellenti’ in grado di far da filtro almeno alle sguaiataggini più sfacciate. 
Oggi al posto degli ‘eccellenti’ dominano gli impudenti.


Il ritorno alla realtà e il sogno fiscale

Bentornati nel mondo reale. Immersi nel fango della questione morale e nel carosello della campagna elettorale, i partiti della strana maggioranza si erano quasi dimenticati dell'emergenza economica italiana.
La legge di stabilità del governo Monti 1 è una scossa che riporta tutti al principio di realtà. Una scossa necessaria, se si guarda al grafico dell'indebitamento finanziario strutturale, che ci siamo impegnati a riportare in surplus già a partire dall'anno prossimo. Una scossa violenta, se si guarda alle drammatiche condizioni materiali di un Paese già stremato dai sacrifici. E dunque una scossa non proprio salutare per l'economia reale, ancorché mitigata da una piccola svolta, e cioè l'avvio di quel "percorso" di riduzione della pressione fiscale che il presidente del Consiglio aveva negato solo una settimana fa. 
"Non è un'altra manovra", giura il ministro del Tesoro Grilli. Ma si fa fatica a definire in un altro modo un pacchetto di misure da 11,6 miliardi, che arriva appena dieci mesi dopo il decreto Salva-Italia da oltre 30 miliardi, dopo una doverosa ma durissima riforma delle pensioni, dopo l'indegna stangata per gli esodati, dopo la pesantissima batosta sulla casa. Questa legge, nella forma e nella sostanza, è a tutti gli effetti una Finanziaria bis. La quantità degli interventi non è in discussione: se vogliamo portare al tavolo dell'Unione europea il pareggio di bilancio, questi sono i saldi da rispettare. Ma la qualità delle decisioni del governo soddisfa solo in parte. La novità più rilevante, dunque riguarda le entrate. La riduzione di 1 punto delle due aliquote Irpef più basse dela curva è una prima inversione di rotta, sulla via della restituzione agli onesti di quanto finora è stato sottratto all'Erario dai disonesti. Si può fare di più e di meglio per sostenere il reddito delle famiglie meno abbienti, visto che a causa dello scandalo di un'evasione da 260 miliardi di euro l'anno la prima aliquota dell'imposta personale la pagano molti imprenditori, artitiani e lavoratori autonomi che non nascondono le tasse. Ma è comunque un segno d'attenzione verso i deboli, che finora non son stati proprio al centro dei pensieri di questo governo. E pazienza se per finanziare questo sgravio aumenterà l'Iva: un minor prelievo in busta paga si sente molto più di un alleggerimento dell'imposta sui consumi. Resta, sul fronte fiscale, il rammarico per l'introduzione effettiva dell'Imu sugli immobili ad uso commerciale della Chiesa solo a partire dal 2013, quando i comuni cittadini il prelievo sul mattone hanno già iniziato a pagarlo da giugno di quest'anno. 
Sul fronte dei tagli, le lacrime di coccodrillo dei governatori regionali non ci possono impietosire. Dopo quello che è successo e succede nel Lazio e in Lombardia, in Campania o in Calabria, il nuovo giro di vite sugli enti locali ci sta tutto. Si arrangino loro, con meno ostriche e meno consulenze. Quello che si fa fatica ad accettare, invece, è un ulteriore colpo sulla spesa sanitaria e sul pubblico impiego. Non c'era proprio alternativa al taglio di un altro miliardo e mezzo ai bilanci delle Asl, con tetti di spesa già all'osso sul costo degli apparecchi e degli appalti e strette odiose sui permessi per l'assistenza dei disabili? Non c'era altra via per risparmiare risorse, se non congelando fino al 2017 i contratti degli statali, già bloccati nel triennio passato dal governo Berlusconi? E non c'era altro modo di contenere i costi, se non fissando un nuovo vincolo del 3% l'anno al già risibile budget della spesa universitaria?
Con questi interventi, selettivi al contrario, la spending review assume i contorni dell'accanimento terapeutico. E ancora una volta, i tecnici dimostrano di avere molta attitudine per la contabilità nazionale, ma poca propensione all'equità sociale. Detto questo, la Legge di Stabilità si porta dietro due implicazioni, sulle quali si impone una riflessione.
La prima implicazione è economica. Proprio nel giorno in cui l'Istat fotografa una caduta del 4,1% del potere d'acquisto dei salari 2 e il Fondo monetario certifica il crollo del 2,3% del Pil di quest'anno, la manovra aggiuntiva del governo conferma che l'Italia, come del resto la Spagna e in prospettiva la stessa Francia, ha ormai imboccato un sentiero che conduce ad Atene, e non a Berlino. La spirale più recessione-più rigore sta dispiegando i suoi effetti micidiali. I tagli di spesa e i recuperi di evasione possono finanziare ben poco, oltre al maggior fabbisogno determinato dalla caduta del denominatore nel rapporto deficit/Pil e debito/Pil. E l'aggiustamento, per un Paese che non può più neanche immaginare ulteriori inasprimenti d'imposta in stile Hollande ma dovrebbe semmai cominciare a ridurre la pressione fiscale, non può non avvenire ormai a carico del Welfare. Cioè attraverso la riduzione ancora più spinta del perimetro di una spesa sociale già di per sé iniqua e squilibrata. 
È la via "mercantilistica" alle correzioni di bilancio, che genera bilanci pubblici a impatto sempre più regressivo e recessivo. Vale per oggi, ma vale anche per domani. Stretta in questa morsa, e a dispetto di qualche revisione fin troppo generosa del remore, l'Italia non vedrà alcuna ripresa nel 2013. Se ne riparla nel 2014, se va bene. E se non ci fosse da piangere, farebbe sorridere la comicità involontaria di chi, nella Legge di Stabilità appena varata, ha inserito anche una norma per il risparmio energetico denominata "Operazione cieli bui". Mai formula fu più azzeccata, non solo per declinare qui ed ora un tocco di "austerity" da Anni Settanta, ma anche per tracciare l'orizzonte generale del Paese nei prossimi due anni. 
La seconda implicazione è politica. Al di là delle apparenze e delle esigenze imposte dalla fase, tra il governo Monti e i partiti che lo sostengono c'è un corto circuito sempre più evidente. A Pd, Pdl e Udc che vagheggiano suggestive riscritture bipartisan della riforma previdenziale della Fornero, il premier contrappone l'irriducibile coerenza dei saldi contabili e l'inevitabile cogenza degli impegni europei. È in atto uno strano paradosso: mentre i leader di una politica in affanno nel centrosinistra e in disarmo nel centrodestra lanciano Monti per la legislatura che sta per cominciare, lo contestano nella legislatura che deve ancora finire. Ma forse c'è una via d'uscita anche a questo paradosso. Il Professore, grazie al suo prestigio e alla sua autorevolezza, ha evitato al Paese la bancarotta, e lo ha riportato agli onori del mondo. Ma nella sua azione di governo ci sono luci ed ombre, cose ben fatte e occasioni mancate. Come dimostra l'ultima stangata decisa in perfetta autonomia dall'Eliseo, per gli Stati di Eurolandia le "condizionalità" del risanamento concordato con la Ue, presenti e future, riguardano la fedeltà complessiva al patto comunitario, non l'adesione acritica a un unico modello di sviluppo. Investono l'equilibrio complessivo di bilancio, non le azioni specifiche necessarie per raggiungerlo. in questa chiave, quella che si sta innescando intorno alla cosiddetta "Agenda Monti" rischia di essere una polemica inutile e dannosa.
Le politiche economiche sono frutto di una scelta, non di un destino. L'Italia ha un solo vincolo invalicabile (ormai anche di rango costituzionale) che chiunque vinca le elezioni dovrà ricordare e rispettare: non si può finanziare più una sola spesa in deficit. Tutto il resto è politica, dunque arte del possibile. Anche dopo il 2013, vero valore aggiunto è Monti, non la sua Agenda. 


martedì 9 ottobre 2012

Formigoni, urlare per non dire

Fino a tre mesi fa Roberto Formigoni si ispirava a un celebre aforisma del poeta Paul Valéry: “Quando non si può attaccare il ragionamento si attacca il ragionatore”.
Non appena c’erano domande sulle sue vacanze dal valore di molte centinaia di migliaia di euro, pagate da Pierangelo Daccò, il governatore accusava la stampa di aver falsificato i verbali. Poi è arrivato l’invito a comparire per corruzione. E Formigoni dai poeti è passato ai filosofi.
Per distogliere l’attenzione dal nocciolo della questione – a Daccò sono stati versati 70 milioni di euro da un ospedale privato come compenso per i 200 milioni di fondi regionali concessi a quella struttura – il Celeste si è aggrappato all’Arte di ottener ragione, il trattato di Shopenhauer pubblicato postumo perché il grande pensatore si vergognava di avervi minuziosamente elencato “le vie traverse e i trucchi di cui si serve la natura umana per celare i suoi difetti”.
Stratagemmi del tipo: se si è di fronte a un’argomentazione che ci batterà “non dobbiamo consentire che sia portata a termine, ma dobbiamo interrompere e sviare”. Regola applicata giovedì sera anche a Porta a Porta quando chi scrive ha tentato di farlo parlare degli scandali della sanità lombarda. Con due particolarità però. Formigoni alza sempre di più toni, arrivando ormai a urlare. E, per anestetizzare i cittadini, occupa costantemente il piccolo schermo.
Perché come spiega questa volta uno storico, Tacito: “Il crimine, quando scoperto, non ha altro rifugio che la sfrontatezza”. E noi, che siamo semplici cronisti, la sfrontatezza la vediamo tutta. Il resto, invece, è solo materia da tribunali.



sabato 6 ottobre 2012

Gasparri-2 la vendetta

Siccome Calderoli, che aveva ben meritato col Porcellum, sta scrivendo la nuova legge elettorale, a chi è stata affidata la riforma della diffamazione? A un altro benemerito della libertà di stampa: naturalmente Gasparri. La nuova norma, firmata anche dall’astuto Vannino Chiti del Pd, dovrebbe passare giovedì in sede deliberante alla commissione Giustizia del Senato, senza passare dall’Aula. Tanta fretta viene giustificata con l’esigenza di salvare dal carcere il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi senza la condizionale per omesso controllo su un articolo pieno di balle. Ed è una balla anche la giustificazione, perché Sallusti in carcere non ci andrà, salvo che ne faccia espressa richiesta (rifiutando i servizi sociali e i domiciliari).Come la pensiamo sul tema l’abbiamo scritto: la legge attuale è incivile perché la pena detentiva dev’essere l’extrema ratio, riservata ai giornalisti che mentono sapendo di mentire e rifiutano di rettificare le inesattezze o le falsità che hanno scritto. Ma questo punto fondamentale la porcata Gasparri-Chiti neppure lo sfiora. Si limita ad abrogare le pene detentive tout court, anche per i diffamatori professionali e incalliti. E a sostituirle con pene pecuniarie che non potranno essere inferiori ai 30 mila euro. Oggi, se un cronista pubblica una lieve inesattezza causando un piccolo danno, può essere condannato anche a una multa e una riparazione pecuniaria di poche decine di euro: in futuro il giudice non potrà affibbiargliene meno di 30 mila (il massimo non è fissato: teoricamente, anche miliardi). E, come se il primo bavaglio non bastasse, eccone un altro: i direttori responsabili di giornali e testate radio o tv risponderanno di omesso controllo anche per tutto quanto esce sulle edizioni online. Due spade di Damocle che convinceranno molti giornali e siti a chiudere e molti giornalisti a smettere di scrivere o a dedicarsi a rubriche di giardinaggio o gastronomia. E questa schifezza liberticida viene spacciata per un capolavoro di civiltà, solo perché nessun giornalista rischierà più il carcere (peraltro all’italiana, cioè finto).
Il risultato è lampante: gli editori miliardari continueranno a scatenare campagne di menzogne contro avversari politici o affaristici tramite i loro killer a mezzo stampa, che saranno disposti a tutto: tanto, se condannati, non rischieranno più una pena detentiva (che, se cumulata più volte, potrebbe anche superare i fatidici tre anni e portarli davvero in cella), ma solo una multa. Che, per quanto salata, non pagheranno di tasca propria, ma accolleranno ai loro mandanti, come incerto del mestiere, anzi come investimento per i loro sporchi interessi. Idem per i giornali che non vendono una copia, ma sono finanziati dai milioni del finanziamento pubblico e ne accantoneranno una parte nel fondo-rischi per campagne di discredito. Invece i giornali piccoli come il nostro, che campano solo grazie ai propri lettori e abbonati, vivranno sotto il perenne ricatto di querele che, ogni volta che finiranno male, sottrarranno al giornalista o alla società da 30 mila euro in su, col rischio di chiudere bottega e senza potersi difendere rettificando eventuali errori commessi in buona fede. Un trionfo per i bugiardi e una disfatta per i giornalisti onesti.
Ps. Due anni fa ho fatto causa a Gasparri per aver mentito sapendo di mentire, dicendo in tv che andavo in vacanza a spese di mafiosi quando già avevo documentato pubblicamente che le ferie in questione me le ero pagate fino all’ultimo euro. Lui, anziché scusarsi e rettificare, si fa scudo dell’insindacabilità parlamentare. Intanto, fra un’udienza e l’altra, riforma la diffamazione. Per competenza specifica.


giovedì 4 ottobre 2012

“Per me può stare in Parlamento anche un condannato definitivo. Il Parlamento dev’essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta: perché dovrebbe essere migliore?”

Libera, Legambiente e Avviso Pubblico rivelano che a più di 1 italiano su 10 è stata chiesta una tangente. Report e Il Fatto rivelano che più di 1 parlamentare su 10 è nei guai con la giustizia. L’Istat rivela che più di 1 italiano su 10 è senza lavoro. Se ne potrebbe persino dedurre che, se uno rifiuta una mazzetta a un parlamentare, resta disoccupato.
Ma su queste prodigiose coincidenze statistiche si attendono lumi dal sen. avv. Piero Longo, difensore di B, che a Report ha dato spettacolo: “Per me può stare in Parlamento anche un condannato definitivo. Il Parlamento dev’essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta: perché dovrebbe essere migliore?”. Forse al nostro principe del foro sfugge l’etimologia di “elezione”, che deriva da “eligere”, cioè selezionare, possibilmente il meglio. Se lo scopo fosse riprodurre in scala la società, anziché eleggerli, tanto varrebbe sorteggiare i parlamentari tra le varie categorie, comprese quelle criminali.
Anni fa, a Milano, imperversava una gang di cileni dediti al borseggio sui mezzi pubblici. Un giorno ne fu arrestato e processato uno. Il giudice gli chiese di declinare le generalità e gli domandò che lavoro facesse per vivere. Il tizio rispose: “Rubo i portafogli ai passeggeri degli autobus”. Il giudice replicò che quello era un reato, non un lavoro. Lui però insisté: “I miei amici mi hanno convinto a lasciare il Cile e a raggiungerli qui in Italia proprio perché mi hanno assicurato che avrei potuto guadagnare bene borseggiando la gente, sennò non sarei venuto”. Non sappiamo se il suo difensore fosse il professor Longo, ma se lo sarebbe meritato. Perché i due, a loro insaputa si capisce, ragionano esattamente allo stesso modo: rubare è un lavoro come un altro e i ladri han diritto di eleggere i loro bravi rappresentanti in Parlamento come qualunque altra categoria (gli amici del cileno non l’avevano avvertito che nel Parlamento italiano la lobby dei ladri è più nutrita ancora di quella degli avvocati).
Ora che gli elettori sono alla disperata ricerca del nuovo che avanza, non resta che lavorare di fantasia. Grande successo avrebbe il Pdo (Partito degli omicidi), magari diviso in due correnti, Pdod (Partito degli omicidi dentro) e Pdof (Partito degli omicidi fuori), con piattaforme programmatiche semplici e comprensibili a tutti: la prima “uscire”, la seconda “non entrare”. Spopolerebbe poi, specie in certe zone del Sud ma pure del Nord, un “Forza Mafia”, coalizzato o apparentato con “Forza Camorra” e “Forza ‘Ndrangheta”. Invece il Pdno (“Partito Delinquenza non Organizzata”) rischierebbe continue scissioni, a causa della rissosità dei dirigenti e soprattutto della base, portatrice di interessi legittimi, ma confliggenti fra loro: difficile mettere d’accordo gli estremisti dell’assassinio con i moderati del sequestro di persona (l’ostaggio, almeno all’inizio, è preferibile vivo: rapire cadaveri non conviene).
Per combattere l’astensionismo dilagante è poi consigliabile dare adeguata rappresentanza a categorie criminali colpevolmente neglette nell’attuale panorama parlamentare: se le Camere pullulano di esperti in corruzione, concussione, truffa, peculato, frode fiscale, falso in bilancio e mafie varie, non si vede perché trascurare i legittimi interessi di ricettatori, ladri di bestiame, rapinatori di banche (da non confondere con i banchieri), profanatori di tombe o bracconieri. E chi sono, figli di un dio minore? Fra l’altro, diversificando le tipologie penali, aumenterebbe di gran lunga le probabilità di una rapida approvazione della legge anticorruzione.


Un partito italiano che abbia superato la soglia dell'1% di voti, riceve un particolare rimborso elettorale, anche se non ha nessun parlamentare o consigliere eletto.



Con 289 milioni di euro incassati nel 2010 grazie ai rimborsi elettorali i partiti politici italiani sono (di gran lunga) i più pagati d’Europa. Non solo: mentre negli altri Paesi europei, i bilanci dei partiti devono essere convalidati  dalla Corte dei Conti, in Italia sono i partiti stessi a certificare i loro bilanci, al di fuori di qualsiasi verifica di legge. Come è emerso dai casi Lusi e Belsito, senza nessuna garanzia di imparzialità. Nella più totale segretezza. Senza tetti massimi. E con un’enorme perequazione tra spese sostenute e rimborsi effettivamente percepiti. L'opacità dei conti dei partiti, di cui discettano da giorni i quotidiani, è figlia di questo sistema.

Qualche cifra: i partiti italiani ricevono, ogni anno e per tutta la durata della legislatura, anche quando questa si è conclusa in anticipo,   fino a quattro euro per ogni iscritto alle liste elettorali, mentre nella civilissima Germania ricevono 0,85 centesimi di euro per ogni iscritto, nel quadro di un sistema dove oltrettutto  ogni spesa sostenuta va certificata e garantita da un ente esterno e imparziale. Risultato: il finanziamento pubblico ai partiti tedeschi è costato 133 milioni di euro, meno della metà dell'Italia. Altra particolarità: per qualsiasi elezione, fosse anche un'elezione regionale, un partito italiano che abbia superato la soglia dell'1% di voti, riceve un particolare rimborso elettorale, anche se non ha nessun parlamentare o consigliere eletto. Il motivo? Le soglie di sbarramento valgono per la rappresentanza, non per il denaro pubblico. In questo caso, trattandosi di soldi pubblici, vige il sistema proporziale. Domanda: ma non era stato abolito per via referendaria il finanziamento pubblico ai partiti?

FRANCIA

Per accedere ai fondi del finanziamento pubblico i partiti devono, in base a una legge dello Stato del 1988,   avere ottenuto alle politiche almeno l'1% dei voti in  50 circoscrizioni. Ricevono, ogni anno e per tutta la durata della legislatura, 1,63 euro per ogni voto ottenuto. Cui vanno aggiunti i rimborsi che lo Stato eroga per coprire le spese di quei candidati alla presidenza della Repubblica che abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti validi. C'è un tetto massimo di spesa di 13 milioni di euro per il primo turno e oltre 18 milioni di euro per il secondo turno. Sono vietati i finanziamenti esteri e tutti i contributi privati devono essere tracciabili tramite assegno. A fronte dei quasi 300 milioni di euro italiani i partiti politici francesi hanno incassato 80 milioni di euro nel 2010 .

GRAN BRETAGNA

È il sistema di finanziamento della politica più lontano da quello italiano perché si basa essenzialmente sui contributi privati e sulle quote associative degli iscritti. Il finanziamento pubblico - erogato dalle due Camere - aiuta solo i partiti di opposizione, in ossequio al principio dell'alternanza anglosassone, sulla base del numero di seggi vinti e voti raccolti. Il Labour Party, principale partito di opposizione al governo Cameron, riceve ogni anno 5 milioni di sterline, circa 6 milioni e cinquecento mila euro. A fronte dei quasi 300 milioni di euro italiani i partiti politici inglesi hanno incassato poco più di 6 milioni di euro nel 2010 .

GERMANIA

Benché il sistema tedesco non sia tra i meno onerosi, la legge che disciplina il finanziamento della politica è assolutamente inflessibile. Tutti i partiti hanno l'obbligo di rendere conto della provenienza e della destinazione delle risorse finanziarie che percepiscono ogni anno. Le quote degli iscritti ai partiti copronocirca un quarto del bilancio dei partiti. I contributi pubblici vengono calcolati come rimborso delle spese elettorali sulla base di 0,70 euro per ogni voto valido ottenuto dal partito e di 0,85 per ogni iscritto alle liste elettorali. I contributi privati non possono superare il 15% del budget del partito. C'è un rigoroso controllo - anche preventivo  - da parte della Corte dei Conti federali. I rimborsi sono proporzionati ai consensi, necessariamente un partito  deve ricevere l'1% di voti nel Lander e lo 0,5% nel Bundestag.  Chi sgarra rischia il carcere dai 3 ai 5 anni. A fronte dei quasi 300 milioni di euro italiani i partiti politici tedeschi  hanno incassato 133 milioni di euro nel 2010.

SPAGNA

La Corte dei Conti può pronunciarsi sul bilancio dei partiti e  decidere di togliere ad un determinato partito, come in Germania, il diritto ad essere  finanziato in caso di mancato rendiconto ingiustificato. Il rimborso è basato sui seggi conquistati e sui voti conquistati A fronte dei quasi 300 milioni di euro italiani i partiti politici spagnoli  hanno incassato 82 milioni di euro nel 2010.



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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