"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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martedì 28 ottobre 2014

PER CHI SUONA LA FANFANA

L’aretina Maria Elena Boschi ha confessato in tv di preferire il concittadino Fanfani all’icona rossa Berlinguer per ragioni territoriali. La motivazione è risibile: come se una milanese di sinistra dichiarasse di prediligere Salvini a Che Guevara perché il primo è di Milano. Ovviamente Fanfani non è Salvini e la Boschi non è milanese: resta da capire se sia di sinistra. Di sicuro è una donna che non perde mai il controllo di sé, perciò la battuta non può venire relegata nel ghetto delle gaffe. Chi l’ha pronunciata sa benissimo cosa rappresenti Berlinguer per la base del suo partito. E anche cosa rappresenti Fanfani: l’uomo del referendum contro il divorzio, il poster di una Democrazia Cristiana riformista in economia ma fieramente conservatrice in tutto il resto.
Nel vuoto attuale delle ideologie, questi giochetti sui padri nobili della politica fungono da bussola. La scelta della Boschi conferma l’estraneità del clan Renzi alla tradizione cui fa riferimento una parte consistente dei suoi elettori: Veltroni, che certo non è un pericoloso estremista, ha realizzato un film su Berlinguer, mica sull’inaffondabile toscanaccio che Montanelli ribattezzò «Il Rieccolo».
È anche da questi piccoli segnali che traspare la strategia di costruire una nuova Balena democristiana: non più bianca, semmai rosé. Una Dc moderna, digitale, che rinuncia ai rullini ma non ai Fanfani, e che attraverso il giovane erede fiorentino realizza il progetto dei democristiani più astuti del passato: svuotare la sinistra tradizionale dal di dentro, governando con i suoi voti però non con le sue idee. 

 

INTELLETTUALI DEI SUOI STIVALI: MATTEO COME CRAXI

A Matteo Renzi non piacciono i pensierosi, i lumaconi, i logorroici, i patiti dell’inchiostro. È il dubbio il suo vero nemico. Potesse, lo farebbe a fette come usa con la finocchiona. Pane e salame e gnam! “Gli intellettuali sono come quei pensionati che stanno lì a osservare il cantiere appena aperto e a mugugnare: non ce la si fa”. “Intellettuali dei miei stivali!” imprecò Bettino Craxi e fu il timbro della sua marcia, il valore della rottura, il segno che i tempi erano definitivamente cambiati. Due giorni fa Matteo ha ritwittato. Tale e quale. Tolto Baricco, che ha ritmo nelle vene, e forse La Pira nel Pantheon restano Eataly e le Officine bresciane. Il fare, fare bene e fare presto. Da Farinetti mangi tutta la pasta che vuoi, come la vuoi, seduto in poltrona o sul trespolo, con la spesa arrotolata tra le mani o in tailleur elegante. Di Brescia anche Fabio Volo, che fa il dj e lo scrittore, intanto due lavori e non uno solo, ed è allegro, divertente, con una prosa fluida, piena di metafore, come piace al tempo che piace a noi tutti. Pif già un po’ meno, con la mafia è divenuto più crepuscolare.  
Matteo è ipercinetico, quindi è nella sua natura sviluppare col movimento un pensiero un po’ random. Potrebbe mai Gustavo Zagrebelsky coordinare un tavolo della Leopolda sulla Costituzione ? Sai che noia. I tavoli sono circolari e chiassosi, creativi, pieni di energia. E sono pieni di cose da fare e da dire tutti insieme. La discussione è serrata, i tempi degli interventi definiti, i documenti finali asciutti e colorati. E mentre loro parlano e decidono è tutto un circolare, un flusso enorme che dà vigore alla fatica breve della creazione. Semmai poi si vede com’è venuta. Renzi è certo che se avesse dato ascolto ai professoroni la riforma costituzionale sarebbe ancora alla pagina uno. 
Invece lui disse: per l’8 agosto voglio che il Senato chiuda in prima lettura il testo. L’8 agosto, non il 9 e nemmeno il 10. E così è stato. Proprio così. Leggere adesso cosa c’è scritto è spigolare, cavillare, rincretinirsi sui dettagli e perdere di vista l’obiettivo: fare. Fare, con la maiuscola. Esiste la legge del Fare e si chiama lo Sblocca Italia. In quel decreto sono rimosse tutte le attitudini alle lungaggini, i sentieri storti delle ostruzioni, le bagattelle tra paesaggisti, storici dell’arte, archeologi e sovrintendenti. Già la parola “Sovrintendente” gli dà noia: “È una cosa ottocentesca”. I sovrintendenti sono anche permalosi. Far guidare a Salvatore Settis il tavolo del Paesaggio sarebbe come darsi una mazzata sui piedi. Qui non è solo e non è tanto questione di gufaggine (e magari il professore porta anche iella di suo) è proprio il modo di vedere il mondo, vederlo crescere anche in senso quantistico. Fare un’autostrada per esempio. E farla veloce, approvarla e vederla costruita senza tante storie. 
Renzi è contrario al tempo che scorre. Lui l’anticipa sempre. “Il futuro è solo l’inizio” ha fatto scrivere come slogan. Cosa vuol dire? Intanto suona bene, chiama tutti alla corsa, a stare davanti e non indietro, a creare e non a distruggere. I pensierosi distruggono. Alla Leopolda c’era infatti solo chi “crea lavoro”. Quindi gli imprenditori . Agli operai ha concesso una saletta riservata e mezz’ora di colloquio. Loro perdono il lavoro. Chi crea il lavoro? Chi ha i soldi, elementare Watson. Tra Davide Serra e Giacomo Leopardi predilige di gran lunga il primo, altro che giovane favoloso il poeta di Recanati. Matteo è contro l’immateriale, il metafisico. Odia la paura (e i paurosi) i pessimisti, i cavillosi. Figurarsi i filologi. “A me sembra Plafagone, il servo che ottenuto il comando spadroneggia in casa”, lo disprezzò un giorno Luciano Canfora, un altro dei professoroni (al proposito la meravigliosa confidenza della ministra Boschi a Zagrebelsky: “Abbiamo usato quella parola per ragioni mediatiche”). 
Renzi è un concretista che deve salvare l’Italia, farla rinascere e soprattutto farla contare nel mondo. E questo in breve tempo. Perciò una riforma al mese disse a gennaio, e al massimo nei cento giorni, garantì a giugno. A luglio, passo dopo passo, i giorni si son fatti mille. Alla stazione Leopolda ha aggiustato il tiro: tirerà la carretta solo fino al 2023. Al massimo, s’intende. Matteo, come vedete, si mangia il tempo. Lo rincorre, lo azzanna, e infine lo schianta. 

Stress da test o test da stress?


Stress da test o test da stress? 


Tanto tuonò che piovve. E non è stata pioggerellina di marzo, ma bomba d'acqua inattesa per molti, anche se non per tutti. Al di là delle rassicurazioni un po' scontate sulla solidità del sistema rilasciate dall'industria e dai suoi vigilanti appena pubblicati i tanto attesi risultati della Bce sulle banche del continente, accompagnate da molto italiche lamentazioni sulla severità delle prove e sui "favoritismi" di cui avrebbero goduto i sistemi di altri paesi, siamo a fare i conti con i nostri guai bancari: dalle AQR agli stress test il sistema bancario italiano si dimostra il peggiore di Europa.

Già all'inizio delle prove ben 9 banche deficitarie su 15 la dicevano lunga sulle insufficienze patrimoniali accumulate negli anni precedenti e poi le quattro banche, non certo minori, prive dei requisiti, alla ricerca di aggiustamenti non del tutto convincenti e infine le due rimaste impigliate nella rete (Monte dei Paschi e Carige) che, per dimensioni del capitale necessario al raggiungimento della sufficienza, rappresentano quasi il trenta per cento del complessivo deficit patrimoniale europeo (3 mld su 10 con le altre in short fall di capitale appartenenti a paesi minori dell'Unione). Senza dire del Monte, uti singulus, che con i suoi 2,1 miliardi di fabbisogno ha conquistato la maglia nera. Qualcuno non dovrebbe rispondere alla domanda del perché far rimborsare tanto rapidamente alla Banca più vecchia del mondo buona parte dei Monti Bond, se vi era il rischio che si ritrovasse dopo poco tempo con un deficit patrimoniale tanto elevato?

Eravamo dunque ultimi alla partenza e, pur migliorando, siamo rimasti ultimi all'arrivo. E anche nel confronto con altri sistemi considerati fino a poco tempo fa in maggiori difficoltà del nostro non usciamo bene, dato che la Spagna ha superato le prove molto più brillantemente. Gli aiuti pubblici e quelli europei saranno stati costosi, ma almeno sono stati efficaci.

Quattro delle nostre hanno poi tagliato il filo di lana con eccedenze di poche decine di milioni (dai 20 ai 50), mentre, nel frattempo, la qualità del credito di tutte è senza dubbio peggiorata rispetto al 31/12/2013, dato che l'andamento dei Non Performing Loans nel 2014 ci ha colpito più duramente di altri. Non per eccedere in critiche, ma non fa un po' sorridere che, tra le migliori, sia risultata l'Iccrea, un ossimoro in termini di rischio sistemico, con le 380 BCC del suo sottostante? 

Infine non ci sono margini, se non per le due banche maggiori, per trasformare attivi a ponderazione zero, inflazionati dalla iper liquidità creata con le LTRO, in crediti a maggiore assorbimento di capitale, con il credit crunch diventato ormai strutturale. E ben magra è la consolazione del ridotto peso delle crisi bancarie a carico del contribuente italiano, continuando la nostra economia (e il lavoro) a pagare un prezzo complessivo sempre meno sopportabile.

Non vedo quindi in tutto ciò alcun motivo di positività, anzi credo che ormai il re sia nudo e che si apra finalmente una fase di profonda ristrutturazione e riconversione delle tante e troppo piccole banche, perché c'è da credere che il nuovo controllore di Francoforte non voglia finire come Gulliver prigioniero dei Lillipuziani. 

E sembra che per le banche italiane sia già suonata la campana del giro finale, considerato che hanno le peggiori performance in Europa, nonostante l'eccellente qualità delle cure delle nostre autorità di controllo. 

La cattiva strega della speculazione ha fatto intanto precipitare le quotazioni di tutte, mentre analisi sempre più complesse degli addetti ai lavori su quanto avvenuto hanno cominciato a prendere piede, quando l'unica domanda cui si dovrebbe rispondere è se il nostro sistema bancario, nessuna componente esclusa, sia davvero adeguato alle esigenze del paese. L'Unione si è già pronunciata!

"Sbankor"

lunedì 27 ottobre 2014

XIX Maratona di Palermo 2013


Il ri-partito della nazione

Matteo Renzi, nella vecchia stazione della Leopolda, è ri-partito. Anche se non si è mai fermato, fino ad oggi. Non è nel suo stile, nel suo temperamento. Ma ha chiarito meglio a quale "partito" guardi. Il PdR, il Partito di Renzi, è, appunto, un "ri-partito". Un partito in continua ri-definizione, riguardo a obiettivi, parole d'ordine, riferimenti sociali. In continua ri-partenza, verso nuove stazioni. È questo il principale messaggio, il messaggio dei messaggi, lanciato a Firenze. Il "suo" partito guarda avanti. E, per questo, non ha un "popolo" specifico di riferimento. Ma sa "contro" chi muovere. Anche perché i suoi "nemici", per primi, hanno scelto Renzi, il suo governo e la convention di Firenze come "nemici" contro cui mobilitarsi. I "nemici" di Renzi sono quelli che hanno sfilato a Roma, contro il Jobs act, contro le politiche sul lavoro del governo. "Convocati" dalla Cgil. E, non a caso, "contro" di loro e ciò che rappresentano si è rivolto Matteo Renzi, nel suo intervento conclusivo alla Leopolda. Li ha "etichettati", politicamente, come nostalgici di un passato che è passato. E ha accostato - per molti versi, assimilato - la manifestazione della Cgil all'iniziativa delle sinistre arcobaleno. Il PdR, invece, guarda altrove. E, per questo, insiste sull'articolo 18. Simbolo del passato. Bandiera del Pd e della sinistra con la quale Renzi intende tagliare i ponti. Perché "è una regola degli anni Settanta che la sinistra allora non aveva nemmeno votato, siamo nel 2014". Così la questione, sollevata da Renzi, è "capire se è più di sinistra restare aggrappati alla nostalgia o provare a cambiare il futuro". Un'alternativa, ovviamente, retorica. Perché, come scandisce Renzi "non permetteremo a nessuno di far tornare il Pd al 25%".
Il PdR, per questo, si definisce "in opposizione all'opposizione". Ai "nemici", che Renzi continua a scegliere con cura, per precisare la sua differenza. Dagli "altri". Per intercettare gli elettorati che hanno sempre guardato la sinistra con sospetto. Sul piano politico: i moderati di centro, già assorbiti. Quelli di centrodestra e di destra, in gran parte collaterali. Dal punto di vista sociale: gli imprenditori, grandi e piccoli, i lavoratori autonomi del Nord. Componenti tradizionalmente ostili e anticomuniste. Renzi li ha "convocati" alla convention di Firenze. Raccolti intorno al premier e "contro" coloro che manifestavano a Roma. Un popolo di operai, certamente non giovani, insieme ai pensionati (oltre a molti lavoratori immigrati). Secondo il premier: il passato. E "contro" la Cgil, in quanto sindacato, con cui, come ha già detto altre volte, non intende "concertare". Si tratta di argomenti e discorsi già sentiti. Renzi li ha espressi, apertamente, altre volte. Ma questa volta li ha raccolti e presentati insieme, alla sua convention, nella sua capitale: Firenze. Ne ha fatto una sorta di manifesto del PdR. Che, tuttavia, solleva alcuni dubbi. Principalmente due. 
Il primo riguarda l'identità del partito. Il PdR, o il PdN, il Partito della Nazione, come l'ha battezzato Renzi. Tutto proiettato verso il futuro. Alla novità, all'innovazione. In contrasto con ogni nostalgia e con ogni richiamo al passato. Ebbene, a rischio di condividere i vizi e i vezzi di "un certo ceto intellettuale" (anche se mi offenderei: intellettuale a chi?), mi riesce difficile immaginare la costruzione del futuro senza coltivare il passato. Vanificando i valori e le narrazioni della storia comune e condivisa. Della quale, per il centrosinistra, fa parte il riferimento agli operai e allo stesso sindacato. 
In secondo luogo, liquidare la manifestazione della Cgil come una mobilitazione della Sinistra arcobaleno mi pare, a maggior ragione, riduttivo. Fra coloro che hanno sfilato contro il governo e contro Renzi vi sono molti elettori del Pd. E molti elettori del Pd, comunque, ne condividono la protesta. Possiamo tentare, con qualche approssimazione, di stimarne il peso elettorale (base: Oss. Elettorale Demos, ottobre 2014) concentrandoci su coloro che esprimono molta-moltissima fiducia nella Cgil. Fra gli elettori del Pd sono circa il 25%. Cioè, se facciamo riferimento alle elezioni europee di maggio, intorno al 10% del voto. Appare, quindi, azzardato trattare questa componente come fosse esterna ed estranea. E se è vero che gli iscritti al sindacato sono, per la maggior parte, pensionati e lavoratori anziani, è altrettanto vero che proprio questi settori, alle ultime elezioni (politiche ed europee), hanno costituito lo zoccolo duro del voto al Pd. 
Per questo conviene rammentare che, se, effettivamente, il Pd, prima di Renzi, si era fermato al 25%, il Pd di Renzi ha superato la soglia del 40% non perché abbia "abolito" il passato, ma perché, al contrario, lo ha incanalato nel suo progetto. Come ho già scritto, Renzi ha sommato i voti del PdR a quelli del vecchio Pd. Il suo post-partito e la "ditta". In altri termini, ha intercettato i consensi di coloro che hanno votato per Renzi "nonostante" il Pd. Ma anche gli elettori che hanno votato per il Pd "nonostante" Renzi. 
Per queste ragioni penso che Renzi debba guardarsi dalla prospettiva segnalata da Mauro Calise: presentarsi come un "anti-partito", raccolto intorno al suo leader. Che stigmatizza il passato e la memoria, in nome del "nuovo" ad ogni costo. Ma rischia, in questo modo, di perdersi nel presente. 

 

I reati di opinione l'intolleranza a volte si veste da democrazia

Chi segue questa rubrica sa che io mi batto da anni contro i reati di opinione che sono in gran parte un retaggio del Codice fascista di Alfredo Rocco. In una democrazia i reati di opinione non dovrebbero avere diritto di cittadinanza.
Adesso Francesco Storace è a processo per 'vilipendio del Capo dello Stato' avendo definito 'indegno', a suo tempo, il comportamento di Giorgio Napolitano . In seguito il leader della Destra si è scusato con il Presidente che l'ha 'perdonato'. Ma questo dal punto di vista giuridico non vuol dire nulla, perché non siamo nel diritto iraniano, dove il perdono della vittima estingue la pena, siamo ancora, bene o male, nel diritto italiano. Storace ha ricevuto una valanga di attestati di solidarietà, «da Gianfranco Fini a Vladimir Luxuria, da Silvio Berlusconi a Roberto D'Agostino». Sacrosanto, a parte la qualità dei personaggi 'scesi in campo' a difesa di Storace. Ma la telefonata più sorprendente Storace l'ha ricevuta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che vedendo su twitter l'hashtag #iostoconstorace (questi ministri, come il loro premier, passano delle ore davanti ai social network) ha sentito il bisogno di scusarsi con lui. Ora, un ministro della Giustizia non può scusarsi con un imputato che è a processo secondo le leggi dello Stato italiano che lui stesso, in questo caso più di ogni altro ministro, rappresenta. Così come (è il caso Napolitano-Mancino a proposito della presunta 'trattativa Stato-mafia) un Presidente della Repubblica non può intrattenersi a colloquio con un'imputato su questioni che riguardano il suo processo. Al massimo, ed è già tanto, può augurargli 'buon Natale' se si è in periodo di festività.
Il fatto è che sono saltate tutte le regole in questo straordinario Paese dove un detenuto molto speciale, e molto poco detenuto, può incontrare il capo della seconda Potenza mondiale (immagino che non si siano limitati a parlare solo di calcio-balilla).
Svegliandosi da un lungo letargo in materia anche Pierluigi Battista si è accorto che i reati di opinione sono una aberrazione in una democrazia degna di definirsi tale e sul Corriere del 21/10 scrive: «I reati di opinione sono una triste eredità del fascismo che la democrazia repubblicana e antifascista non ha mai voluto mettere in soffitta». Peccato che Battista, e tutti i Battista, non abbia emesso un guaito di disapprovazione per una norma liberticida varata in piena 'democrazia repubblicana'. Mi riferisco alla cosiddetta 'legge Mancino' che punisce con la reclusione fino a tre anni «chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico...alla stessa pena soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». E' una legge chiaramente liberticida che supera quelle dei peggiori totalitarismi perché arriva a punire anche l'odio, che è un sentimento e, come tale, incomprimibile. Ed invece è stata salutata, da Battista e da tutti i Battista, come un insigne esempio del 'democratilly correct'.
Recentemente la Cassazione ha ribadito la condanna di due ragazzi che durante una manifestazione di Casa Pound «avevano urlato in coro 'presente' e fatto il saluto romano». La Cassazione ha visto in questi gesti 'rigurgiti di intolleranza'. A me pare che l'intolleranza stia proprio dall'altra parte, quella democratica.
Scrive Battista, a proposito del 'caso Storace': «Prevale la malcelata soddisfazione per i guai giudiziari di un avversario politico». A me non pare proprio. Quella politica è l'unica, vera, classe rimasta su piazza. E si autotutela. Storace, in un modo o nell'altro, se la caverà, giustamente. A volare in questo Paese sono solo e sempre gli stracci.


domenica 26 ottobre 2014

Daniele Corsini: "Opportunità per le imprese italiane dall'Oracle Open World"



Opportunità per le imprese italiane dall'Oracle Open World
(Daniele Corsini)

Nei giorni immediatamente successivi alla visita del premier Renzi nella Silicon Valley, volta a suscitare nuovo interesse di questo distretto dell'eccellenza nei confronti del nostro Paese, si è tenuta a San Francisco l'evento Oracle Open World, che la grande multinazionale americana dell'informatica organizza annualmente come punto di riferimento degli sviluppi tecnologici in corso in questa fondamentale branca della società moderna. 
Per quattro giorni si sono susseguiti incontri, dibattiti, eventi dimostrativi, contatti tra operatori di tutto il mondo, con decine di migliaia di visitatori che hanno letteralmente invaso, oltre agli imponenti edifici del Moscone Centre, sede della manifestazione, anche le strade della capitale californiana.

Nel discorso inaugurale, Larry Ellison, storico fondatore e tutt'ora principale esponente di Oracle Corporation, ha tracciato le linee dell'informatica dei prossimi anni, con implicazioni che superano gli aspetti connessi con gli sviluppi tecnologici e di business attesi. L'intervento ha indotto infatti a elementi di riflessione su un futuro, che fa del trattamento dell'informazione il proprio assoluto centro di gravità.

Presentando le strategie di mercato di Oracle, Ellison ha messo a fuoco tre macro direttrici della industria informatica, sia come parti a se stanti sia nelle loro interdipendenze. Queste linee sono rappresentate dai fenomeni del Big Data, del Cloud e delle esigenze di "reingegnerizzazione" di hardware e software in dipendenza dell'evoluzione dei primi due profili.  Ne emergono indirizzi per la costruzione di sistemi informativi universali, in cui flessibilità, economicità e sicurezza costituiscono per imprese e istituzioni obiettivi sui quali impostare programmi di investimento ad elevato contenuto innovativo.

La questione Big data riguarda la dimensione assoluta dell'informazione, che può essere estesa illimitatamente a tutti i fenomeni dell'agire umano, dalla vita economica a quella sociale, dalla cultura alle scienze, dalla comunicazione alla politica. Più ampie e analitiche informazioni di fonte esterna e interna da porre alla base di processi decisionali sempre più complessi è istanza comune a tutte le organizzazioni. Ma il fenomeno va visto secondo una prospettiva ancora più generale, in quanto può addirittura innescare nuovi processi cognitivi con il passaggio da conoscenze che oggi si inferiscono su base probabilistica da informazioni campionarie a conoscenze ottenibili da un potenziale completo di informazioni attinenti a ciascun aspetto da analizzare. I cosiddetti social network aprono poi prospettive ancora tutte da esplorare, fondate sulle informazioni, praticamente senza limiti, provenienti dagli individui, sia come singoli, sia come appartenenti alle varie forme di socialità.

Lo spostamento continuo della frontiera secondo l'approccio dei Big Data non ha quindi soltanto valenza scientifica, ma apre, con intenti migliorativi, anche alla gestione del capitale umano, puntando sulle conoscenze ottenibili dalle stesse relazioni comunicative.
Il Cloud è la risposta tecnologica e organizzativa alle esigenze di sfruttamento di questo enorme potenziale informativo, che richiede di essere collocato all'esterno del soggetto fruitore, presso una molteplicità di Data Center (senza che sia essenziale conoscerne da parte dell'utente la effettiva dislocazione), con maggiori capacità elaborative (grazie a macchine sempre più potenti e applicazioni più flessibili, ma anche a costi in diminuzione) e rapidità di connessione (grazie al crescente impiego della fibra ottica), secondo protocolli e linguaggi, in grado di ottimizzarne al massimo le prestazioni.

Il Cloud, in forma pubblica e privata, è destinato a diventare la nuova rete terrestre accedibile da privati e organizzazioni, dove immagazzinamento, elaborazione, rapidità di accesso, disponibilità dei dati anche in termini di specifiche esigenze di aggregazione, analisi comparative, integrazioni e interrelazioni vengono organizzati e resi disponibili secondo le modalità del servizio, cioè mediante piattaforme, infrastrutture e applicazioni gestite e vendute come servizi personalizzabili on demand.
Con il trasferimento di questi processi verso il Cloud, gli equilibri tra gestione interna ed esterna delle informazioni sono destinati a mutare radicalmente.

La terza tendenza, che Ellison ha efficacemente sintetizzato con l'espressione Applications in Silicon, attiene soprattutto alla fondamentale questione della sicurezza informatica e alle remore, finora espresse soprattutto da parte delle organizzazioni e delle imprese di maggiori dimensioni nei confronti del Cloud, circa la protezione dei dati e altre informazioni sensibili da accessi indebiti. Lo sviluppo di applicazioni costruite e impiantate direttamente su hardware sta in poche parole a significare che i codici non saranno più aggredibili da malware applicativo, cioè dalle forme di pirateria informatica e dalle sue continue e sempre più temibili evoluzioni. Questo sviluppo tecnologico costituisce novità di assoluta importanza, perché, secondo anche lo slogan più ricorrente della manifestazione, "Hardware and Software reingeneered to work together".

È opportuno interrogarsi sulle possibilità che questo scenario possa concretamente indirizzare le scelte di rinnovamento tecnologico che il nostro Paese e le nostre imprese debbono ineludibilmente e rapidamente compiere. Per limitare il tema alle imprese, soprattutto a quelle di media dimensione, la questione della maggiore efficienza dei sistemi informativi non riceve ancora sufficiente attenzione da parte del management e anche il valore economico dell'informatica nello sviluppo delle attività produttive deve essere più consapevolmente acquisito.
I ritardi sono percepibili leggendo il rapporto annuale di Assinform di Confindustria, dedicato alla evoluzione digitale nel nostro Paese, che riconosce espressamente i gap da colmare nel rinnovamento degli applicativi informatici e nei temi del Big Data, del Cloud e della sicurezza informatica. Anche le politiche governative italiane hanno puntato decisamente sulla digitalizzazione per il rinnovamento della Pubblica Amministrazione.

Chi può fare da catalizzatore della impresa italiana su queste istanze, proponendo soluzioni basate su una più sistematica propensione alla innovazione, sono le aziende specializzate che offrono servizi informatici in outsourcing, delle quali il nostro Paese, con elementi di originalità nel confronto con altri, vanta una esperienza pluriennale, in specie riferita al mondo bancario tanto per la gestione delle infrastrutture che delle applicazioni.

Queste specifiche competenze e le tendenze tecnologiche in atto fanno di queste entità quasi il veicolo naturale, in grado di estendere la propria offerta anche a vantaggio delle imprese manifatturiere e delle utilities pubbliche, contribuendo alla diffusione sistematica del Big Data e del Cloud.

Molte di queste realtà informatiche sono pronte ad investire, dovendo, per loro stessa natura, restare tecnologicamente allineate alle evoluzioni in corso, con la garanzia di assicurare a tutti i propri clienti a qualsiasi settore economico appartengano gli stessi livelli operativi e di assistenza, certificati secondo standard internazionali in termini di qualità e sicurezza e a costi più bassi rispetto ad una gestione in house della variabile informatica.

Oggi, cogliere queste possibilità di rinnovamento, da promuovere insieme agli outsourcers, consentirebbe alle imprese di accedere anche ai contributi finanziari dei programmi europei per l'innovazione (quello in essere è denominato Horizon 2020), benefici che, notoriamente, il nostro sistema produttivo è stato in grado di utilizzare solo in minima parte.
Insomma vi sono tutti gli ingredienti (dalle opzioni tecnologiche disponibili, agli indirizzi governativi, dalle strutture informatiche specializzate per la distribuzione dei servizi, agli aiuti finanziari comunitari) per procedere rapidamente nella direzione auspicata, lasciando non certo per ultima la considerazione degli stimoli che, da questo approccio, riceverebbero sia la ricerca applicata che le competenze dei nostri laureati, in funzione dei crescenti fabbisogni informatici delle imprese.

Si tratta di nuova frontiera da far avanzare, in cui tutto è pronto e appare destinato, nel medio termine, al successo.

Purtroppo un ostacolo sembra restare sul campo, tanto rilevante da poter controbilanciare da solo gli elementi positivi avanti indicati; esso è rappresentato dalla nostra frontiera culturale, che, in altri
termini, si chiama difesa assoluta delle posizioni acquisite, applicata a tutti i contesti, organizzazione dell'impresa privata compresa. La burocrazia non è infatti esclusiva prerogativa pubblica.

In ogni contesto, per rinnovarsi ci vuole più ricambio, anche nelle funzioni, meno visibili, dei responsabili delle strutture informatiche delle aziende, oltre che in una imprenditoria che deve ancora comprendere a pieno l'importanza della Information Technology nella creazione di valore per le proprie specifiche attività.

Se non lo facciamo, il circolo virtuoso davanti a noi, vera opportunità da non perdere, rischia di essere soltanto una Fata Morgana, tecnologica quanto si vuole, ma che, restando confinata alle intenzioni, si diraderà presto e in via definitiva per fare posto ai nostri meno irretiti concorrenti.


venerdì 24 ottobre 2014

LEOPOLDA PIGLIATUTTO

Che cos’è la Leopolda? ha chiesto tremando di inquietudine all’ultima direzione del Pd Gianni Cuperlo. E non sapeva, l’ex candidato alla segreteria, che inizialmente nello staff di Matteo Renzi si era meditato di aprire la sera del 24 ottobre la quarta edizione dell’appuntamento politico più atteso della stagione nella grande ex stazione ferroviaria di Firenze con un video che ricordava la sconfitta del premier-segretario alle primarie del 2012 vinte da Pier Luigi Bersani. A sottolineare che da quella caduta è partita la cavalcata che ha portato oggi Renzi a governare il Pd e il Paese. Poteva suonare come una provocazione ed è stata scartata, ma la domanda di Cuperlo suona comunque fuori tempo massimo e in ogni caso mal posta. Non esiste, infatti, una Leopolda. Esistono tante Leopolde, almeno quanti sono i volti di Renzi: flessibile, liberista, solidale, socialista. 
Non è un congresso di partito, non è un raduno di corrente, non è un workshop sul lago. La Leopolda è una purissima rappresentazione mediatica, in cui anche un respiro rimbalza sulla rete e diventa immediatamente streaming, tweet, selfie, evento, Alessandro Baricco e Oscar Farinetti, ma è anche il momento in cui il popolo di Renzi si fa di carne e di sangue: volti, voci, mani che si toccano, aria viziata che si respira tutti insieme. La Leopolda è, soprattutto, una classe dirigente che aspira a restare al vertice per decenni. La sola cresciuta in Italia dopo l’epoca dei partiti di massa, i comitati civici della Dc e le Frattocchie del Pci, e la Seconda Repubblica della Publitalia di Silvio Berlusconi, ma tutta costruita in casa, in un vuoto di rappresentanza. Razza Leopolda, la nuova razza padrona. Dall’assalto al cielo all’establishment. Dalla rottamazione all’occupazione. Dalla lotta al governo, anzi, alla poltrona. Dall’uno contro tutti, come appariva Renzi appena due anni fa, al tutti per uno, com’è nel 2014, quando nella Roma dei palazzi è diventato impossibile trovare un emergente o un aspirante, o un consumato gattopardo, che non si dichiari preventivamente renziano.
Una rete di amicizie. Un gruppo di influencers passato in pochi mesi dalle web community riservate su whatsapp alla gestione di ministeri, enti pubblici, banche. Quello che non si vede, quel che resta nell’ombra mentre la Leopolda esalta il carisma comunicativo di Renzi. Il premier che si fa chiamare Matteo (Matteo-uno-di-noi) predica e pratica la dis-intermediazione, ovvero l’annichilimento, o almeno il superamento, dei corpi intermedi, dai sindacati alla Confindustria ai giornali, il rapporto diretto tra il popolo e il leader, ma riempie lo spazio vuoto di nuovi mediatori: le lobby, sempre più sganciate dai tradizionali riferimenti politici (clicca qui) , e la cordata che si è formata in quattro anni di Leopolde. La modernità dei mezzi, delle strategie di persuasione, coinvolgimento, partecipazione, consenso. La velocità, l’informalità, la struttura a rete, che fa della Leopolda, ancora più del Movimento 5 Stelle, la versione politica di Facebook. Un gigantesco social network, senza gerarchie, almeno in apparenza. Che negli ultimi otto mesi, da quando Renzi ha conquistato Palazzo Chigi, convive con l’antica materialità del potere, da conquistare e da spartire secondo le regole di sempre. La fedeltà e l’obbedienza al Capo.
«Lo schema è molto semplice», spiega uno dei mediatori, alla frontiera tra la politica e l’economia, neppure tanto desideroso di auto-definirsi renziano «perché tanto tutti giurano di esserlo». «Basta vedere come sono stati composti i consigli di amministrazione nell’ultima infornata di nomine. La presidenza spetta a una donna, per simboleggiare la novità. In ogni cda c’è un uomo della Leopolda che deve fare da sentinella, uno vicinissimo al premier e un amministratore delegato che gli deve la promozione». Una nuova forma di lottizzazione rispettata alla lettera. La regola aurea del nuovo potere. Non più il manuale Cencelli. Il manuale Leopolda.
All’Enel, infatti, sorveglia per conto del premier l’avvocato Alberto Bianchi, silenziosa eminenza grigia del renzismo, presidente della fondazione Open che organizza e cura la Leopolda e raccoglie i fondi per l’evento: il vertice del cerchio magico del premier, con il sottosegretario Luca Lotti, il ministro Maria Elena Boschi, la madrina dell’evento, fu qui che fece il suo esordio in pubblico nel 2011, l’amico di sempre Marco Carrai. Nel cda di Finmeccanica c’è Fabrizio Landi, alla Leopolda tre anni fa parlava del crollo dei salari medi e bassi, di crescita disuguale e delle difficoltà dei quarantenni ad aprire un’impresa, oggi affianca Mauro Moretti ai vertici dell’azienda. In Eni nel cda c’è l’aretina Diva Moriani, che lavorava a Intek con Vincenzo Manes, finanziatore della fondazione Open, ma anche l’economista Luigi Zingales, che fu la star dell’edizione 2011 della Leopolda, applauditissimo con la sua requisitoria: «L’Italia è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza arriva solo quinta».
Parole sante, chissà che ne pensa Marco Seracini, inserito nel collegio sindacale dell’Eni, già revisore dei conti nel comune di Rignano dell’Arno (dove vive la famiglia di Renzi) e presidente del collegio sindacale della srl Stazione Leopolda. Una doppia garanzia che lo ha portato con Renzi sindaco di Firenze a presiedere l’azienda cittadina di servizi alla persona Montedomini. Nel curriculum vanta anche l’associazione NoiLink, il prototipo di tutte le fondazioni renziane (Big Bang prima e Open poi).
Alle Poste il manuale Leopolda è doppiamente rispettato. Nel cda c’è la fiorentina Elisabetta Fabri, amica del premier, presidente della catena alberghiera Star Hotels, ma il vero leopoldino della prima ora è Alberto Campo dall’Orto, autentico guru degli incontri renziani: «Chi sono le persone che ispirano i giovanissimi?», si chiedeva nel 2011. «Le ricerche dicono: gli amici, il papà, la mamma». Non molto originale, ma pazienza, nella classifica mancava Renzi, l’amico influente che nei prossimi mesi potrebbe portarlo in viale Mazzini come direttore generale della Rai. L’unica azienda che ancora non è stata travolta dal ciclone fiorentino, ancora per poco, si immagina.
Nel cda delle Ferrovie c’è la romana Simonetta Giordani, lobbista di lungo corso come responsabile relazioni istituzionali della Società Autostrade e poi sottosegretaria alla Cultura nel governo Letta, ma chissà se questo curriculum sarebbe bastato per ottenere l’incarico. Serviva anche un intervento alla Leopolda, edizione 2011: «Il motore del successo sono le persone, le donne», disse in quell’occasione, a Renzi piacque molto. Nel cda delle Ferrovie è stato nominato anche l’avvocato fiorentino Federico Lovadina, consigliere delegato dell’azienda di trasporti urbani di Firenze Ataf, lui non si è mai esibito sul palco Leopolda, ma in compenso il suo studio legale è in via Scipione De’ Ricci a Firenze, dove ha sede anche l’avvocato Francesco Bonifazi, deputato renziano e tesoriere del Pd, l’uomo che deve far quadrare il fund raising del partito rimasto senza finanziamento pubblico.
Nomi sconosciuti al grande pubblico, al pari di Cosimo Pacciani, nell’account twitter si firma CosmayDamiano e si presenta «born in Florence. Londoner by destiny», dirigente della gestione rischi della Royal Bank of Scotland, oggi all’European Stability Mechanism (Esm), il fondo europeo salva-Stati. Vive da sedici anni a Londra, non deve nulla a Renzi, anzi, è uno dei pochi che possono vantare un credito nei confronti del premier: fu lui, di quattro anni più grande, a spingere Matteo alla carriera politica fin dai tempi della scuola cedendogli il posto di rappresentante di istituto al liceo Dante. È una carta coperta, fa parte del giro stretto che conta ma non appare mai. Unici interventi pubblici gli immancabili tweet («Qui un tempo era tutto un 101, poi è diventato tutto 40,8 per cento ed ora è al 2,9»: dai franchi tiratori di Romano Prodi al risultato di Renzi alle europee alla tentazione di sfondare i vincoli di bilancio europei) e, naturalmente, lo speech dal palco della Leopolda nel 2011: «La nostra classe dirigente non è credibile nel mondo. Dovremmo almeno essere governati da politici che parlano bene l’inglese». E nessuno pensò all’epoca che potesse trattarsi di un attacco al futuro premier.
Geometrico quando si tratta di occupare gli spazi negli enti pubblici, il manuale Leopolda si fa più fumoso quando deve confrontarsi con i ministeri e con i palazzi romani. Nella tre giorni dell’edizione 2014 i ministri del governo Renzi sfileranno e interverranno, «mi hanno garbatamente invitato a farlo», dice uno di loro, ma negli ultimi tempi il premier ha cominciato ad ammettere in privato che se oggi dovesse formare una nuova squadra molti di loro non sarebbero riconfermati. Va riempita la casella degli Esteri lasciata libera da Federica Mogherini, per la Farnesina c’è l’ex diessina Marina Sereni, qualcuno vedeva bene nei giorni scorsi un nome a sorpresa, la deputata milanese Lia Quartapelle, 32 anni, ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).
Gli ultimi leopoldini al governo sono il piacentino Roberto Reggi, traslocato dal ministero dell’Istruzione all’agenzia del Demanio, e il napoletano Francesco Nicodemo, già nella segreteria Pd, in arrivo nello staff di Renzi a Palazzo Chigi, leopoldino della prima ora, presente fin dalla prima edizione, novembre 2010, quando la kermesse doveva consacrare la leadership alla pari dei rottamatori Renzi e Pippo Civati. «L’idea di Pippo per questo appuntamento è scrivere un vocabolario ideale…», aprì l’incontro l’allora sindaco di Firenze. Ma fu subito evidente che nel vocabolario renziano la leadership alla pari non esisteva, già la prima sera Civati voleva mollare tutto. Matteo lo convinse a restare giurando che gli avrebbe lasciato fare l’intervento finale, invece prese la parola e parlò per più di un’ora, quando Civati concluse in molti avevano già la valigia in mano.  

Era lo stato nascente, ingenuo e disordinato. I leopoldini erano in tutto simili ai ragazzi della loro età: un popolo di outsider, di non garantiti. Si identificavano con Renzi che condivideva lo stesso problema: l’impossibilità di essere preso sul serio da un mondo politico, economico e culturale immobile e sclerotizzato. Ora è il contrario, i ragazzi della Leopolda in dieci mesi hanno conquistato il Pd e poi il governo. Sulle capacità di Renzi nessuno scherza più. E la Leopolda sta facendo scuola, anche fuori dall’Italia, non solo nei partiti socialisti tradizionali. A Madrid si è riunita l’assemblea di Podemos, il movimento che sta rottamando i dinosauri della politica spagnola. Lo slogan era di Karl Marx («il cielo non si con­qui­sta con il con­senso, ma con un assalto»), ma il resto sembrava copiato dal modello fiorentino, a partire dall’obiettivo: conquistare il centro. Della società, certo, perché il centro politico è morto e sepolto.
La partita per i leopoldini sembra già vinta, invece è solo all’inizio. È in incubazione il grande contenitore, il Pd o come si chiamerà, in grado di inglobare sinistra e destra, annunciato dal premier con la modifica della legge elettorale, il premio di maggioranza da consegnare alla lista che arriva prima e non alla coalizione. Pronto all’uso in una tornata elettorale anticipata. Ma la sfida è più ambiziosa: la costruzione di un nuovo partito-Stato, in grado di rappresentare la futura società italiana. La costruzione di un nuovo blocco sociale e di una classe dirigente che sogna di espandersi senza alternative. Per i renziani vale lo slogan della Leopolda di qualche anno fa: «Il meglio deve ancora venire». Un incubo per tutti gli altri. 


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)